giovedì 2 aprile 2015

Globalizzazione, sfruttamento, alienazione, pace rispettosa e partecipazione. Intervista a Pietro Ingrao (Roma, 10 maggio 2002)

Con tutta l'ingenuità e la spensieratezza dei miei diciassette anni.

A cura di Gabriele Santoro

Roma, 10 maggio 2002

Quale pensa sia la definizione più appropriata della parola globalizzazione?
Il significato più proprio della parola “globalizzazione” mi sembra quello che si riferisce ad una forte mutazione avvenuta nell’ultimo trentennio del Novecento, nelle forme del capitalismo mondiale.
Il secolo che è appena finito già si era aperto con una profonda innovazione nel sistema di produzione capitalistico: fu il “fordismo”, e prese questo nome dal ruolo grande che un grande industriale americano, Ford, ebbe nell’introdurre, nei sistemi industriali, i metodi di produzione tayloristici che qui possiamo richiamare ricordando ciò che è nell’industria fordista la catena di montaggio, quel metodo di lavoro in cui gli operai “montano” insieme, ciascuno un pezzo sulla catena che scorre, l’oggetto da produrre, per esempio (com’era per Ford) l’automobile. E ciò secondo ritmi rigorosi. Per dare un’idea di ciò che era il taylorismo-fordismo, e i metodi che usava nella costruzione di un oggetto si potrebbe proiettare lo splendido film di Charlie Chaplin “Tempi moderni”, che appunto evocava, in termini acuti ed esilaranti i modi in cui il fordismo usava plasmare gli operai e le operaie nella produzione di un bene, secondo calcoli e sistemi di lavoro frantumati e al tempo stesso connessi rigorosamente.

Il fordismo dette luogo -con le sue concentrazioni produttive- alle grandi città industriali del Novecento: ad esempio Chicago e Detroit, o, in Italia, Torino con la FIAT. Queste città e queste industrie concentrate divennero una specie di bandiere per le nazioni, e anche luogo e simbolo di grandi conflitti sociali e lotte di classe. Verso la fine del Novecento invece i metodi di produzione cambiano radicalmente, prima di tutto a seguito della nuova trasformazione che nei sistemi produttivi introduce la trama dei computer, e le rivoluzioni produttive che essa reca con sé. Si frantumano e si disseminano quelle che erano state grandi concentrazioni industriali. L’oggetto di consumo adesso sgorga dall’assemblaggio di prodotti (più esattamente: pezzi di prodotti) costruiti anche a grande distanza l’uno dall’altro, laddove la produzione di quello specifico pezzo appare più conveniente e meno costoso. E quindi, nel giro di alcuni decenni, le grandi città “cattedrali” industriali del Novecento hanno vissuto un gigantesco processo di “decentramento”, mediante il quale l’imprenditore capitalista frantumava e rimodellava, secondo i suoi bisogni e le sue convenienze, organizzazione del lavoro e figure produttive. Si realizzava spesso, così, un trascinante processo di precarizzazione della mano d’opera di dimensioni mondiali.

E’ stato così possibile al padrone capitalista di indebolire la forza collettiva di contrattazione che faticosamente sindacati e altre organizzazioni di classe avevano costruito nelle varie nazioni durante il secolo fordista, ed anche dislocare momenti e parti della produzione in luoghi e terre in cui la mano d’opera era a costo più basso e spesso era priva di organizzazione e di strumenti e tradizioni di difesa sociale. Inoltre da contratti a tempo pieno e di lunga durata si è passati a contratti di breve durata, diversi nei modi e nei luoghi, e si è potentemente allargata la massa di mano d’opera priva di certezza del proprio lavoro, con i deboli strumenti di tutela. La parola “globalizzazione”, a mio avviso evoca prima di tutto a queste straordinarie modificazioni che si sono compiute nella dislocazione e nei modi di lavoro, e quindi nelle retribuzioni e nei sistemi di vita di milioni e milioni di esseri umani.
Di fronte a queste sconvolgenti mutazioni dell’agire lavorativo un aspetto della nostra vita -la formazione- è diventato ancor più importante, perché dai saperi (e dei saperi in continua mutazione) vengono, ancora più di prima, dipendere le possibilità di trovare lavoro e di evitare che si aggravi drammaticamente lo sfruttamento prima di tutto del mondo proletario.

E’ da sottolineare che la nuova dimensione globale di cui stiamo parlando rende ancor più acuto e manifesto il problema della sorte di miliardi esseri umani, che oggi nascono e vivono in quelli che chiamiamo i continenti della fame, in quel “Sud del mondo”, da cui così spesso partono verso le coste d’Europa, nelle mani di negrieri, quei battelli disperati, carichi di esseri umani che fanno la fame nei loro paesi d’origine e sperano di trovare un lavoro e un tozzo di pane nell’Occidente euro-americano. E’ da aggiungere però che la parola “globalizzazione” è anche termine che allude in generale alle innovazioni grandiose che ci consentano di giungere rapidamente, nei più lontani angoli della terra, e anche di incontrare nella via prossima alla nostra casa gente di continenti estremi: e così in un certo modo ci fanno sentire ormai cittadini del mondo. A dilatare questo significato della parola “globalizzazione” contribuisce l’espansione nel mondo di una lingua: l’inglese, che è diventata così una sorta di Koinè, e in ogni caso lo strumento di comunicazione adottato nella stragrande maggioranza degli incontri e convegni di ricerca scientifica, e di confronto dei saperi.

Cosa si può fare per bloccare il meccanismo perverso che lega guerra ed economia?
Che le industrie di guerra, sorte in Europa e in America negli ultimi due secoli, siano state spesso dei focolai di conflitto e sostenitori diretti e riconosciuti di avventure belliche è fenomeno clamoroso e ricostruito scientificamente nella storia del Novecento (ci sono persino nomi che in questo senso sono diventati un simbolo mondiale: Krupp, per esempio). Ma io metterei in guardia da una lettura troppo meccanica delle cose. Certo: ci sono i mercanti di cannoni e quanto hanno pesato negli urti che hanno insanguinato la storia degli ultimi due secoli. Ma la guerra è fenomeno complesso: chiama in causa chiaramente gli Stati, e quindi la politica, i rapporti fra le classi, e anche – e molto- i sistemi di pensiero, le ideologie socio-politiche e le strutture cresciute negli ultimi due secoli, come i partiti e i sindacati. E hanno pesato tragicamente le convinzioni religiose e i conflitti tra i credi: quanti conflitti armati furono chiamati “guerra santa”, e combattute in nome di Dio (ricordate la frase famosa: “Dio lo vuole…”)!

E veniamo all’oggi. Io ho espresso critiche aspre alle guerre che hanno insanguinato l’ultimo decennio del Novecento. E ho molte riserve anche nei confronti della guerra recente condotta sotto la guida degli Stati Uniti, in Afganistan, anche se ho un’idea pessima di Bin Laden e dei talebani. Ma non credo a una lettura degli Stati Uniti come “l’impero del male” (per usare una frase che un presidente americano usò per qualificare il nemico sovietico). C’è un imperialismo americano che di certo è duramente presente oggi nella politica di Bush e nella strategia dei suoi più stretti collaboratori (da Cheney a Condoleezza Rice). E senza alcun dubbio gli USA sono alla testa nella produzione degli strumenti di guerra e i capofila nelle guerre che hanno segnato sanguinosamente l’ultimo decennio del Novecento. Questa supremazia americana ha trovato nuovi sviluppi, dopo il clamoroso attacco terroristico che ha frantumato quei grattacieli di New York, e secondo strategie non ancora del tutto chiare ed univoche.

Per fare solo un esempio: quando è diventato presidente George junior Bush è parso che egli volesse mettere da canto la NATO, l’alleanza con gli Stati europei, che l’ex-presidente Clinton invece aveva rilanciato. Almeno io, ma non solo, ebbi l’impressione che in politica estera la nuova presidenza americana volesse mantenere una alleanza stretta solo con il governo inglese guidato da Blair.
Successivamente invece Bush ha rimesso in campo la NATO: per usarla -mi sembra- come attore del nuovo patto con il russo Putin, sancito settimane or sono in terra italiana a Pratica di Mare. Quindi anche il sistema di relazioni mondiali a direzione americana, è più complicato di quanto possa sembrare a una prima analisi sommaria. Se posso dirlo con una frase breve, la politica mondiale e anche quella del gigante americano è più complessa di quello che può apparire ad un esame sommario. E’ un consiglio che mi permetto di dare ai miei giovani interlocutori io che pure in qualche modo ho lottato nella parte avversa al capitalismo euro-americano.

Quanto ai modi con cui misurarsi con il possente imperialismo americano, ho cercato di ragionare a lungo su questo tema arduo e delicato in una intervista uscita ai primi di giugno sul quotidiano “Liberazione”, ed ad essa rimando. In quell’intervista sostengo che le azioni bellissime di minoranze pacifiste generose non possono bastare a fermare il ritorno terribile della guerra nella vita degli esseri umani. Anzi -questo sostengo io- oggi siamo di fronte a una cupa e grave “normalizzazione” della guerra, e alla triste scomparsa della parola “disarmo” dal vocabolario delle élites politiche dell’Occidente. Se può interessare, in quella intervista cerco di ragionare sulla portata delle innovazioni drammatiche che stanno avvenendo in questo pianeta, e sottolineo la necessità di uno schieramento pacifista che costruisca una lotta di massa di forze politiche e di Stati contro questa normalizzazione dell’uccidere di massa.

E’ da dire che il tema della guerra non riparte soltanto dalle sponde euroatlantiche. Sono in atto due eventi tragici che si svolgono ai bordi dell’Europa: la guerra fra Israele e il disperso e disperato popolo palestinese, da cui sgorga ormai da anni sangue e devastazione umana, e c’è il timore che un conflitto possa scoppiare anche tra Pakistan e India sulla questione del Kashmir. E India e Pakistan sono ambedue potenze atomiche. Questo è il quadro drammatico che si presenta oggi nel globo. Sono in campo temi ardenti e questioni che riguardano la vita di milioni di esseri umani. Ciò che accadrà in questa era della “globalizzazione” dipende per tanta parte da ciò che faranno e vorranno i giovani che adesso si aprono alla storia del mondo, e dal modo con cui nelle aule di scuola ragionano sull’oggi e su ciò che accadde nel cuore del Novecento alla mia generazione.

Che cosa resta del pacifismo?
La mia critica al capitalismo non è solo fondata sulla questione bellica. A me premeva ribadire che la critica al capitalismo non stesse solo in questo, che cioè la critica al capitalismo sia fondata solo sulla questione bellica e cioè sulle catastrofi provocate dalla guerra,che però questo sia un punto di critica del capitalismo è fondamentale. Gli eventi più grandi che si sono compiuti nell’ultimo quarto di secolo e nell’ultimo decennio riguardano secondo me lo sviluppo terribile che ha avuto l’azione armata. C’è stato un ritorno sul campo della guerra e della valorizzazione persino della guerra nella forma della “guerra giusta” che secondo me è impressionante, la parola che invece nella mia generazione ha avuto un ruolo importante cioè la parola disarmo, è completamente scomparsa. Della parola disarmo non si parla più e si è arrivati ormai a una moltiplicazione delle forme di armi e a sviluppi che dovrebbero essere fermati. La parola “meccanismo” a me non piace perché può dare una idea secca, schematica, io insisto nella convinzione che il capitalismo è molto più complicato, astuto, più complesso, ad ogni modo questa è una mia osservazione.

Certo parlare di questo significa sottolineare che il problema della pace, la questione della lotta per la pace, prende un'urgenza che forse non ha mai avuto come oggi la terza guerra mondiale è una cosa che spaventa, io mi ricordo come abbiamo vissuto la seconda guerra mondiale, quanto ci ha fatto paura, e quante lacrime e quanto sangue, eppure noi uscimmo da quella esperienza la lotta antifascista e la guerra contro Hitler e Mussolini, con una forte sensazione che fosse avvenuto qualcosa che doveva cambiare le nostre vite. C’è un libro che per la mia generazione è stato molto importante “Lettere dei condannati a morte per la resistenza”, sono lettere di persone che vanno a morire, non solo c’è tutto il pathos di che cosa vuol dire la lotta, la morte, in molti casi la tortura, le cose terribili che abbiamo vissuto, i campi di sterminio, la morte di massa. Noi avevamo l’impressione che era accaduto qualcosa che non si poteva più ripetere, che il mondo aveva capito o che avrebbe dovuto capire.

Come io vedo l’oggi è impressionante, quella questione che dentro la mia generazione c’è stata in quegli anni, oggi se io guardo Giuliano mio nipote, probabilmente non c’è come noi l’abbiamo sentita allora e come poi è venuta fuori centuplicata con la questione dell’atomica e il livello delle armi che è stato raggiunto. Io mi ricordo nel ’38 che maturai prima che scoppiasse la guerra come antifascista e la vedevo come un modo per ritrovare la libertà, poi non ho esitato a dirmi pacifista, il pacifismo come convinzione e opposizione alle armi. Nei prossimi giorni ci sarà ancora una marcia per la pace ad Assisi, evento importante per uomini della mia generazione, ho di la le foto, ci ho portato i miei figli, poteva sembrare una cosa patetica, però veniva da questo problema, cosa erano diventate le armi e che cosa si poteva fare.

Pensa che allo stato attuale delle cose si possa raggiungere, oltre a una pace possibile, una pace giusta tra Israele e il popolo palestinese?
Questo è un conflitto terribile, perché io non posso scordarmi quello che hanno passato gli ebrei cosa è stato la loro sorte sotto il nazi-fascismo, ho anche familiari che si sono trovati a vivere questo problema in modo molto duro e quindi insomma comprendo la passione con cui si difendono dopo quello che hanno patito nella vita dei secoli, però contemporaneamente i palestinesi sono un popolo, io ho fatto la lotta perché l’Italia fosse padrona nel suo territorio. Stiamo vivendo una cosa terribile da cui si esce solo con un riconoscimento reciproco, la questione ebraica è stata una questione costituente nella vita delle persone e contemporaneamente i palestinesi per quello che sono come popolo ma anche come simbolo di tutto un mondo che oggi sta in ginocchio, perché quando parliamo dei palestinesi parliamo anche di tutta la popolazione del mondo arabo, l’Africa, zone dell’Asia, parti dell’America Latina cioè di miliardi di persone che sono un gradino sotto rispetto a noi.

Una osservazione la vorrei fare su questa espressione; tu parli di una pace giusta, ho un dubbio sulla parola giusto, giustizia, non ti vede sembrare strano è una parola su cui ho dei dubbi: esiste davvero giustizia? E’ molto relativo il concetto di giustizia, io non lo farei mai il giudice, perché al momento in cui dovrei dare la condanna mi verrebbe in mente: quello che io sto condannando, che guai ha passato, io da fuori riesco a vedere quello che è giusto o non è giusto per lui. Non saprei fare il giudice, per dire come è difficile dire cose giuste, figurati la pace giusta, chi la sa trovare? In alcune cose che ho scritto faccio riferimento alla Cappella Sistina, Michelangelo e la rappresentazione che fa del Cristo che con la mano alzata manda all’inferno o al paradiso, è un Cristo terribile, grande opera d’arte, quel Cristo lì non mi piace, ma che sappiamo quando condanniamo un assassino, quindi credo che la pace giusta sia difficile mentre è possibile una pace rispettosa.

In conclusione può dare un consiglio a quei ragazzi che non credono che il mondo che ci stanno vendendo sia così perfetto e cercano di costruire un'alternativa possibile?
Che consiglio dare? Ma io sono in una età in cui uno dovrebbe smettere di dare consigli, voi siete un'altra storia e di conseguenza molto diversi da noi. Avete già tanti maestri in cattedra, che vi danno consigli, per cui mettermi anch’io, in ogni modo se proprio un consiglio lo vogliamo dare io direi uno, partecipare, stare in campo non stare alla finestra, questo mi sento di consigliarlo a voi con l’esperienza di tutta una vita. Quella di attendere lo svolgimento degli avvenimenti senza partecipare è un' illusione poiché i problemi sono talmente invasivi e siete tutti talmente nelle cose che come vi salvate stando alla finestra, quindi il consiglio è partecipare e partecipare in tempo.

Attenti che io mi sono trovato di fronte a una situazione, quando avevo venti anni, in cui eravamo già molto in ritardo, abbiamo dovuto correre in fretta per rimediare. Adesso faccio l’esempio della Francia chi avrebbe mai pensato, che uno come Le Pen avrebbe raggiunto quei risultati, state attenti a non accorgervi troppo tardi che bisogna partecipare. Certo poi i livelli possono essere molto diversi, quelli che ho vissuto io sono stati ossessivi, la politica prendeva tutta la giornata veniva prima di tutto e facevamo politica in ogni momento forse commettevamo degli sbagli. Non si può dimenticare che a questa attività politica hanno partecipato milioni e milioni di persone e non era vero che eravamo servi di Mosca, fossimo stati servi la spiegazione sarebbe stata molto più semplice, fu tutto un errore? Ma no, facevamo delle cose importanti per il paese, certo molti errori di valutazione furono fatti sull’Unione Sovietica, ma io ho visto tante persone, che si alzavano la mattina per andare sul posto di lavoro e dopo andavano in sezione e stavano lì fino alle nove, dieci di sera e poi c’era la riunione della cellula e si finiva a mezzanotte, guadagnavano quattro soldi, ne ho conosciuti tanti uomini e donne.

Insomma però nonostante tutti gli errori, siamo stati dentro la lotta, state attenti voi della vostra generazione, perché adesso è ancora più difficile la politica, noi agivamo su scala della nazione e poi su scala europea, ora l’arena s’è allargata; dovessi dirla semplicemente con un’espressione: non ti salvi, non ti fare illusioni o stai dentro alla lotta politica oppure alla fine la paghi anche tu.

sabato 21 marzo 2015

Storia di un Fablab a Porto Marghera e di un'altra idea di lavoro


di Gabriele Santoro

La voce dell'orafo Francesco Pavan si riscalda, si alza di un tono, quando parla dell'ambra. Quel composto costituito da carbonio, idrogeno e, in quantità variabile, a seconda dell'origine, da acido succinico, che scaturisce dalla coagulazione della resina arborea e non ha forma propria. È trasparente, traslucida od opaca. Sulle rive baltiche da oltre ventimila anni le onde fanno emergere la materia dal fondale marino. L'oro del Baltico, che incorpora la luce solare, dal cui nome greco discende il nostro termine elettricità.

Dalla preistoria il commercio dell'ambra ha instaurato legami e influenze economiche, culturali e religiose dai paesi del nord Europa al mondo Mediterraneo, fino alla Siria, attraverso il crocevia Italia. Tra il XII e il X secolo a.C., nel Bronzo finale, l'alto Adriatico divenne l'epicentro di traffici e scambi interculturali. In località Frattesina di Fratta Polesine, nei pressi di Rovigo, su un ramo deltizio del Po, splendono ritrovamenti significativi, come un'officina. Scavi abbastanza recenti a Grignano Polesine hanno rinvenuto blocchetti di ambra grezza, perle e scarti della catena di lavorazione, che raffigurano la vocazione del territorio. Pavan non si capacita ancora della maniera in cui ai primordi veniva incisa l'ambra. Da archeologo sperimentale ha ricreato sull'archetipo di utensili vecchissimi punte per incidere, perforare e limare. D'altra parte gli antichi gioiellieri ebbero un ruolo chiave nello scoprire metodi di trattamento dei metalli e le tecniche di saldatura dell'oro, riluttante a formare composti con altri. Lui rincorre la purezza e l'essenzialità di forme da far rivivere. «Senza il passato mi sentirei smarrito, perderemmo tanto. La tecnologia, quando tradisce la storia, è fine a se stessa. Guai a dimenticarsi la ricchezza dell'articolazione delle mani. La manualità, che esercitai nel laboratorio dell'Istituto d'arte di Venezia, vuol dire partecipazione», dice.

Riattivare la via dell'ambra resta un suo sogno ambizioso, quanto quello dei mercanti dell'Età del Bronzo che l'esportavano dai paesi baltici alle coste italiane, dove era levigata per poi essere commercializzata. A Mestre, nella bottega fondata vent'anni fa, si mostra reattivo alle trasformazioni in atto, perché l'artigianato non è decontestualizzabile dal rinnovamento delle pratiche socioeconomiche. Pavan trae linfa dagli incontri con linguaggi apparentemente lontani, come quello computazionale dei giovani architetti plurispecializzati che animano il Fablab Venezia. Le giornate trascorrono intensamente nei cento metri quadrati del laboratorio di fabbricazione digitale, nel cuore del Parco tecnologico Vega, dove s'intessono relazioni destinate a durare e circolano idee, che traggono vitalità dalla sintesi continua fra pensiero e azione. La fermata del treno è Porto Marghera, ma in questo luogo la concezione di economia è antitetica a quella di chi ha avvelenato vie respiratorie, pelle e ossa degli operai, l'aria e il mare.

«La nostra attività si giova dei riscontri quotidiani e dell'entusiasmo di molti artigiani, come Pavan, e della piccola impresa, sovente decimata dal deficit d'innovazione. Sono decisamente più lungimiranti delle associazioni di categoria che li rappresentano. Sta nascendo la figura dell'artigiano digitale. Per riuscire in questo mestiere devi possedere basi di disegno, geometria, matematica, arti figurative e linguaggi informatici», spiega l'amministratore Elia De Tomasi. Hanno in cantiere prossime collaborazioni con rilevanti filiere del manifatturiero veneto, dall'oreficeria di Vicenza al calzaturiero del Brenta. La domanda verte soprattutto sulla modellazione e sulla prototipazione. È richiesto ormai di progettare il prodotto in ottica della fabbricazione digitale. Viene meno quella presunta conflittualità tra industria e artigianato associata alla rivoluzione industriale: quantità e qualità non si contrappongono. Sull'isola di Murano, già a metà del Quattrocento, le vetrerie usavano metodi e divisione del lavoro prettamente industriali.

Stefano Micelli, docente dell'Università Ca' Foscari insignito del Compasso d'oro, la definisce una contaminazione virtuosa. I Fablab si sostituiscono alle strutture di trasferimento tecnologico, che spesso non hanno funzionato, mescolando la soggettività dell'eredità artigianale con nuovi processi.
«È importante il loro tentativo. Ne condivido l'orizzonte. Le specializzazioni e gli strumenti multifunzionali gli consentono di diversificare l'offerta dei servizi (modellazione grafica tridimensionale e computazionale, fabbricazione e prototipazione, taglio laser, fresatura, stampa 3D, sviluppo software, applicazioni Arduino e Web Design). Il loro contributo velocizza i miei tempi. Salto passaggi laboriosi senza perdere la precisione. La ricerca apre spazi di mercato inediti. Faccio l'incisione, lo sbalzo, il cesello, ma così si amplia lo spettro di soluzioni utili. Gli oggetti ripassano sempre fra le mie mani per assumere un carattere insostituibile. Senza la padronanza delle tecniche classiche è difficile che venga fuori qualcosa di particolare», sottolinea Pavan.

L'autonomia è un tratto determinante di questa iniziativa imprenditoriale, che non ha atteso le lentezze, le chiusure delle baronie universitarie e la scarsità complicata dei bandi pubblici. I quattro soci hanno investito una piccola quota (mille euro a testa per l'avvio della start up), per poi aggiungere la liquidità per l'acquisto o affitto delle macchine, che hanno costi accessibili. Tre sono architetti, che dopo la laurea hanno intrapreso strade differenti, prima di ricongiungersi con una volontà: conciliare il mondo della fabbricazione digitale con quello degli artigiani, del design autoprodotto e dell'architettura. Elia De Tomasi, veronese classe '78, ha conseguito un master in architettura digitale presso lo IUAV. Svezzato nello studio del padre, è anche collaboratore dello scultore Gianfranco Meggiato. Leonidas Paterakis, dopo la gavetta in vari studi, è volato a Barcellona per un master all'Institute for advanced architecure of Catalonia. Nel prezioso Fablab accademico ha preso coscienza delle potenzialità delle apparecchiature che oggi cura. Andrea Boscolo, per anni in studi d'architettura di livello internazionale, ha testato le applicazioni della fabbricazione digitale nel settore. Enrico Manganaro è un graphic ed editorial designer. Design e artigianato si ricongiungono, rievocando quasi William Morris,fra i principali fondatori del movimento delle Arts and Crafts: «Un designer dovrebbe sempre capire a fondo lo speciale processo di manifattura con cui ha a che fare o il risultato sarà un puro e semplice tour de force. D'altro lato è il piacere di capire le possibilità di un dato materiale e di usarle per suggerire la bellezza naturale e l'accadimento ciò che dà all'arte decorativa la sua raison d'être».

In dodici mesi hanno radicato l'impresa in una posizione di forza, e al contempo dialogica con l'università e il tessuto produttivo locale. L'organizzazione del lavoro è uno degli ambiti d'osservazione più interessanti all'interno del Fablab. Potremmo sintetizzarla in una geometria variabile, dove le competenze individuali s'intersecano in un modello ibrido non riconducibile alla catena di montaggio, ma neanche alla bottega artigianale. L'obiettivo è l'interscambiabilità in tutte le fasi. «Si adatta con successo alla nostra realtà. Il ridotto numero di personale si fronteggia con le conoscenze diffuse e l'alternanza sostenibile, che permette di prendere grossi carichi di commissioni. Studiamo in vitro un'organizzazione che mantiene delle criticità e andrà messa a punto, per poi essere traslata su scale più complesse. L'archetipo elaborato e attuato verrà alla luce nei prossimi anni», sostiene Elia.

S'illuminano gli occhi a guardare la prima grande opera esposta dal Fablab per Across Chinese Cities, un evento promosso dalla Beijing design week, collaterale alla Biennale di architettura di Venezia 2014. Il più imponente plastico realizzato in Italia con la stampa 3D, per numero di oggetti, per la loro complessità e varietà tipologica. È composto da cinque sezioni di 7.5 metri l'una, millecinquecento pezzi stampati e rifiniti a mano. Sessanta giorni d'impegno per ricostruire lo stravolgimento urbanistico di Pechino dal 1488 a oggi, partendo dal caso del paradigmatico quartiere di Dashilar, che compie seicento anni e la cui struttura architettonica riflette il volto originario della capitale cinese. Il distretto più vecchio della città è stato presentato in una sorta di dialogo spazio temporale con le macroscopiche trasformazioni dell'intera area urbana. Dashilar è coinvolto in un processo di rivitalizzazione architettonica e vuole comunicarlo al mondo, integrando strategie d'intervento che comunque tramandino ai posteri le peculiarità del quartiere. «La proposta ci apparve improba ma irrinunciabile per dimostrare le nostre abilità», ripetono in coro.

Fondamentale è stata la collaborazione con una ditta ad alto coefficiente d'innovazione, qual è la Wasp di Massalombarda, inventrice di stampanti 3D di ottima affidabilità e qualità. Corrono verso la concretizzazione di un'idea coraggiosa: un modulo abitativo alternativo per le bidonville che si moltiplicano a dismisura a causa dell'urbanizzazione selvaggia. Passo dopo passo la stampante GigaDelta, alta dodici metri, si affina e produrrà case ecosostenibili in argilla. In questa avventura il rapporto uomo macchina si contraddistingue per la dinamicità. Le conoscenze accrescono grazie agli errori. Quando è necessario si svolta: l'esperienza pratica esplora la potenzialità del mezzo. La squadra ha per esempio appena risolto un problema decisivo. Un nuovo estrusore ora controlla i movimenti della stampa 3D e i flussi del materiale estruso. «L’ostacolo più ingombrante che si frapponeva al traguardo della GigaDelta è stato l’estrusione. Abbiamo provato davvero tante soluzioni in un'incessante ricerca. Infine ci siamo ispirati alla vespa vasaia che deposita materiale e va a procurarselo, quando è finito. Il dispositivo con quel medesimo sistema riduce al minimo il consumo di energia per comporre gli oggetti. Si tratta a nostro avviso di una rivoluzione non solo in termini di edilizia. A breve costruiremo una stampante in grado di fare la casa», affermano.

Ivo Sassi, ceramista di fama internazionale, è attento al connubio inedito tra arte ceramica e stampa 3D, che Wasp declina. Il maestro faentino ha dipinto e cotto pezzi stampati da loro. Fino a dove si può spingere la sinergia tra sostanze dalla datazione millenaria e la moderna tecnologia? Per esempio la porcellana, prodotta per la prima volta sotto la dinastia T'ang (618-906 d.C.), è uno dei più consistenti contributi cinesi allo sviluppo tecnologico. «Architetti, scultori e pittori dobbiamo rivolgerci all'artigianato. L'artista è un artigiano di grado elevato. Ma l'abilità artigianale è essenziale per ogni artista. In essa infatti è la fonte dell'immaginazione creatrice. Lasciateci creare una nuova corporazione di artigiani senza quelle distinzioni di classe che alzano un'arrogante barriera fra artigiano e artista. Lasciate che insieme progettiamo e creiamo la nuova costruzione del futuro», indicava Walter Gropius.

Anche il Fablab lagunare si confronta con questa sfida. Arsine Nazarian ha compiuto studi classici e filosofici a Roma e Venezia, scoprendo la passione per la sensualità della terra. Dopo un periodo di formazione sulla ceramica più tradizionale, la maiolica, presso i maestri di Bassano del Grappa, e del raku, la scelta è ricaduta sul grès, le terre semi-refrattarie e la porcellana. «La meraviglia per la materia ha qualcosa di magico, atavico. Ricordo le espressioni di stupore dei ragazzi del Fablab, suscitate dal vedere la genesi di un progetto mediato dall'esperienza tattile con la terra. I materiali pretendono un'interazione, per capirne e considerarne le proprietà prima di procedere per esempio con gli impasti», dice Arsine. Lei non ha smaltito la perplessità con cui si è avvicinata alla meccanica informatica, preoccupata dalla progressiva perdita della manualità e dall'adesione acritica ai macchinari. Ma non si priva della curiosità per le prospettive e gli impulsi progettuali tutti da disvelare. «Non avevamo mai messo le mani nella ceramica. Il risultato della stampa lo riprendiamo in tre. Gli sviluppi, potenzialmente, sono incredibili. La macchina non toglie il lavoro alla ceramista.

Entrambi piuttosto lo procurano a tre architetti. Lo stesso avviene con il falegname. Abbiamo fatto una libreria, un tavolo e c'è una parete per l'arrampicata in legno. È un'opportunità per riconvertire tantissimi architetti disoccupati. Abbiamo assistito da vicino all'ecatombe di amici emigrati all'estero, che invece potrebbero riadattarsi qui in un'inedita figura professionale», sottolinea Elia. E allora ci viene in soccorso John Ruskin: «Sarebbe bene che tutti noi fossimo buoni artigiani in qualche campo e che il disonore del lavoro manuale scomparisse del tutto. In ogni professione, nessun maestro dovrebbe sentirsi troppo orgoglioso per fare il più pesante».

A Bassano del Grappa, dice Arsine, sono rimaste solo le vecchie vestigia del mondo ceramico. Una passeggiata nel centro della città aiuta a constatare la mutazione dell'ultimo ventennio. Le botteghe, spesso di tradizione familiare, chiudono. Alla ricerca del profitto immediato e della massima competitività sembra essersi spezzata la trasmissione dei saperi propria dell'artigiano. In questo senso i recentissimi dati della Cgia di Mestre appaiono esemplificativi. L'ufficio studi stima la perdita di 51.500 posti di lavoro nell'artigianato nel 2014. Ottantottomila botteghe hanno alzato la saracinesca per la prima volta, 108mila l'hanno abbassata, con un saldo negativo di - 20393. Allargando il periodo in esame dal 2009, identificato dalla Cgia come anno zero della crisi, ne sono scomparse 94.400, da 1466000 a 1371500. Il Veneto si classifica ai piedi del podio: registra la cessazione di 9934 imprese. Il comparto delle attività di natura artistica, legate all'artigianato, è uno dei maggiormente colpiti (meno 11%). Le falegnamerie, il tessile, l'abbigliamento e le calzature (-5409 complessivo) sono in sofferenza. In coda al rapporto leggiamo la lunga lista dei mestieri, oltre una ventina, che sono scomparsi o stanno scomparendo dalle città e dalle campagne.

A fronte dello scenario recessivo tratteggiato dai numeri, Micelli nel testo Futuro artigiano (Marsilio, 200 pagine, 18 euro) prefigura una primavera possibile. Tramontati il modello dei distretti industriali, protagonista dello sviluppo italiano negli anni Ottanta e Novanta, e il mito antropologico dell'artigiano italiano locale, affiora una piccola e media impresa, a cavallo tra artigianato e alta tecnologia, che dal territorio si proietta sul mercato globale. Il manifatturiero, vitale per il paese, dovrebbe ridefinire le categorie dell'innovazione e del consumo. Una delle priorità è rifondare il rapporto fra artigiano e industria su una corretta gestione della proprietà intellettuale e su un'equa ripartizione dei benefici, al fine di stabilire percorsi condivisi. Dovrebbe estinguersi la distinzione fra l'oggetto d'artigianato e quello fabbricato a macchina, cioè il prodotto industriale. «L'artigiano è chiamato a reinventarsi come racconto di sé e della sua storia. La frammentazione del processo industriale a scala globale consentono di rimettere la sapienza artigiana all'interno di filiere che ne riconoscano il valore economico», scrive l'autore.

Un dato acquisito è il calo, imputabile molto alla carenza del sistema formativo, delle vocazioni per molti dei mestieri che Denis Diderot raccolse nell'Encyclopédie. Pavan non riconosce più l'Istituto d'arte di Venezia, divenuta in seguito a poco avvedute riforme un Liceo artistico. Per frequentare istituti post laurea di buon livello, dedicati alla manifattura digitale, occorre trasferirsi a Stoccarda, Francoforte, Londra o in Spagna. «Più che a livello universitario intravedo un cambiamento negli istituti tecnici, dove queste tecnologie a basso costo diventano la leva per riproporre un modello scolastico un po' appannato. Nel Nord Est con Fablab scuola si cerca di cucire una rete fra i laboratori dentro e fuori dalle scuole. Gli studenti gestiscono direttamente campagne di crowdfunding per finanziare piani innovativi e l'acquisto degli strumenti. L'interpretazione delle statistiche, che certificano la crisi, deve essere dinamica. Quei saperi restano un patrimonio straordinario, da non dissipare nella contemporaneità. I fablab possono cavalcare la tendenza all'innovazione del passato, creando un'occupazione ad alta qualifica», aggiunge Micelli.

Al protocollo della Fondazione Nordest aderisce il fablab veneziano, che ha inaugurato una sezione didattica per bambini e adolescenti fino all'età di sedici anni. La sfida comincia dall'educazione. L'intento è di riappropriarsi della cultura materiale, che ci circonda, e di un senso più profondo delle connessioni che ci legano agli oggetti con cui conviviamo. I giovani sperimentano linguaggi di programmazione e disegno semplificati. Si arrangiano nell'arte di aggiustare le cose. Assemblano o smontano giocattoli. «La divulgazione è una nostra missione. Vogliamo stimolare cittadini che si affacciano all'autofabbricazione, rendendoli più consci sui temi della sostenibilità e del riuso. Non è semplice contrastare la logica consumistica dell'usa e getta con la quale si concepisce il mondo. La considero il limite maggiore da superare. Nel caso di idee fertili la condivisione porta a un'accelerazione dello sviluppo. Ciò è avvenuto con il movimento open source nel campo dell'hardware, dal boom delle stampanti 3D consumer ad Arduino nell'elettronica. Il Fablab veicola questo tipo di accelerazione», riassume Leonidas. Il fine ultimo, ricorda Andrea, è di contribuire alla costruzione di una società con cittadini pensanti, che si circondino di cose di cui abbiano effettivamente bisogno. Le cose intorno a noi determinano lo spazio d'azione, regolano molte delle nostre scelte. Gli input della fabbricazione digitale, dell'open source, uniti alle filosofie dell'autoproduzione, si muovono nella direzione di un'interazione attiva con il mondo reale.

Fablab pullulano un po' ovunque in Italia. In Veneto un bando regionale di finanziamento ha attratto centinaia di candidature. Nei prossimi sette anni la Regione investirà centodieci milioni di euro di fondi europei sul digitale (banda larga, digitalizzazione delle aziende), due dei quali riservati alla nascita di una ventina di fablab. L'euforia figlia della novità non è buona consigliera per un'analisi seria delle possibilità di convertire questa energia in economia. Insomma, sussiste il rischio di una bolla eco-mediatica? «L'abbiamo analizzata con lo schema della curva di Gartner - conclude Elia -. Siamo consapevoli quanto i fablab e la stampa 3D siano in una fase di picco. Attendiamo un avvallamento e poi un piano nella produttività per il quale ci attrezziamo. Ora differenziamo l'attività per prevenire il contraccolpo di una bolla. Tantissime strutture, che al momento proliferano, scompariranno nel giro di un biennio. Il modello di business si regge solo con competenze robuste, e il disegno è il nostro punto di forza. Dobbiamo collegare le risorse dalle fondamenta più solide per un’altra cultura del lavoro».


domenica 15 marzo 2015

Zerocalcare, perché il cuore sta a Kobanê

Il Messaggero, sezione Macro pag. 1-21,
15 Marzo 2015

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

L’INTERVISTA
L'ultima frontiera esplorata dal fumetto italiano è quella del giornalismo con un corrispondente sui generis, autoinviatosi in una zona di guerra. Zerocalcare a Kobane, nell'ambito di una staffetta di solidarietà umanitaria e politica partita da Roma, ci ha messo il cuore, dunque la sincerità. E ne ha anche disegnato uno bellissimo nello storione Kobane Calling, che ha conquistato i lettori. Internazionale ha ristampato il numero, dopo aver esaurito in edicola 140mila copie. Album da disegno, matite e pennarelli al servizio di una causa solo parzialmente raccontata. Il trentunenne Michele Rech conferma la cifra distintiva dell'eclettismo nello stile grafico e nei linguaggi. Il suo fumetto d'autore, umoristico e popolare tocca in qualche modo la quotidianità di tutti, e i numeri della casa editrice BAO Publishing stanno a dimostrarlo. Dimentica il mio nome è giunto alla terza ristampa con 95mila copie vendute in tre mesi. Dal debutto, impareggiabile, La profezia dell'armadillo cinque volumi per oltre 200mila copie. Zerocalcare interpreta lo spirito dell'epoca della crossmedialità, dalla carta al blog. Oggi alle 15 chiuderà con il collega Gipi la sesta edizione di Libri come presso l'Auditorium Parco della Musica.

Zerocalcare, perché il cuore sta a Kobane?

«L'andare via dal mio quartiere, Rebibbia, mi crea uno stato d'ansia. Ho l'impressione che sia il centro del mondo e, allontanandomi, ne perderei il ciclo vitale degli avvenimenti. Paradossalmente nel raggiungere la periferia, della periferia dell'impero, dove l'energia elettrica è razionata, ho provato la meraviglia dell'assenza di sradicamento. La sensazione, in quel dato momento storico, era che Kobane illuminasse il mondo con l'esempio di ciò che stava succedendo. Nella prospettiva della lotta libertaria e antiautoritaria delle combattenti del YJA Star (Unione delle donne libere) e del YJG ho visto concretizzarsi insegnamenti e valori in cui ho sempre creduto. La zona di Rojava, le tre province a larga maggioranza curda nel nord della Siria, rappresenta un prezioso esperimento di autogestione democratica. Una regione autonoma con organi decisionali che rispondono ad assemblee popolari e osservano un delicato equilibrio etnico. Sarei riuscito a disegnarla solo col cuore».

In che modo è stata percepita la vostra presenza?

«Nonostante tutte le differenze, gli ostacoli linguistici, ci hanno accolti e integrato nella quotidianità del villaggio. Ci hanno chiesto di non utilizzare la parola ospite, perché a modo nostro, simbolicamente, eravamo dentro quell'esperienza di resistenza. I curdi si lamentavano dei passaggi assai fugaci dei cronisti, che non hanno mai vissuto insieme a loro».

Anche la moda, con linee di capi d'abbigliamento, si è ispirata alla tenuta delle guerrigliere curde. Che cosa c'è oltre quell'immagine accattivante e un po' stereotipata?
«In Italia ci siamo focalizzati sulla figura della donna combattente, in maniera un po' folcloristica, anche se le donne hanno condotto una parte consistente delle operazioni contro le forze dello Stato Islamico. La rivoluzione nel Rojava ha messo la donna al centro della società, dalle responsabilità sociali alla rappresentanza politica. È una consapevole conquista sociale, non imposta dall'alto. I luoghi che abbiamo visitato (campo profughi, villaggi, cittadina) erano tutti guidati da donne. Anche l'ultimo dei contadini, non scolarizzato, ti spiega quanto in questa lotta di liberazione siano dirimenti l'emancipazione e la centralità della donna».

Nel reportage fumettistico su Kobane l'ha messa a disagio la riproduzione dell'immaginario dell'Isis? Sulle tavole le milizie nere appaiono sfumate.
«Non riesco a trovare una chiave interpretativa e grafica di quel male. La funzionalità del loro marketing sconcerta. Un'efferatezza dura da smitizzare senza ricorrere a semplificazioni. Almeno io non ci sono riuscito né nella mia testa in quei giorni né all'interno del fumetto. Ho messo nero su bianco percezioni appena accennate di un disvelamento».

Davvero il mestiere di disegnatore è stato solo un modo per sfuggire all'impiego in aeroporto o alle ripetizioni?
«Sbagli a non crederci. Solo nell'ultimo mese ho accettato l'idea che posso lasciare le ripetizioni, essendo diventata questa effettivamente la mia fonte di reddito unica. Sì, ho cominciato per sottrarmi alla giornata venduta per salario. Non ho mai avuto il sacro fuoco del disegnatore».

Ha dichiarato di vivere una contraddizione gigantesca tra la comunità da cui proviene, per sintesi quella dei centri sociali, e il mondo altro con cui deve interloquire. Il tema dell'identità l'affronta in “Dimentica il mio nome”. Ha imparato a gestire l'antitesi?

«Non la gestisco. Non riesco a farci pace. Lo sforzo più grosso della mia giornata consiste nel cercare di non fare esplodere tutte queste contraddizioni, percorrendo una strada che tenga insieme i pezzi nel modo più limpido e onesto possibile».

Il malessere e la rabbia per la condizione giovanile in Italia non si traduce in discorso politico. Lei si assume questa responsabilità?
«La dimensione politica non afferisce ai miei lavori. Mi affido all'ironia e non so se intercetto quel sentimento di rabbia. Concordo che il malessere sia abbastanza inattivo e represso. Anche se non me l'hai chiesto, ripeto che non sono il portavoce di una generazione o di una rabbia qualunquista. Raffiguro l'amarezza, la disillusione, senza rinunciare a cogliere il buffo dell'esistenza. Considero la politica come un fatto collettivo. Quando mi viene richiesto da una comunità do volentieri il mio contributo nel raccontare una storia. Abbiamo una vita, necessitiamo di una storia».

Nell'ultima opera si è messo maggiormente in gioco, cedendo un pezzo di vissuto personale che non riguarda solo lei?
«Sì, stavolta c'è di diverso che ho coinvolto qualcun altro, persone care. Ho manifestato dolori, emozioni pure, frammenti della famiglia, con mia madre e mia nonna. La prima ha seguito lo sviluppo delle strisce pagina per pagina. Non intendevo prevaricare. Il dolore provoca dei buchi nella trasmissione della memoria. Poi ognuno li riempie come può, perché i buchi se non li riempi sono un casino».

Anche in questa graphic novel ci riporta a Rebibbia, con un riferimento puntuale al carcere. Un'istituzione totale da superare?
«Questo carcere non rieduca, tradisce la Costituzione. Non produce alcun effetto positivo, va rivisto e superato. Quando esci sei fuori da qualsiasi dinamica di reinserimento. Nel quartiere è parte del tessuto produttivo, economico. E al contempo rimosso. Non ci si pone il problema di cosa avvenga là dentro, nel più grosso ammasso di corpi diseredati in Europa. Lo interiorizzi come parte dell'arredamento urbano».

Che cosa non la convince della discussione sul decoro a Roma? In Rete la sua critica al portale “Roma fa schifo” ha acceso una polemica vivace.
«Anche fra i miei lettori, con sorpresa, quella esternazione ha alimentato un dibattito. Mi pare lapalissiano che la tutela del decoro urbano sia sacrosanta. Però sembra che dia fastidio la vista del povero, e non la povertà. Il questuante è il nostro avversario? Per non porre domande sulle condizioni d'ingiustizia, lo rimuoviamo. Così Roma non la riconosco e mi spaventa».

Preferisce il blog ai social network?
«Con il blog nessuno può dettarmi i termini della gestione. L'interazione con il lettore non è mediata dal sistema e dai ritmi dei social network. Qualcosa d'impagabile per chi fa questo mestiere».

La scuola è stata il tema guida di Libri come. Lei quale scuola sogna?

«Quella in grado di rifondare il patto educativo e riaccendere le passioni».

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domenica 22 febbraio 2015

«Qui si processa uno scrittore per le sue frasi. Vorrei essere l’ultimo». Intervista a Erri De Luca


di Gabriele Santoro

«(…) Intanto riesci sempre a farmi sorridere. Il tuo mancato arresto dopo la battuta sui sospetti che stanno nei comitati centrali dimostra un po’ di inefficienza nell’apparato di polizia. È abbastanza normale stare in prigione nei regimi dispotici per reati di pensiero e di opinione. È ben più strano e amaro il carcere per gli stessi reati sotto le belle luci della ribalta democratica», scrisse qualche anno fa Erri De Luca all’amico fraterno, poeta bosniaco Izet Sarajlić.

Il 16 marzo lo scrittore napoletano sarà interrogato dalla pubblica accusa nel processo che a Torino lo vede accusato di istigazione a delinquere. Nel settembre del 2013 la ditta costruttrice della linea Tav Torino-Lione annuncia e poi sporge denuncia contro De Luca presso la procura della Repubblica del capoluogo piemontese. La querela si basa su frasi da lui rilasciate agli organi di stampa Huffington Post Italia e Ansa. Il querelante estrae dalle interviste due passaggi. Dalla prima: «La Tav va sabotata. Ecco perché le cesoie servivano: sono utili a tagliare le reti. Nessun terrorismo. Hanno fallito i tavoli del governo, hanno fallito le mediazioni: il sabotaggio è l’unica alternativa». Dalla seconda: «Resto convinto che il Tav sia un’opera inutile e continuo a pensare che sia giusto sabotare quest’opera».

Nel febbraio di un anno fa De Luca riceve copia dell’avviso di essere indagato. Il 5 giugno 2014 si svolge a porte chiuse l’udienza preliminare, durante la quale la difesa non chiede il ricorso al rito abbreviato. Quattro giorni dopo il giudice stabilisce il rinvio al giudizio al 28 gennaio scorso. Il senatore Luigi Manconi, fra gli altri, pone in merito una domanda centrale nella sua semplicità: «È mai possibile che vi sia ancora qualcuno che voglia la condanna di Erri De Luca per le parole da lui pronunciate?» L’autore di Montedidio affida la personale interpretazione e risposta sulla vicenda alle righe del pamphlet La parola contraria (Feltrinelli, 62 pagine, 4 euro).

De Luca, in che modo racconterebbe al suo amico Izet Sarajlić il procedimento che la vede imputato?
«Intanto lui commenterebbe questo processo con uno di quei sorrisi che gli disegnavano il volto. Per poi aggiungere che il Novecento continua a prolungare le proprie ombre sul secolo seguente. Ci illudevamo che le incriminazioni degli scrittori restassero materia di studio novecentesca. Mi è toccato in sorte di dover trattare questa specie di malattia civile, nella quale interpreto il malato ma pure il medico. Quest’ultimo sostiene che si deve arrivare il più presto possibile alla sentenza, e la mia difesa si muove nella direzione indicata. Nell’eventualità di verdetto avverso ripeto qui che non ricorrerò in appello. Il reato di parola contraria non necessita di seconda udienza. Qui si processa uno scrittore per le sue frasi. Vorrei essere l’ultimo a cui accade in Italia».

Nella Parola contraria afferma di aspirare all’istigazione di un sentimento di giustizia. Una giustizia nuova che si forma dal basso e sbatte contro la tutt’altra giustizia seduta sullo scranno del tribunale. Che cosa significa? Non le pare un passaggio scivoloso?
«Il passaggio citato intende stabilire una differenza tra giustizia e legalità. Considerano legale il fatto che l’Ilva di Taranto abbia potuto avvelenare un’area urbana, oltretutto senza dover neanche rimborsare i danneggiati. Considerano legale scavare una montagna piena di amianto. Considerano legale imporre a Terzigno una discarica senza impermeabilizzazione, sfruttando diciotto deroghe per arrivare a un risultato catastrofico. Esiste una legalità che è intrinsecamente criminale, contro la quale talvolta reagisce una volontà popolare di correzione: l’applicazione di giustizia, di un’altra giustizia».

Nel testo evidenzia una debolezza di fondo dell’impianto accusatorio. In sintesi, perché si dia istigazione alla violenza bisogna dimostrare la connessione diretta tra parole e azioni derivanti.
«L’osservazione non è mia, ma è stata espressa a mezzo stampa dal docente di diritto costituzionale Gaetano Azzariti. “Sul caso De Luca la pubblica accusa deve dimostrare che quelle parole siano diventate operative in fatti connessi”, ha detto. E questo la pubblica accusa non riesce a farlo. Da istigatore mi sarei aspettato una lista di istigati e di crimini commessi dai presunti istigati. Non c’è nessuno. Si tratta di un’istigazione astratta, sostanzialmente vuota. Nessuna circostanza della mia vita può servire a farmi passare da mandante o da mandato. Se avessi inteso il verbo sabotare in senso di danneggiamento materiale, dopo averlo detto sarei andato a farlo. Rivendico il diritto di adoperare quel verbo come pare e piace alla lingua italiana. Il suo impiego non è ristretto al significato di danneggiamento materiale, come pretendono i pubblici ministeri. Nella prima parte dell’udienza preliminare formularono una patetica richiesta all’ufficio politico della questura: segnalare degli episodi che sarebbero avvenuti in seguito alla mia intervista all’Huffington Post. Come se la lotta della Val di Susa fosse scaturita dalle mie dichiarazioni del settembre 2013. Questa incriminazione è un abuso. Vedremo come va a finire, non lo so».

Ha chiesto nei termini previsti alla pubblica autorità di costituirsi parte civile contro di lei?
«L’ho fatto, perché hanno definito opera strategica la linea Tav in Val di Susa. L’aggettivo strategico ha delle conseguenze militari. Quell’area è sottratta militarmente al dissenso. È un’area in cui si impiegano mezzi militari. Dunque, incriminato a causa della denuncia di una ditta privata, mi sarei aspettato che i ministeri coinvolti, attraverso l’Avvocatura dello Stato, si costituissero parte civile contro di me. Hanno deciso di non farlo. Per lo Stato ho parlato liberamente, non hanno intravisto nessuna conseguenza penale. Qualora condannato avrei voluto ripagare lo Stato e non una ditta privata».

Con quale stato d’animo asserisce nel libro che un pubblico ufficio di magistrati della Procura di Torino si muova a difesa privata della società Ltf sas? Non è grave mettere in discussione l’imparzialità propria del pm, cioè libero da pregiudizi in relazione alle parti e all’oggetto del processo?
«Nel mio caso la ditta ha indirizzato la denuncia in modo diretto a dei pubblici ministeri con nomi e cognomi, come se potesse sceglierseli all’interno della procura di Torino. Come se avesse una sorta di ufficio legale a propria tutela dentro alla procura della Repubblica. E poi effettivamente sono stati quei due pubblici ministeri ad avviare il procedimento giudiziario. Quella sede giudiziaria ha una linea di preferenza nei confronti della Tav ed esprime una linea di repressione del movimento di massa che vi si oppone. Negli ultimi anni hanno prodotto oltre mille incriminazioni per varie imputazioni. Dunque sì la Procura è schierata. Anche per le recenti condanne emesse contro attivisti incensurati, il tribunale torinese non ha ritenuto di concedere le attenuanti generiche. È un atto politico che sta a dimostrare la volontà di repressione di cui ho accennato».

La principale ragione d’opposizione all’opera afferisce alla tutela ambientale e alla salute pubblica?
«È un treno a bassa velocità. Vogliono perforare delle montagne che sono piene di rocce amiantifere. Si stima che il tunnel base, che si aprirà nel Comune di Susa, comporterà l’asportazione di 320mila tonnellate di rocce amiantifere. Pensiamo poi a tutto il materiale volatile che la perforazione disperderebbe. Non esito a definirla una catastrofe ambientale studiata e praticata deliberatamente. Si manifesta una volontà criminale di danneggiare una popolazione oltre che l’aria, l’acqua, il suolo di quella vallata. Per questo motivo seppure fosse un’opera indispensabile, la più urgente, non andrebbe realizzata. L’aggravante è che ci troviamo davanti a un progetto sostanzialmente inutile. L’interesse unico è di lucrare, come sempre avviene nei cantieri delle grandi opere pubbliche italiane».

Che cosa l’ha avvicinata al movimento?
«La repressione violenta di assembramenti e presidi pacifici, come avvenne in una notte buia a Venaus, ha rappresentato uno sfregio, uno schiaffo alla mia coscienza di cittadino, che mi ha fatto schierare fisicamente al fianco di quella lotta».

Ritiene che il conflitto con la costruzione di una prospettiva politica abbia agevolato la longevità del No Tav?
«Ecco, la repressione ha due sbocchi: sgombera o rinvigorisce la protesta. Talvolta riesce a scoraggiare, a disperdere. In Val di Susa non c’è riuscita. Ha saldato le fibre della comunità di quella vallata, che esteriorizzava diverse sensibilità. C’era anche chi era potenzialmente favorevole all’opera. Quella repressione ha rinsaldato il movimento di lotta e ha generato resistenza».

Il rischio di strumentalizzazioni, di infiltrazioni, di una pericolosa deriva violenta lei non l’ha mai percepito?
«Gli episodi in cui si è usciti dal seminato sono stati pochi e marginali, molto enfatizzati sì. Se volevano infiltrare, ci sono riusciti poco. L’opera non è stata bloccata, ritardata, ostacolata e sabotata finora da danneggiamenti o scontri, bensì dalla volontà politica di quella vallata. Dall’unità civile di una comunità che tiene insieme tutti gli strati della società e anche tutte le generazioni, dal ragazzino di scuola al vecchio partigiano. Lì ho potuto assistere a una lezione di unità e di democrazia».
Lei ha una certezza: il Tav Torino-Lione non vedrà mai la luce. Nell’eventualità si sbagliasse, come si può ricomporre la frustrazione di chi ha dedicato anni e porta i segni di un’opposizione?
«Cantavamo Noi non ci saremo. Per completare l’opera servirebbero così tanti anni, che io in ogni caso non riuscirei a vederne l’epilogo. Le evidenze acquisite dicono che non ce la faranno, ma in realtà ciò gli interessa relativamente. L’obiettivo è ramazzare quanto più denaro pubblico possibile, da spartire fra le ditte che si interfacciano con il potere politico. La mancata finalizzazione della Tav non sorprenderebbe nessuno. Da noi è come un modello economico di sviluppo: spendere denaro pubblico per foraggiare ditte private a prescindere da qualunque funzionamento e utilità dell’opera progettata. Paghiamo con denaro vero i castelli in aria. Qui si palesa un totale conflitto, o meglio convergenza, d’interessi sulle opere pubbliche, che non ci risparmia neanche il coinvolgimento delle mafie».

Quali riflessi collettivi potrà avere il carcere sul movimento?
«Per il momento non constato un effetto scaturito dalle detenzioni. Anche su chi ha già scontato isolamento e pene severe. Hanno retto l’impatto, sapendo che fuori c’è una solidarietà molto forte. La condizione generale di sovraffollamento dei penitenziari si è alleggerita per non dover pagare il conto all’Europa. Questa urgenza è parzialmente scemata, ma vorrei dire che le condizioni delle nostre carceri permangono pessime. Date le situazioni in cui versano non esito a parlare di istigazione al suicidio».

Le è successo di chiedere perdono ai sogni?
«Credo che nel corso dell’esistenza l’individuo possa cambiare idea su sé stesso, qualora sia un cambiamento intimo. La profondità della riflessione coincide con il fatto che ci vai a rimettere qualcosa. Nel caso contrario l’operazione è perlomeno sospetta. Non si rinnega e vende il passato per il proprio tornaconto. Se potessi incrociare il giovane che sono stato, vorrei che quel giovane riconoscesse in me il seguito della sua vita. Ho dei sentimenti di lealtà nei confronti delle ragioni di quella generazione e di quel lungo periodo di lotte politiche e sociali. Leale sì, fedele no. La fedeltà attiene alla comunità, perché la faccenda era collettiva. La comunità non c’è più, dunque è svanita la fedeltà fisica, ma la lealtà resta».

È un estremista triste? È vero che non sorride mai?
«Non mi piace ridere soltanto nelle fotografie, quelle in cui mi domandano di mettermi in falsa posa».