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venerdì 10 marzo 2017

La lotta permanente dei Pugni neri di Città del Messico 1968

di Gabriele Santoro

Quei due pugni chiusi erano una preghiera di solidarietà, una preghiera di speranza per un paese separato che presumeva di essere un’entità univoca. Tommie Smith e John Carlos non sono nati solo per correre più veloci degli altri, avevano qualcosa da dire al mondo immersi in una lotta permanente, che a quasi cinquant’anni dalle Olimpiadi di Città del Messico 1968 non è finita. «Grazie allo studio, – scrive Lorenzo Iervolino in Trentacinque secondi ancora (66thand2nd, 288 pagine, 23 euro) – Tommie si era accorto di essere solo un puntino nel disegno più vasto della lotta che i neri stavano portando avanti».


Il racconto della progressiva presa di coscienza di non essere solo corpi dentro a un movimento aerobico è forse l’aspetto più interessante che emerge dal lavoro dell’autore, che ha compiuto un viaggio negli Stati Uniti sulle tracce di un gesto, addentrandosi nell’intreccio qui davvero inscindibile tra politica, società e sport. Tommie e John si accorgono che nella propria infanzia e nell’adolescenza non c’è stato nulla normale, è dunque necessario porre le domande taciute anche dentro casa. È necessario non abituarsi all’assenza di libertà.

«Se torno vivo da Memphis» aveva detto Martin Luther King, «prepareremo una grande marcia il giorno dell’inizio delle Olimpiadi, a Città del Messico».
«Perché torna laggiù?» gli aveva chiesto John, superando un’insolita timidezza.
«Lo sciopero dei netturbini va avanti, devo essere là con loro» aveva risposto King.
«Intendevo: perché torna laggiù dopo che hanno promesso di ucciderla?».
«Ci torno per sostenere chi non può esserci. E anche per sostenere chi non vuole esserci».

Nel 1968 il Progetto olimpico per i diritti umani era ormai parte integrante delle lotte per il riconoscimento dei diritti civili e aveva ricevuto tanto il pieno supporto del Reverendo King jr., quanto quello del Black Panther Party. Il 4 aprile 1968, quando hanno ammazzato la forza dell’amore, Carlos si trovava in tournée a Trinidad, la seconda della sua carriera e discusse con il capo delegazione della squadra statunitense: «King non era un presidente né un eroe degli Stati Uniti. Non c’è motivo di abbassare la bandiera in suo onore», asserì quest’ultimo. John raggiunse l’asta bianca, tirò le cordicine e fece scendere la Star Spangled Banner tra gli applausi del pubblico.

Sulla pista di Città del Messico Smith incise il record del mondo, 19.83, sulla distanza dei duecento metri. Carlos, anni dopo, disse di averlo lasciato vincere, perché il compagno teneva particolarmente alla medaglia d’oro. Sull’argomento i due non si metteranno mai d’accordo, ma la storia l’hanno scritta insieme: la bandiera statunitense è stata issata assecondando il tempo dei loro due pugni neri sospinti verso il cielo. Smith, Carlos e Norman, velocista australiano, proletario dall’anima nobile che si associò all’essenza della ribellione, rivendicano l’intuizione del Black power salute, sono tre pezzi di verità sovrapponibili sulla genesi del gesto che scosse il mondo ed è tuttora rievocato come uno dei momenti in cui lo sport diventa qualcosa di più.

Il razzismo pretendeva di allontanare Tommie, John e Peter, la pista li ha resi inseparabili. Il 16 ottobre 1968, alle ore 20.41 circa, la solitudine, che assomigliava alla paura, nel tunnel verso il podio olimpico divenne solidarietà e amicizia. Quel paio di guanti e di calzini neri con le scarpe tenute in mano non sono dissociabili dalla moltitudine di giovani in giacca e cravatta e dalle giovani sull’Edmund Pettus Bridge a Selma, assiepati con il volto scoperto davanti alla polizia con le maschere antigas e manganelli. Norman, a chi gli ricordava quanto la sua solidarietà sul podio avesse oscurato la singolare impresa sportiva e compromesso l’apice della carriera, confessò che l’orgoglio di esserne stato parte l’avrebbe accompagnato fino all’ultimo giorno della propria vita.

Le medaglie pesano nella geopolitica sportiva, dunque non le hanno sottratte al medagliere, ma hanno pensato di potersi prendere con l’oblio le esistenze di chi aveva disobbedito. Il Progetto olimpico per i diritti umani, organizzazione che trovava ragione nell’opposizione al razzismo anche nello sport, era andato allo scontro con il presidente del Cio Avery Brundage. Non era bastato arruolare Jesse Owens, velocista nero, quattro medaglie d’oro a Berlino nel 1936 sotto lo sguardo accigliato del Führer Hitler che al rientro in patria non gli valsero neanche una stretta di mano alla Casa Bianca, per tenere sotto controllo i ragazzi.

Tommie, John e Peter, per anni assediati, accusati, disconosciuti, hanno pagato un prezzo alto per la propria scelta. Resta una fotografia iconica, che in fondo esprime l’ispirazione del potere più significativo, quello di non rinunciare mai alla propria parola.

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lunedì 11 novembre 2013

Lo spirito indomabile di Muhammad Ali nel ring invisibile di Lefranc

Il Messaggero, sezione Macro pag. 17, 
11 novembre 2013

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

LA STORIA
A Louisville l’aspettavano. L’aspettava il tredicenne nero Emmett Till, massacrato di botte a causa di uno sguardo proibito rivolto a una donna bianca. Lo invocava la moltitudine delle anime umiliate dallo schiavismo e dalla segregazione razziale. In fondo alla notte, Cassius Clay Senior, davanti all’ennesimo bicchiere di rabbia svuotato, sapeva che dal proprio seme sarebbe nato il riscatto. Un giovane pugile nero. Un prodigio di velocità capace di riscrivere i princìpi della boxe, stravolgere le ipocrisie mediatiche e scuotere la società americana.

Alban Lefranc, in un corpo a corpo letterario, immagina “Il ring invisibile” (questo il titolo del libro, 66thand2nd, 153 pagine, 15 euro) del tre volte campione del mondo dei pesi massimi e icona dello sport moderno. Una biografia visionaria della vita futura del giovane Cassius Clay, che ne tratteggia lo spirito indomabile e la costruzione della presa di coscienza, tanto fisica quanto linguistica. Lo scrittore francese raffigura con intensità la genesi di un'energia travolgente.

L’ADOLESCENZA
Illumina la scoperta del corpo e della parola. Quella tagliente e vincente, sussurrata con l’aria calda del soffio nell’orecchio dell’avversario; o urlata prima del match. “You like it bitch”: un linguaggio sessuale esplicito, per l’uomo che prima di Sonji evitò la distrazione del vellutato corpo di donna. La sua parola s’impadroniva dello strumento di diffusione. L’adolescente Emmett li aveva affrontati a viso aperto quei ragazzotti, eredi dell’aristocrazia terriera sudista, ma non conosceva la giusta distanza: lo spazio vitale da proteggere. Clay gliel’ha promesso: «Darò la mia faccia, ma non permetterò a nessuno di avvicinarsi». La medaglia d’oro olimpica a Roma ’60, l’obiettore di coscienza, la bandiera dei diritti civili danzava. Una manciata di minuti di appoggi leggeri, avanti e indietro, a destra e a sinistra. Lui esponendo il mento, senza mai distogliere lo sguardo da loro, che colpivano il vuoto del corpo in movimento.

LE OLIMPIADI
Roma ha rappresentato l’apprendistato alla gloria. Il diciottenne incontra il lusso inutile di Manhattan, che lo annoia. Non sarebbe stato uno dei tanti, perché possedeva il sogno, la visione e il desiderio che contraddistinguono i campioni. La meravigliosa, e priva di violenza cieca, interpretazione della nobile arte non era sufficiente. La boxe sfila su un piano parallelo. «Una sera, dopo tre giorni di maturazione e silenzio, Cassius va a prendere suo padre seduto davanti alla tv e lo porta nel suo bar preferito a quattro isolati da lì, paga un giro per tutti, «quello che volete», provoca suo padre su Emmett Till («che se l’è cercata»), provoca un altro gruppo su Malcolm X («un vero profeta»), un altro ancora sul reverendo King («venduto ai bianchi»), un terzo su J.F.K. («bianco cicalante in fregola»), un quarto su Sonny Liston («grosso orso lento»). Il bar si riempie subito, le parole schizzano per ogni dove, Cassius beve a piccoli sorsi la sua limonata.

LA CONVERSIONE
Seguirà la predicazione di Malcom X; si convertirà all’Islam fino a diventare ministro di culto. Dopo aver steso Foreman davanti ai microfoni consegnò l’impresa ad Allah: «Questa sera sul ring non so se l’abbiate visto; ma ciò che avete visto era soprannaturale. George non era mai stato battuto. Deve essere stato Allah». Coincide il ring invisibile con quello visibile; la realtà entra nelle corde e i pugni assumono un valore inestimabile. Muhammad Ali, esiste e resiste oltre al talento pugilistico. La sua gestualità è diventata patrimonio dell’umanità, perfino nelle mani tremolanti. Nella narrazione del mito, Lefranc intuisce ed evita la confusione che disperderebbe il senso di un’esistenza preziosa. Accantona l’effimero, che distrae la folla. Il protagonista sfuma nel pieno della carriera, per ritrovarsi denudato dal Parkinson. E, chiudendo gli occhi, sembra rivolgerci una delle sue frasi indelebili: «Io so dove sto andando, e conosco la verità. E non devo essere chi volete che io sia. Sono libero di essere ciò che voglio».


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