sabato 7 giugno 2014

Il buon ladro e la storia della migrazione italiana nelle Americhe

La recensione del libro Il buon ladro di Andrea Schiavon in uscita per Add editore

di Gabriele Santoro

ROMA - Albert Camus, incuriosito dalle cronache giornalistiche, volle incontrare quel recidivo irrecuperabile in carcere. Il tempo di un'intervista che narrò per prima la vicenda di un emigrante italiano, figlio di una miseria antica. Gino Amleto Meneghetti, classe 1878, si congedò dall'ospite inatteso con una richiesta: «Un buon sigarillo sarebbe sufficiente. Nient'altro, grazie». Beppe, il nonno pescatore, con la dignità propria dei poveri provò fin dall'infanzia a tirarlo fuori dai guai. «All'ingiustizia sociale non si reagisce rubando», gli diceva. Il nipote cercava la giustizia, ma trovò sempre la legge. 
Nel decennio successivo all'unificazione due italiani su tre non disponevano della quantità di calorie necessarie a vivere in salute. Solo il 26% era alfabetizzato. Tra il 1861 e il 1915 trentanove milioni di europei, un quinto del totale era italiano, raggiunsero le Americhe, sognando le terre dell'abbondanza. Il governo italiano riconobbe ufficialmente l'emigrazione solo il 28 aprile del 1876, sottraendo il fenomeno alla clandestinità. La prima globalizzazione, quanto il precario equilibrio nel Vecchio continente tra economia e demografia, pose le fondamenta di un'emigrazione proletaria di massa. Se nel 1867 occorrevano in media quarantaquattro giorni per raggiungere gli Stati Uniti, nel 1880 ne bastavano dieci. La navigazione a vapore: una rivoluzione per la mobilità intercontinentale; ma in terza classe si viaggiava parecchio stretti. E all'arrivo sovente si piangevano figli, mogli o amici morti durante la traversata oceanica. «Noi lavoratori/Allegri andiamo nel Brasile/E voialtri d'Italia signori/Lavorate il vostro badile»; cantavano i braccianti veneti, benedetti dai preti di paese, prima di raggiungere il porto di Genova e smarrirsi nei numeri della massa.
La vita di Gino fu una fuga costante, come racconta Andrea Schiavon ne Il buon ladro (Add editore, 14 euro, 160 pagine). Schedato appena adolescente. Dopo lo svezzamento in riformatorio, la scelta di cercare migliore fortuna altrove. Nel giugno del 1913 dal porto della città ligure salpò a bordo del piroscafo Tomaso di Savoia destinazione Santos. In realtà stava tramontando un'epoca: con la deflagrazione della prima Guerra Mondiale si arrestò un immane flusso di esseri umani. Dal 1900 al 1913 circa tre milioni di cittadini italiani entrarono negli States; un milione tra il 1887 e il 1907 in Brasile, senza dimenticare l'Argentina. Meneghetti aveva una morale tutta sua; un po' alla Robin Hood: «Tolgo ai ricchi il superfluo; ciò che soddisfa solo la vanità». Niente pistole, niente droga. Accusato di ricettazione. Impiegò relativamente poco ad ambientarsi in Brasile. Il debutto con una rissa da bar, per vendicare le contumelie degli indigeni: «Sporco italiano». Soprattutto nel periodo a cavallo tra fine Ottocento e l'inizio del Novecento, le condizioni di vita di chi immaginava di giungere nell'eldorado furono difficilissime.
Foto segnaletica di Gino Amleto Meneghetti
I preziosi resoconti, consultabili presso la biblioteca romana della Società Geografica, datati 1922, dell'inviato governativo Filippo Peviani ne offrono una lucida testimonianza: «(...) Cacciati fuor d'Italia dalla fame e dalla disperazione a turbe innumerevoli i nostri emigranti si riversavano nelle Americhe, coperti di cenci e abbandonati a tutte le ingiurie del tempo e degli uomini. Scesi nei porti brasiliani essi venivano intruppati, come pietose mandrie, fra gli scherni degli indigeni. Essi venivano poi caricati sui vagoni bestiame e scaricati, secondo il bisogno, senza garanzie contrattuali, fino a che gli avidi mercanti se ne impadronivano per aggiogarli al loro crudo lavoro sotto l'incontrollata prepotenza dei fazendieros (...)». Intonavano litanie per ottenere l'acqua borica, lenitiva per le irritazioni da campo. La Locaçao dos servicos poneva il destino del colono straniero nelle mani del padrone: una servitù della gleba legalizzata nelle piantagioni di caffè, dalla quale poi si emanciparono.
Gino non ne voleva sapere di sottostare agli ordini, tanto più ai soprusi. Con fughe spettacolari divenne l'incubo della polizia brasiliana, collezionando diciassette evasioni. Spodestò Pelé dalle prime pagine dei giornali. Conobbe la durezza della galera. Quanto la violenza della tortura dietro le sbarre di Avenida Tiradentes, dove poi toccò la medesima sorte all'attuale presidenta Dilma Roussef, allora ventiduenne oppositrice alla dittatura. «Sarò sempre un uomo libero», urlava. Nella biblioteca carceraria si appassionò alla lettura. L'amata Concetta, anch'ella migrante, onesta tessitrice, morì di crepacuore per quell'antieroe osannato dal popolo dei sobborghi, soggiogato dalla schiavitù fino al 1888 e poi relegato nelle favelas. Le sue ceneri furono sparse nel vento. Dove venne arrestato per l'ultima volta una targa ricorda "O bom ladrão".
Il libro di Schiavon rappresenta l'occasione per riscoprire la storia, il dolore e il coraggio di generazioni migranti. Cambiarono il destino personale e quello economico-sociale del Brasile. Affrontarono la solitudine e l'alienazione: le statistiche ci dicono che tra il 1903 e il 1923 oltre duemila connazionali vennero rimpatriati affetti da malattie mentali. Costruirono comunità tenute insieme da un forte sentimento religioso. Si affermarono i self-made men, protagonisti del processo di industrializzazione brasiliano. Gli operai d'origine italiana furono al contempo l'anima delle lotte sindacali. Come disse un'ignota bracciante veneta al Peviani: «Manco mal che finalmente i scominsia a ricordarse anco de noaltri».

domenica 25 maggio 2014

Quel genio di Sόcrates, la libertà in campo

Il Messaggero, sezione Macro pag. 20,
25 Maggio 2014

di Gabriele Santoro

Sόcrates su Il Foglio


di Gabriele Santoro


IL CAMPIONE
Ai dirigenti del Botafogo
, che gli proposero il primo contratto professionistico, rispose senza tentennamenti: «Voglio diventare un medico, e fare la mia parte per un Brasile democratico». Lo stipendio era funzionale al pagamento dell’università, e si laureò. Quel ragazzino, alto e magro, illuminava il gioco del calcio, che era una questione di ribellione, allegria, passione e fratellanza. Il gioco degli inglesi reinventato come attività artistica. Disegnava, con il pensiero e poi con il piede, traiettorie inimmaginabili per gli altri; dotato di un’intelligenza e una coscienza critica fuori dal comune, trasmessa dal padre. Leggeva, e amava, i grandi pensatori e filosofi greci quanto le opere di Jorge Amado e Gabriel Garcia Marquez. «Dovrebbe giocare di schiena con quel tacco che ha», sosteneva Pelé. Lui: «Colpivo la palla di tacco per farvi innamorare, mai un colpo inutile perché la bellezza è un bene necessario».

Joào Sebinho, il suo primo massaggiatore a Ribeirào Preto, ogni santa domenica va a deporre un fiore al cimitero e si commuove: «Sόcrates non aveva bisogno di allenarsi: era un fenomeno. Magrao era uno spettacolo. È rimasto fedele a sé stesso. Mi ha spinto a laurearmi: si batteva per l’istruzione, quale strumento di emancipazione». O Doutor trattava di princìpi non di soldi. Lorenzo Iervolino con Un giorno triste così felice (66thand2nd, 343 pagine, 16 euro) ci fa viaggiare nei luoghi e nelle idee di un’epoca alimentata da un’energia gioiosa e sovversiva. Il risultato della sua ricerca, durata un anno, è la riscoperta del senso profondo di un’esperienza unica nella storia dello sport. Il futebol socratico non poteva essere irreggimentato tanto dalla dittatura militare, quanto dall’esasperata geometria della tattica. La tecnica prevale sull’atletismo.

LA RIVOLUZIONE
I giornalisti gli domandavano: «State combinando la rivoluzione?». «No, stiamo rimettendo le cose a posto». Non gli interessava parlare di calcio. Responsabilità, non anarchia, è la parola che ricorre maggiormente nella stagione della democrazia corinthiana, che incontrò non poche ostilità. Un modello di partecipazione e un processo politico che, nato nello spogliatoio del Corinthians, si saldò con le oppresse aspirazioni di libertà di una nazione. I cittadini-giocatori dovevano essere coinvolti nelle scelte della società. Rappresentò un laboratorio della democrazia da riconquistare.

La simbolica battaglia contro i ritiri prepartita assunse una rilevanza nel dibattito nazionale antiautoritario. Fu anche una lezione di marketing culturale: il club vendeva una lotta per il cambiamento; un prodotto sociale affine alla maturazione di un sentimento popolare. Sulle maglie alvinegro ecco apparire l’invito al voto; brillava la scritta Democracia. Spiato dai colonnelli, come Senna e Pelé, affermò: «Il governo è proprietario irresponsabile delle nostre libertà», aggiungendo: «Già nel 1970 i campioni della Seleçao erano considerati dèi; avrebbero dovuto denunciare».

Timido, carismatico, stile inconfondibile, a testa alta come quando impostava le azioni. Lento nello scatto, imprendibile nelle progressioni. Capitano del Brasile più forte di sempre: Zico-Cerezo-Falcao-Sόcrates. Il goal all’Urss; quello a Zoff dopo un’invenzione di Zico. La bruciante sconfitta al Mundial 1982 contro l’Italia di Bearzot che non confutò una filosofia: «Noi siamo il Brasile, attaccheremo sempre, fino all’ultimo minuto». Il suo genio incantò tutti. Centosettantadue reti in circa trecento incontri, dal 1978 al 1984, e tre campionati paulisti vinti con il Corinthians.

Firenze ricorda il suo sorriso potente, lo sguardo triste e l’eleganza. Dopo aver a lungo rifiutato offerte dall’estero; accettò l’esilio fiorentino. Un’annata sportivamente difficile. «Vado in Italia perché voglio crescere culturalmente. Non sono come gli altri, che vogliono conquistarsi il loro angolo di pace. Mai accetterò una vita di accomodamento». Insomma scelse la Viola per il patrimonio culturale della città. Iervolino ha raccolto numerose testimonianze di quell’esperienza, tra le quali quella toccante e spassosa di Giancarlo Antognoni: «Era stravolto dalla preparazione estiva in montagna, e mi disse: “Antogno, se dico in Brasile quello che faccio qui, nessuno mi crede. Ma in Italia i campi sono in salita?».

La cerveja è stata una compagna di strada fino alla morte prematura, connessa all’abuso di alcool, nel 2011. Ma fino all’ultimo non ha smarrito la capacità di analisi. L’autore riannoda un’interessante serie di riflessioni recenti del Doutor sull’ormai vicina edizione del Mondiale e sui mali del calcio contemporaneo. Colse con lungimiranza opportunità e contraddizioni, oggi alla luce del sole. Alle ambizioni globali del Brasile infatti si affiancano il malessere per le persistenti marcate diseguaglianze e le crescenti aspettative di qualità della vita dell’emergente classe media. Le tensioni, già manifestate durante la Confederations Cup 2013, rischiano di riaffiorare durante i Mondiali.


La potenza calcistica brasiliana pone interrogativi. La maggior parte dei cartellini dei calciatori del Brasilerao è in mano a fondi d’investimento che, a differenza dei club indebitati, possono sostenere le spese della principale fabbrica di talenti del pianeta. Gli stadi appaiono spesso semivuoti, a causa del costo dei biglietti, della violenza ultras e della carenza delle infrastrutture per il trasporto.

Iervolino costruisce un confortante congedo letterario dal fuoriclasse anticonformista che indossava la maglia numero otto: «Le mie sono parole pronte a rinascere in altre voci. Perché se il mio corpo si è fermato, le mie idee possono continuare a fluire come il vento, che permette alla gioia e al dolore di condividere lo stesso spazio. E farci capire che le lacrime sono, o dovrebbero essere, i semi della felicità».


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sabato 24 maggio 2014

Roma antifascista festeggia i 70 anni della Liberazione

Il Messaggero, sezione Tutta Roma Agenda pag. 60,
24 Maggio 2014

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro
Carla Capponi
«Chi vuole sfuggirci ha due strade: o va in Vaticano, o va al Quadraro», diceva il console tedesco a Roma Friedrich Eitel Moellhausen, che tentò di dissuadere i gerarchi nazisti dal compiere l'infame rappresaglia delle Fosse Ardeatine. Sono tanti i luoghi della Roma antifascista da riscoprire, a partire dal Quadraro resistente, quanto altre borgate popolari, che il 17 aprile del 1944 subì la deportazione di circa mille civili. Se per molteplici ragioni politiche e militari la Capitale non conobbe l'insurrezione, l'ingresso dei militari della V armata statunitense, guidata dal generale Mark Wayne Clark, trovò un popolo stremato da nove mesi di occupazione.

LA RICORRENZA

Il 4 giugno ricorrono i settant'anni dalla Liberazione. L'occasione da cogliere per recuperare le voci, i volti e le storie di chi ha vissuto quella stagione dolorosa, scongiurando il rigurgito di passioni e nostalgie nere. L'amministrazione comunale, di concerto con le istituzioni culturali cittadine, ha elaborato un programma ampio, che mira a ricostruire il tessuto urbano e la vita sospesa dall'armistizio dell'8 settembre 1943 alla festa del giugno '44. «Dal centro alla periferia chiamiamo a raccolta i cittadini per rielaborare accadimenti collettivi, raccontando il coraggio di chi non si arrese alla violenza degli occupanti e collaborazionisti», afferma il sindaco Ignazio Marino.

LE MOSTRE

Il Vittoriano ospiterà la mostra, articolata in sette sezioni, Roma verso la libertà. Filmati, documenti inediti, fotografie, giornali d'epoca, acquerelli e mappe raffigureranno i luoghi dei bombardamenti, dei processi e delle torture, della resistenza armata. Un posto da visitare, a prescindere, è il Museo storico della Liberazione di Via Tasso, dove, in contemporanea al Teatro di Tor Bella Monaca, dal 4 all'8 sarà visibile il percorso espositivo Passaggi nella città prigioniera. Infine all'Archivio Storico Capitolino si accederà a materiale cartaceo (manifesti tedeschi, tessere per il razionamento del cibo, volantini clandestini). Presso la Casa della Memoria e della storia si potranno sfogliare le cronache dei quotidiani e periodici, che rievocano la lunga attesa degli alleati. E il pomeriggio del 5 si terrà una maratona di letture di diari testimoni preziosi di quel tempo. Alla Casa dei Teatri andrà in scena il monologo La Banda del gobbo di e con Emiliano Valente.

ROMA CITTÀ APERTA

Appuntamento clou, che chiude la cinque giorni di eventi, sarà la proiezione sabato 7, ai Fori
Imperiali, della versione restaurata dalla Cineteca di Bologna del capolavoro Roma città aperta di Roberto Rossellini. «Ho sempre rivolto molte domande a mio padre. Quando mi raccontò la genesi del film, si definì una “sartina che doveva rammendare un paese dilaniato dalla guerra civile”. Rappresentare l'eroicità dei romani che hanno lottato contro i nazifascisti, significò restituire onorabilità all'Italia che si era alleata con i criminali SS. Mise insieme la resistenza rossa e quella bianca dei preti», ricorda Renzo Rossellini. La Roma coraggiosa di Carla Capponi e Don Morosini.

L'arte di Rossellini varcherà anche le soglie del carcere di Regina Coeli con la proiezione de Il generale della Rovere. Al Cinema Trevi è in programma una rassegna di tre pellicole (Avanti a lui tremava tutta Roma, La porta del cielo, Giorni di Gloria). Spazio anche alla musica al Teatro di Villa Torlonia, dove si potranno ascoltare i tradizionali canti partigiani. La serata conclusiva a Piazza Madonna di Loreto, una band composta da studenti del Dipartimento di Jazz del Conservatorio Santa Cecilia eseguirà il Sacred Concert di Duke Ellington.


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sabato 26 aprile 2014

La lezione di Augusto all'Ara Pacis

Il Messaggero, Tutta Roma Agenda pag. 50,
26 aprile 2014

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro
L’ESPOSIZIONE
La longevità del modello di politica culturale augusteo ancora interroga la contemporaneità. Non fu solo l'abilità della costruzione di una macchina propagandistica, con pochi eguali nella storia, illuminata dalla poesia. Ottaviano, poi Augustus, ispirato da Mecenate, attraverso le immagini seppe imporre un mondo figurativo, interpretativo dell'anima di una società segnata da profondi mutamenti.

Nella fase tardo repubblicana l'influenza degli artisti ellenici, ricercatissimi dai ricchi committenti romani, produsse un'effervescenza cosmopolita, quale fondamento del linguaggio augusteo e di un'identità da distruggere per essere rifondata. Le immagini e i monumenti dovevano imprimere una rottura; le nuove forme espressive incarnano un sistema di valori propedeutico al ritorno dell'età dell'oro, con la garanzia di pace e ordine determinato dal consenso sociale, nonostante il progressivo e strategico accentramento del potere del Princeps. La funzione politica delle opere non andò a detrimento di quella artistica. Il mito si astrae dalle circostanze storiche, offrendo una realtà destinata a sopravvivere nei secoli e alle emulazioni.

La mostra L’arte del comando, l'eredità di Augusto, inaugurata all'Ara Pacis e visitabile fino al 7 settembre, nasce con questa intenzione. Illustrare le varie declinazioni della lezione augustea fino al dramma totalitario novecentesco. Per raccontare l’esposizione, curata da Claudio Parisi Presicce e Orietta Rossini, occorre cominciare dall'ultima delle dodici sezioni. La Roma fascista, che intendeva richiamarsi alla narrazione e a punti nodali (dalla tutela della famiglia al grano per il popolo affamato) dell'azione di Ottaviano, riportò alla luce ed esaltò il patrimonio straordinario lasciato alla città. L'arte romana era necessaria all'estetizzazione del regime e alle smodate mire imperiali.
«La nostra volontà è di contestualizzare il percorso espositivo, ma anche sottrarlo all'abuso improprio della fascistizzazione», sottolinea Rossini, responsabile dell’area museale.

UN PONTE IDEALE

Incisioni, dipinti, sculture e mosaici, in prestito da molti musei italiani, stabiliscono un ponte ideale con varie epoche e imperatori; da Carlo Magno a Napoleone. Si risale all’origine con l'Eneide virgiliana: l’epica della discendenza della Gens Julia nella prima sala con la statua in terracotta raffigurante Enea in fuga da Troia. Colpisce la bellezza di un fregio di architrave con girali di acanto del Mausoleo di Augusto. Per la rappresentazione della trasmissione e della rielaborazione cristiana costantiniana sono stati scelti mosaici (Papa Innocenzo III) dell'antica San Pietro. Virgilio, cantore della cultura augustea, viene celebrato con l'opera del Maestro Campionese Virgilio in cattedra. Si riprende la leggenda dell'Ara Coeli testimone della popolarità nel Medioevo e nel Rinascimento di Augusto, maturata grazie all'interpretazione cristiana.

Dalla Pinacoteca vaticana ammiriamo il Garofalo con Apparizione della Vergine ad Augusto e alla Sibilla. Abbiamo il cinquecentesco olio su tela Ritratto dell'imperatore Ottaviano Augusto, copia dalla perduta dei Cesari di Tiziano, di Bernardino Campi. Nella sezione dedicata a Carlo V spicca il Ritrovamento di Romolo e Remo di Peter Paul Rubens. Dal museo napoleonico arriva la copia di François Gerard, Napoleone I imperatore dei francesi, mentre dalla collezione Dino e Ernesta Santarelli il Busto ritratto di Federico II di Svevia. Infine il dipinto di Vittorio Alfieri, e la polemica Del Principe e delle lettere ci sollecita con il punto di vista di un repubblicano sull’alleanza tra intellettuali e potere politico.


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