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giovedì 31 maggio 2018

Bob Kennedy, la lezione ignorata: l'America spara ancora

Il Messaggero, sezione Macro, pag. 1-21

di Gabriele Santoro



Lettura dell'intervista a Pagina 3 Rai Radio3


di Gabriele Santoro

«Il senatore Robert Francis Kennedy è deceduto all'una e 44 di oggi, 6 giugno 1968, all'età di quarantadue anni». Frank Mankiewicz, suo portavoce dal 1966, annunciò al mondo la conseguenza fatale dell'attentato della notte precedente, quando nel corridoio delle cucine dell'Hotel Ambassador a Los Angeles Sirhan Sirhan, statunitense di origine giordana, sparò al candidato che aveva appena vinto le primarie in California, una tappa decisiva nella lunga corsa verso la Casa Bianca.


L'assassinio del settimo dei nove figli di Joseph e Rose Kennedy assomiglia a una ferita mai rimarginata. È la malinconia di una stagione politica drammaticamente incompiuta per una nuova generazione di americani, come la definì il presidente John F. Kennedy nel discorso d'insediamento a Washington. A cinquant'anni dalla morte le parole di Bobby Kennedy risuonano nelle marce degli studenti negli Stati Uniti contro la violenza e la proliferazione delle armi. Con il suo contributo, ma solo dopo la morte, nel 1968 il Congresso approvò il Gun Control Act, legislazione poi resa evanescente dalle pressioni della tuttora influente National Rifle Association.

Le parole dell'anima politica dei Kennedy danno un volto agli attuali 41 milioni di poveri americani, difendono i diritti delle minoranze e animano la nostalgia per un'idea alta e collettiva del fare politica, che pure non fu esente da incongruenze, errori e ambizioni di potere legate alla famiglia. La lungimiranza di Bob continua a stupire. Il 4 gennaio del 1967 decise di inaugurare a New York una delle prime conferenze nazionali sul rapporto tra economia e inquinamento, denunciando i rischi del degrado ambientale.

La politica era la passione di famiglia: il nonno Fitzgerald sindaco di Boston e parlamentare; il discusso padre Joseph primo presidente della Sec e poi dal 1938 Ambasciatore in Gran Bretagna; infine il fratello John Fitzgerald, il 35° e più giovane presidente degli Stati Uniti. E ancora oggi 35 membri della famiglia svolgono attività politica. Come ricordava il più introverso fra i Kennedy, classe 1925, nell'incipit della raccolta di scritti del 1962 The Pursuit of justice durante l'infanzia «difficilmente c'è stato un pasto in cui la conversazione non fosse dominata da cosa facesse Franklin D. Roosevelt o da quel che stava accadendo nel mondo. La vita pubblica sembrava un'estensione di quella familiare, il servizio nelle istituzioni era il modo per riempire di senso l'esistenza».

L'esperienza determinante per comprendere la natura dell'impegno di Kennedy è il periodo nel quale appena trentacinquenne ricoprì il ruolo di Ministro della giustizia. Dal dicembre del 1960 al 22 novembre del 1963, quando uccisero il fratello a Dallas, articolò una battaglia senza precedenti al crimine organizzato e rivoluzionò il Dipartimento, rendendolo con una squadra di prim'ordine l'avanguardia della Nuova Frontiera. Il Procuratore Generale più rilevante nella storia degli Stati Uniti d'America prefigurò perfino il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, fattispecie penale di cui l'Italia si è dotata solo dopo la morte di Pio La Torre e Carlo Alberto dalla Chiesa e resta un unicum nel panorama internazionale.


I suoi collaboratori più stretti hanno sempre sottolineato che Kennedy possedeva una capacità straordinaria organizzativa nel mobilitare e galvanizzare le persone. E sapeva ascoltare. Visse con passione il proprio tempo, interpretandolo, e conosceva il coraggio di cambiare.

Robert, nato dalla parte del privilegio, provò a far capire cosa significasse vivere nella società più ricca della storia senza un minimo di speranza e la radicalità del cambiamento necessario. Nel 1967, dopo un lungo viaggio fra i ghetti dei neri d'America, Kennedy confidò a Mankiewicz i pensieri e le esigenze che l'assillavano e che avrebbero caratterizzato l'agenda, orientata soprattutto alla working-class, degli ottantadue giorni delle primarie presidenziali. Il contrasto alla discriminazione razziale e alla povertà s'intrecciarono in modo inestricabile.

Nei sedici anni di vita pubblica, cominciata nel 1952 con la conduzione della campagna elettorale che consentì al fratello John di conquistare uno scranno al Senato, Bobby Kennedy maturò con costanza e riuscì nell'opera più complessa per un politico: chiedere al proprio paese di guardarsi dentro in un decennio tumultuoso segnato dalle crescenti disuguaglianze, dalle ombre della Guerra Fredda, dalla segregazione razziale e dalla lacerante guerra in Vietnam di cui si assunse la propria parte di responsabilità per gli esiti disastrosi della dottrina della controinsurrezione nel conflitto vietnamita.

«Questa guerra divisiva ha provocato una profonda crisi di fiducia in noi stessi come nazione – affermò il 18 marzo '68 davanti agli studenti dell'Università del Kansas –. Sono stato coinvolto nelle prime scelte sul Vietnam, decisioni che hanno contribuito a produrre la situazione attuale. Gli errori del passato non perdonano che li si perpetui. La distruzione del Vietnam, il prezzo che paghiamo noi e il mondo non è di alcuna utilità. La guerra deve finire».

Nel 1948 appena laureatosi in giornalismo ad Harvard, Kennedy partì per il Medio Oriente in qualità di inviato del Boston Post. Poi non smise mai di occuparsi degli affari internazionali come nella questione cubana.


Nel giugno de1 1966 Bob compì in Sudafrica, in veste di senatore dello Stato di New York, il viaggio forse più significativo ispirando la lotta di liberazione. L'icona del difficile processo sudafricano di riconciliazione Desmond Tutu ricorda ancora la centralità di quella visita nel cammino verso la libertà. Si immerse senza scorta insieme alla moglie Ethel nella township di Soweto, riverberando con Mandela già in carcere la parola vietata del presidente dell'African National Congress, Albert Lutuli. Kennedy volle incontrarlo nel confino riservatogli dal governo segregazionista e ruppe la solitudine internazionale degli oppressi.

Appena atterrato in Sudafrica, prima di denunciare il durissimo regime di apartheid, riconobbe quello che subivano gli afroamericani di cui conquistò la fiducia. In questo senso è paradigmatico il rapporto con Martin Luther King Jr. Da Ministro della giustizia assecondò l'attività spionistica dell'FBI, preoccupato degli effetti della disobbedienza civile del leader del Movimento per i diritti civili, poi difese sul campo gli attivisti noti come “freedom riders”. King e Kennedy s'incontrarono lunga la strada della lotta alla povertà e dello smantellamento della segregazione razziale, che costituì la battaglia più dura e meritoria dell'amministrazione Kennedy.

Trasfigurato dal dolore e dall'angoscia per il paese, come quando ammazzarono il fratello, fu il primo a mettersi a disposizione della vedova Coretta Scott King. Nella giornata successiva all'uccisione di Martin Luther King Jr. scoppiarono sollevazioni in oltre cento città americane con 46 morti e 2500 feriti sulla strada. L'unico luogo risparmiato dall'onda distruttrice fu Indianapolis, dove intervenne Kennedy, che amava il poeta Eschilo e pronunciò uno dei discorsi più rilevanti del Novecento, quasi una preghiera: «Dedichiamoci a perseguire quello che i greci scrissero tanti anni fa: domare la natura selvaggia dell'uomo e rendere gentile la vita in questo nostro mondo».

lunedì 11 novembre 2013

Lo spirito indomabile di Muhammad Ali nel ring invisibile di Lefranc

Il Messaggero, sezione Macro pag. 17, 
11 novembre 2013

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

LA STORIA
A Louisville l’aspettavano. L’aspettava il tredicenne nero Emmett Till, massacrato di botte a causa di uno sguardo proibito rivolto a una donna bianca. Lo invocava la moltitudine delle anime umiliate dallo schiavismo e dalla segregazione razziale. In fondo alla notte, Cassius Clay Senior, davanti all’ennesimo bicchiere di rabbia svuotato, sapeva che dal proprio seme sarebbe nato il riscatto. Un giovane pugile nero. Un prodigio di velocità capace di riscrivere i princìpi della boxe, stravolgere le ipocrisie mediatiche e scuotere la società americana.

Alban Lefranc, in un corpo a corpo letterario, immagina “Il ring invisibile” (questo il titolo del libro, 66thand2nd, 153 pagine, 15 euro) del tre volte campione del mondo dei pesi massimi e icona dello sport moderno. Una biografia visionaria della vita futura del giovane Cassius Clay, che ne tratteggia lo spirito indomabile e la costruzione della presa di coscienza, tanto fisica quanto linguistica. Lo scrittore francese raffigura con intensità la genesi di un'energia travolgente.

L’ADOLESCENZA
Illumina la scoperta del corpo e della parola. Quella tagliente e vincente, sussurrata con l’aria calda del soffio nell’orecchio dell’avversario; o urlata prima del match. “You like it bitch”: un linguaggio sessuale esplicito, per l’uomo che prima di Sonji evitò la distrazione del vellutato corpo di donna. La sua parola s’impadroniva dello strumento di diffusione. L’adolescente Emmett li aveva affrontati a viso aperto quei ragazzotti, eredi dell’aristocrazia terriera sudista, ma non conosceva la giusta distanza: lo spazio vitale da proteggere. Clay gliel’ha promesso: «Darò la mia faccia, ma non permetterò a nessuno di avvicinarsi». La medaglia d’oro olimpica a Roma ’60, l’obiettore di coscienza, la bandiera dei diritti civili danzava. Una manciata di minuti di appoggi leggeri, avanti e indietro, a destra e a sinistra. Lui esponendo il mento, senza mai distogliere lo sguardo da loro, che colpivano il vuoto del corpo in movimento.

LE OLIMPIADI
Roma ha rappresentato l’apprendistato alla gloria. Il diciottenne incontra il lusso inutile di Manhattan, che lo annoia. Non sarebbe stato uno dei tanti, perché possedeva il sogno, la visione e il desiderio che contraddistinguono i campioni. La meravigliosa, e priva di violenza cieca, interpretazione della nobile arte non era sufficiente. La boxe sfila su un piano parallelo. «Una sera, dopo tre giorni di maturazione e silenzio, Cassius va a prendere suo padre seduto davanti alla tv e lo porta nel suo bar preferito a quattro isolati da lì, paga un giro per tutti, «quello che volete», provoca suo padre su Emmett Till («che se l’è cercata»), provoca un altro gruppo su Malcolm X («un vero profeta»), un altro ancora sul reverendo King («venduto ai bianchi»), un terzo su J.F.K. («bianco cicalante in fregola»), un quarto su Sonny Liston («grosso orso lento»). Il bar si riempie subito, le parole schizzano per ogni dove, Cassius beve a piccoli sorsi la sua limonata.

LA CONVERSIONE
Seguirà la predicazione di Malcom X; si convertirà all’Islam fino a diventare ministro di culto. Dopo aver steso Foreman davanti ai microfoni consegnò l’impresa ad Allah: «Questa sera sul ring non so se l’abbiate visto; ma ciò che avete visto era soprannaturale. George non era mai stato battuto. Deve essere stato Allah». Coincide il ring invisibile con quello visibile; la realtà entra nelle corde e i pugni assumono un valore inestimabile. Muhammad Ali, esiste e resiste oltre al talento pugilistico. La sua gestualità è diventata patrimonio dell’umanità, perfino nelle mani tremolanti. Nella narrazione del mito, Lefranc intuisce ed evita la confusione che disperderebbe il senso di un’esistenza preziosa. Accantona l’effimero, che distrae la folla. Il protagonista sfuma nel pieno della carriera, per ritrovarsi denudato dal Parkinson. E, chiudendo gli occhi, sembra rivolgerci una delle sue frasi indelebili: «Io so dove sto andando, e conosco la verità. E non devo essere chi volete che io sia. Sono libero di essere ciò che voglio».


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