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mercoledì 25 novembre 2015

«Ridare la parola all'impossibile per ottenere il possibile» conversazione con Alfredo Reichlin

http://www.minimaetmoralia.it/wp/ridare-la-parola-allimpossibile-per-ottenere-il-possibile-conversazione-con-alfredo-reichlin/

di Gabriele Santoro

Il trenta settembre a Piazza Montecitorio, a pochi passi dal feretro di Pietro Ingrao, la voce di Alfredo Reichlin si è incrinata, rievocando la più grande passione laica, la politica come storia in atto. L’assillo del come non lasciare gli uomini soli davanti alla potenza inaudita del denaro condiviso con “la mente libera, cocciuta e assetata di conoscenza” dell’amico, che ora riposa nella sua Lenola.

La vita del novantunenne Reichlin è stata appassionata e piena. La passione per la vita sta ancora nel cucchiaino di zucchero per il caffè, che mi chiede di riempire per bene, non a metà, e nella pila di libri nuovi da leggere appoggiati sul divano. Qui ci interessa relativamente se è una storia di vinti o vincitori. Nato a Barletta nel 1925, si trasferì bambino a Roma, complice la crisi del ‘29 che aveva travolto la grande fabbrica chimica del nonno. Papà dannunziano, lui si scoprì l’eretico di famiglia. Al liceo divenne comunista. «Farai la fine di Cafiero mi diceva angosciata mia madre alludendo a quel suo parente anarchico, l’amico di Bakunin, di cui non sapeva niente, tranne che era morto pazzo, dopo aver regalato le sue terre ai contadini», ricorda. Non è andata così.


S’iscrisse al Pci dopo la liberazione. Nel 1945 iniziò a lavorare all’Unità, per poi diventarne direttore nel 1956, appena trentenne. Dissidi con Togliatti produssero il cambio alla direzione e il ritorno in Puglia quale segretario regionale. Eletto deputato nel 1968, dal 1973 fece parte della direzione del partito e della segreteria Berlinguer. Ha provato a dare il proprio contributo ideale, valoriale nella complessa mutazione Pci-Pds-Ds-Pd. «Non appartengo a quelli che si pentono del loro passato. Sì, sono stato comunista. Peggio, sono stato uno dei massimi dirigenti del Pci e non è che non veda errori e orrori e non li senta sulla mia pelle. Il fatto è che accanto a questi io ho la piena consapevolezza della parte che i comunisti hanno avuto nella lotta per la democrazia. Non era Stalin, ma la patria che ci chiamava. Lo stesso partito che però per il suo legame con l’Urss ha contribuito a rendere incompiuta la democrazia italiana», dice.

La necessità di mettere in campo una forte idea di ricostruzione del paese, ma inseparabile dalla lotta per il riscatto sociale. Questa è la storia di una democrazia difficile e di un’unità incompiuta. È il Pci che spiega la storia d’Italia oppure è la storia d’Italia che spiega il Pci? Si domanda e domanda Reichlin nella biografia, che si fa riflessione sull’oggi, La mia Italia (Donzelli, 149 pagine, 18 euro). Affiora l’irrequietezza per un lutto non elaborato, per la debolezza del modo in cui è stata gestita la crisi del Pci e la confluenza nel nuovo partito: «Chi come me viene dalla sinistra storica non può sentirsi innocente, se il nuovo soggetto politico in cui siamo approdati sembra così incerto, quasi senza un’anima e privo di un pensiero lungo sul futuro».

Reichlin pone al centro della sua analisi la potenza dell’economia che erode il potere della politica in quanto interesse generale. Denuncia quel che sappiamo, la concreta formazione di una plutocrazia mondiale mai vista prima. Livelli di concentrazione delle risorse paragonabili a prima della Rivoluzione francese. «L’egemonia della sinistra si ricostruisce mettendo al centro la persona umana e la sua liberazione», scrive. È vero quel che premette nella prima pagina: «Non è una predica, né un furbesco chiamarsi fuori». Ma è la nostalgia per la foto di gruppo di giovani intellettuali, che si mischiarono a tanti piccoli Di Vittorio, ad animare le pagine.

L’autore argomenta la crisi di una costituzione materiale, del modo di stare insieme. Considera il “nuovismo” renziano l’immagine di un paese “senza”, un’immagine sospesa nel vuoto. Afferma che il significato etico della politica si può ritrovare non in astratto, ma nell’asprezza della lotta e del fare.

La mia Italia è la storia di una generazione che non si è tirata indietro. Ugo Stille scrisse in memoria di Giaime Pintor: «La nostra amicizia significò allora un “crescere assieme”. Era un legame che faceva di ciascuno di noi quasi una parte dell’altro». Allora viene alla mente l’immagine più bella del libro pubblicato da Donzelli. Piombiamo nella Roma dell’otto settembre 1943, il trauma e la vergogna di una intera classe dirigente in fuga, la scomparsa dello Stato, i bombardamenti e la lotta partigiana. Reichlin arriva in bicicletta dai Castelli romani e incontra solo macerie. Cerca l’amico e compagno di scuola Luigi Pintor. Giaime, il fratello più grande, che era ufficiale dello Stato maggiore, chiede loro di accompagnarlo da Leopoldo Piccardi, al ministero dell’industria in via Veneto. Piccardi era il solo membro del governo rimasto a Roma e il Palazzo era completamente deserto. Il Cln vuole aprire i depositi militari e distribuire le armi. Poi attraversano Piazza dei Cinquecento per giungere a una caserma. Qui, ricorda Reichlin, un tranviere scende dalla vettura e si unisce ai soldati italiani. Continua a sparare fin quando resta steso a terra per quel possibile che è la democrazia.

Reichlin, vorrei cominciare dalla Puglia, dall’Ilva a Taranto. Un’impresa in perdita dove si muore. Il 17 novembre è deceduto Cosimo Martucci, operaio 49enne. Lo scorso giugno il trentacinquenne Alessandro Morricella è stato travolto dalla ghisa fusa e vapore, mentre lavorava alla base dell’altoforno numero 2. Che cosa ha rappresentato nella sua vita il centro siderurgico?
«È stato un impegno grandissimo, perché è venuta a Taranto negli anni in cui ero lì. Non avevamo nessuna esperienza di che cos’è una fabbrica come l’Ilva. Il problema generale che ci investì era l’idea che fosse l’inizio di una vera e propria industrializzazione della Puglia. L’impianto era grandioso, uno dei maggiori centri siderurgici d’Europa. Non avevamo le idee chiare sull’impatto ambientale, poiché non avevamo nessuna esperienza precedente in questo senso. Ci battevamo molto per rendere democratiche le assunzioni. Allora furono assunti migliaia di operai attraverso canali clientelari. E cercavamo di fondare in mezzo a questa massa del tutto nuova il sindacato. Ho trascorso molte giornate davanti ai cancelli, perché era l’unico modo di parlare direttamente con gli operai. Arrivavano camion, pullman da varie parti della Puglia. Non era facile farsi ascoltare durante i cambi di turno, comizi di cinque, dieci minuti. Creammo un’organizzazione. Lo fece essenzialmente la Fiom, ma allora i rapporti tra sindacato e partito comunista erano strettissimi, eravamo la stessa cosa. Il centro si è anche molto – troppo – esteso, perché non era così all’inizio. Avevo già la preoccupazione, l’assillo degli effetti sul rione Tamburi esposto alle nocività della produzione. Ricordo riunioni su riunioni fatte con i compagni del luogo».

La zuppa del demonio non bastava.
«A noi l’Ilva sembrò una svolta molto insufficiente. Quando si ruppe il triangolo industriale e venivano coinvolte Emilia, Marche e in parte Toscana, la nostra linea fondamentale era che lo sviluppo del Mezzogiorno sarebbe dovuto essere uno sviluppo basato su una trasformazione molecolare della società meridionale. Fondamentalmente creare capitale sociale. Non credevamo che potesse avvenire attraverso l’imposizione di industrie calate dall’alto. Io avevo chiarissimo in testa, credo di averlo anche molto scritto, che il modello di sviluppo sarebbe dovuto partire dalla massa reale dei lavoratori pugliesi che erano i contadini e quindi uscire prima di tutto dai patti colonici semi feudali. I socialisti mi accusarono di “agrarismo”, mentre invece ritenevo che questa fosse la linea più feconda, più avanzata, di suscitare dal basso come era avvenuto in Emilia. Pensavo, mi illudevo, che soprattutto in Puglia, dove era meno forte l’arretratezza (era primitiva: una cosa diversa), si potesse lavorare su un nuovo impasto tra la forza lavoro, erano lavoratori straordinari, e una piccola e media borghesia non di rendita ma attiva».

 Nel 1962 andò a Bari con il compito di dirigere il Pci regionale. Nella raccolta Dieci anni di politica meridionale ‘63-’73 si domandava retoricamente: «È stato industrializzato il Mezzogiorno?» Per poi rispondersi: «In realtà si è industrializzato ulteriormente il Nord». Che cosa è andato storto?
«Il problema fondamentale era quello di mutare la funzione del Mezzogiorno nella vita nazionale. La scelta dell’industrializzazione era stata fatta, avendo la Cassa abbandonato dall’inizio degli anni Sessanta gli investimenti massicci in agricoltura. Tutti gli incentivi erano stati dirottati nel finanziamento dei poli industriali. Parliamo di migliaia di miliardi tra pubblico e privato. Il Nord, grazie alla particolare condizione sociale e politica della realtà meridionale, ha potuto sfruttare le riserve della mano d’opera espulse dalla campagna, ha utilizzato le materie prime e i semilavorati dalle industrie di base e inoltre ha utilizzato la crescita del tessuto urbano meridionale per alimentare certi consumi. L’industrializzazione doveva essere in funzione dell’assetto civile e territoriale del Mezzogiorno e non del mercato. Ha dominato un feudalesimo moderno, espressione di un blocco di potere burocratico, speculativo, parassitario che è locale e nazionale insieme. La rapina delle risorse umane è ciò che mi ha più inquietato. Lo spostamento verso il Mezzogiorno dell’asse dello sviluppo industriale non poteva avvenire ottenendo qua e là qualche nuovo impianto, secondo la logica dei poli ma bloccando l’esodo».

I dati prodotti dal rapporto 2015 dello Svimez (desertificazione industriale, 576mila posti di lavoro persi e al Sud dal 2008 a oggi è raddoppiata la percentuale povertà assoluta) hanno riacceso, per qualche ora, una qualche forma di dibattito pubblico sulla questione meridionale. Lei nelle pagine de La mia Italia la mette al centro della crisi della nazione italiana.
«Nell’ultimo ventennio della questione meridionale non si è più parlato ed è una cosa vergognosa. Non ne ha parlato più neanche la sinistra. Come è noto, ero un dirigente del Pci e mi sono nutrito, ho profondamente condiviso, l’impianto gramsciano togliattiano della questione nazionale italiana. L’unità d’Italia è avvenuta attraverso una rivoluzione passiva, fondamentalmente una conquista regia.

La classe dirigente italiana, poi, compie al suo interno un patto scellerato. Io sono l’industria, produco e mi serve un mercato. Allora non c’era il mercato mondiale e il Mezzogiorno significava avere un mercato protetto. Venti milioni di abitanti totalmente dipendenti dall’ago all’automobile, dal prodotto del Nord e non arrivavano gli stranieri. È stato un enorme mercato che comportava – e questo era il patto – un sostegno alle capacità di consumo dei meridionali. E quindi trasferimenti: almeno un quinto del Pil meridionale è fatto di trasferimenti. Poi il sistema bancario non era in grado di svolgere nel Mezzogiorno la funzione di sostegno a uno sviluppo industriale omogeneo. Le risorse entravano nel circolo finanziario. Era un sistema insostenibile che bisognava cominciare a guardare apertamente in faccia. Non pensare che si trattasse di arretratezza o assenza di educazione. Negli ultimi venti anni, l’arresto dello sviluppo italiano è dovuto in buona parte al cambiamento del paradigma economico mondiale, la mondializzazione. I mercati sono diventati internazionali, il Mezzogiorno ha interessato ancora meno, perché si cercavano mercati ben più ampi».


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martedì 14 luglio 2015

«La mafia non può esistere, dove la giustizia per tutti è conquista, è coscienza collettiva»


di Gabriele Santoro

Gerardo Chiaromonte era colpito dall'ossessione antimafia di La Torre. Dal consiglio comunale all'Assemblea regionale fino al parlamento nazionale, dove venne eletto nel 1972, fu la prerogativa del suo agire. L'antimafia, non quella delle parole e delle targhe commemorative, era l'unico metodo per schiudere un orizzonte di progresso al paese: senza una sconfitta complessiva della cultura mafiosa il resto è sforzo vano. Comprese, studiando, le evoluzioni del fenomeno: la mafia agricola, quella della città cementificata, il narcotraffico. La mafia dell'accumulazione capitalistica, resa sempre più potente dai ricavi del traffico della droga, ormai indicava i propri interlocutori istituzionali.

La Torre ammirava molto le qualità investigative e l'umanità del capo di una vera squadra mobile, che a Palermo di questo si occupò. Stimava l'acutezza delle analisi e delle indagini di Giorgio Boris Giuliano, che giungevano fin dentro alle banche. Giuliano, appassionato di pallacanestro, chiese di essere trasferito a Palermo, indignato dall'efferatezza della strage di Ciaculli. Specializzatosi all'Accademia dell'Fbi, a Quantico, aveva esperienza internazionale. Leggeva molto, anch'egli con il dono della curiosità. Mappò il territorio con i pedinamenti estenuanti dei suoi uomini sulla strada senza ausili tecnologici. Senza computer creò un vasto archivio, formidabile, per schedare le famiglie mafiose, risalire ad alleanze e ostilità. Giuliano si mise in testa di risolvere i casi Francese e De Mauro. Lo freddarono il 21 luglio 1979, dieci giorni dopo Giorgio Ambrosoli. Se terrorismo e mafia si scambiano le tecniche è una testimonianza lucida, che La Torre articolò sulle pagine di Rinascita il 16 novembre 1979.

«(...) Emerge in maniera impressionante una estensione e un salto di qualità sia nel terrorismo politico, sia nell'attività della criminalità organizzata. Non commetteremo l'errore di appiattire l'analisi dei vari fenomeni riconducendoli ad uno schema unico. La criminalità organizzata sta compiendo un salto di qualità molto preoccupante perché ormai comincia chiaramente a mutuare sistemi, metodi, e anche taluni obiettivi del terrorismo politico. Accade così che le modalità di un omicidio mafioso seguano quelle caratteristiche del terrorismo politico e viceversa».

Giuliano con le proprie intuizioni seppe configurare lo scenario delle cointeressenze che superavano i confini isolani. Le strade conducono a Sindona, oggetto di numerose denunce di La Torre, alla P2 e alla mafia siculo americana. La Torre vedeva nella presenza dell'anticomunista Sindona in Sicilia nell'estate del 1979, il momento di raccordo tra la mafia siciliana, il mondo economico-finanziario e la mafia americana: «È provato che Sindona si trovava a Palermo nei giorni in cui veniva organizzato e attuato l'assassinio di Cesare Terranova e pochi mesi dopo si verificava l'assassinio di Piersanti Mattarella. I gangster siculo americani, che hanno accompagnato Sindona in Sicilia, hanno affermato che essi dovevano compiere una missione politica di stampo anticomunista».

L'estate del '69 è segnata dall'ingresso di La Torre a Botteghe Oscure, chiamato a Roma alla Commissione meridionale come vice di Amendola. Il partito fornì una casa in Via Panisperna. A Pio piaceva la Capitale, seppure non fosse uomo da salotti o da cenacoli per intellettuali.

«(...) Qualcuno della direzione del partito un giorno mi disse: “È un uomo rozzo”. E io mi incazzai. E dovendo discutere dell'ammissione in sezione di uno che era operaio dissi: “Ammettiamolo, benché operaio”. Di Pio non ho capito la sua intelligenza. Io non l'avevo capito quell'uomo. L'ho stimato, apprezzato, ma non l'avevo capito. Un'occasione persa di cui pentirsi», dice Andrea Camilleri in un passo illuminante della prefazione del libro Chi ha ucciso Pio La Torre?

Alla sua morte nell'unico conto corrente erano depositate poche decine di migliaia di lire. Al costume pubblico corrispondeva quello privato. Così bloccò la possibile assunzione del figlio al Formez, Centro studi della Cassa del Mezzogiorno. Enrico Berlinguer, che nell'isola non aveva avamposti elettorali, lo volle nella segreteria con Napolitano, Chiaromonte, Minucci e Natta, apprezzandone la lungimiranza e la praticità. La Torre non era uomo da sconti. Lo estromisero dalla Direzione. Si era opposto al prestito miliardario del Banco Ambrosiano, che avrebbe dovuto salvare Paese Sera dal crack.

Pressò il partito quando sottostimava e declassava a fatto di periferia l'intelligenza della violenza mafiosa. Appartenne alla destra del partito, vicino a Giorgio Napolitano, ma non fu uomo condizionabile dalle correnti. Lo schema destra-sinistra nel suo caso non funziona. «Quando doveva gridare, gridava anche col capo, anche perché non aveva bisogno di adulare per potersi fare avanti, perché è andato avanti con la sua onestà, il suo coraggio, la sua asprezza anche», ricorda Girolamo Scaturro nel libro di interviste curato da Giovanni Burgio.

E si distinse dalla concezione paternalistica del fenomeno mafioso come frutto avvelenato della miseria. La Torre non si stancò mai di classificarlo quale un fenomeno di classi dirigenti, delle indicibili alleanze transnazionali col mondo della finanza e della politica: «La compenetrazione è avvenuta storicamente come risultato di un incontro, che è stato ricercato e voluto da tutte e due le parti (mafia e potere politico). I membri della mafia rappresentano una sezione niente affatto marginale delle classi dominanti, i cui interessi possono anche entrare in contraddizione, nello svolgimento dei fatti con aspetti dell'attività della mafia stessa». L'antimafia doveva dunque essere una questione economica, politica, sociale e culturale; un aspetto della più generale battaglia di risanamento democratico della società italiana.

Nel 1979 il Pci organizzò la prima conferenza sulla mafia. Un convegno importante al quale prese parte Rocco Chinnici. Il quadro legislativo antimafia palesava la propria inadeguatezza. La legge 31/5/1965 n. 565, che prevedeva il soggiorno obbligato dei criminali fuori dalle rispettive aree d'influenza, si rivelò controproducente, allargando il contagio mafioso. La legge 22/5/1975 n. 152, che all'articolo 22 ingiungeva la sospensione provvisoria dalla amministrazione di beni illecitamente accumulati, rimase inapplicata per la difficoltà di accertare le situazioni patrimoniali.

Alla fine di quell'anno tragico La Torre confidò all'amico giornalista Alfonso Madeo di avere in mente una legge, che rendesse reato la sola appartenenza a un'associazione a delinquere di stampo mafioso, consentisse indagini patrimoniali e l'obbligatoria confisca dei beni riconducibili agli illeciti perpetrati. Dagli atti di un convegno internazionale, svoltosi a Messina nell'ottobre 1981, le parole dello stesso Chinnici danno il senso del grave ritardo, dell'insufficienza dell'articolo 416:

«(...) Non ignoriamo le difficoltà che insorgono ogni qualvolta si tenta di dar vita al delitto di associazione di tipo mafioso, come nuova o diversa ipotesi delittuosa rispetto all'associazione per delinquere prevista dal codice; poiché, però, la mafia esiste come realtà criminosa e criminogena, non può il legislatore non prenderne atto e creare una nuova figura di reato. La mafia è una realtà assai complessa, una associazione sempre e comunque più pericolosa dell'associazione per delinquere prevista dall'art. 416. Associazione strapotente, destabilizzante, con campo di azione in tutto il territorio della Nazione con collegamenti all'estero, non vediamo come la stessa possa ancora oggi essere considerata alla stregua di una qualsiasi e comune associazione per delinquere. È difficile rendersi conto del perché di tale incongruenza.

L'insuccesso nella lotta contro le associazioni mafiose va ricercato nella inadeguatezza dello strumento legislativo. La mafia ha mutuato metodi propri del terrorismo di diversa matrice. Si deve stabilire che la mafia non solo è associazione per delinquere, ma associazione certamente più pericolosa e diversa da quella prevista dall'art. 416 CP e che pertanto, essendo di per sé per la sua sola esistenza un pericolo per la collettività, deve essere colpita con apposita norma sanzionatoria, anche indipendentemente dalla prova diretta che gli associati mafiosi abbiano specificatamente programmato crimini. La proposta che intendiamo formulare è di introdurre nella nostra legislazione penale la figura autonoma del reato di associazione mafiosa».

In quell'occasione Chinnici fece intravedere l'istituzione dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, che oggi ancora arranca. All'epoca immaginò che i beni confiscati non potessero essere venduti o affidati a privati professionisti, in qualche maniera influenzabili, ma gestiti per esempio dall'Avvocatura dello Stato.

Nel frattempo, il 31 marzo 1980, Pio La Torre aveva già depositato alla Camera insieme ad altri firmatari la proposta di legge numero 1581, Norme di prevenzione e repressione del fenomeno mafioso e costituzione di una commissione parlamentare permanente di vigilanza e controllo.
Quella che diverrà il primo serio strumento di lotta contro la mafia. Nell'esperienza di La Torre la separazione dei poteri statuali è stata sempre ben evidente, però i poteri distinti dovevano parlarsi. In nome di ciò costruì un dialogo produttivo con la magistratura più illuminata.

Per la stesura tecnica consultò due giovani magistrati della Procura di Palermo, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che si resero disponibili a fornire le proprie competenze al fine di redigere un progetto di legge efficace. Il legame nell'interesse generale con Chinnici fu stretto. Tante idee in comune (pool antimafia, banca dati, etc), urgenze, lo sgomento proprio dell'onestà e la solitudine. A Palermo La Torre lavorò con lui per migliorare la norma sul sequestro dei beni ai mafiosi e su quello che diverrà nel codice penale, sull'onda emotiva dell'omicidio di Dalla Chiesa, la fattispecie di reato riconosciuta e descritta dall'articolo 416 bis:

«(...) L'associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri».


Già la prima fase dell'impegno parlamentare di La Torre si era caratterizzata dalla vivace partecipazione ai lavori della Commissione Antimafia. Istituita nel 1962, e rimasta in carica per quattordici anni, partorì un rapporto finale deludente. Di quella inchiesta sopravvive una mole di documenti significativi e la Relazione di minoranza che, come evidenziato in precedenza, ripercorre i legami tra mafia e politica, in particolare nella Dc, e porta anche la firma del deputato Cesare Terranova.

«La mafia non può esistere dove la giustizia per tutti è conquista, è costume, è coscienza collettiva», sosteneva il magistrato che trascorse due legislature in Parlamento. Nella sua ottica per dare un apporto concreto alla lotta contro la mafia, era indispensabile ripristinare la fiducia nelle istituzioni, cominciando dall'allontanamento dai posti di potere di coloro che siano stati in qualche misura compromessi o invischiati con la mafia.

Uomo cordiale e colto, ottimo giocatore di bridge, che comunista non era. Alle elezioni del 7 maggio 1971, su invito di Emanuele Macaluso, si candidò e venne eletto come indipendente di sinistra nelle liste Pci. Un borghese intellettuale, in rivolta contro la concezione clientelare e mafiosesca del potere, alla quale non si rassegnava. In un'intervista all'Ora, sette mesi dopo l'elezione, esternò il disincanto romano: «(...) Il primo contatto con il Parlamento fu per me molto deludente. Avevo la sgradevole sensazione dell'inutilità. Un'impressione iniziale deludente che si prolunga sulla Commissione. Mi aspettavo un ritmo di lavoro piuttosto serrato, sollecito. Penso che questa commissione funziona da ben nove anni, ma non può dirsi che abbia se non in piccola parte corrisposto all'attesa dei cittadini. Si procede in modo dispersivo».

Venticinquenne, nell'aprile del 1946, era entrato in magistratura appena ritornato dalla guerra e dalla prigionia. Assegnato dal 1958 al Tribunale di Palermo presso l'ufficio dell'istruzione penale. Dal 1963 con lui un autista speciale, il maresciallo cosentino Lenin Mancuso: «(...) L'onestà in uno scambio comunicativo lo unì al giudice Terranova, suo grande amico e modello di operato sociale sempre per fini di giustizia. Per nostro padre il Giudice divenne presto un mito e lo colmò di un'ammirazione non comune», nel ricordo della famiglia Mancuso. Nel 1971 il trasferimento alla Procura della Repubblica a Marsala. Istruì con lavoro metodico i primi processi di mafia, dai “corleonesi” alla strage di Via Lazio, ricostruendone la struttura organica. Fece processare e condannare all'ergastolo Luciano Liggio, latitante fino al 1974, per associazione a delinquere e per l'assassinio di Michele Navarra. «Paura? No. Nella peggiore delle ipotesi mi possono ammazzare. Sì, lo so che Liggio ce l'ha con me. È una vecchia storia: risale al tempo in cui lo feci arrestare. Lui mi ritiene responsabile esclusivo della sua fine. E in effetti è così», dichiarò a Il Giornale di Sicilia.

Rifuggiva l'etichetta di eroe. Renato Guttuso riecheggiò l'amore del giudice per la vita, le sue passioni per Tamerlano e Gengis Khan, lo spirito eroico che metteva nelle azioni più piccole. In un'intervista a Diario, pochi giorni prima di essere ammazzato, Terranova preconizzò: «(...) La più grossa connotazione che io darei alla mafia oggi è quella degli appalti. L'appalto delle grandi opere pubbliche e quanto c'è dietro. L'argomento più interessante destinato a svilupparsi negli anni futuri». Lo uccisero il 25 settembre 1979, una volta lasciato il Parlamento, prima che potesse indossare ancora la toga all'Ufficio istruzione di Palermo. Si delineò come un vero e proprio omicidio preventivo, affinché non riversasse sulle indagini l'imponente documentazione e conoscenza sull'intreccio di collusioni maturata durante l'attività in Commissione.

«È certo comunque che si presenta ai nostri occhi un fenomeno nuovo che ha il carattere di una azione terroristica vera e propria e che porta lo stesso marchio in tutti e due i casi (Terranova e Giuliano). C'è poi un altro collegamento fra i due delitti, ed è rappresentato dal sempre saldo nesso fra mafia e potere politico. Nel caso di Boris Giuliano, il vicequestore stava indagando sulle incredibili fortune finanziarie di certi personaggi politici democristiani e sugli intrecci fra costoro e l'affare Sindona. (…) Qui intendo sottolineare che gli assassinii di Reina, Giuliano e Terranova hanno tutti e tre una matrice politica. Bisogna quindi cercare di individuare il gruppo politico mafioso che sta portando avanti quello che si configura come un vero e proprio disegno terroristico», La Torre a Il Mondo (26 ottobre 1979)

Berlinguer lo soprannominò un “siciliano all'estero”. La Torre da Roma non smise di seguire le vicende del partito a Palermo. Dopo l'impetuosa crescita, sancita dalla tornata elettorale del 1976 (dall'11% al 21% nell'isola), in Sicilia come nella Capitale si percepì la stanchezza dello slancio che aveva consentito al partito di ottenere il massimo storico. Dal '79, quando alle politiche nel capoluogo il Pci ottenne il 16,86% dei voti mentre la Dc toccò il 47,91%, all'81 il Pci registrò numerose flessioni.

Pio sentì l'urgenza di tornare sul campo nella sua terra all'apice della violenza terroristica mafiosa. «Ero anche consapevole del fatto che mio padre avesse valutato il rischio e lo avesse ritenuto accettabile, in nome dell'obiettivo che voleva raggiungere. Non considerava il suo un atto di eroismo, ma una scelta politica, rispondente alla sua natura, perché questo era il suo modo di dare un senso alla sua vita», scrive Franco. Pio volle solo la scorta politica del partito e si ritrovò Rosario Di Salvo, amico e militante coraggioso, che condivise il martirio.

venerdì 10 luglio 2015

«Palermo come Roma». Berlinguer, La Torre e il Compromesso storico


di Gabriele Santoro

In numerosi scritti e interviste, alcune delle quali selezionate da Franco nell'appendice del libro, La Torre offre la personale e composita valutazione della Democrazia cristiana. Nell'ambito del Seminario sulla Dc, tenutosi dal 7 all'11 maggio 1973, produsse uno sguardo d'insieme paradigmatico sui caratteri e sulle contraddizioni del partito che nel dopoguerra prese le redini del Paese. Ventidue pagine dattiloscritte che anticiparono di qualche mese le conseguenze politiche italiane del golpe cileno, che decretò la fine del governo di Unidad Popular del presidente Salvador Allende, e i tre articoli di Enrico Berlinguer pubblicati su Rinascita fra il 28 settembre e il 12 ottobre 1973. L'analisi di La Torre precorreva la dinamica del Compromesso storico, che in Sicilia si attuò prima che a Roma.

Già nel 1972 l'insediamento in segreteria regionale di Achille Occhetto inaugurò una nuova fase, che possiamo recuperare nei ragionamenti di La Torre. Nell'articolo Le sinistre di fronte alla crisi del Sud (Rinascita, 29 settembre 1972) diagnosticò il malessere, cavalcato dalla destra missina (alle Regionali del 13 giugno 1971 schizzò dal 6.55% al 16.33%; la Dc scese dal 40% al 33%), del sistema prosperato sulla discriminazione anticomunista e sulla dissennata spesa pubblica, la crisi dell'edilizia che aveva finanziato il blocco sociale e politico democristiano. Individuò nei piani regionali di sviluppo il terreno di aggregazione di un vasto schieramento di forze sociali disponibili a uno sbocco democratico dell'impasse italiana.

Evocativa una fotografia del 1974, che ritrae Berlinguer a fianco di La Torre, il quale sembra sussurrargli qualcosa. La scattarono durante la Conferenza economica per lo sviluppo della Sicilia, in previsione del “Progetto Sicilia”, che divenne la base programmatica a sostegno della politica delle larghe intese. Il preludio a maggioranze di governo che comprendessero il Pci. Nel dicembre 1974 durante i lavori di preparazione del XIV Congresso del Pci, La Torre nel dibattito sulla relazione di Berlinguer:

«(...) In questa situazione anche di fronte al traguardo delle elezioni regionali è necessario che il partito faccia uno sforzo per corrispondere sempre più concretamente al suo ruolo di portavoce degli interessi generali del paese. È anche così che daremo un contributo decisivo anche alla formazione di nuovi schieramenti di maggioranza all'interno della Dc che, battendo posizioni integraliste e antioperaie, permettano l'ulteriore sviluppo del processo unitario e quell'incontro fra le grandi componenti delle masse popolari italiane che abbiamo definito Compromesso storico».

Il Pci voleva distinguersi di fronte a vasti strati delle popolazioni meridionali come forza responsabile, come partito di governo. Il Pci spinse per l'unità delle forze autonomiste, che aveva l'obiettivo di superare il difficile momento a livello nazionale (nel '75 il Pil segnò - 2.1% e l'inflazione volò all'11%) e nella vita della Regione, mediante l'interlocuzione con la Dc. Una strategia che pagò con l'inversione di tendenza del 1975 e il balzo in avanti elettorale del 1976. In Sicilia l'attenzione democristiana per la proposta comunista si materializzò nel 1974 con la segreteria di Rosario Nicoletti, leader di una minoranza che guardava a sinistra, oltre il Psi. Due accordi legislativi segnarono l'avvicinamento: il «Piano regionale di interventi per il periodo 1975-1980» e il «Programma di fine legislatura», approvato il 20 novembre del 1975.

Piersanti Mattarella, che nel 1971 aveva assunto la carica di assessore al bilancio, ricoperta poi per sette anni, era elemento proattivo nell'intento di affermare una nuova linea politica meridionalistica, che non poteva prescindere da una Democrazia cristiana diversa. Tre le priorità: smantellare il metodo dell'intervento speciale; attuare il decentramento delle funzioni regionali agli enti locali; salvare il partito dal degrado (congressi illegali, tesseramento falso, atti di sopruso continui) documentato dal Libro bianco del 17 novembre 1970, firmato tra gli altri da Reina, Nicoletti e inviato a Roma. «Rivolta contro Gioia nella Dc, si chiede alla Direzione di sciogliere gli organi locali», titolò L'Ora. Sulla questione comunista seguì in modo organico l'orma del proprio maestro, Aldo Moro, accogliendo la richiesta di ascolto delle istanze del Pci e si accostò alle posizioni di Nicoletti. La Torre ne La questione comunista e la Sicilia (L'Ora, 20 settembre 1974) sottolineò la preparazione, l'intelligenza e le aperture di Mattarella, nonché gli ostacoli:

«(...) Per uscire dalla crisi data la sua estrema gravità e profondità si impone una energica azione di risanamento e di vita nazionale. Tutti ormai riconoscono (ecco un punto acquisito nel dibattito) che a tale azione di risanamento e rinnovamento debbono contribuire tutte le forze che si riconoscono nel patto costituzionale. L'onorevole Mattarella per esempio è d'accordo fino a questo punto. Il dissenso nasce quando si tratta di precisare cosa si intende per contribuire e sui modi di contribuire. Ma noi non intendiamo affatto appiattire la dialettica facendo sparire i confini tra maggioranza e opposizione. Proponiamo di dare vita a una nuova più ampia e rappresentativa maggioranza a cui certamente si contrapporrebbe un altro schieramento di opposizione, di destra».

A Palermo nel 1970 era cambiato qualcosa anche nella Chiesa con l'ascesa di Salvatore Pappalardo, nominato cardinale nel marzo del 1973, inequivocabile nella condanna senza appello della mafia e delle sue propaggini. Nella relazione del maggio '73 sopracitata, La Dc e il Mezzogiorno, La Torre fece notare la contraddizione primigenia di un partito che, pur richiamandosi all'ispirazione popolare contadina sturziana, difese il clientelismo e il trasformismo del blocco agrario. Anch'essa, come gli articoli di Berlinguer, va collocata nella gravità del contesto internazionale, delle ingerenze convergenti dei due blocchi, e nel quadro dell'eversione stragista interna. A distanza di pochi giorni, il 17 maggio 1973, si consumò la strage alla Questura di Milano. E già nel 1971 l'omicidio del magistrato Pietro Scaglione fu sintomo del disequilibrio del sistema e della stagione di delitti eccellenti a venire.

Nelle parole di La Torre intorno alla riforma agraria si concretizzò il ricatto da destra. Analizzò i flussi elettorali democristiani, che nel Mezzogiorno si rigonfiavano quando l'occhio strizzava a destra, verso gli interessi dei ceti possidenti. Nella sua lettura restò poco del programma avanzato di riforme con cui la Dc si era presentata all'Assemblea Costituente. La direzione degasperiana si limitò a farsi garante della restaurazione capitalistica sotto l'ombrello statunitense e degli interessi della borghesia. Un passaggio che coincide nell'argomentazione berlingueriana dell'autunno '73:

«(...) Sappiamo bene che la politica di rottura dell'unità delle forze popolari e antifasciste perseguita dai gruppi conservatori e reazionari interni e internazionali e dalla Democrazia cristiana – una politica che il paese ha pagato duramente – ha interrotto il processo di rinnovamento avviato dalla Resistenza. Essa non è però riuscita a chiuderlo. Un esteso e robusto tessuto unitario ha resistito nel paese e nelle coscienze a tutti i tentativi di lacerazione; e questo tessuto, negli ultimi anni, ha ripreso a svilupparsi, sul piano sociale e su quello politico, in forme nuove, certo, ma che hanno per protagoniste le stesse forze storiche che si erano unite nella Resistenza. Il compito nostro essenziale – ed è un compito che può essere assolto – è dunque quello di estendere il tessuto unitario, di raccogliere attorno a un programma di lotta per il risanamento e rinnovamento democratico dell'intera società e dello Stato la grande maggioranza del popolo, e di far corrispondere a questo programma e a questa maggioranza uno schieramento di forze politiche capace di realizzarlo. Solo questa linea e nessun'altra può isolare e sconfiggere i gruppi conservatori e reazionari, può dare alla democrazia solidità e forza invincibile».

Al tramonto dell'era De Gasperi il clientelismo degli apparati pubblici, foraggiato dalla politica dell'intervento straordinario per fronteggiare l'arretratezza meridionale, soppiantò l'influenza dei vecchi notabili. La Torre riepilogò i numeri spaventosi della colossale e improduttiva spesa pubblica, dissipata dagli strumenti (dalla Cassa del Mezzogiorno in giù) atti a determinare la progressiva compenetrazione della Dc con l'apparato dello Stato. Alla Dc lanciò una sfida costruttiva per uscire dalla crisi, identificando nella matrice popolare democristiana l'opportunità di un dialogo senza cedimenti su un terreno costituzionale e antifascista. Alla Dc, che pretendeva ancora di essere l'unica architrave della democrazia italiana, chiesero di rimediare alla negazione di quel processo di rinnovamento, che si sarebbe realizzato mediante l'incontro con le masse guidate dai comunisti e dai socialisti.

L'obiettivo era duplice: continuare a lavorare per mutare il rapporto di forza elettorale e al contempo condurre una battaglia politica per far prevalere certe posizioni dentro alla Dc. L'orizzonte di un La Torre guardingo non era un accordo di vertice, ma mettere insieme le basi popolari dei due partiti. Come gli riuscì poi a Comiso, un'alleanza trasversale avversa l'installazione dei 112 missili Cruise.

«(...) Dobbiamo operare perché all'interno della Dc si determinino schieramenti che tendano a isolare i gruppi collegati alle posizioni più retrive, per suscitare in quel partito una tensione antifascista. Noi diciamo che occorre determinare ed accelerare l'incontro, nel senso di partecipazione della componente comunista alla gestione del potere regionale nel Mezzogiorno, come esigenza vitale per la democrazia. Farsi carico della crisi e degli sbocchi a tutte le questioni aperte. Dichiariamo di volerlo fare con gli altri, con tutte le forze democratiche e antifasciste e perciò ricerchiamo l'intesa con la Dc. Per uscire dalla crisi crediamo che ci voglia la partecipazione delle forze democratiche della Dc. Occorre avere il convincimento che per portare avanti il processo di sviluppo della democrazia nel nostro Paese, per realizzare le trasformazioni sociali, per andare avanti sulla via italiana al socialismo, dobbiamo avere una grande componente cattolica e questa componente cattolica si traduce in forze decisive della Dc come partito politico», da La Dc e il Mezzogiorno.

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mercoledì 8 luglio 2015

Pio La Torre è stato una storia diversa


Pubblichiamo la prima parte di un lungo ritratto di Pio La Torre realizzato da Gabriele Santoro a partire dal libro Sulle ginocchia. Pio La Torre, una storia, scritto dal figlio Franco per Melampo.  

di Gabriele Santoro

«Due di maggio, bandiere al vento. Son morti due compagni, ne nascono altri cento», urlarono dal cuore del corteo. In fondo però sapevano anche loro che la morte violenta di Pio La Torre e Rosario Di Salvo non era una ferita suturabile. A Enrico Berlinguer, e soprattutto al Paese, il terrorismo politico mafioso, che ha dettato parte cospicua dell'agenda dei giorni nostri, aveva sottratto due uomini valorosi. «(...) Perché hanno ucciso La Torre? Perché hanno capito che egli non era uomo da limitarsi a discorsi, analisi, denunce di una situazione, ma era un uomo che faceva sul serio alla testa di un grande partito di lavoratori e popolo. Era capace di suscitare grandi movimenti, di stabilire ampie alleanze con forze e uomini sani, democratici di altre tendenze; di prendere iniziative che colpivano nel segno», scandì il segretario del Partito Comunista Italiano durante l'orazione funebre.

Il 2 maggio 1982 a Palermo, in piazza Politeama, centomila persone tennero la rabbia, le lacrime e i pugni fuori dalle tasche. La Banda di Altofonte fece risuonare le note dell'Inno dei lavoratori e dell'Internazionale. La medesima colonna sonora del matrimonio con rito civile che, il 29 ottobre del 1949 al Municipio di Palermo, celebrò l'unione con Giuseppina Zacco. Sandro Pertini con la voce rotta dell'emozione accarezzò il viso di quella donna coraggiosa, sempre e per sempre al fianco di un uomo che amava la libertà. In quel giorno di lutto e di lotta, senza vessilli della Democrazia cristiana, sfilò anche Sergio Mattarella, futuro Presidente della Repubblica. Una fotografia ritrae una signora dei vicoli stretti. Sotto a un balcone con le lenzuola stese, s'inginocchia con le mani giunte e piange senza consolazione. Con il caschetto da lavoro in testa c'erano i minatori di Pasquasia. Issarono sulle spalle il feretro e scortarono i carri funebri. Fu sincera la commozione popolare per quelle due vite spese al solo fine della giustizia sociale.

Nell'agguato del 30 aprile del 1982 Franco La Torre perse il padre, non ancora cinquantacinquenne. Sceglie con cura le parole, quando lo rievoca, avvertendo il peso di un'eredità preziosa, al confine tra pubblico e privato. È la memoria diretta di una storia bella. Negli anni ha gestito e se possibile rieducato il dolore, i suoi segni, anche mediante l'impegno nell'associazione Libera. Dopo un tempo lungo e faticoso ha varcato la soglia di una riservatezza pudica, che accomuna migliaia di parenti delle vittime innocenti delle mafie, per scrivere Sulle ginocchia, Pio La Torre una storia (Melampo, 204 pagine, 15 euro). La narrazione si muove da uno scatto in bianco e in nero: il padre tiene in braccio il figlio. La prima immagine insieme. Appaiono felici e sorridenti all'inaugurazione di una sede del Pci. «Nella nostra casa palermitana mi esortava ad arrampicarmi sulle sue gambe per raccontare storie concepite durante il periodo di studio alle Frattocchie. Di solito il protagonista, che aveva subito una prevaricazione o era stato vittima di un'ingiustizia, trovava conforto e solidarietà negli amici, che lo aiutavano a sconfiggere l'arroganza del più forte», annota.

La vicenda di Pio suggerisce una riflessione su almeno quattro temi di attualità stringente: la sorte dei corpi intermedi (su tutti partito e sindacato), sui quali lui confidò e ai quali affidò il riscatto dalla subalternità delle proprie origini umili; l'elaborazione politica che si fa corpo e non può prescindere dalla lotta; l'antimafia tradita e il principio di diversità del partito, che nella sua interpretazione equivaleva pure a guardarsi dentro con onestà. Il testo invita ad approfondire tre architravi dell'attività di La Torre: il movimento contadino, la sponda fra Roma e Palermo nella fase del Compromesso storico, il retaggio legislativo antimafia.

Il libro pone interrogativi al Partito Democratico, che rivendica l'appartenenza alla storia di La Torre. «(...) Riguardando indietro, lungo i trentatré anni che ci separano dall'omicidio, quella parte politica non ha fatto buon uso del lascito. Il Pci nelle sue evoluzioni è andato indebolendo il fattore genetico antimafia», ammonisce l'autore. Nella ricorrenza del trentesimo anniversario della morte i democratici si accontentarono dell'intitolazione della sala dibattiti all'ex Festa dell'Unità nazionale. «(...) Il motivo sono i soldi. Quest'anno il bilancio della festa è ridotto all'osso e non si farà niente di particolare, tranne i dibattiti. Pensa che non si farà neanche quanto era stato deciso di dedicare a Nilde Iotti, che a Reggio Emilia era nata!», risposero con aria desolata a Franco La Torre, che aveva stilato un programma di commemorazione e rilancio di un patrimonio ideale.

Un foglio conserva un ritratto, appassionato e ricco di sgrammaticature meravigliose, dal quale è giusto iniziare. Lo scrisse e lesse l'allora ottantenne Rosolino Cottone, qualcosa di più e diverso da una guardia del corpo di Li Causi e poi di La Torre. Il suo nome di battaglia sull'Appennino tosco-emiliano era Esempio, in quanto partigiano dalla condotta esemplare. Guidò la trentunesima Brigata Garibaldi, in prima fila all'ingresso a Parma, liberata. Poi fu un militante instancabile, della vecchia scuola, pilastro del Pci palermitano.

«(...) Con Pio abbiamo cresciuto insieme. Io gli andavo sempre dietro. Ero armato, certo, ma l'arma non me la vedevano mai. Con La Torre eravamo due fratelli. Lui era uguale a noi, era un combattente.

La cosa che più ricordo di lui quella mattina a Palermo, che lui non si meritava di morire. In che senso mi ricordo? Alle otto ero lì, ma che ne sapevamo che gli assassini erano già lì anche loro? Erano giù. In casa La Torre dice a Di Salvo: “Fai il caffè a Rosolino, che deve andarmi a fare delle commissioni”. Io ho preso il caffè e sono andato. Arrivo in Federazione verso le nove e mezzo e il portiere appena mi vede mi urla: “Cottone! Ammazzarono a La Torre e Di Salvo”. “Ma cosa dici?”, urlai io, ma corsi via come un dannato, la polizia cercò di bloccarmi, ma urlavo dalla rabbia e mi fecero passare e arrivai alla macchina tutta insanguinata.

Era un bravissimo compagno, duro e forte. Mi dice a me, eravamo a Comiso, la mattina del grande comizio. C'erano tanti contadini, tanti operai venuti a Comiso per il discorso di La Torre, erano più di cinquemila anche dai paesi attorno. Allora La Torre mi dice a me: “Comandante ma pecchè sono accussì poco?”, così mi parlava, e io gli faccio: “Scusa La Torre, sono più di cinquemila. Tu quanti ne vuoi?”, ci faccio a lui. Non si contentava mai, voleva sempre di più nella lotta popolare».

Pio La Torre, a proprio agio fra gli agrumeti, amava stropicciarsi le mani con le foglie di limone. Aveva un legame irrisolvibile con la terra e i suoi profumi. Finanche nelle espressioni e nella cadenza condensava la fatica della sua lavorazione. Non dimenticò mai le condizioni patite dai braccianti. Vincenzo Consolo lo definì l'orgoglio della Sicilia: «(...) Abbiamo citato le parole del principe di Salina per concludere ora che i veri nobili non sono, no, i Leoni e i Gattopardi, questi parassiti della storia, ma veri nobili sono stati e sono tutti quelli che hanno lottato e lottano in Sicilia, pagando spesso con la vita per il rispetto della democrazia, dei diritti e della dignità umana. I veri nobili sono i Pio La Torre, i Rosario Di Salvo, i Giovanni Falcone e i Paolo Borsellino».

Angela Melucci, figlia di pastori e contadini lucani, cullò in grembo un seme fecondo e ribelle. Ad Altarello di Baida non c'è mai stato nulla di agevole. La luce elettrica illuminò la borgata solo nel 1935 e per l'acqua occorreva risalire alla fonte. La famiglia abitava un casolare spoglio e viveva di un'agricoltura di sussistenza. Si accorsero però presto che Pio, classe 1927, era un'altra storia. Impose al padre il proprio diritto allo studio, perché era certo che il destino di subalternità, con la schiena curvata su un appezzamento di terra scadente, non fosse ineluttabile. Cambiò il destino con la passione per lo studio e il dono della curiosità. Nella nota autobiografica, a margine della tesi La classe operaia e la questione siciliana, discussa il 25 ottobre 1954 a conclusione della scuola di partito, omaggiò così Angela: «(...) Mia madre era analfabeta e si pose il problema di istruire i figli facendo di ciò l'obiettivo primo della sua esistenza, sacrificata a questo scopo».

La sveglia suonava alle 4 per pulire la stalla, prima di recarsi a scuola. Ad Altarello era l'unico figlio di contadini ad accedere all'istruzione pubblica. Ripagò con la dedizione fino alla laurea in Scienze Politiche. Il fratello Filippo nelle lettere dal fronte si premurava: «(...) Pio sta studiando? Mamma, papà, mi raccomando non fatelo lavorare in campagna. Lui deve studiare. Il suo futuro sono i libri».

Dopo l'avviamento, promosso con il massimo dei voti, si iscrisse all'Istituto tecnico industriale Vittorio Emanuele III. «Nei primi anni a scuola riuscirono a inculcarmi gli ideali del fascismo. “Il fascismo darà al popolo la vera giustizia sociale”, dicevano. A sedici anni mi trovai in uno stato di disillusione». Ricercò un partito che “avesse per programma di trasformare la società”, di creare “una vera giustizia sociale”. Lì il fiore di campo germogliò la coscienza politica. Franco Scaglione, professore di lettere e filosofia, assistette alla scoperta, perché la sua arte dell'insegnamento era piena di idee. Antifascista e marxista assecondò la sua sete di conoscenza, aprendogli la biblioteca di casa. Lo sostenne nella doppia maturità: quella tecnica e quella scientifica da privatista.

«(...) La Torre partiva dalle cose per arrivare alle idee. Quindi l'esperienza di natura sociale è basilare nella sua formazione. Non era il tipo competitivo, era un tipo collaborativo. La sua intelligenza lo portava alla centralizzazione del nucleo problematico. E il problema non è individuale ma di classe. Partecipa alla realizzazione del piano educativo senza rinunciare mai alla propria originalità. La Torre resta sempre un logico, un ragazzo riflessivo fortemente impegnato nel suo rapporto con il reale. Si preoccupa soprattutto di osservare se gli uomini siano oppressi o in qualche modo alienati. È estraneo alla neutralità, all'indifferenza. Per lui la liberazione era un valore da realizzare e per il quale combattere», appuntò Scaglione.

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lunedì 2 febbraio 2015

Mattarella, Napolitano, Tsipras, la sinistra, l’Europa (e l’Italia): intervista a Luciana Castellina


di Gabriele Santoro

«Caro Lucio, carissimo compagno di tante lotte e di tante sconfitte: nessuna sconfitta è definitiva, finché gli echi delle nostre passioni riescono a rinascere in forme nuove». Nella tensione emotiva dell'omaggio di Pietro Ingrao a Lucio Magri si ritrova tutto il travaglio di una stagione repubblicana dall'eredità ancora irrisolta. Con il saggio Da Moro a Berlinguer – Il Pdup dal 1978 al 1984 (Ediesse, 402 pagine, 20 euro) Valerio Calzolaio e Carlo Latini colmano un vuoto pubblicistico sulla storia del partito nato dall'unificazione del Pdup di Vittorio Foa e del gruppo de Il Manifesto, che fin dalla radiazione dal Pci nel 1969 si pose il problema di aggregare la nuova sinistra del ’68. Il testo sull'esperienza del Pdup per il comunismo, composto da un'élite politico-culturale ma anche radicato sul territorio, offre almeno quattro linee guida d'interesse contemporaneo. Il rapporto fra partiti, o quel che ne resta, e movimenti, ripercorrendo lo sforzo di tradurre in soggettività politica i movimenti del ’68-’69. Poi annotiamo la questione dirimente della scelta europea della sinistra italiana; l'ecologia e lo sviluppo industriale; infine la fermezza contro la politica del terrore fine a sé stesso del partito armato senza smarrire la lucidità dell'analisi. Luciana Castellina, che nelle file del Pdup è stata eletta parlamentare nazionale ed europea, scrive nella prefazione: « (...) È la testimonianza di un tempo in cui la politica è stata bellissima: vissuta dentro la società, colma di dedizione appassionata, di grande affascinante interesse perché impegnata a capire come rendere migliore la vita di tutti gli umani. Anche se non abbiamo vinto. Ma se vogliamo provarci ancora, questa archeologia è importante». Nella Grecia di Tsipras la giornalista Castellina sembra aver riascoltato echi di passioni mai sopite.

Qual è il suo ritratto del premier?
«È un quarantenne, che non avverte la paura che ha frenato le precedenti generazioni della sinistra greca. I drammi della guerra civile, lo spettro del ritorno di una forma di dittatura fascista hanno sempre provocato una qualche timidezza. Appartiene a una generazione più sicura e dunque capace di osare di più. Tsipras ha un senso fortissimo della propria storia e della propria identità comunista. Ha ampliato il raggio dell'iniziativa politica, producendo la rottura di un assetto bipolare. Il linguaggio nuovo e responsabile di Syriza ha intercettato e aperto spazi politici. La drammaticità della situazione ha favorito la convergenza e coesione interna al partito, che riunisce varie forze, al contrario della nota frammentazione».

Fra le analisi giornalistiche post elettorali c'è chi ha prefigurato nel rapporto con l'Europa un parallelo con l'evoluzione del primo Mitterand. La rivoluzione a costo zero non si fa.
«I percorsi dei due personaggi sono profondamente diversi. La rottura di Mitterand non fu così drastica come quella proposta da Tsipras e la storia della Francia non è quella della Grecia. Mitterand, anche in giovinezza, è stato un uomo molto accomodante, tutt'altro che un eroe delle rotture».

La parola solidarietà è rientrata nel vocabolario politico? Syriza di governo, che ha limiti endogeni ed esogeni, riuscirà a mantenere una dinamica complessa con i movimenti?
«Lì i movimenti sono poco strutturati. Per capirsi non c'è qualcosa di simile a Indignados-Podemos. Syriza ha sostenuto le proteste alimentate dalla sofferenza sociale. Si è messa a disposizione per la costruzione di una società alternativa, a fronte di uno Stato che ha tagliato tutto. Nei quartieri, dove la gente affronta la miseria nera, sono nate forme di volontariato organizzato molto importanti. Il partito ha mostrato la capacità di contribuire a consolidare questa solidarietà mediante la propria organizzazione partitica. Tutte le forme di supplenza alle carenze statuali mi hanno ricordato il mutuo soccorso del movimento operaio alle origini».

Torniamo in Italia. Nei nove anni al Quirinale ha trovato riscontri del Giorgio Napolitano che conosceva? Curzio Malaparte, frequentato in giovane età dal presidente emerito, regalandogli una copia di Kaputt annotò nella dedica: «Non perde la calma neppure dinanzi all'Apocalisse».
«Ha esercitato il ruolo istituzionale andando sopra le righe, perché è una personalità molto forte fra tutti i nani dell'attuale scenario politico italiano. È un signore dalla lunga storia politica e relativa grande esperienza. Dunque inevitabilmente, oggettivamente, ha esercitato un'egemonia. Napolitano è stato sempre un uomo che ha apprezzato e dato priorità agli elementi di stabilità. Privilegia l'equilibrio, cristallizzato dalla strategia delle larghe intese, al cambiamento. D'altra parte la destra Pci era filo-sovietica, non tanto perché gli piacesse l'URSS, quanto per l'idea di sicurezza e stabilità che avrebbe dovuto assicurare al mondo il sistema dei blocchi contrapposti».

Che cos'è oggi il diritto al dissenso?
«Non sono mai andata d'accordo con Napolitano, tuttavia il dibattito, che rimpiango, è stato politicamente significativo e civile. Lui ha contribuito intensamente alla mia radiazione dal Pci. Ma ho nostalgia di quella radiazione, perché almeno si è discusso con un sincero turbamento. Oggi ripeto ai dissidenti di qualunque partito, che possono solo sognare una radiazione come la nostra. Il leader parla in televisione e gli altri sono costretti nella scelta binaria sì o no, con una sostanziale indifferenza per le posizioni e per le idee».

Il dissenso espresso dalla minoranza Pd sulla legge elettorale è stato davvero funzionale all'elezione di Sergio Mattarella?
«Non amo Renzi, ma è stato molto abile in questa operazione. Ha capito che aveva tirato troppo la corda con la minoranza interna al suo partito. Non poteva calpestarli ulteriormente, essendo arrivato al rischio di rottura. Ha dovuto cedere qualcosa. Penso avrebbe preferito una candidatura in accordo con Berlusconi».

In attesa del giuramento e del discorso d'insediamento in programma domani, qual è il segno distintivo del neo presidente?
«Innanzitutto la Prima Repubblica non è stata una cosa omogenea. Mattarella è un uomo di quella stagione, dimessosi dalla carica di ministro, poiché contrario all'approvazione della legge che ha determinato la vita della Seconda Repubblica. Mattarella, da questo punto di vista, è stato il primo con altri, seppure in una posizione interna al partito democristiano, a capire che cosa stesse accadendo. Nell'osservanza della legge ha tentato di tutelare l'interesse generale, per non assecondare l'ascesa di Berlusconi. Il termine rottamazione più che una rottura generazionale, ispirata da un rinnovamento necessario, evoca una rimozione forzata e stupida della storia. Come asserisce Giorgio Agamben per capire il presente bisogna occuparsi dell'archeologia».

La cosiddetta Seconda Repubblica si è caratterizzata dalla nascita di un sistema bipolare impuro, con coalizioni estremamente eterogenee e politicamente frammentate. Con i partiti piccoli a determinare equilibri meramente elettorali. Lei sostiene che il Pdup abbia rifuggito il minoritarismo. In che modo?
«Non abbiamo mai pensato di costruire sopra la nostra testa il partito della rivoluzione, bensì d'incarnare l'essenza di una forza critica, destinata alla transitorietà. Volevamo innescare un rinnovamento sostanziale del Pci, che era ancora una forza molto vitale. Non coltivavamo un interesse particolare, se non quello della rifondazione dell'organizzazione storica del movimento operaio. Il nostro successo sarebbe derivato dall'aggregazione delle forze sane della nuova e vecchia sinistra. Purtroppo non è andata così. Per riprendere una frase di Santa Teresa di Lisieux: anche chi non conta niente deve sempre pensare come se tutto dipendesse da sé, muovendosi con il senso di responsabilità di chi decide. La nostra piccola impresa ha lasciato una rete di quadri, che non opera più a livello politico, ma è vitale nella società, perché era il prodotto di una cultura credo molto forte e rigorosa».

Calzolaio e Latini evidenziano il tratto leaderistico, nella persona di Lucio Magri, assunto dal Pdup.
«Leadership e personalizzazione, deriva pericolosa, non sono la stessa cosa. Non si costruisce un soggetto politico senza avere selezionato una leadership. Una selezione da maturare in un corpo sociale e politico vasto. Correttamente gli autori sottolineano il ruolo di Magri, decisivo fin dall'inizio nell'elaborazione della linea, nelle tesi del Manifesto con una costante apertura all'autocritica. La sua visione ha anticipato i tempi. Su Praga il Pci, pur in posizione critica, parlava ancora solo di errore. È interessante rileggere i suoi discorsi parlamentari, dai quali è possibile elaborare una ricostruzione della storia degli anni Settanta. La sua esistenza è finita in quella maniera, perché non ha accettato l'idea di una fase di piccoli accordi, di piccole storie. “La sinistra rinascerà, certo, ma ci vorrà molto tempo e a quel punto sarò morto”».

Nel febbraio 1968 Napolitano firmò una relazione sul movimento studentesco: riconoscimento della novità, volontà di raccoglierne le sollecitazioni e denuncia delle avvisaglie estremiste. Permane tutt'oggi quella carenza dialogica partito-movimenti?
«Il Pci non comprese appieno la portata del Sessantotto. Era finita la fase dell'Italia arretrata che doveva entrare nella modernità. Dentro a quella modernità erano esplose contraddizioni nuove nel lavoro, nell'alienazione, nell'ecologia, nelle questioni di genere. Il pregio dei movimenti è di avere antenne più alte dei partiti, spesso elefantiaci e immobili, per percepire le contraddizioni del proprio tempo. Il Pci considerava i movimenti tutt'al più portatori d'interessi e problemi settoriali, poi toccava al partito fare la sintesi. A noi non sfuggì l'importanza della dialettica con il movimento. Fu un'altra delle ragioni di differenziazione dal partito. I movimenti devono riuscire a mettere in discussione il quartier generale fino al limite di rifondarlo».

La sinistra è arrivata in ritardo sul tema Europa?
«Il Pci passò da un'opposizione d'assoluta chiusura, che aveva alcune buone ragioni, sulle modalità del processo di unificazione europea, all'europeismo acritico. Condivise la contrarietà a un'unione fondata sul liberismo e sulla dittatura del mercato con buona parte della sinistra continentale. Ricordo anche l'imbarazzo democristiano, pensando al pesante interventismo pubblico nella nostra economia. Leopoldo Elia, sorridendo, mi disse: «Non glielo diciamo all'Europa. Forse non se ne accorgono». Affermare che questa sia l'Europa sognata da Altiero Spinelli è una bugia. Basta rileggerlo o non scordarsi che nel 1957, a Roma, andò a volantinare per protesta nel luogo in cui venne firmato il Trattato CEE sotto l'egida di Ludwig Erhard, ministro dell'economia tedesco. Forse successivamente il suo errore fu quello di insistere un po' troppo sugli aspetti istituzionali rispetto a quelli economico sociali».

In molte biografie e autobiografie di protagonisti del comunismo italiano, spesso intellettuali di estrazione borghese, ciò che viene rievocato con maggiore emozione, nel processo di formazione politica, è la scoperta del mondo andando a scuola dalla classe operaia.
«Questo forse è stato il tratto migliore del '68, che in Italia è durato dieci anni. La considero un'esperienza formativa determinante. Fu la conoscenza di che cosa è la vita, della grande fabbrica operaia e la costruzione di un'idea di libertà basata nei rapporti sociali di produzione e non nel libertarismo. La conoscenza delle condizioni dei rapporti sociali di produzione, e dunque anche dell'umanità che da questi rapporti emerge, è stata un elemento fondante. Il Sessantotto viene dipinto come sesso droga e rock and roll, una rivolta antiautoritaria, una liberalizzazione dei costumi per l'affermazione della priorità dell'individuo sulle catene del noi imposte dalla chiesa e dai partiti. In realtà si provò a mettere radici che coniugassero la libertà con l'uguaglianza».

Pio La Torre, che borghese non era, fece quell'apprendistato sulla propria pelle dall'infanzia. Una vita ben spesa dalla parte degli sfruttati. Un leader naturale, forte e indipendente. Aggredì, con un'intensità inedita anche nel partito, al prezzo della vita l'intreccio promiscuo delle mafie. Che cosa le rimane della campagna pacifista che condivideste a Comiso?
«All'inizio ci fu una notevole timidezza da parte del Pci nell'assumere una posizione di contrasto netto. Nutrivano molta prudenza nei confronti del movimento, per poi compiere uno scatto con una larga partecipazione della Fgci. La Torre fu molto bravo, perché intuì la valenza di questa lotta e ne interpretò la causa. Dalla Sicilia arrivarono segnali forti e cominciammo a lavorare insieme. La Torre capì subito che dietro a quella vicenda si muoveva anche la mafia e un'ampia area grigia. La denuncia lo portò poi alla morte. Aveva una grande capacità nel mobilitare le persone. In Sicilia si raccolsero un milione di firme per la chiusura di Comiso. Il suo è stato un impegno trentennale senza mai rassegnarsi alla sconfitta».

Il vocabolo disarmo è ormai estraneo alla prassi politica.
«Uno dei più attivi nella protesta a Comiso fu l'attuale ministro degli esteri Paolo Gentiloni. Lavorò al mio fianco nel giornale, che diressi insieme a Rodotà e Napoleoni, Pace e guerra. Era responsabile proprio della sezione degli esteri. Ha scritto anche un libro su quell'esperienza. Ma, insomma, i tempi cambiano».

Una peculiarità del Pdup fu una certa sensibilità per la questione ecologica allora fuori dall'agenda. Rimpiangevate il mondo rurale?
«È stato uno dei contributi al dibattito nazionale. Lotta continua ci prese in giro con un titolo d'apertura: «Come era verde la vostra vallata» con la firma di Guido Viale, che oggi riscopro alfiere ecologista. Non era una romantica nostalgia della società pastorale. Sul nucleare la battaglia è stata furibonda anche all'interno del Pci. I nodi di allora nella critica alla cultura industrialistica non sono stati risolti».

Il dossier Ilva è di attualità stringente. Il Pci, nella figura di Napolitano, ebbe un ruolo preminente nella nascita a Taranto di un modernissimo, per l'epoca, stabilimento siderurgico.
«La questione è complessa, ben raccontata dal recente film La zuppa del diavolo di Davide Ferrario. C'era il problema della modernizzazione dell'Italia, di cui come mostrano i materiali visuali d'archivio la classe operaia era fiera. Contemporaneamente il regista pone la critica, il deflagrare delle contraddizioni, con i testi di Volponi, Ottieri e Pasolini. Sono uscita dal cinema commossa. Quegli operai che escono in tuta, apparentemente felici, da una fabbrica che poi è l'Ilva con tutti i disastri che conosciamo».

Al riconoscimento della lungimiranza della questione morale, posta da Berlinguer, viene sovente accompagnata la tesi esplicitata in primis da Napolitano. In sintesi, quelle parole, affidate a Scalfari, in realtà celavano la tendenza del Pci a chiudersi nella sua «purezza», una sorta di rinuncia a fare politica, non riconoscendo più alcun interlocutore valido, e a rivolgersi al paese intero. Concorda?
«È curioso associare il concetto di rifiuto a un partito che registrava due milioni di iscritti. Piuttosto bisognerebbe rammentare chi rifiutava cosa. All'inizio c'è stata una voluta mistificazione di quel discorso. Diversità voleva dire che per pretendere di essere soggetto politico era necessario un di più di onestà, d'impegno, di dedizione e disinteresse: tutte qualità fondanti della politica. Il senso del discorso è stato stravolto, perché la sintonia che il Pci ha avuto con larga parte della società, anche in quella fase, non si è mai più ricreata per nessuno partito politico. La questione morale costituiva una critica per nulla moralista, come invece è stata immediatamente bollata, al sistema dei partiti. Il discorso sull'austerità fu scambiato per una cosa bigotta, contro la gioia del consumare, mentre invece anche lì era l'inizio di una riflessione critica sul modello di sviluppo. Su questi temi noi del Pdup ci ritrovammo nel Pci. Abbiamo avuto un rapporto difficile con Berlinguer. Sempre molto civile ma era lui il segretario quando fummo radiati. Alla fine c'è stato un grande rincontro».

Eric Hobsbawn, dopo aver seguito un intervento di Berlinguer durante una Festa dell'Unità, definì stupefacente il rapporto pedagogico di massa che il segretario riusciva a stabilire.
«Nei discorsi di Togliatti e Berlinguer è difficile rinvenire tracce di demagogia. Togliatti parlava come un professore di liceo. Non c'era mai un tono di troppo. Ricordo, in riferimento a Berlinguer, la frase pronunciata da una signora qualunque seduta vicino a me: «Parla così “male” che deve essere sicuramente sincero». La trovai e la trovo una frase bellissima, che esprimeva una grande verità. È una storia singolare il fascino che emanavano in un partito così grande e socialmente composito. I due si rivolgevano al popolo come se stessero in un'aula di liceo anziché in piazza. Pensiamo ai funerali di Berlinguer, c'era il mondo intero».