giovedì 18 giugno 2015

La letteratura deve entrare nel paesaggio di chi non legge. Intervista a Dany Laferrière


di Gabriele Santoro

«Una venditrice, seduta con la schiena contro un muro, davanti una decina di manghi. È il suo lavoro. Per lei niente è cambiato. Questa gente è talmente abituata a procurarsi di che vivere in condizioni difficili che porterà la speranza perfino all'inferno». Dany Laferrière assembla, con la musicalità che gli è propria, in tanti scatti la lacerazione consumata nel tempo di una manciata di secondi. Un evento che non ha frammentato la fierezza del popolo haitiano resistente. Il terremoto, quanto il ritorno da un esilio forzato, rappresentano lo spazio ideale per l'autore, che nella narrazione riesce a costruire un io collettivo.

Le case editrici Nottetempo e 66thand2nd hanno appena pubblicato due testi dello scrittore, nato a Port-au-Prince nel 1953 e riparato a Montreal nel 1976, recentemente entrato all'Academie française nel seggio dello scomparso Héctor Bianciotti. Paese senza cappello (Nottetempo, 265 pagine, 16.50 euro, traduzione di Cinzia Poli) è una sponda senza soste fra il paese reale e quello sognato. Da esule, in fuga dalla dittatura Duvalier, al desiderio primitivo di riappropriarsi dello scrivere della propria terra, parlare di Haiti a Haiti: «Sistemo la mia Remington in questo quartiere popolare, in mezzo alla folla sudata. Folla urlante. E dire che questa continua cacofonia, questo disordine permanente negli ultimi anni mi sono mancati». Una scrittura a cielo aperto che si alimenta della vita. Tutto si muove intorno a me (66thand2nd, 133 pagine, 16 euro, traduzione di Giuseppe Girimonti Greco e Francesca Scala) è qualcosa di più e soprattutto diverso dalla cronaca della scossa tragica che il 12 gennaio 2010 uccise circa trecentomila persone, deturpando il volto di Port-au-Prince.

Laferrière è a Roma, dove stasera alle 21 interverrà al Festival Internazionale Letterature leggendo un bellissimo inedito, dal titolo Sono una macchina da presa. A fargli compagnia sul palco Binyavanga Wainaina e Concita De Gregorio, con la colonna sonora della kora di Madya Diebatè e delle percussioni di Vittorino Naso.

Dignità è una parola antica, alla quale lei fa sovente ricorso, sottraendola alla funzione passiva, consolatoria, del nostro tempo. Che cos'è la dignità ad Haiti?
«È la parola più diffusa nella resistenza di un popolo indomito. Si resta impressionati dalla serenità, dalla forza e dalla dignità attiva delle persone. La vita si impone col suo ritmo, malgrado nell'ultimo mezzo secolo non abbia risparmiato dittature ereditarie, colpi di Stato militari, cicloni e inondazioni devastanti. Gente dignitosa che sopporta il dolore con tanta grazia. Gioia e sofferenza che trasformano in canto e danza. Un nostro proverbio recita così: “Un haitiano forse non ti offrirà da mangiare, ma sarà sempre disposto a parlarti”».

È ormai radicata una certa letteratura critica sull'industria internazionale dell'aiuto umanitario. Quale segno ha lasciato nell'isola?
«Innanzitutto bisognerebbe affrontare l'argomento con serietà, senza generalizzare. C'è chi svolge bene il proprio mestiere. Il problema principale è che spesso chi dirige le Ong è distante dal terreno d'azione. Stabiliscono regole strette che impediscono quasi il contatto tra il proprio personale e la popolazione. La premessa dell'aiuto sta nella condivisione. Non si può pretendere di aiutare qualcuno che non conosci. Non si può aiutare, quando si prova diffidenza. Qualora si ritenga che non sussistano condizioni di sicurezza, ostative all'incontro con l'altro, l'intervento perde di significato. Chi dirige deve stare sul campo, e non limitarsi alla lettura dei rapporti redatti. Ricevo spesso la domanda: "A chi dobbiamo inviare soldi, senza correre il rischio che vengano sperperati?" Rispondo di verificare in prima persona. Usate quei soldi per acquistare un biglietto aereo. Fate l'esperienza che vi trasformerà. Non illudetevi di cambiare la vita delle persone, rinunciando allo scambio umano, emotivo».

A chi giova la logica della stampella internazionale?
«Gli haitiani sono rimasti sorpresi della reazione provocata dal terremoto nel resto mondo ed emozionati per l'empatia globalizzata. Il governo spinge per l'assistenzialismo dall'estero. Abbiamo sempre saputo vivere con poco e siamo ben consapevoli che per ogni aiuto c'è qualcosa da corrispondere. Nulla è gratuito. L'idea di Haiti mendicante è funzionale ai disegni delle élites politiche ed economiche. Gli haitiani sono sopravvissuti, perché non si sono mai aspettati di essere aiutati. Questo Paese già dopo quattro mesi, tifando in modo forsennato e gioioso Brasile ai Mondiali, ha mostrato la struttura individuale che regge all'impatto. Per la ricostruzione materiale serviranno almeno trent'anni, nel migliore dei casi. Il tempo di un'altra generazione dopo quella che ha resistito alla dittatura. Ognuno dovrebbe avere il diritto di dire la sua sul tipo di città in cui vorrebbe vivere. Dovrebbe avere il diritto di partecipare all'elaborazione del progetto della nuova città. E immaginare una nuova città che ci costringa a entrare in una nuova vita».

La storia dell'indipendenza di Haiti, agli albori dell'Ottocento, è un simbolo di redenzione assai significativo. Incarnò una sfida radicale al colonialismo, alla schiavitù e al razzismo, e aveva il carattere di una rivoluzione sociale. Resiste quella traccia?
«Resta che quella è la vicenda fondante dell'identità haitiana. In Occidente ascolto spesso dibattiti sulla problematica ricerca di un'identità, che in taluni paesi è divenuta questione politica. Ad Haiti invece l'identità è ben marcata, anche troppo. La gente è affamata, si dibatte nell'estrema povertà, ma pensa che può rivoluzionare il Paese. Pensa che il proprio figlio possa divenire presidente. Oggi in Francia il figlio di un operaio farà l'operaio. Non che questo sia disonorevole. Ma c'è una cultura che dice al figlio di essere fiero di percorrere le strade del padre. In Francia non si ritiene più credibile la mobilità sociale. Haiti permane globalmente politicizzata, perché la lotta coinvolse tutte le zone dell'isola. Gli schiavi erano ovunque. La mia infanzia è stata cullata dalle storie di schiavi che non avevano altre armi se non il loro desiderio di libertà e un folle coraggio. Non è come quando si espugna e rivolta solo il centro politico nella capitale. Alla periferia del cuore politico statunitense potrete incontrare cittadini che discorrono di agricoltura e commentano delle tasse da versare a Washington. Nelle campagne di Haiti sentirete accalorarsi per la sorte dell'Iraq e della Palestina. Sbalordisce la generale politicizzazione della società haitiana, che è dovuta alla partecipazione di massa alla battaglia per l'indipendenza».

Lei restituisce questa realtà con l'immagine letteraria della reazione popolare alla notizia del crollo del palazzo presidenziale.
«Ciò ha costituito una rottura con la concezione propria della sinistra internazionale, che associava quella caduta alla fine dell'epicentro della corruzione. Di quel luogo invece gli haitiani hanno sempre preservato il senso dell'istituzione, che hanno nutrito perché conquistata con l'indipendenza. Non hanno fatto confusione fra gli uomini e le istituzioni, perché non intendevano semplicemente essere uomini liberi, bensì cittadini. Anche sulle macerie materiali e morali di quel palazzo, crollato durante il sisma, l'hanno identificato quale ancoraggio dell'esigenza di cittadinanza. Non c'è minuto in cui abbiano smesso di sognare un giorno senza corruzione, lo Stato immaginato dai padri».

La tragedia del terremoto ha acceso il sentimento nazionalistico?
«No, forse alla radio e nei discorsi televisivi. Nelle ore successive al sisma ha prevalso la solidarietà umana, un sentimento di fraternità. Per una volta in questa città (Port-au-Prince) irta di barriere sociali, tutti hanno circolato alla stessa velocità. Nei quartieri ho visto i poveri, ai quali sfuggiamo sfrecciando in macchina, accogliere il dolore degli altri, di una madre benestante che aveva appena perso la propria creatura».

È possibile descrivere il linguaggio di un terremoto?
«Il linguaggio si riduce all'essenziale. Poi quel silenzio indimenticabile. Sdraiati sul suolo, sentiamo nella nostra fibra più intima ogni sussulto della terra. Siamo tutt'uno con lei. Non è possibile prendere le distanze da un momento eternamente presente. Nei dieci secondi del terremoto non ero il prodotto di nessuna cultura. Sono stati i dieci secondi più preziosi della mia vita. Il cemento che si oppone viene frantumato, i fiori più fragili dondolano e sopravvivono. Il romanzo è stato già scritto dalla natura».

Spiccano le figure femminili della sua famiglia. Sembrano personaggi per lei irrinunciabili. La letteratura come intimità tradotta in parole. Non ha ipotecato lo spazio letterario all'esilio, alla dittatura subita. In che modo convivono nei suoi libri pubblico e privato? È un suo compito ricucire la distanza tra il paese reale e quello sognato?
«Sì, ciò è molto bello. È vero che esiste un paese collettivo e poi l'individuo, l'io. Tuttavia credo che l'io scrittore sia un essere collettivo. Lei ha trovato una bella metafora nel legare questo spazio intimo a quello pubblico. Può darsi che sia nella mia natura haitiana la ricerca costante di uno spazio riservato alle cose interiori, che poi nutriranno i libri rivolti al mondo esterno. Soltanto la scrittura o la lettura possono rendere il mondo circostante più tangibile o cancellarlo. Quando si proviene da una nazione secondaria sullo scacchiere internazionale, stiate sicuri che non vi lasceranno mai parlare di letteratura. Hanno tutti una curiosità, che oscilla fra la circostanza disinteressata e la morbosità, sull'attualità politica, economica delle persone. Una battaglia, dalla quale temo non usciremo mai, per evadere dalla nostra riserva. Haiti dovrebbe diventare una superpotenza».

S'interroga sui metodi dell'osservazione, che traspare vivida nei suoi testi come l'urgenza del modo di concepire il mestiere dello scrittore. L'intervento che terrà stasera è eloquente in tal senso. Lei è una macchina da presa?
«Ho scritto senza sapere di scrivere un libro, durante il terremoto di Port-au-Prince. Troppo spesso cerchiamo di scrivere invece di consentire agli eventi di imprimersi sulla retina dei nostri occhi o scorrerci nelle vene. La mia vita di uomo divora la mia vita di scrittore. Ritengo che l'osservazione per me determinante risalga all'infanzia, quando mi sedevo accanto a mia nonna mentre sorseggiava il caffè e l'offriva ai passanti sulla strada. C'è un unico modo per trovare pace: far affiorare dall'infanzia più profonda il volto sorridente di mia nonna. L'osservazione contiene tutte le arti. Questa osservazione mi ha permesso di scrivere e intendere la scrittura come un'arte totale. A tal proposito ricordo un passaggio di Hemingway. Sosteneva che la gente leggesse molto i giornali. E sarebbe stato interessante creare un libro che assomigliasse a un articolo di giornale senza svanire nel tempo. Qualcosa che la gente possa leggere e rileggere. Mi attrae sempre l'idea di toccare tutti con uno stile primitivo, essenziale, prossimo al giornalismo che dura».

Qual è l'orizzonte della letteratura?
«La letteratura deve trovare nuovi lettori ed entrare nel paesaggio di chi non legge mai. E lo si può realizzare, facendo sapere loro che dentro ai libri ci sono anche le loro vite da andare a cercare».

Perché sostiene che la cultura sia l'unica cosa che Haiti abbia prodotto?
«Non si tratta di una cultura necessariamente insegnabile. I nostri migliori scrittori sono dei narratori notturni. La nostra scrittura scaturisce anche da quella oralità. Gli haitiani possono essere analfabeti e al contempo acculturati. L'Haitian Vodou è complesso e come religione richiede una ginnastica intellettuale enorme. Malgrado tutto la nostra cultura popolare è ricchissima, basta fare riferimento all'inestimabile patrimonio poetico dei proverbi, che si abbina a quella officiale. L'unica sovvenzione sotto il regime dei Duvalier consisteva nel riuscire a non farsi incarcerare. Da poco tempo è stato istituito un ministero culturale, ma questa è un'altra storia».

Quanto conta la musicalità nella sua scrittura?
«Nessuno può insegnarti a scrivere una frase che suoni bene. È scrivendo che si impara a scrivere. Ci sono due aspetti fondamentali che non bisogna mai perdere di vista: la musica e il ritmo. Non si può rendere la scrittura una sorta di elucubrazione intellettuale, perché nella vita tutto è ritmo. Oggigiorno mi sembra tutto decisamente troppo inquadrato. Non si balla abbastanza. Mi piace sentire che dietro al libro c'è qualcuno. Per arrivarci non basta il talento, ci vuole carattere. Conservare la spontaneità che ne costituisce il vero fascino. Nella quotidianità bisognerebbe tradurre la musica che esiste nella cultura popolare, ossessionata dalla bellezza del ritmo e dall'emozione propria dei grandi poeti. Una poesia dovrebbe riprendere i canti e i movimenti dei contadini durante la semina del riso: Tre foglie/tre radici oh/colui che getta, dimentica/colui che raccoglie, ricorda. Quando si perde il ritmo evapora l'energia vitale di un testo. La ricerca del contagio della bellezza, che non ha nulla a che fare con l'aristocrazia, è il cuore della mia attività. Nel Vodou ci sono dei canti così belli, rapidi e vitali che darei tutti i miei libri per uno di essi. Nella letteratura francese tale ritmo e sonorità è riscontrabile solo in François Villon».

Qual è stata la prima reazione alla notizia dell'ingresso all'Academie française?
«Non ho percepito emozioni particolari, poiché appreso il fatto, Haiti mi ha rubato l'emozione. Persino mia madre, che non si interessa di questi argomenti, mi ha detto: “Deve essere un affare grosso, no?” Haiti aspetta tutti i giorni notizie del genere, lo ritiene normale. Si sogna, non importa di cosa. All'aeroporto parigino Charles De Gaulle ho incontrato un congolese, che mi ha strappato un sorriso: “Sappi, fratello mio, che noi africani sogniamo tutti di divenire presidenti, mai accademici!” L'emozione vera è stata tornare in incognito a Petit Goâve, dove sono cresciuto. Subito hanno scoperto però della mia presenza. Si è presentato un dodicenne, cominciando a recitare un elenco di nomi. Quando ha pronunciato Montesquieu, ho compreso che aveva imparato a memoria la lista di quelli che avevano occupato la sedia numero due all'Academie. “Dany Laferrière da Petit Goâve”, ha aggiunto. In quel momento sono stato nominato ufficialmente all'Academie».


sabato 23 maggio 2015

Teche Rai, la Storia in digitale

Il Messaggero, sezione Cultura&Spettacoli, pag. 23
23 Maggio 2015

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

Il processo di digitalizzazione del patrimonio audiovisivo Rai sta accelerando il passo e verrà completato entro quattro anni. L'operazione ha una duplice finalità, tanto puramente culturale quanto economica. Mettere in circolazione testimonianze storiche, giornalistiche e dell'intrattenimento novecentesco significa attivare sinergie con poli museali, stimolare il mondo della scuola e fornire fonti di analisi preziose agli istituti di ricerca. Nel 1998 Liliana Cavani, allora consigliere Rai, aveva ben intuito la necessità e l'utilità del progetto, che ha preso il via all'ultima curva del secolo scorso: «Il mio primo servizio per la Rai fu un lavoro sul Terzo Reich articolato in quattro puntate. Per raccogliere le immagini e i documenti impiegai mesi in ricerche negli archivi polverosi, girando l'Europa. Ora tutto si potrà fare in pochi giorni», dichiarò.

I numeri sono imponenti. Si tratta del secondo archivio dopo la BBC, che ha affrontato non poche difficoltà nella stagione della transizione al digitale. Nel Catalogo Multimediale Rai sono conservate per intero le immagini trasmesse dalle tre reti generaliste dal gennaio 1999, una selezione di programmi che hanno segnato il costume nazionale, i telegiornali regionali, il trasmesso delle reti radiofoniche dal 1994 e una selezione di programmi storici della radio. Le ore di materiale televisivo superano il milione, e quelle radiofoniche raggiungono il milione e mezzo. Rilevante anche il tesoro di 45mila fotografie di programmi Rai e 95mila copioni cartacei. Ora la squadra di specialisti, ricercatori, ingegneri e tecnici di Rai Teche, insieme con altre strutture aziendali (Centro di produzione Rai di Torino, la Produzione tv che ha la proprietà fisica delle cassette), si appresta ad avviare il processo di digitalizzazione “massivo” del restante archivio storico dal 1954: circa un milione di cassette e 800mila pellicole. L'intero patrimonio audiovisivo verrà messo in sicurezza e sarà disponibile in alta qualità.

«Il passaggio di rinnovamento è ormai ineludibile per qualsivoglia azienda. Le difficoltà consistono nella gestione della grande quantità di materiale. E sono consistite nell'inventarsi un archivio con una metadatazione quanto più fedele possibile, quanto più adatta possibile per una ricerca facile. In questo settore la cultura della conservazione si è diffusa solo di recente. Siamo molto vicini alla BBC per quantità e qualità del prodotto e dell'archiviazione. Spesso siamo consultati anche da altri archivi per il nostro know-how. Mi sono insediata un anno fa, trovando una squadra straordinaria, composta da centoventi persone altamente specializzate, che si occupa da molto tempo di teche, dell'archiviazione, della conservazione, della documentazione, rilascio filmati e controllo diritti per tutta l'azienda. A Torino c'è l'anima dello sviluppo tecnologico. Sono gli inventori del catalogo multimediale, che è un'ottima piattaforma tecnologica», spiega Maria Pia Ammirati, direttore di Rai Teche. Le strutture sono attrezzate con le macchine per il restauro di reperti sovente deteriorati e si trasformano in un centro di raccolta per fondi e donazioni. Non tutti possono permettersi di sostenere i costi della digitalizzazione. Dalla ricerca spunta anche l'inatteso. Sono appena stati individuati e digitalizzati dei filmati pretelevisivi, risalenti al 1907, che narrano corse di biciclette e discese sciistiche della scuola di alpini di Aosta.

A settembre la Camera dei deputati ospiterà la prima mostra interattiva con un ampio inventario di Tribuna politica di Jader Jacobelli dal 1964, quando assunse la cadenza fissa nel palinsesto del giovedì sera. «Stiamo lavorando su filmati riguardanti la strage di Ustica e su quella di Bologna», aggiunge Ammirati. Il portale Teche.rai.it, potenziato e dotato di un buon motore ricerca, dialoga con i visitatori mediante uno storytelling quotidiano. Per esempio per l'apertura del Festival di Cannes è stata proposta un'intervista dell'inviato Carlo Mazzarella a Georges Simenon, presidente della giuria nel 1960. Giovedì scorso, per celebrare la nascita di Alberto Sordi, è stato caricato il duetto del 1966 con Mina a Studio Uno. Sul podio dei contenuti più cliccati salgono la declamazione comica di Totò di versi shakesperiani, l'intervista impossibile di Edoardo Sanguineti a Sigmund Freud e il documentario radiofonico sul Friuli di Pier Paolo Pasolini, andato in onda l'otto aprile del 1953. “Teca aperta”, un’iniziativa della Direzione Teche e del Coordinamento Sedi Regionali della RAI, offre poi a chiunque ne abbia bisogno l’opportunità di interrogare il Catalogo Multimediale in quattro punti dislocati in tutta Italia, a cominciare dalla Discoteca di Stato a Roma. «Nei periodi di crisi sia di idee sia di soldi affidarsi al passato migliore è una scelta saggia, è un'occasione per rielaborare. Lo dimostra il successo di audience della trasmissione TecheTechetè», conclude Ammirati.

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venerdì 15 maggio 2015

Selma è tutti i giorni. L'elogio alla disobbedienza di Allen Iverson

http://www.minimaetmoralia.it/wp/selma-e-tutti-i-giorni-lelogio-alla-disobbedienza-di-allen-iverson/

di Gabriele Santoro


Il rumore deve essere stato fragoroso, quanto sincero lo stupore dei compagni di squadra. «Non sono venuto a Memphis per un secondo posto. Coach, Alonzo Mourning non promise di regalarti, una volta approdato in Nba, un pullman decente per le trasferte? Ci penserò io», disse l'allora tredicenne Allen Ezail Iverson, dopo aver gettato dal finestrino il trofeo di consolazione. Qualche anno più tardi un giornalista chiese a caldo a Michael Jordan, se l'esordiente non parlasse troppo in campo. Jordan s'asciugò una goccia di sudore, scosse la testa, per poi rispondere: «Iverson vuole essere rispettato nella Lega. È confidente e vuole emergere. Ed è veramente veloce». Pochi minuti prima Dennis Rodman aveva rifilato una gomitata a quel ragazzino dalla taglia limitata, ma dal cuore fuori misura, reo di averlo beffato a rimbalzo. The greatest heart, secondo Larry Brown che ritroveremo spesso in questa vicenda umana. Per sovvertire le regole del gioco e cambiare la direzione di una vita, che non promette nulla, serve il cuore.


Molti per un malinteso senso di riverenza si defilarono dall'affrontare Jordan. «Nonostante avessi eseguito alla perfezione il mio movimento, riuscì quasi a stopparmi. Una cosa pazzesca che spiega quanto fosse anche un difensore straordinario». Il 12 marzo 1997 Philadelphia cominciò a innamorarsi del bambino che decise di sfidare il mito. Al college Dean Berry gli illustrò le possibilità del crossover, una finta ad alto coefficiente di spettacolarità, che sembra offrire la palla alla difesa. La rapidità di esecuzione e il ritmo imposto da Iverson però è difficile da contrastare. L'elasticità delle caviglie di Jordan pagò dazio alla creatività della matricola. I Sixers cedettero ai Bulls con un superfluo 108-104, ma rimase impresso quel gesto, quel crossover che indicò una svolta generazionale.

Ann Iverson sostiene che le coincidenze abbiano un'anima. Abitare in via Jordan Drive dunque non fu una pura casualità. Un clan familiare di tredici persone stipate in due stanze: tante donne, pochi uomini, spesso alle prese con il carcere. A fine mese i conti non tornavano mai: le bollette o la spesa alimentare? Dagli angoli delle strade di Newport News risuonò presto il nome di un giocatore di football minuto, mai scalfito dalle botte, prodigio di velocità che non ha alcuna paura. All'età di otto anni scatta come un ossesso, come a dirci che una volta nato non puoi nasconderti. Ann sostiene di non essere stata penetrata. L'immacolata concezione di un figlio predestinato nella più complessa delle adolescenze. Lei e Allen Broughton avevano quindici anni, e per quel che è dato constatare s'amarono. Erano entrambi playmaker con le caratteristiche che avrebbero esaltato il primogenito.

La ricerca della paternità è una costante dell'esistenza di Allen. Spike Lee in He got game restituisce tracce biografiche degli Iverson. Una scena in particolare ricorda il rapporto con il padre acquisito Michael Freeman, più volte incriminato per spaccio di droga, motore della sopravvivenza economica in un'area colpita dalla deindustrializzazione e dagli effetti collaterali della Reaganomics. Al playground di Anderson Park trascorsero giornate sull'asfalto in forsennati uno contro uno. A dieci anni Allen comprese quanto la pallacanestro possa essere una questione di libertà, un'espressione artistica con la quale comunicare al mondo la propria essenza. E poi pronunciò la promessa in un colloquio dietro le sbarre: «Indosserò la canotta dei Sixers, la squadra del tuo idolo Julius Erving. Guadagnerò per occuparmi di tutti voi».

Come dentro a un romanzo di Toni Morrison, Allen costringe a non scordare il lato scomodo di una storia negata. Non dismette la propria negritudine. Non resterà mai orfano della propria identità. Il sorriso costruito, il linguaggio, l'acconciatura e l'abbigliamento di Michael Jordan erano ben più rassicuranti; riuscivano a far dimenticare la pelle nera alla middle class americana. Al diciottenne Kobe Bryant i nonni fecero studiare le conferenze stampa di MJ e i Robinson. Quando Iverson ottenne il riconoscimento di miglior esordiente dell'anno, l'Nba non diffuse le immagini della premiazione. All'organizzazione non piacquero la bandana bianca, i jeans larghi e soprattutto quella maglietta nera, dove fece stampare la lista delle vie più malfamate della propria periferia, Bad News Hood Check. La sua esistenza non perde l'autenticità quando il portafogli è gonfio.

Il denaro non è un valore, lo si può solo spendere per chiarire loro quanto sia ridicola la linea di confine che traccia. Lo spiegò a Lee, che lo voleva nel ruolo di protagonista in He got game: «Perdonami, ma non posso. È la prima estate con qualche soldo in tasca. Voglio divertirmi e devo fare qualcosa per Newport “Bad Newz”, where a lot of shit happens». E così scritturarono Ray Allen, l'acerrimo rivale di college. Iverson non si conforma, gli altri devono accostarsi alla sua cultura. Impone il punto di vista oscurato del ghetto, perché come ha scritto Teju Cole nel più puntuale intervento sull'anniversario della marcia: «Selma è uno specchio spaventoso dell'America bianca che fu. Ma diciamolo: che è. Selma oggi è povera, segregata e depressa». A Baltimora nascere in due quartieri che distano tre miglia equivale a una differenza di diciannove anni nell'aspettativa di vita: 84 a Roland Park, 65 a Downtown/Seton Hill. Il medesimo abisso che divide il Giappone dallo Yemen.

Iverson capì che aveva qualcosa di prezioso da preservare, quando in una sola estate vide morire otto amici in seguito a sparatorie. Lo ripeté a tutti che un giorno sarebbe approdato in Nba o Nfl. In lui rivediamo tratti dell'amore disperato per la vita di Gabourey Sidibe nella pellicola Precious. «Non sono uno svantaggiato. Non mi interessa l'assistenza. Vado alla mensa solo insieme a te», l'orgoglio brucia davanti all'insegna School's Underprivileged Meals Program. Dennis Kozlowski, a lungo capo allenatore della squadra di football della Bethel High School, era preoccupato dalla denutrizione di quel talento imprendibile da salvaguardare, che al basket preferiva il football. Gli comprò divise e vestiti eleganti, che mai indossò: «Coach, li hanno rubati i fidanzati di mia madre». Il 7 giugno 1975 all'Hampton General Hospital, dalla culla sporsero due braccia lunghissime e Ann decise: pochi dubbi, sarà la pallacanestro a salvarci, urlò. Nient'altro che una questione di redenzione. But my hand was made strong/By the 'and of the Almighty/We forward in this generation/ Triumphantly.

Larry Brown e Iverson s'incontrarono per la prima volta nella palestra dell'Università del Kansas. Durante un allenamento l'allora coach di college prese informazioni sul più esile e tosto in campo. Non scarseggiavano le controindicazioni e gli interrogativi: quali prospettive per un ragazzo che a fatica avrebbe superato il metro e ottanta centimetri di altezza e i settanta chilogrammi di peso? Sarà mai allenabile uno con quel passato? Un bel giocatore da playground, nulla più, dissero. Nell'estate del 1992 qualcuno iniziò a ricredersi. Nel corso della Boo Williams Summer League Iverson salì in cattedra a livello nazionale. «Uscito per raggiunto limite di penalità ho sperato che la partita non finisse al supplementare. Avrei odiato starmene seduto», chiosò. La giovane guardia della Bethel High School venne eletta miglior giocatore della manifestazione e ottenne lo stesso riconoscimento in altri eventi di rilievo. «Nel Paese non esiste un pari età di questa qualità. È fantastico», ammise Williams. «Sapevo di valere queste parole. Mi dicevano di guardare a Mike Evans. No, no, no, io posso raggiungere Mike. Mike Jordan», aggiunse AI. Nell'altra selezione finalista spiccò Jerry Stackhouse, un altro talento con cui ebbe una complessa convivenza tecnica nei futuri Sixers.

Il 31 luglio David Teel sul Daily Press offrì un resoconto lucido di un'estate di fede assoluta: «Quattro mesi fa abbiamo fatto una figuraccia nel sottovalutare Iverson nelle graduatorie nazionali. È il miglior prospetto dell'ultimo decennio, almeno. Incredibile la sua rapidità. Rende semplici le cose difficili. Fa tutto ciò che il ruolo richiede: un difensore di rottura che sopperisce alla taglia con l'anticipo, implacabile in contropiede e va marcato dai tre punti, salta in modo impressionante. Dovrebbe limitare il trash talking. È incline alla provocazione e ciò potrebbe far riflettere molti coach del college». In difesa, in post basso, minimizza gli svantaggi con la connaturata aggressività sulla palla. I video delle partite di quell'epoca catturano l'istantanea di un'energia vitale e disordinata. L'unico disagio sul campo è la canotta che veste sempre larga. Il numero tre attirò immediatamente la folla. Tawanna è lì senza sapere cosa sarà. A Bethel, dopo aver trascinato al titolo sia la squadra di football sia quella di basket, optò per la palla a spicchi.

L'impegno di sottrarre dai guai Iverson accomunò gli allenatori che l'hanno amato. Kozlowski fu il più esplicito, dopo essere stato allertato dalla polizia. Allen apparve in un video in cui acquistava una dose di sostanza stupefacente per la complessa Ann. «La prossima volta, qualora necessario, manda un tuo amico. Tu hai un sogno da tutelare», scongiurò Koz. Correva il San Valentino 1993, quando tutto sembrò andare in pezzi. «Piccolo negro», provocò il gigante bianco Steve Forrest, già noto alle autorità per possesso di cocaina. Allen pare che non oltrepassò l'invettiva verbale. Per la compagnia invece il passo verso la rissa fu breve. In qualche minuto la sala da bowling perse i propri connotati, divelta con numerosi feriti. Le telecamere non ripresero alcuna azione violenta di AI.

I testimoni del tempo lo definiscono il caso più vorticoso dall'assassinio di Martin Luther King. Con lo spettro dello scontro razziale il clima si avvelenò a Hampton e Newport News, non caratterizzate da uno squilibrio demografico fra neri e bianchi. La comitiva di Forrest proveniva da un distretto benestante e politicamente potente. Cinque giorni dopo essere stato nominato nell'All-American team delle high-school Iverson venne arrestato con cinque capi d'imputazione. Appena rilasciato in attesa del giudizio realizzò 42 punti contro la malcapitata Ferguson. La sorte del gioiello era nella sentenza del giudice Nelson Overton. Il 12 luglio '93 emise una condanna durissima: cinque anni di reclusione. Stay strong, mormorò Ann. Iniziò a muoversi il reverendo Jesse Jackson. I muri adornati di graffiti: Free Iverson. È stato un detenuto modello. Sveglia alle cinque per fare il pane, poi due ore per tirare a un canestro scassato. Spike Lee gli recapitò i testi di Malcom X, Jordan e Bill Cosby contribuirono alle spese per farlo accedere al programma scolastico della privata Richard Milburn.

L'intrigo si sbrogliò nello studio degli avvocati Woodward e Shuttleworth, inseriti a un alto livello politico. L'attività lobbistica con il governatore della Virginia Doug Wilder produsse gli effetti sperati. Il primo governatore afroamericano negli Stati Uniti si convinse della sussistenza di numerosi dubbi e di un pregiudizio razziale che aveva condizionato il verdetto. La colpevolezza è tutt'altro che evidente, tanto da concedere un atto di clemenza: «Merita l'opportunità di non interrompere la sua formazione». La tutor Sue Lambiotte, personaggio centrale in un periodo delicatissimo, si sentiva morire all'idea che un ragazzo con tale energia mentale e talento artistico vedesse sfumare gli anni migliori in cella come troppi coetanei afroamericani. Nell'anno di studio one-to-one, senza sport, stimolò la sua coscienza critica, ponendo lo sguardo oltre la pallacanestro.

Chi scommetterà sul suo avvenire professionistico con questo fardello? Si domandava Ann. Il messaggio a John Thompson è stato diretto: «Aiuta mio figlio». Il coach, che d'abitudine ha allestito le proprie squadre attorno al pivot, mostrò curiosità per lo stile libero di Iverson, quale possibile centro di gravità della sua Georgetown. La valutazione del rappresentante accademico della prestigiosa università di Washington rese raggiante Lambiotte: «Abbiamo fra le mani un diamante grezzo». L'accesso al college era cosa fatta. Ascoltiamo il commentatore della prima partita Ncaa, trasmessa in diretta televisiva, bacchettare Iverson sulla gestione del ritmo. Neanche il tempo di concludere il concetto, che Allen scagliò nella retina due splendide triple di puro istinto, fuori schema. È sempre all'attacco. Thompson gli diede carta bianca, insegnando però l'arte della pazienza. «Pensate alla sua infanzia. L'ultima cosa di cui necessita è una sovrastruttura, nonostante sia recettivo in allenamento. Ha bisogno di volare. Georgetown correrà per una ragione: Iverson». Fra i due s'instaurò un rapporto paterno destinato a durare oltre il biennio universitario. Intanto, non ancora ventenne, Tawanna mise al mondo la primogenita Tiaura.

Per capire qualcosa di Iverson può essere utile guardare la conferenza stampa d'addio. Il nodo stretto in gola si percepisce in ogni dichiarazione. «Il momento più emozionante della mia carriera è stato la scelta al Draft. La mia non è la terra dell'abbondanza. Avere un'opportunità è tutto». Due anni al college, poi l'uomo di casa avrebbe risolto tutto col primo contratto Nba. Lo anticipò a Freeman in uno dei vari colloqui in carcere. Thompson non aveva perplessità sull'impatto culturale del ragazzino sul gioco al livello superiore. Semmai temeva per le ore lontane dal parquet. Per una volta le tessere del mosaico apparirono in armonia. Ai Sixers si era insediata una nuova proprietà. Pat Croce, figlio della working class arricchitosi intuendo il business del benessere, da fisioterapista dei vip aveva costruito una costellazione di palestre a Philadelphia. Fra le sue mani passarono i muscoli di Charles Barkley e Julius Erving. Vendette tutto per il 10% della società e salì sul ponte di comando. Nel 1996 le alternative al Draft, appuntamento annuale in cui le squadre possono selezionare atleti perlopiù provenienti dal college, erano sovrabbondanti: fra gli altri si dichiararono eleggibili Steve Nash, Stephon Marbury, Marcus Camby, Ray Allen e Kobe Bryant (tredicesima scelta...). Croce volle però l'altro, quello capace di accendere l'immaginario collettivo della città della Dichiarazione d'Indipendenza. Il risultato dei test psicologici, ai quali Iverson fu sottoposto, è sintetizzabile nelle parole della leggenda Mike Krzyzewski: «Difficile scovarne uno così competitivo. Ha il cuore di un leone».

A Rutherford, nel New Jersey, in una notte di fine giugno il plenipotenziario dirigente dell'Nba David Stern pronunciò la frase: «With the first pick in the 1996 Nba Draft the Philadelphia 76ers select Allen Iverson from Georgetown University». Tre anni di contratto, nove milioni di dollari, baci e abbracci con Ann, Tiaura, per poi andare dietro le quinte dai membri della propria indissolubile comitiva Cru Thick. Il giocatore più basso a diventare la prima scelta ciondolò fino al podio con il cappellino dei Sixers in testa.

«I don't wanna be Michael Jordan, I don't wanna be Magic, I don't wanna be Bird or Isaiah. I don't wanna be any of those guys. When my career is over, I want to look in the mirror and say I did it my way». Con l'era Jordan al tramonto il sistema necessitava di un'altra icona. La serata del Draft al tavolo degli Iverson c'era un solo bianco, che applaudì compassato con un bacio sulla guancia ad Ann. David Falk, deus ex machina dell'industria jordaniana, divenne l'agente, immaginando un altro impero commerciale. Il rapporto culminò con un licenziamento in tronco. A Falk non piacciono i tatuaggi e le treccine da galeotto di Iverson. Anticorporate guy, lo definì. Tentò invano di piazzare il prodotto: niente sponsorizzazioni da McDonald's, Coca-Cola, Gatorade e affini, che invece sposarono il precedente assistito. Reebok con una sponsorizzazione da 50 milioni di dollari si riposizionò sul mercato delle calzature sportive, all'epoca da 7 miliardi di dollari, controllato al 40% dalla Nike. Un mese dopo la firma della partnership gli investitori riacquistarono fiducia nella multinazionale, che grazie a Iverson intercettò su scala globale il costume della generazione suburbana sedotta dal linguaggio dell'hip-hop. Incise pure un disco rap, parzialmente censurato, col nome d'arte Jewelz.

«Pensa di essere Dio. Non rispetta nessuno, è egoista. Pensa che il campo sia la sua strada, il suo playground, e che possa fare e dire ciò che vuole», sbraitò Rodman. Lui inscalfibile conquistò il titolo di matricola dell'anno. Sceglie di comunicare col mondo anche mediante i tatuaggi con cui disegnò il corpo. Nessuno mai come lui da matricola: cinque gare consecutive sopra i 40 punti. Le sue giocate bizzarre, eccentriche, avventurose, che i commentatori della notte del Draft catalogarono quali debolezze del suo bagaglio, fanno tuttora impazzire l'America. The emotion of his game is a talent. Ai biografi la guardia del corpo narra di non averlo mai visto martoriarsi con infinite sedute di tiro. Il lavoro era cerebrale. Per dirla con Isaiah Thomas, che un po' gli assomigliava: «L'aspetto più interessante del gioco è l'opportunità di esibire la propria creatività». I media s'accapigliarono sulla rottura col modello Jordan. L'equilibrio fra l'asfalto di Newport, terra natale anche di Ella Fitzgerald, e i valori della middle class da ossequiare è complesso.

Philly non era una squadra vincente (22 successi in 82 gare). Al secondo anno Croce rincorse un guru della panchina. Pitino pretese solo Boston. Jackson non lasciò Jordan. E infine bussò alla porta di Larry Brown, passionale e umorale quanto la stella con cui avrebbe dovuto convivere. Un maestro della vecchia scuola, che ha considerato a lungo Iverson un atleta straordinario, non un cestista. «Allen è una guardia. Non ha la mentalità del regista. Sembriamo un gruppo assemblato per una lega estiva in onda su Mtv. Non ci comportiamo da squadra», Brown, playmaker educato con la disciplina ferrea di Frank McGuire a North Carolina, lava in pubblico i panni sporchi. Dopo le nottate nei club, al casinò o in feste albeggianti, a ogni allenamento saltato, Croce deve ricomporre una frattura culturale e tecnica. Quest'ultima si rimarginò innanzitutto con la cessione di Stackhouse e l'arrivo di Ratliff e Mckie. Per l'altra ci volle più tempo. Sgravato dai compiti di regista, col supporto di Eric Snow, imperversò: ha chiuso la carriera con quattro titoli da miglior marcatore a 26.7 punti di media (722 partite, 28.879 minuti, 27.6 punti di media eguagliando record Sixers detenuto da Chamberlain). A Philadelphia hanno vinto campionati con Chamberlain ed Erving, ma il coraggio e l'onestà di Iverson sono entrate sottopelle. Il primo marzo 2014 la cerimonia per il ritiro della sua canotta è stata da brividi: «Ti amo Philadelphia per avermi accettato e per aver abbracciato i miei errori dai quali ho imparato. Il nostro legame affettivo non ha eguali. Anche alla fine dei miei giorni Philly resterà la mia casa».

Questa la premessa del conflitto con Brown: «Crede di potermi trattare come fosse un secondino bianco e io il carcerato». Un pensiero insopportabile per un liberale progressista qual è il coach di Brooklyn. Iverson sognò la sua sostituzione con Thompson da Georgetown. Dall'incomunicabilità è nata un'amicizia profonda, che commuove. Due solitudini che trovarono pace. In fondo ad accomunarli c'è la precoce assenza paterna. Impararono a fidarsi l'uno dell'altro. Larry stima Allen perché in campo non ha mai alzato bandiera bianca. Lui maturò senza snaturarsi. «Oggi in aeroporto mi riconoscono come l'allenatore di Iverson. Durante i 48 minuti lottava su ogni possesso. L'ho amato per questo. Nelle difficoltà non ha mai abbandonato i propri compagni, dando tutto per la vittoria. A volte non lo faceva nel modo giusto. Ma non ci sarà più nessuno come lui: the greatest competitor». È così, lui che danza anche sul dolore contraccambia: «Spesso non ho interpretato la sua idea di pallacanestro, tuttavia ha intuito e colto il mio amore per il gioco. Rimpianti? No one thing, no one thing. Dio non ha creato nessuno perfetto. Qualora morissi oggi, e di vita ne avessi un'altra, vorrei essere ancora Allen Iverson, malgrado sia il più grande fan dell'amico Michael Jackson e di Jordan. Mi dispiace solo di non aver permesso pienamente a Larry di allenarmi, di non essermi attenuto ai suoi insegnamenti. Ho sprecato troppo tempo a discutere con lui, e il 99% delle volte è stata mia la responsabilità. The greatest coach to me, in my heart».


Riassumere in una partita la carriera Nba di Iverson non è una scorciatoia comoda. Dopo cocenti eliminazioni dai playoff per mano degli Indiana Pacers di Reggie Miller, nel 2000 i Sixers assecondarono le esigenze del proprio allenatore. Iverson lo seguiva. Avevano un'anima difensiva e fondamentali di squadra. Inaugurarono la stagione con dieci vittorie consecutive. Anche stavolta però le tensioni non mancarono. Trentasette punti di Nowitzki, l'angelo biondo di Dallas, rischiarono di far saltare il banco. Brown minacciò le dimissioni dopo un confronto pesante nello spogliatoio. L'ennesima mediazione di Croce ricucì lo strappo. I Sixers archiviarono al primo posto la stagione regolare (56 vittorie, 26 sconfitte) e ricevettero tutti gli allori: Iverson miglior giocatore dell'anno, Brown coach of the year, Mckie miglior sesto uomo e Mutombo defensive player of the year. In una notte playoff meravigliosa contro i Raptors di Vince Carter segnò 54 punti. Gli chiesero da dove avesse tratto l'energia: «Dalla povertà, dalla vita». In finale di conference con la schiena a pezzi, disobbedendo ai medici, castigò i Bucks di Ray Allen con il suo show on the stage: 46 punti in gara 6, 44 in quella senza ritorno per ottenere il traguardo intermedio.

Poi arrivò la partita.

I Lakers, che non perdevano da sessantasette giorni, rappresentavano l'ultimo ostacolo frapposto al titolo. Tutti pronosticarono un avverso 4-0. In gara uno allo Staples Center di Los Angeles andò in scena la personale resistenza di Iverson, perché là dentro c'era la sua terra promessa. L'avvio appare il preludio alla cavalcata losangelina. Fox è tarantolato. Il leader dei Sixers non trova la giusta distanza (0/6 al tiro), poi infila 38 punti in 29 minuti per un vantaggio insperato, 70-58. Guarda negli occhi il parterre dei ricchi, sorride e applaude. Le staffette difensive di Phil Jackson non funzionano. La leggenda s'aggrappa alla montagna Shaquille O'Neal (41 punti, 19 rimbalzi) per la rimonta. Tyronn Lue approfitta del fisiologico appannamento di Iverson (3 punti in 15'), sistematicamente raddoppiato. Si restringe lo spazio del volo, ma gli scudieri Mckie e Snow lo sorreggono. Col quinto fallo di Mutombo e il pareggio di Bryant è un giorno da rifare, 92-92. Il tempo è supplementare. È buio pesto, 92-99, quando Raja Bell inventa il piede perno di Dio. È il momento del vogliamo tutto per Iverson (35.6 punti di media nelle cinque serate finali). Ottima apertura della transizione sul lato che concretizza con un viaggio in lunetta. Un pugno tenue sul cuore celebra una tripla in contropiede. Infine dall'angolo più stretto: partenza incrociata, passo indietro con palleggio in mezzo alle gambe e tiro in sospensione; Lue è giù per terra come i Lakers, 107-101 dts. Il composto ed elegante Larry Brown non ci sta più dentro ai confini dell'area tecnica. Gli altri si laureano campioni, ma di questa storia si ricorda soltanto la prima virgola.

Al Tribeca ha riscosso consensi un bel documentario biografico, Iverson, che sabato verrà trasmesso in prime time da Showtime Sports, perché il personaggio parla ancora dei sogni e delle paure americane. Dall'apice del 2001 la discesa è stata abbastanza repentina. Uccisero il più caro degli amici della Cru Thick al culmine di una lite banale a Newport; la costante degli infortuni da cui rimbalzava; i problemi con la giustizia mediatizzata; l'abuso di alcool; il divorzio da Tawanna; la dissipazione di un patrimonio economico da 154 milioni $, come d'altra parte succede al 60% degli ex Nba, che in media a cinque anni dal ritiro finiscono in bancarotta. Il passo d’addio ufficiale alla pallacanestro lo raffigura come una tragedia. Oggi però fuori splende un bel sole e in qualche playground, in una qualunque periferia del mondo, c’è qualcuno che prova a far volare con la sua canotta la propria risposta alla domanda di senso più alta.  

giovedì 16 aprile 2015

Tra le stanze del romanzo. Intervista a David Mitchell


di Gabriele Santoro


«La mia generazione è stata commensale senza senso al Ristorante dei ricchi del mondo sapendo, ma negando, che correvamo per lasciare ai nostri nipoti un tablet che mai potrà essere pagato», dice l'ormai sessantenne Holly Sykes. La protagonista del romanzo stratificato di David Mitchell Le ore invisibili (Frassinelli, 608 pagine, 19.50 euro, traduzione di Katia Bagnoli e Claudia Cavallaro) è spaesata ma lucida in un'immaginifica Irlanda, che tremendamente assomiglia all'Iraq odierno. La distopia dell'autore inglese disegna la parabola dell'Europa dalla Thatcher a un caos nefasto nel non lontanissimo 2043. Il libro si compone di sei parti, quanti i diversi capitoli nella vita di Holly che nel 1984 è una quindicenne dall'esistenza apparentemente normale. Ha però il dono della prescienza. È l’oggetto del desiderio, di amore e di morte, di due immortali che si combattono in questo mondo e in altre dimensioni. Holly vive l’adolescenza sregolata degli anni Ottanta. S'innamora perdutamente dell'uomo sbagliato, per poi sposarsi con un reporter di guerra, che non può fare a meno dei campi di battaglia iracheni. Raggiunge il successo editoriale grazie a un memoir “paranormale”, e infine piomba nella desolazione di una Terra semidistrutta dall'insensatezza degli uomini.

Mitchell, qual è stata la genesi del personaggio di Holly Sykes?
«Ricercavo una figura che rispondesse alla mia esigenza di raffigurare l'evoluzione di varie epoche. È una figlia modello della classe operaia. La scelta stessa del nome doveva restituire l'ambientazione di una Londra suburbana. Gli studenti come lei, con ai piedi gli stivaletti Doctor Martens, prendono a calci i dubbi e le debolezze del ceto a cui appartengo. Io, prodotto della middle class, ho provato a capire dal laboratorio sociale della scuola quella condizione affascinante e spaventosa».

A Paris Review dichiarò la curiosità propria del mescolare stili e generi: «È interessante scoprire che cosa accade, quando uno scrittore all'interno dello stesso libro si muove fra questa sorta di stanze». Le è successo anche con Le ore invisibili.
«Stanza è una bella parola, la parola giusta. I romanzi sono composti essenzialmente da cinque elementi. Gli ultimi due, la struttura e lo stile, attraggono il mio interesse. Sento che nella struttura è ancora possibile esprimere un potenziale di innovazione, sfuggendo al minimalismo. Mi intriga la domanda sulle molteplici opportunità con cui rimodellare una struttura senza perdere il lettore. Sullo stile mi chiedo se sia davvero utile una certa uniformità. Puoi trovare il percorso per cambiare stile nella stessa opera, preservandone comunque l'unità artistica? La stratificazione dei miei testi è dettata dal desiderio di sperimentare differenti stili nel medesimo romanzo. Gli elementi esistono come in un complesso composto chimico, non sono isolabili».

Nei suoi testi le singolari innovazioni sulla struttura, spesso stratificata, rappresentano una risorsa narrativa?
«Sì. La stratificazione osserva una necessità dei personaggi. Holly determina la struttura del lavoro. Voglio mostrare l'evoluzione di un essere umano dall'adolescenza alla tarda età, calandola nel proprio tempo. La stratificazione di cui parliamo è in primo piano, mi consente di non fare esplodere i generi che riunisco, dal fantasy alla politica. La struttura deve riuscire a reggere materiale infiammabile, sperando di non creare una catastrofe letteraria».

La gestazione è durata oltre quattro anni. Come si relaziona con il tempo nella scrittura?
«Gli Yes, un gruppo di rock progressive, tenevano insieme tempi, cambiamenti di dinamica di forte contrasto. Ritengo che la scrittura debba avere questa pretesa. A volte mi sollecita la sincronizzazione con il tempo del mondo, oppure lo slow motion. La scrittura può farmi saltare negli anni come fossi a bordo della fantascientifica USS Enterprise. La velocità del tempo è una variabile propria del romanzo, che mi affascina. Molti scrittori istintivamente non la considerano. Probabilmente Tolstoj non ci ha mai pensato. Soffermandosi sul tempo puoi innovarne l'utilizzo».

In che modo armonizza il realismo con la visione distopica dell'Europa nel 2043, inabissata in un'apocalisse ambientale e nella disintegrazione di un qualunque ordine socioeconomico globale?
«Con la matematica. Il realismo è un segmento di una curva, che anno dopo anno, impariamo a conoscere. La nostra civiltà si è caratterizzata dalla dipendenza petrolifera e dall'impatto disequilibrante sull'ambiente. I futurologi argomentano la possibile direzione di quel segmento con tutta l'imprecisione del caso. Nessuno può sapere cosa riservi il futuro: la distopia che prefiguro o un manipolo di esseri umani saggi, compassionevoli che salvano il pianeta, o forse una via di mezzo. Ovviamente spero di sbagliarmi. Assumendo i molteplici limiti della mia persona, tutte le sue domande spiegano quanto sia fittizio e stravagante il mio mestiere. Il libro è il mio capo, può capitare che mi chieda di essere anche un futurologo».

La narrazione prende il via dalla primavera del 1984, segnata dalla lotta dei minatori, in piena atmosfera thatcheriana. Qual è la traccia più profonda lasciata dalla Lady di ferro?
«In ciascuna sezione del libro cerco di trasmettere lo spirito del tempo. Negli Ottanta era ancora viva la lotta per il futuro tra socialismo e capitalismo. E quest'ultimo ha vinto, fino a quello che ritengo il collasso del principio liberale con l'ultima guerra irachena. Thatcher, sciagura o benedizione? Incarno il dubbio su questo personaggio, senza il quale la storia sarebbe stata comunque meno appassionante. Il funerale ne è stato l'emblema. Celebrato con i massimi onori a Westminster, mentre nelle classifiche inglesi dei download musicali schizzava al primo posto Ding-Dong! The Witch Is Dead. Ha distrutto l'idea continentale di Welfare State, ma non si può ridurre tutto a questo. Fra cent'anni, forse, avremo una risposta adeguata alla domanda».

È convinto dalla fiducia riposta nel futuro di una civiltà high-tech, del modello economico Silicon Valley?

«L'interrogazione credo contenga un'opinione, con la quale concordo pienamente. La Silicon Valley non è il cancello che schiude l'Utopia».

Che cosa l'attrae, tanto da farne un libro di prossima uscita, dello storytelling su Twitter?
«Twitter è un vestito che sta molto stretto. Generalmente il punto di vista narrativo sulla pagina contempla passato, presente e futuro. Su Twitter la panoramica corrisponde a quella del treno proiettile giapponese Shinkansen, un'occhiata sfuggente. Mi piace la sfida di una narrativa focalizzata sul momento di uno sguardo».

Affrontando da vicino l'autismo, che ha colpito suo figlio, ne riesce a dare una definizione?
«È difficile immaginarsi senza bocca, lingua, privati della capacità di gestire la massa di informazioni immesse dai cinque sensi. Soprattutto in questo mondo che fa equivalere le relazioni interpersonali alle capacità comunicative. Ogni giorno, incontrando una persona autistica, dovremmo donargli passione, tempo, buon umore e soprattutto rispetto per una vita dove anche il riposo esige una fatica. Non esiste cura, se non quella di rendere loro la terra un posto più amichevole. Ho cominciato da mio figlio».