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domenica 18 febbraio 2018

Da duemila anni, Sebastian e l'ascesa del nazifascismo

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 22

di Gabriele Santoro



http://www.minimaetmoralia.it/wp/duemila-anni-diario-un-ebreo-romeno/

di Gabriele Santoro

«Morte agli ebrei!» è un grido vecchio, amaro e familiare per il giovane Mihail Sebastian, classe 1907, avvocato noto, critico letterario e autore teatrale a Bucarest fra le due guerre mondiali. Nello sguardo di questo figlio del Danubio, la patria in cui si identificava, acuto osservatore e testimone negli anni dell’ascesa del maresciallo Ion Antonescu del propagarsi dell’antisemitismo, c’è la lacerazione dell’indifferenza che in un giorno diverso dagli altri diventò odio e persecuzione.

«Questo antico grido di morte per anni risuona nelle orecchie della gente per bene, indifferente, afflitta da altri pensieri; per anni aleggia e riecheggia dappertutto, ma nessuno lo sente. E un bel giorno si risveglia dal silenzio che lo avvolgeva, e s’insinua in tutti i nascondigli, sotto ogni pietra», scrisse Sebastian nelle riflessioni che diedero forma a Da duemila anni (Fazi, 278 pagine, 17 euro, traduzione di Maria Luisa Lombardo), testimonianza preziosa dei mali non estinti del Ventesimo secolo. Nell’oscurità degli anni Trenta questo uomo di lettere, alla ricerca di senso in un mondo in disfacimento, provò a costruire un’isola nel naufragio del pensiero razionale e della verità: «Sebastian, sei un uomo pericoloso – dice Ştefan Pârlea, personaggio associato a Emil Cioran –. Troppo lucido per noi. A noi serve una generazione di uomini ormai stufi di essere sempre intelligenti».

Col montare dell’ostilità fascista Sebastian, amico fra gli altri dello stesso Cioran ed Eugen Ionescu, si sentì sempre più estraneo, impallidì davanti ai termini destituiti di fondamento della presunta questione ebraica, argomentati e sostenuti da insospettabili come Mircea Vieru, capo di un progetto per lo sfruttamento di una zona petrolifera nel villaggio di Uioara, con cui collaborava: «Non è possibile sopportare un milione e ottocentomila ebrei. Se dipendesse da me, cercherei di eliminarne alcune centinaia di migliaia. C’è uno spirito ebraico irritante da cui devo difendermi. Nella stampa, nella finanza, nell’esercito, dappertutto percepisco la sua oppressione». Sebastian smonta una a una, cominciando dal numero di ebrei presenti in Romania, le fake news e le sensazioni su cui Vieru, che considerava immune dall’antisemitismo, fondava la propria invettiva e la lotta «contro gli agenti della decomposizione».

L’edizione originale, De două mii de ani, fu stampata nel 1934 con Hitler già al potere. Due anni prima dell’emanazione delle leggi razziali in Italia, Sebastian, all’apice della presenza nella vita culturale romena, si ritrovò privato della tessera di giornalista con la sostanziale cessazione dell’attività di avvocato. Evitò la deportazione, ma non la condizione dell’esiliato in patria, lasciandoci insieme al diario, salvato dal fratello Benu e custodito nell’Ambasciata d’Israele a Bucarest fino alla pubblicazione nel 1996, una delle cronache più rilevanti della progressiva affermazione del nazismo nella civile Europa. Amava Proust e Balzac, si cimentò nella lotta impari con il sentimento della malinconia mai cicatrizzato senza farsi attrarre dal vittimismo.

Il romanzo, che ha la struttura di un diario, si apre nel 1923, quando fu pubblicato per la prima volta in Romania il falso documentale Protocolli dei Savi di Sion, e leggiamo come l’università si sia trasformata da luogo del sapere in quello della discriminazione. Gli assalti, le botte, i picchetti per non fare entrare gli studenti ebrei in aula.

All’inizio, davanti alla crudele infondatezza teorica e all’assenza di immaginazione dell’antisemitismo, il narratore dall’animo cosmopolita ha la predisposizione che ritroviamo nel Diario 1941-1943 (Adelphi) di Etty Hillesum: «Per umiliare qualcuno si dev’essere in due: colui che umilia, e colui che è umiliato e soprattutto: che si lascia umiliare. Se manca il secondo, e cioè se la parte passiva è immune da ogni umiliazione, questa evapora nell’aria. Restano solo delle disposizioni fastidiose che interferiscono nella vita di tutti i giorni, ma nessuna umiliazione e oppressione angosciose». Nel 1933, quando termina il libro, però l’aria è sempre più irrespirabile soprattutto negli ambienti intellettuali. L’antisemitismo è destinato a segnare l’esistenza e conduce all’isolamento nel rifugio della scrittura. La violenza è legittimata dal discorso pubblico.

L’autore rifugge la trappola concettuale dello Stato nazione, non si riconosce nel Sionismo ed è appassionante, a tratti disperata, la conversazione con l’amico Sami Winkler in partenza: «La nave che lo porterà a Haifa solcherà fra le onde un cammino che chissà conduca verso una nuova storia giudaica. Condurrà anche a una pace giudaica? Non lo so, non credo. Duemila anni non possono essere soppressi da una partenza».

Sebastian rispose con parole limpide a chi poneva la questione dell’identità e dell’impossibilità dell’assimilazione ebraica in un contesto nazionale: «Lo Stato è libero di decretarmi nave, orso polare o macchina fotografica, non cesserò per questo di essere ebreo, romeno e danubiano. Certamente troppe cose. Ma tutte vere. Questa intesa è lenta, presenta scogli intimi, ma la soluzione è spirituale non politica». Da duemila anni è un invito tuttora valido ad accorgersi in tempo dei sintomi della malattia, prima che dinnanzi alle macerie resti solo lo stupore di chiedersi come sia potuto accadere.

mercoledì 19 ottobre 2016

L'arte del racconto secondo Philip Ó Ceallaigh


di Gabriele Santoro

Philip Ó Ceallaigh sostiene di essersi trasferito a Bucarest perché voleva scrivere racconti. Nel 2000 all’età di trentadue anni si è sistemato dove è scomodo stare. Era primavera e viveva in periferia in un monolocale al decimo piano di una palazzina d’epoca comunista: «Non era esattamente un ghetto, ma nemmeno un quartiere alla moda». Costava poco e poté comprarlo, ma non aveva i soldi per riparare il soffitto. La pioggia penetrava nell’appartamento, a causa dell’umidità crescevano funghi sulla parete («erano multicolori, li avrei dovuti fotografare», dice).


Bucarest era in stato di decomposizione, dal comunismo al salto nel vuoto del libero mercato degli anni Novanta. E quel soffitto ne restituiva l’immagine: tutto crollava e nessuno sapeva come rattoppare. Dentro a quell’appartamento Ó Ceallaigh forse si è salvato la vita. Come i vicini di casa, prostitute che profumavano l’ascensore, giovani che più dei pensionati assomigliavano a relitti alla deriva, cercava la via di fuga all’assenza di senso: «Mi sembrava che perlomeno metà degli inquilini stesse impazzendo, confinati dalla povertà nelle loro stanze mentre il mondo di fuori collassava – ha scritto – . Ero il migliore scrittore irlandese non ancora pubblicato e delle volte, da ubriaco, mi gloriavo di questa follia sbracato nel buio da qualche parte».

Appunti da un bordello turco (Racconti, 343 pagine, 16 euro) – Notes from a Turkish Whorehouse, Penguin – è stato l’esordio di Ó Ceallaigh e ha celebrato il decimo compleanno con la traduzione in italiano a cura di Stefano Friani. Quando si decanta la scomparsa del lavoro, tacendo l’incapacità di raccontarlo, lo scrittore riesce a illuminare il sommerso, i pessimi lavori del working class hero contemporaneo. Nella penna asciutta di Ó Ceallaigh c’è amore per la periferia, per i diseredati che sanno a loro modo affrontare l’isolamento e lo sradicamento. I narratori, spesso uno scrittore vagabondo, sanno quel che pretendono di rappresentare.

Ó Ceallaigh, irlandese classe 1968, usa in modo fluente sei lingue. Ha vissuto in Spagna, Russia, Kosovo, Stati Uniti, Georgia ed Egitto reinventandosi in mille mestieri per mantenersi. Nel 2006 con Appunti da un bordello turco ha vinto il Rooney Prize. Ora ha appena finito un libro, che è un saggio, di prossima uscita per Penguin, sulla persecuzione degli ebrei nell’est europeo, l’olocausto e il comunismo esaminando i temi attraverso le vite e gli scritti di diversi scrittori ebrei dell’area – Isaac Babel, Vasily Grossman e Mihail Sebastian.

Il titolo della raccolta non tragga in inganno: la maggior parte delle storie contenute nei diciannove racconti è ambientata in Romania: «Scrivevo della vita nel mio palazzo da dieci piani, che era la stessa vita degli altri palazzi da dieci piani, la stessa vita di gran parte della città. Scrivevo della esilarante assenza di speranza di tutte queste vite, ammassate assieme, ognuna di loro alla ricerca di un senso».

Ó Ceallaigh, le succede di riguardare Appunti da un bordello turco?
«Non l’ho riletto recentemente. Negli ultimi cinque anni non ho scritto molta fiction, è come se fossi uscito da quella zona. Quel che più ricordo è la stagione della vita nella quale l’ho scritto, le giornate, le nottate e le persone. Rammento la stanza dove ero seduto e il vissuto da cui provengono le storie. La mia memoria riguarda soprattutto il sentimento durante la scrittura, col mio stato d’animo d’oggi non saprei cosa ne sarebbe di queste storie. Le traduzioni consentono di incontrare nuovi lettori. Discutiamo e comincio a ricordare, mi riavvicino alle storie come l’ultimo estraneo. Dovrei rileggerle e potrebbe sembrarmi strano, potrei sentirmi come Donald Trump, sfidato su quello che disse o combinò. Potrei difendermi assicurando che in dieci anni sono cambiato, che in fondo il libro è uno scherzo da stanzetta. Perdonatemi».

Che cosa è cambiato dopo la pubblicazione?
«Sono diventato uno scrittore, nel senso che tutti potevano chiamarmi così. Non ha fatto la differenza sul modo di scrivere, ma sul livello di confidenza nel dire alle persone che cosa fossi. Fino a quel momento assomigliava a un segreto sporco. Ho speso tutto il mio tempo portando avanti questa attività, che è invisibile al resto del mondo e quasi pretende il porgere le scuse per il fatto di riversare tutto il tempo e le energie in qualcosa da cui le persone non possono trarre nessun guadagno immediato. Col trascorrere degli anni è una condizione psicologica scomoda. Devi sempre confrontarti con i giudizi delle persone. Si vive in un mondo per individui, che pratica l’arte del giudizio sul successo. Lo devi ignorare. Un giorno velocemente e inaspettatamente sei trasformato in qualcosa che la gente vede come un successo. Scrivono che ti ammirano, chiedono come si fa. Tutto ciò ti rende sufficientemente cinico sul fatto che la gente si accontenta della superficie di quello che si definisce successo».

Lei come reagisce?
«Riconosco la situazione. Non arrivi a scrivere qualcosa che ti impegna per cinque o sei anni senza acquisire un certo grado di indifferenza ai giudizi. Lo scrivere mi è sempre sembrato l’unica compensazione per tutta la merda che ho affrontato».

Un irlandese giramondo come lei, in che modo è finito al decimo piano di un appartamento diroccato alla periferia di Bucarest?
«La mia vita è stata cambiare lavoro e città ogni sei mesi, non avendo alcuna stabilità e confrontandomi costantemente con nuove situazioni di insicurezza materiale. Mi sentivo un disadattato come tutte le persone della mia età che non possono accettare di trovare alcun senso in una carriera o in quella che è considerata una vita normale. E la scrittura rispondeva a ciò. Era un tentativo di trovare un centro, un sentiero, in fondo un’attività che avesse un valore per me. Le parole sono state la mia gravità perché null’altro funzionava. Disperdevo molta energia vivendo in quella maniera, spostandomi in modo incessante. Per scrivere ho avvertito il bisogno di stabilirmi, e l’ho fatto. Ero un fallimento che viveva in quartiere e in un paese a loro volta fallimentari. Intenso, a suo modo. Tutto ciò che potevo fare era scrivere».

L’operazione è riuscita, ma soprattutto ha trovato una definizione di periferia.
«Sì, credo di aver risposto nel libro: “Se ti vuoi fare un’idea di come se la passa una città, pensò, devi andare a vedere i suoi margini. Il centro ti dirà che va tutto bene. La periferia ti dirà il resto”».

Quante ore al giorno dedica alla scrittura?
«Il minor tempo possibile, ma non è una questione temporale. Si tratta dell’esperienza di essere assorbiti. Il tempo che mi serve per entrare dentro alla scrittura è variabile. Trascorro anche quattro ore davanti al computer senza fare nulla prima di cominciare. Una volta entrato proseguo fino a quando c’è il battito. Quando lo sento il resto della giornata è spensierato, felice».

E la lettura?
«Negli ultimi cinque anni ho letto soprattutto non fiction con una matita in mano per le ricerche destinate al libro appena consegnato al mio editore, Penguin. In questi periodi viene meno il gusto puro della lettura, il piacere di perdersi. Vorrei mettere un punto a questa fase e riprendere a leggere come ero abituato, una forma di esplorazione».

È stato difficile trovare una casa editrice che pubblicasse i racconti?
«L’ho cercata per alcuni anni. Spesso mi dicevano di non essere interessati alla short story. Poi vivevo in un paese non mio ed era difficile che qualcuno leggesse. Questo ebbe un aspetto positivo: mi emancipai dalle attese fino a quando non mi ha trovato un’agente. Lesse alcune storie che avevo scritto e mi chiese se ne avessi altre. Ho risposto offrendo direttamente il libro già pronto. E tutto poi è proceduto in modo spedito».

Perché il racconto?
«È accaduto, non è stata una scelta. Non ho alcuna motivazione personale per scrivere quel che i lettori vogliono di più, i romanzi. Probabilmente perché non mi riescono. Troppo spesso il romanzo è una convenzione editoriale che deforma le storie. Se fosse data più attenzione alla forma, alla struttura si pubblicherebbero meno romanzi e storie migliori».

Come ha celebrato la prima pubblicazione?
«Un giornale pubblicò per la prima volta una mia storia, poi per due anni niente e allora ho fermato quel momento. Successivamente ho vinto un premio per giovani scrittori. Lo ricordo bene, perché era sponsorizzato dal Brandy».

Le chiedo qualcosa sul testo che dà il titolo alla raccolta. Scrivere vuol dire lottare?
«Be’ sì, quel racconto si avvicina allo sforzo, alla lotta per scrivere in circostanze difficili. C’è un cameriere che lavora nel bordello, la sua figura si ispira a un ragazzo conosciuto realmente in Turchia proprio in quell’ambiente. Lui mi si avvicina, iniziamo a parlare, mi dice che è uno scrittore, osservava l’ambiente in cui lavorava, le ragazze e ne scriveva. Non ho mai letto quello che ha scritto, il suo inglese era limitato, ma ricordo di avergli detto: “Questa è la maniera di scrivere, proprio il cosa e come puoi farlo”. La mia situazione tutt’altro che confortevole era simile, lottavo sempre materialmente. Sono andato a vivere in un paese molto povero, quando appariva disintegrato, e l’ho scelto come terra della scrittura. So che è quasi una prospettiva anti letteraria. Molta letteratura si scrive in comfort zone ed è una cosa differente. Non quello che vivevo all’epoca e il libro lo riflette».

In che modo è riuscito a raccontare così bene la storia di un amore che finisce?
«Qualcuno pensa che sia abbastanza realistico. Come percepiamo i segnali che descrivono quel che sembra accadere quando un amore sparisce? Retrospettivamente cerchi di analizzare le esperienze, di rintracciare le ragioni per le quali le cose avvengono e alla fine trovi una giustificazione. Per le creature che siamo cerchiamo sempre di spiegare, ma veramente per le esperienze fondamentali non c’è spiegazione. Davvero non possediamo spiegazioni. Forse è la cosa più difficile con la quale fare i conti. Il fatto di non comprendere poiché il dolore per le cose successe è spesso un’apparenza. L’odore, la puzza è il segnale divertente che ho intercettato per la fine di un amore. Sembra avere contemporaneamente una componente fisica e una emozionale. Non possiamo mantenere alcun controllo nella reazione di piacere o meno all’odore dell’altro. È il segno peculiare».

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