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martedì 16 gennaio 2018

La frontiera messicana nella terra di nessuno

di Gabriele Santoro

Assemblare le tessere del mosaico di un viaggio, che segna la sorte di una vita, è un’esperienza potentissima. Forse rappresenta l’unica occasione per sentire prima di capire l’emigrazione. Recarsi in un centro d’accoglienza, scrivendo poi una storia che si appella a pezzi di carta sopravvissuti al deserto e al mare, non risolve probabilmente nulla, ma costringe a entrare senza via d’uscita nell’esistenza degli altri.


Dimmi come va a finire (la nuova frontiera, 96 pagine, traduzione di Monica Pareschi dall’inglese) è il titolo del nuovo libro di Valeria Luiselli, da poco pubblicato in Italia, e corrisponde alla domanda posta dalla figlia della scrittrice messicana di origine italiana alla madre: “E allora, come va a finire la storia di quei bambini?”. Questi ultimi sono i minori migranti non accompagnati che dai paesi dell’America Centrale cercano di varcare la linea di confine nordamericana. La sera a casa Luiselli deve arrendersi a quella domanda legittima, non può evaderla. “Nella terra di nessuno / Niente diritto d’asilo qui / Re Salomone non ha mai vissuto da queste parti”, cantavano The Clash in Straight to Hell. Dal 2006 secondo la stima più attendibile 120.000 migranti transitanti in Messico sono scomparsi lungo le duemila miglia della frontiera statunitense.

La trentaquattrenne autrice cosmopolita, assistente all’Hofstra University e residente ad Harlem, alle prese con le pastoie burocratiche legate al rilascio della sua Green Card, si è avvicinata grazie al suo avvocato all’urgenza di una difesa che assomiglia alla presa della parola e all’ascolto: “Che cos’era l’iscrizione prioritaria a ruolo dei minori? Chi difendeva quei bambini, e chi era ad accusarli? E di quale reato, esattamente?”. Nel marzo del 2015 ha cominciato a lavorare come interprete al Tribunale dell’Immigrazione di New York, rielaborando successivamente le mappe interiori disegnate da viaggi disumani.

Il primo scoglio nel quale è grosso il rischio di incagliarsi consiste nello stabilire l’ordine narrativo delle cose. Il testo segue il percorso complesso di un questionario composto di quaranta domande, che dalle risposte attendono l’opportunità di immaginare una vita migliore. “Per quale motivo sei venuto negli Stati Uniti?”, inizia così la traduttrice che si fa interprete, per poi ricostruire e cesellare con la scrittura storie necessariamente frammentate che faticano a dirsi. Agli avvocati Luiselli deve consegnare gli elementi sufficienti per imbastire la difesa in aula dell’innocenza propria dell’infanzia frantumatasi durante l’emigrazione, ed evitare il decreto di espulsione.

Dimmi come va a finire ha una dimensione prettamente politica, è un invito a ripensare la lingua stessa che circonda il fenomeno migratorio. Se le cose si possono comprendere nella propria interezza solo dopo molti anni – sostiene l’autrice di Volti nella folla, Storia dei miei denti, Carte false, pubblicati sempre da la nuova frontiera – quando la storia è in corso l’unica possibilità è raccontarla: “Prima di poter capire qualcosa, ciò va narrato molte volte, con molte parole diverse, da molte angolazioni diverse, da molte menti diverse”.

Secondo la stima più attendibile, Secondo la stima più attendibile, dal 2006 sono 120.000 i migranti transitanti in Messico scomparsi lungo le duemila miglia della frontiera statunitense.

Secondo i dati elaborati dall’interessante volume Deportation and Return in a Border-Restricted World, Experiencese in Mexico, El Salvador, Guatemala and Honduras (2016), nel quadriennio 2010-2013 rispetto allo stesso periodo 1995-1999 le espulsioni dagli Stati Uniti di nativi messicani, privi di documenti regolari, sono quasi triplicate, passando da 440.738 a 1.179.877. Nel 2014 il 51% degli immigrati messicani presenti nel paese non aveva i documenti. Dal 2007 al 2012 la presenza di undocumented mexicans è scesa di un milione di persone. Nel biennio 2015-’16 c’è stato un ulteriore calo degli irregolari pari a 5.6 milioni.

Dal 1965 al 2015 più di 16 milioni di messicani sono emigrati negli States. Con il 28% sul totale dei 42 milioni di stranieri presenti restano il gruppo etnico più largo. Tra il 1980 e il 2006 il numero di immigrati è cresciuto impetuosamente da due milioni di persone a quasi dodici. La Grande recessione, datata 2007-2009, ha sostanzialmente arrestato il movimento. Negli ultimi otto anni la crescita è stata bloccata, a causa del crollo delle opportunità lavorative e dell’esponenziale militarizzazione del confine. Per dare una misura economica dell’emigrazione, nel 2014 gli 11.714.500 milioni di messicani espatriati producevano rimesse del valore di 24 miliardi di dollari, pari al 2% del Pil del paese di nascita.

Dal 2005 la somma complessiva dei provvedimenti di allontanamento riguarda per il 90% cittadini provenienti da Messico, El Salvador, Guatemala e Honduras. Il 73% dei migranti undocument sono partiti da questi ultimi tre paesi, i minori soprattutto in fuga dalla violenza delle bande criminali, ma i messicani restano i più attenzionati. Manu, raffigurato da Luiselli, ha un solo documento superstite del viaggio, il foglio della denuncia, inascoltata dalla polizia, della banda che lo perseguitava fino a eliminare il suo migliore amico. Tra il 2009 e il 2014 appare significativa la percentuale del 93% dei rimpatri di minori under 14 messicani da parte della polizia di frontiera senza la necessità di dibattimento. La procedura si chiama paradossalmente ritorno volontario e fa riferimento al Trafficking Victims Protection Reauthorization Act firmato nel 2008 da Bush.

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venerdì 9 dicembre 2016

Paul Beatty e Lo schiavista, una conversazione

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 29
9 dicembre 2016

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro


Paul Beatty, classe 1962, radici losangeline, con Lo schiavista (Fazi Editore, 369 pagine, 18.50 euro, traduzione ottima di Silvia Castoldi) è da poco il primo scrittore nordamericano insignito del prestigioso riconoscimento letterario Man Booker Prize. The Sellout, il titolo originale dell'opera, è un romanzo satirico, coraggioso che, sottraendosi al canone della classica denuncia sociale grazie alla fantasia e al talento dell'autore, guarda al proprio paese, lo interroga e dissacra, mettendolo allo specchio.


Potremmo cominciare a leggere il libro da questo dialogo: «È illegale gridare “al fuoco” in un cinema pieno di gente, giusto?». «Sì». «Be’, io ho sussurrato “razzismo” in un mondo post razziale». Il narratore, il venduto, nell'incipit potente si fa carico del pregiudizio storicizzato: «So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente». Me, soprannominato Bonbon, ci porta davanti alla Corte Suprema col caso 09-2606: lui contro gli Stati Uniti d'America. Il giudice nero è costernato: perché ai giorni nostri un afroamericano viola i principi, possedendo uno schiavo, e sostiene che la segregazione riunisca le persone di una comunità in crisi di identità?

C'è la violenza della polizia, che uccide il padre di Me. Ci sono i non luoghi di Los Angeles, ibrida e sconfinata. L'imputato è originario di Dickens, un ghetto nella periferia sud di Los Angeles a immagine e somiglianza della reale Compton, scomparso dalle mappe. Il vecchio Hominy Jenkins, l'abitante più famoso di Dickens, l'ultimo sopravvissuto delle Simpatiche Canaglie, necessita di trovare un appiglio nel naufragio dell'identità e si offre come schiavo. Beatty ci costringe a fare i conti col fallimento dell'utopia, con la contraddizione insita nell'integrazione.

Beatty, Lo schiavista è classificato come un'opera satirica. Proviamo a risolvere l'equivoco sulla satira. Trova riduttiva l'accezione diffusa, che è anche una maschera per non parlare di come il suo testo scavi in profondità il senso della perdita, della morte e gli aspetti più violenti del paese?
«Qualora qualcuno lo categorizzasse come un libro comico, penso che non avrei la stessa reazione. A proposito dell'evidenza della parola satira c'è qualcosa che suona come vacuo, falso e accomodante. L'aggettivo satirico è una maniera per dire: “Questo è un libro divertente che tratta una materia seria, ma non dobbiamo misurarci con la tristezza e il dolore”. Esiste un'antinomia per la satira? In che modo definiremmo un libro posato che si occupa di argomenti umoristici? Sono forse uno scrittore post satirico? No, post satirico è satirico. Sono intrappolato, non fa niente».

In un passaggio intenso e spassoso del prologo, lei fa dire a Martin Luther King Jr. che «se solo avesse assaggiato quell'intruglio non dolcificato, disgustoso, fatto passare per tè freddo ai banconi delle tavole calde negli Stati segregazionisti del Sud, avrebbe sciolto l'intero movimento per i diritti civili prima dei boicottaggi, dei pestaggi e degli omicidi». Intendeva discostarsi dalla narrazione acritica sugli esiti del Movimento?
«Il romanzo non ha la pretesa di emettere alcuna verità a proposito; piuttosto usa il vantaggio del senno di poi per presentare un'alternativa obliqua e leggermente riluttante nella reinterpretazione della lotta. Qualora si chiedesse agli americani se ritengono che il Movimento per i diritti civili sia stato proficuo, ci sarebbe un consenso generale: “Sì lo è stato”. Ma non c'è nulla di scontato come il pieno consenso. C'è sempre almeno una persona che esprime una forma di dissenso. Questo libro è l'incarnazione della persona non del tutto d'accordo. La persona che concorda ma alza la mano soltanto a metà».

Quanto è stato errato e fuorviante immaginare un cordone ombelicale tra Barack Obama e la comunità afroamericana, e soprattutto ritenere la sua elezione un'eredità postuma del Movimento per i diritti civili?
«È stato miope presumere che, in quanto nero, avesse una responsabilità inerente per affrontare l'ingiustizia sociale, quando invece dovremmo pretendere da qualunque presidente di essere cosciente e avversare le diseguaglianze. C'è un video interessante del Presidente Obama, un politico nero potente, intervistato da una giornalista nera in una delle sale del nuovo Smithson Museum of African American History. Lei gli domanda di una recente sparatoria della polizia a Tulsa, Oklahoma, dove il videotape mostra la vittima, Terence Crutcher, chiaramente con le mani alzate. Obama, che aveva alle sue spalle una gigantografia di Martin Luther King Jr, afferma: “È mia abitudine non commentare i fatti specifici...”. Se il presidente non può dichiarare nulla su un omicidio ripreso e catturato dentro a una pellicola, è almeno molto inquietante. Poi ci sorprendiamo perché una larga parte della cittadinanza statunitense si chieda perché importarsene. Grazie a Dio persone come MLK Jr., Angela Davis, Eugene Debs, Moms Mabley, Cesar Chavez, Bernie Sanders, Ta-Nehisi Coates e Richard Pryor l'hanno fatto, hanno parlato nello specifico».

Potremmo dire che, giorno dopo giorno, il concetto del post razziale sia sempre più confuso e fragile?
«Ritengo che la definizione potrebbe rimanere la stessa, ma la voce sul vocabolario andrebbe scritta e letta così: post racial – aggettivo [arcaico]».

Dopo le elezioni Toni Morrison ha invitato a rileggere William Faulkner. Perché il senso dell'essere americano è tuttora profondamente connesso alla bianchezza, al colore della pelle?
«Sostituisca americanità con italianità e potrebbe trovare lo stesso tipo di risposta scomoda».

Quali sono i bisogni degli elettori di Donald Trump?
«Molte persone convergono sull'opinione e sentimento, originariamente fatto risalire al filosofo francese Joseph de Maistre, secondo il quale i paesi hanno i leader che meritano. Non concordo. Malgrado il processo democratico, nessuno merita una leadership pregiudiziale e vendicativa. Trump incontra i bisogni della popolazione che non realizza che il sentirsi dire cosa pensare è equivalente al sentirsi dire di non ragionare, al mettere da parte la razionalità. A volte le persone necessitano di una figura paterna, nonostante sia ingiuriosa, illusoria».

Nutre qualche timore in particolare per l'agenda Trump?
«Il crescente restringimento del raggio d'azione dei media. Quanto sapremo rispetto alla sua attività? Ha incontrato da poco il primo ministro giapponese Shinzō Abe, ma non ne sappiamo nulla».

mercoledì 19 ottobre 2016

L'arte del racconto secondo Philip Ó Ceallaigh


di Gabriele Santoro

Philip Ó Ceallaigh sostiene di essersi trasferito a Bucarest perché voleva scrivere racconti. Nel 2000 all’età di trentadue anni si è sistemato dove è scomodo stare. Era primavera e viveva in periferia in un monolocale al decimo piano di una palazzina d’epoca comunista: «Non era esattamente un ghetto, ma nemmeno un quartiere alla moda». Costava poco e poté comprarlo, ma non aveva i soldi per riparare il soffitto. La pioggia penetrava nell’appartamento, a causa dell’umidità crescevano funghi sulla parete («erano multicolori, li avrei dovuti fotografare», dice).


Bucarest era in stato di decomposizione, dal comunismo al salto nel vuoto del libero mercato degli anni Novanta. E quel soffitto ne restituiva l’immagine: tutto crollava e nessuno sapeva come rattoppare. Dentro a quell’appartamento Ó Ceallaigh forse si è salvato la vita. Come i vicini di casa, prostitute che profumavano l’ascensore, giovani che più dei pensionati assomigliavano a relitti alla deriva, cercava la via di fuga all’assenza di senso: «Mi sembrava che perlomeno metà degli inquilini stesse impazzendo, confinati dalla povertà nelle loro stanze mentre il mondo di fuori collassava – ha scritto – . Ero il migliore scrittore irlandese non ancora pubblicato e delle volte, da ubriaco, mi gloriavo di questa follia sbracato nel buio da qualche parte».

Appunti da un bordello turco (Racconti, 343 pagine, 16 euro) – Notes from a Turkish Whorehouse, Penguin – è stato l’esordio di Ó Ceallaigh e ha celebrato il decimo compleanno con la traduzione in italiano a cura di Stefano Friani. Quando si decanta la scomparsa del lavoro, tacendo l’incapacità di raccontarlo, lo scrittore riesce a illuminare il sommerso, i pessimi lavori del working class hero contemporaneo. Nella penna asciutta di Ó Ceallaigh c’è amore per la periferia, per i diseredati che sanno a loro modo affrontare l’isolamento e lo sradicamento. I narratori, spesso uno scrittore vagabondo, sanno quel che pretendono di rappresentare.

Ó Ceallaigh, irlandese classe 1968, usa in modo fluente sei lingue. Ha vissuto in Spagna, Russia, Kosovo, Stati Uniti, Georgia ed Egitto reinventandosi in mille mestieri per mantenersi. Nel 2006 con Appunti da un bordello turco ha vinto il Rooney Prize. Ora ha appena finito un libro, che è un saggio, di prossima uscita per Penguin, sulla persecuzione degli ebrei nell’est europeo, l’olocausto e il comunismo esaminando i temi attraverso le vite e gli scritti di diversi scrittori ebrei dell’area – Isaac Babel, Vasily Grossman e Mihail Sebastian.

Il titolo della raccolta non tragga in inganno: la maggior parte delle storie contenute nei diciannove racconti è ambientata in Romania: «Scrivevo della vita nel mio palazzo da dieci piani, che era la stessa vita degli altri palazzi da dieci piani, la stessa vita di gran parte della città. Scrivevo della esilarante assenza di speranza di tutte queste vite, ammassate assieme, ognuna di loro alla ricerca di un senso».

Ó Ceallaigh, le succede di riguardare Appunti da un bordello turco?
«Non l’ho riletto recentemente. Negli ultimi cinque anni non ho scritto molta fiction, è come se fossi uscito da quella zona. Quel che più ricordo è la stagione della vita nella quale l’ho scritto, le giornate, le nottate e le persone. Rammento la stanza dove ero seduto e il vissuto da cui provengono le storie. La mia memoria riguarda soprattutto il sentimento durante la scrittura, col mio stato d’animo d’oggi non saprei cosa ne sarebbe di queste storie. Le traduzioni consentono di incontrare nuovi lettori. Discutiamo e comincio a ricordare, mi riavvicino alle storie come l’ultimo estraneo. Dovrei rileggerle e potrebbe sembrarmi strano, potrei sentirmi come Donald Trump, sfidato su quello che disse o combinò. Potrei difendermi assicurando che in dieci anni sono cambiato, che in fondo il libro è uno scherzo da stanzetta. Perdonatemi».

Che cosa è cambiato dopo la pubblicazione?
«Sono diventato uno scrittore, nel senso che tutti potevano chiamarmi così. Non ha fatto la differenza sul modo di scrivere, ma sul livello di confidenza nel dire alle persone che cosa fossi. Fino a quel momento assomigliava a un segreto sporco. Ho speso tutto il mio tempo portando avanti questa attività, che è invisibile al resto del mondo e quasi pretende il porgere le scuse per il fatto di riversare tutto il tempo e le energie in qualcosa da cui le persone non possono trarre nessun guadagno immediato. Col trascorrere degli anni è una condizione psicologica scomoda. Devi sempre confrontarti con i giudizi delle persone. Si vive in un mondo per individui, che pratica l’arte del giudizio sul successo. Lo devi ignorare. Un giorno velocemente e inaspettatamente sei trasformato in qualcosa che la gente vede come un successo. Scrivono che ti ammirano, chiedono come si fa. Tutto ciò ti rende sufficientemente cinico sul fatto che la gente si accontenta della superficie di quello che si definisce successo».

Lei come reagisce?
«Riconosco la situazione. Non arrivi a scrivere qualcosa che ti impegna per cinque o sei anni senza acquisire un certo grado di indifferenza ai giudizi. Lo scrivere mi è sempre sembrato l’unica compensazione per tutta la merda che ho affrontato».

Un irlandese giramondo come lei, in che modo è finito al decimo piano di un appartamento diroccato alla periferia di Bucarest?
«La mia vita è stata cambiare lavoro e città ogni sei mesi, non avendo alcuna stabilità e confrontandomi costantemente con nuove situazioni di insicurezza materiale. Mi sentivo un disadattato come tutte le persone della mia età che non possono accettare di trovare alcun senso in una carriera o in quella che è considerata una vita normale. E la scrittura rispondeva a ciò. Era un tentativo di trovare un centro, un sentiero, in fondo un’attività che avesse un valore per me. Le parole sono state la mia gravità perché null’altro funzionava. Disperdevo molta energia vivendo in quella maniera, spostandomi in modo incessante. Per scrivere ho avvertito il bisogno di stabilirmi, e l’ho fatto. Ero un fallimento che viveva in quartiere e in un paese a loro volta fallimentari. Intenso, a suo modo. Tutto ciò che potevo fare era scrivere».

L’operazione è riuscita, ma soprattutto ha trovato una definizione di periferia.
«Sì, credo di aver risposto nel libro: “Se ti vuoi fare un’idea di come se la passa una città, pensò, devi andare a vedere i suoi margini. Il centro ti dirà che va tutto bene. La periferia ti dirà il resto”».

Quante ore al giorno dedica alla scrittura?
«Il minor tempo possibile, ma non è una questione temporale. Si tratta dell’esperienza di essere assorbiti. Il tempo che mi serve per entrare dentro alla scrittura è variabile. Trascorro anche quattro ore davanti al computer senza fare nulla prima di cominciare. Una volta entrato proseguo fino a quando c’è il battito. Quando lo sento il resto della giornata è spensierato, felice».

E la lettura?
«Negli ultimi cinque anni ho letto soprattutto non fiction con una matita in mano per le ricerche destinate al libro appena consegnato al mio editore, Penguin. In questi periodi viene meno il gusto puro della lettura, il piacere di perdersi. Vorrei mettere un punto a questa fase e riprendere a leggere come ero abituato, una forma di esplorazione».

È stato difficile trovare una casa editrice che pubblicasse i racconti?
«L’ho cercata per alcuni anni. Spesso mi dicevano di non essere interessati alla short story. Poi vivevo in un paese non mio ed era difficile che qualcuno leggesse. Questo ebbe un aspetto positivo: mi emancipai dalle attese fino a quando non mi ha trovato un’agente. Lesse alcune storie che avevo scritto e mi chiese se ne avessi altre. Ho risposto offrendo direttamente il libro già pronto. E tutto poi è proceduto in modo spedito».

Perché il racconto?
«È accaduto, non è stata una scelta. Non ho alcuna motivazione personale per scrivere quel che i lettori vogliono di più, i romanzi. Probabilmente perché non mi riescono. Troppo spesso il romanzo è una convenzione editoriale che deforma le storie. Se fosse data più attenzione alla forma, alla struttura si pubblicherebbero meno romanzi e storie migliori».

Come ha celebrato la prima pubblicazione?
«Un giornale pubblicò per la prima volta una mia storia, poi per due anni niente e allora ho fermato quel momento. Successivamente ho vinto un premio per giovani scrittori. Lo ricordo bene, perché era sponsorizzato dal Brandy».

Le chiedo qualcosa sul testo che dà il titolo alla raccolta. Scrivere vuol dire lottare?
«Be’ sì, quel racconto si avvicina allo sforzo, alla lotta per scrivere in circostanze difficili. C’è un cameriere che lavora nel bordello, la sua figura si ispira a un ragazzo conosciuto realmente in Turchia proprio in quell’ambiente. Lui mi si avvicina, iniziamo a parlare, mi dice che è uno scrittore, osservava l’ambiente in cui lavorava, le ragazze e ne scriveva. Non ho mai letto quello che ha scritto, il suo inglese era limitato, ma ricordo di avergli detto: “Questa è la maniera di scrivere, proprio il cosa e come puoi farlo”. La mia situazione tutt’altro che confortevole era simile, lottavo sempre materialmente. Sono andato a vivere in un paese molto povero, quando appariva disintegrato, e l’ho scelto come terra della scrittura. So che è quasi una prospettiva anti letteraria. Molta letteratura si scrive in comfort zone ed è una cosa differente. Non quello che vivevo all’epoca e il libro lo riflette».

In che modo è riuscito a raccontare così bene la storia di un amore che finisce?
«Qualcuno pensa che sia abbastanza realistico. Come percepiamo i segnali che descrivono quel che sembra accadere quando un amore sparisce? Retrospettivamente cerchi di analizzare le esperienze, di rintracciare le ragioni per le quali le cose avvengono e alla fine trovi una giustificazione. Per le creature che siamo cerchiamo sempre di spiegare, ma veramente per le esperienze fondamentali non c’è spiegazione. Davvero non possediamo spiegazioni. Forse è la cosa più difficile con la quale fare i conti. Il fatto di non comprendere poiché il dolore per le cose successe è spesso un’apparenza. L’odore, la puzza è il segnale divertente che ho intercettato per la fine di un amore. Sembra avere contemporaneamente una componente fisica e una emozionale. Non possiamo mantenere alcun controllo nella reazione di piacere o meno all’odore dell’altro. È il segno peculiare».

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venerdì 1 luglio 2016

Punto d'ombra: le foto di Teju Cole


di Gabriele Santoro

(le immagini sono tratte dal libro: ringraziamo la casa editrice Contrasto)

«Una mattina del 2011 mi sono svegliato, dopo aver letto la sera prima Virginia Woolf, ma non sto dando la colpa a lei, e non ci vedevo dall’occhio sinistro. Raggiungo il lavandino, mi sciacquo, non mi faceva male però non ci vedevo. Dopo due giorni la visione è tornata. Il responso di accurati consulti medici è stato: “Boh, però se ne andrà”. La chiamano sindrome della grande macchia cieca, della quale non si conosce la causa e può ripresentarsi. La relazione con il mio lavoro è segnata, influenzata anche dal fatto che potrei svegliarmi la mattina e non vederci da un occhio», racconta Teju Cole.


Lo scrittore d’origine nigeriana, classe 1975, fotografo e critico per il New York Times, una delle voci più interessanti della letteratura e delle arti d’oltreoceano che, dopo l’esordio brillante di Ogni giorno è per il ladro, un ritorno politico alle proprie origini, ha stregato la critica e i lettori su scala mondiale con il libro bellissimo Città aperta non abbandona mai l’urgenza di assecondare la propria sensibilità visiva. Cole tira fuori dalla propria borsa la macchina fotografica, che l’ha già accompagnato in trenta paesi, lì sempre alla ricerca della prossima immagine da scattare quasi a curare l’ossessione per il vedere. Dopo un passaggio romano per il Festival Letterature, l’autore ha raggiunto il Sud Italia e poi approderà a Malta.

La casa editrice Contrasto ha da poco pubblicato Punto d’ombra (230 pagine, 22 euro, traduzione di Gioia Guerzoni) un nuovo lavoro di Cole: un diario visivo che testimonia le sue peregrinazioni nel mondo e ne offre la cifra stilistica. Sembra ricordarci che siamo corpi nel mondo e la scrittura è sempre un’esperienza corporea. Le foto scattate nell’arco temporale tra il settembre 2011 e novembre 2015 non sono disposte in ordine cronologico né geografico, ma per comprendere il filo della creazione tra scrittura e fotografia di Cole si può cominciare da pagina 196.

Cattura, a Zurigo nel 2014 sul tram n.15 per Bucheggplatz, una luce all’imbrunire che racconta una storia di sette anni prima. Cole fotografa una donna sui trenta, capelli raccolti e un tatuaggio che emerge limpidamente dal collo: due righe, il nome di una donna e una data. Lui li annota entrambi, e in seguito a una ricerca li trova associati in un vecchio articolo di giornale: una donna, morta in un paesino vicino a Phoenix, proprio nella data del tatuaggio. Quella notte c’erano altre due persone in macchina. Entrambe erano sopravvissute all’incidente e avevano come la vittima poco più di vent’anni: un uomo, diceva l’articolo, e un’altra donna.

Cole, nel memoir Punto d’ombra scrive che utilizza la macchina fotografica come un’estensione della memoria. Qual è la relazione creativa con la scrittura?
«Questo libro assomiglia a una raccolta di poesie, alla quale chiediamo innanzitutto se abbia espresso la verità. Le foto non sono manipolate. Mi interessa creare un momento, un luogo dove avvenga qualcosa di intenso. Foto e parole emettono vibrazioni differenti, che metto insieme. Il sentimento, la storia e la fotografia sono reali, ma la costruzione della relazione fra di esse è costruita come una poesia».

In che modo sappiamo quando un fotografo ci immerge, procaccia la vita e non riproduce pregiudizi preesistenti?
«La fotografia mantiene una grande potenza quale forza di testimonianza, ma sappiamo che può mentire tanto con l’analogico quanto col digitale. Per il fotografo credo sia più importante la ricerca della giustizia rispetto alla neutralità, che è il linguaggio del potere. La questione è complessa, tuttavia occorre affrontarla. Più che Photoshop, il problema consiste nella mancanza di immaginazione nel mostrare con attenzione e rispetto la vita. Recentemente ho trascorso tre settimane in Libano e la presenza dei rifugiati siriani rappresentava anche un’occasione per un reportage fotografico. La sfida che dovremmo porci è trovare nuove modalità per raccontare fuori dal circuito economico censorio delle immagini».

A proposito del Libano, in Punto d’ombra lei rivela l’ammirazione per Gabriele Basilico.
«Sì, è uno dei fotografi che più ammiro. Mi ha fornito la risposta alla nozione del ritrarre uno spazio vuoto. La figura umana con Basilico sa attivare lo spazio, e quand’anche questa sia assente lo stesso spazio emana energia. Ho pensato molto al suo lavoro rispettoso delle rovine di Beirut».


Instagram è uno spazio per la creazione?
«Sono interessato a chi lo utilizza come tale per esplorare il linguaggio visuale. Molti fotografi che seguo e apprezzo considerano Instagram un extra studio, dove fare di più. Scattano le fotografie col telefono ma con l’intelligenza pittorica simile a quella che applicano nei lavori formali. Quello che amo della fotografia è la sua disseminazione. Il contributo dei fotografi su Instagram consente in qualche modo di avvicinarsi al loro processo creativo. Al suo meglio può essere una conversazione che si rivela gradualmente».

A pagina 66 c’è una fotografia molto bella. L’ha scattata a Lagos nel dicembre del 2014 e ritrae strumenti musicali a riposo nell’atrio di una scuola elementare. Fa pensare al suo libro d’esordio Ogni giorno è per il ladro, alla sua visita in scuola per musicisti: «I segnali di vita più incoraggianti che vedo in Nigeria sono associati alla pratica delle arti. Ogni volta che, tornando a Lagos, finisco per caso in un angolo di inferno, spunta sempre qualcosa che mi dà speranza». In quel libro le fotografie accompagnavano il testo, oggi viceversa è la stessa esigenza?
«Tra i due libri intercorre un divario di almeno dieci anni, uno spazio intenso in cui rimangono alcuni contenuti. In quel libro ho concepito giornalisticamente la storia. Sono entrato in quella scuola insieme al narratore, ma in quel caso gli strumenti non erano coperti, ma accessibili solo a chi se lo poteva permettere economicamente. La prima cosa che sperimenti è il potere dell’immagine, il mistero, parlo di come il silenzio sia sonoro. Ancora mi sono mosso dal reportage alla poesia. Anche la poesia è importante perché può dirci che anche a Lagos può accadere una poesia. Non viviamo una vita puramente materialistica, stressata dai problemi del governo, dalla corruzione, dal crimine. Ovunque nel mondo c’è una possibilità per la poesia».


Un punto di contatto tra i due i libri è la dimensione del sogno, parola che ricorre molto in Punto d’ombra.

«Sì, c’è anche in Ogni giorno è per il ladro, il sogno accompagna il narratore che si muove attraverso la città. In questo libro equivale a una linea di confine completamente dissolta tra realtà e sogno. Forse è il segno della maturazione del mio pensare di libro in libro. Nei sogni accadono molte cose che mettono alla prova i confini di ciò che è credibile e li testano in termini psicologici meticolosi, eventualmente costringendoci a credere. Sono sempre più aperto su questo confine e credo dipenda dall’insicurezza di che cosa significhi davvero essere al mondo in movimento attraverso lo spazio e talvolta non puoi dire se tu stia sognando o meno. Il giardino in cui ci troviamo è stato disegnato da Borromini nel Seicento, questo è quasi un sogno del quale facciamo esperienza oggi. Fra pochi giorni andrò via da Roma e manterrò solo dei ricordi. Allora per anticipare il futuro, per vivere nel presente, per pensare il passato e poi dormire e sognare siamo costretti a danzare in quel confine. Questo è il dove che esplora il libro».

Che cosa intende quando si dichiara affascinato dalla linea del canto che collega tutti i luoghi?
«La intendo in un senso molto musicale come quando ascolto Schubert. Non si tratta solo di eseguire correttamente le note, ma farlo suonare. È davvero come mantenere, stringere una linea tutta attraverso una canzone. Per me ciascuna di queste foto è una percussione e devono essere un senso del flusso».

Il cosmopolitismo è un tratto fondamentale della sua biografia e prende sostanza nei suoi scritti. In un mondo così individualista e pieno di dolore, quali condizioni consentono la conversazione fra diversi per dirla con Kwame Appiah?
«Il senso dell’uguaglianza fra gli interlocutori: non parliamo a, ma con. Il discorso deve essere inclusivo oltre le differenze. L’uguaglianza, letteralmente intesa, fra le persone è la condizione irrinunciabile».

Ha commentato l’elezione del nuovo sindaco di Londra, Sadiq Khan, musulmano cosmopolita, dicendo: «I simboli sono importanti, ma vediamolo all’opera». Per che cosa ricorderemo Obama?
«È stato un presidente migliore di chi lo ha preceduto, ma credo avrebbe potuto fare di più. Obama è l’espressione massima del pensiero neoliberale. Il nodo centrale irrisolto è la guerra senza fine. Sarà ricordato come il primo presidente nero, per il suo stile molto attrattivo ma anche per l’espansione dei poteri presidenziali che si riverberà sulla prossima elezione. Il governo non dovrebbe spiarci. Credo che gli Stati Uniti possano, debbano aspirare a un presidente che promuova la giustizia e i diritti umani per le persone in tutto il mondo. Nessuno dei due candidati alla presidenza ispira tutto questo».