venerdì 10 maggio 2013

La biografia giornalistica di Arrigo Levi, Gente luoghi e vita

di Gabriele Santoro

ROMA – Una passione che rapisce precocemente e disegna l’esistenza fin dall’età della formazione. Una biografia avventurosa che s’intreccia con la narrazione dei grandi fatti della storia del Novecento. Gente luoghi vita (Aragno, 12 euro, 270 pagine), quinto volume della collana Classici del giornalismo, presenta un’antologia della vastissima produzione giornalistica di Arrigo Levi e ne restituisce la capacità lungimirante di analisi degli eventi; l’incisività delle idee e la cifra stilistica. Un mestiere vissuto come una missione nell’equilibrio richiesto dal ruolo di mediatore per il lettore di realtà assai complesse. Da semplice collaboratore a direttore di testata, Levi ha attraversato le trasformazioni tecnologiche, che hanno cambiato i processi dell’informazione, mantenendo lo spirito di servizio originale.Costretto a scappare dalla natia Modena e a emigrare in Argentina con la famiglia a causa delle leggi fasciste antiebraiche, da esponente del Movimento studentesco subì anche la repressione del regime peronista. Il primo articolo siglato apparve nel maggio del 1944 su Italia libera, giornale degli esuli antifascisti, in cui traspare il legame indissolubile con la madre patria. Dopo l’arruolamento nell’esercito d’Israele per la guerra d’indipendenza (1947-’48) e la laurea in filosofia all’università di Bologna, decollò la carriera giornalistica con l’impiego alla BBC e le corrispondenze londinesi con numerosi quotidiani italiani. 
Poi l’approdo al Corriere della Sera, a Il Giorno e a La Stampa, con l’esperienza televisiva al telegiornale Rai di Fabiano Fabiani. The Times e Newsweek hanno ospitato a lungo i suoi commenti. Da uomo di cultura e profondo conoscitore della geopolitica mondiale ha messo a disposizione, in veste di consigliere, del presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi e dell’attuale Capo dello Stato Giorgio Napolitano un patrimonio di saperi e relazioni. 

La miscellanea di editoriali, reportage e inchieste curata da Alberto Sinigaglia ripercorre molti degli eventi dirimenti del Secolo Breve: dalla Guerra Fredda alla vicenda arabo-israeliana. Le corrispondenze, nei giorni successivi all’attentato al presidente John Kennedy, intuiscono il segno indelebile che lascerà quel triennio (1960-'63) per le future conquiste democratiche e di eguaglianza della società americana. Da Mosca raffigura con largo anticipo l’implosione del gigante sovietico arroccato e irriformabile.
Un tratto distintivo che emerge dalla pubblicistica firmata Levi è l’adesione convinta all’utopia europeista. In questo senso l’autore riporta al contempo la lettera rivolta all’euroscettica Margaret Thatcher e l'incontro con Altiero Spinelli: “Il filosofo che ha trovato la sua Repubblica, l’utopista nella stanza dei bottoni”. Durante la direzione (1973-‘78) del quotidiano torinese ha affrontato in prima persona la stagione tetra e dolorosa della lotta armata eversiva. Emoziona l’omaggio al collega e amico, vicedirettore de La Stampa, Carlo Casalegno ucciso dalle Brigate Rosse. Tra gli altri documenti di estremo interesse segnaliamo il colloquio con il pontefice Paolo VI e la corrispondenza del 13 giugno 1980 da Buenos Aires con le madri di Plaza de Mayo che ruppe silenzi distratti e complici.

Il segnalibro, Io e l'Avvocato Agnelli di Mimmo Calopresti



di Gabriele Santoro

ROMA - Una famiglia povera calabrese e la dinastia Agnelli. Due destini uniti dalla Fabbrica Italiana Automobili Torino. Il regista Mimmo Calopresti esordisce con il romanzo autobiografico Io e l’Avvocato, costruendo un dialogo immaginario con il padre Emilio, operaio Fiat emigrato negli anni del boom economico, e Gianni, icona dell’industria novecentesca. Due storie parallele che arrivano a toccarsi e mischiarsi con l’incontro tra i due figli: Mico e il fragile Edoardo. Calopresti racconta le aspirazioni di riscatto sociale mediante il lavoro alla catena di montaggio, la rottura generazionale della contestazione studentesca e lo smarrimento identitario che ha accompagnato l’automatizzazione progressiva dei processi industriali. Ed esplora in un corpo a corpo l’ascesa e le cadute della famiglia più influente d’Italia.

giovedì 18 aprile 2013

Non ti delego, la crisi dei partiti e il collasso del modello democratico

Il Messaggero, sezione Cultura & Spettacoli pag. 23,
18 aprile 2013

di Gabriele Santoro

 
di Gabriele Santoro

SAGGI
Lo storico Aldo Schiavone muove dall’esito delle recenti elezioni italiane per analizzare gli affanni del sistema politico e il collasso di un modello democratico distante dall’esigenza di partecipazione dei cittadini. Non ti delego (Rizzoli, 120 pagine, 15 euro) fotografa la rottura del compromesso che fonda le democrazie occidentali: la cessione di sovranità del popolo ai rappresentanti eletti.

UN RITO

Il voto si è trasformato in un rito stanco, a cui si aderisce più per costume che per convinzione. L’ossimoro della democrazia rappresentativa deflagra nella crisi dei grandi partiti di massa, ormai scollati nella propria autoreferenzialità dalle basi sociali di riferimento. Durante la Seconda Repubblica lo spazio della delega è stato declinato, in modo plebisicitario, da Silvio Berlusconi in un rapporto fiduciario e carismatico tra leader
ed elettori, esaurito nella verifica periodica del consenso sulla sua persona. Mentre la sinistra, «affetta da realismo incupito», perdeva la propria anima; la vocazione all’utopia. «Il dispositivo politico più produttivo e potente messo in campo nella storia umana» vacilla con la crescente pervasività di centri di comando tecno finanziari globali fuori controllo, che rincorrono solo il profitto e condizionano il destino dei popoli, e la delegittimazione dei politici, incapaci di interpretare la volontà collettiva.

APATIA
Dall’apatia dell’idea democratica, portatrice di valori universali positivi, affiora la necessità di una modernizzazione che guidi i cambiamenti travolgenti della nostra società. «Come non pensare che un mutamento così profondo della socialità produttiva non si rifletta sulle forme di una democrazia che abbiamo costruito proprio come sociale, e legata al lavoro industriale?». La sfasatura tra le istanze della cittadinanza e i tempi delle risposte della politica appare sempre più macroscopica.

È ineludibile la creazione di un ibrido, che accolga l’urgenza di una cittadinanza informata e matura di contare e di essere ascoltata. Una democrazia che mettendosi in discussione costruisca un rinnovato equilibrio fra tecnica e vita, fra lavoro e socialità. «L’essenza della democrazia non è la conservazione. Ma di arricchirsi in un continuo divenire istituzionale; in una trasformazione permanente delle proprie regole».

sabato 13 aprile 2013

Le telecamere di History Channel nei bunker della mafia

Il Messaggero, sezione Cultura & Spettacoli pag. 31,
13 aprile 2013

di Gabriele Santoro

di Gabriele Santoro

IL DOCUMENTARIO

ROMA Negli ultimi vent’anni la caccia e la cattura dei latitanti storici ai vertici di Cosa nostra, camorra e ’ndrangheta hanno costituito lo snodo centrale della strategia repressiva del fenomeno mafioso. Nell’immaginario collettivo sono rimasti impressi i fotogrammi degli arresti, degli arrivi in questura a sirene spiegate con le poche parole sussurrate dai boss che riconoscono la vittoria dello Stato. Insieme a quel mistero che avvolge i covi militarizzati custodi della latitanza.

Le telecamere di History Channel,
guidate dalla voce narrante dello scrittore britannico John Dickie, hanno intrapreso un viaggio esclusivo in questi luoghi surreali, concepiti come trame di labirinti tra sistemi di videosorveglianza, pareti scorrevoli e tunnel per la fuga collegati alla rete fognaria. Un documentario di novanta minuti, ideato da Simona Ercolani e nato da una coproduzione internazionale, che unisce materiale d’archivio inedito e riprese live registrate durante operazioni di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza tra Casal di Principe e la Calabria (Gioia Tauro, Platì, Polsi e Rosarno). Si passa dalle perquisizioni nella villa di un malavitoso alla scoperta di un bunker ”freddo”, utilizzato in un periodo della fuga da Michele Zagaria primula rossa dei Casalesi, in un’abitazione apparentemente normale a Casapesenna. Mafia bunker andrà in onda sul canale tematico (407 di Sky) il 16 aprile alle 21 e in replica dalla mezzanotte su Skytg 24 Rassegne (505).

Vedremo dall’interno le roccaforti,
situate inevitabilmente nelle zone d’influenza del boss, che ritraggono il simulacro di un potere privo di luce e un ponte di comando protetto irrinunciabile per il controllo di traffici miliardari. La ricostruzione narrativa si affida anche alle parole di alcuni dei principali protagonisti della lotta ai clan.

LO STORICO

«I latitanti rappresentano una particolarità delle mafie nostrane - spiega Renato Cortese, attualmente dirigente della squadra mobile della questura di Roma e autore di arresti fondamentali come quello di Provenzano e Giovanni Strangio - e questo lavoro riconosce l’abnegazione di uomini e donne dello Stato, che dal 1992 ha dispiegato uno sforzo investigativo notevole per stanarli. In precedenza i processi si svolgevano con le gabbie vuote. Nel 1996 quando catturammo Brusca eravamo soli: in questura ci aspettavano solo i colleghi. All’arresto di Bernardo Provenzano, invece, ad attenderci c’erano centinaia di persone. Successo dopo successo si è potuto conquistare un senso di fiducia verso le istituzioni. Solo una migliore qualità complessiva dello Stato, credibile e coerente, può sottrarre il consenso di cui si nutrono i latitanti».

Dickie, autore di bestseller sull’argomento,
posa uno sguardo straniero su una storia italiana con il rigore metodologico dello storico, allontanando gli stereotipi che banalizzano questa realtà. «In tutti gli uffici e i commissariati in cui sono entrato ho visto un’icona di Falcone con Borsellino. La memoria è viva e si sono compiuti molti passi in avanti, anche se non siamo vicini alla sconfitta della mafia. Questi nascondigli sono così strani e stimolano la curiosità di conoscere quale potere si celi dietro. Ci raccontano dell’oppressione esercitata nei territori e l’assurdità di una vita destinata alla prigionia».