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venerdì 2 dicembre 2016

Hanif Kureishi: «La creatività si nasconde nelle periferie».

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 1-25 
2 dicembre 2016

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

Esiste una chiave per entrare nell'originale mondo di parole costruito da Hanif Kureishi, inserito dal Times nella lista dei cinquanta scrittori britannici più rilevanti nel secondo dopoguerra mondiale. È qualcosa di donato, Something given, il titolo dell'opera, che fornisce gli elementi necessari a comprendere la capacità di inventare una cifra stilistica, un mondo che prima non c'era, e l'essenza della scrittura di un autore così poliedrico. Se la Gran Bretagna è una forza culturale in Europa lo deve al multiculturalismo e alla diversità, sostiene Kureishi che apre al Palazzo dei Congressi la quindicesima edizione della Fiera Più libri più liberi con la lectio Scrivere per essere indipendenti.

Classe 1954, nato a Bromley, da padre pachistano e madre inglese, dove imperversavano gli skinhead. Il razzismo si respirava nell'aria e l'adolescenza consisteva nella ricomposizione creativa in un'identità di due universi, occidente e oriente. Dopo la divisione dell'India nel 1947, la famiglia Kureishi, appartenente alla media alta borghesia, vicini ai Bhutto, si era unita alle aspirazioni del Pakistan.

Il figlio di Rafiushan e Audrey, più o meno inglese con una marcata sensibilità tanto artistica quanto politica, nel cuore degli anni Ottanta, poco più che trentenne, si impose con la sceneggiatura di My Beautiful Laundrette scritta per l'amico Stephen Frears. Nell'era Thatcher, Kureishi portava in scena, rompendo gli schemi rappresentativi della relazione tra bianchi e asiatici, la complessa costruzione del cosmopolitismo che è conversazione tra diversi. Poi, cinque anni più tardi, la consacrazione col romanzo d'esordio Il Budda delle periferie, il bestseller che ha portato a compimento l'urgenza autoriale di rifuggire l'appartenenza forzata.

Kureishi, lei si è misurato con la scrittura per il cinema, il teatro, il racconto e il romanzo. E sostiene che quest'ultimo sia destinato a essere sempre meno rilevante nel discorso pubblico.
«Non intendo niente di apocalittico. Si continua a leggere e scrivere buoni romanzi, non c'è ragione di perdere le speranze e l'interesse nella letteratura. Non credo però sia incidentale l'assegnazione del Premio Nobel a Bob Dylan, l'espressione massima della cultura pop e figura fondamentale nella nostra vita culturale più di molti romanzieri. Lo suppongo anche per una ragione personale: essendo cresciuto negli anni Sessanta e Settanta, ritengo che la musica abbia rappresentato la novità più dirompente per la società. I musicisti apparivano decisamente i più rivoluzionari».

Nella raccolta di riflessioni sulla scrittura, Da dove vengono le storie, lei afferma che già tredicenne aveva la convinzione di diventare uno scrittore, concretizzando poi il sogno di suo padre. Perché la figura paterna è così presente nei suoi libri?
«È stato uno scrittore fallito, che ha speso la propria vita per un'ossessione per lui irrealizzabile. Scrivere era una direzione, che lo orientava verso l'India lasciata appena ventenne. Ogni mattina presto, prima del lavoro, martellava i tasti della sua ingombrante macchina da scrivere. Era tenace e mostrava questo unico interesse, mai tradito. Seminava taccuini ovunque in casa, mi è sembrato naturale avvicinarmi al mestiere che è tenacia e solitudine. Era sempre alla ricerca di storie, lavoravamo insieme agli intrecci, in famiglia si parlava di letteratura. Inventare e raccontare storie ci teneva uniti a doppio filo. Čechov ci ha insegnato che nell'irrilevante accadono gli eventi più profondi da saper cogliere. E ora ho trasmesso la passione ai miei figli, giovani sceneggiatori».

Lei ha frequentato la stessa scuola di David Bowie nella periferia meridionale di Londra. Come era possibile emergere dalla marginalità?
«Mio padre capiva che in periferia, dove nascondersi è spesso la sola arte ma dove fervono aspirazioni, delusioni e sogni, c'è abbondanza di materiale per uno scrittore. I sobborghi che abbiamo vissuto dopo la guerra erano molto grigi, ma anche luoghi interessanti. Pativamo la pioggia, il freddo ma il cuore di Londra era il centro del nostro universo, c'era una vita culturale pulsante dalla musica al teatro, nuove forme di sessualità e devianza. La periferia era al contempo terribile e creativa, da lì rimbalzavamo con le passioni per la musica, la fotografia, i club e il fashion. Billy Idol veniva a scuola con me, sono sbocciate molte vite creative. Scrivevo per lasciare la periferia, ma le storie erano custodite lì».

Le chiedo un ricordo personale di Bowie.
«Intanto ci ha accomunato la scuola, seppure lui fosse più grande di età. Anonimo David Jones se ne stava in una fotografia di classe appesa accanto alla presidenza. Nel romanzo Il Budda delle periferie c'è un personaggio che lo richiama. Lui concepì la colonna sonora per la serie televisiva tratta dal libro ed è un album meraviglioso, spesso sottovalutato, che lui considerava tra i propri migliori. Questa è un'eredità preziosa. Era educato, ricco di immaginazione, condusse molti di noi tra gli spazi interstellari».

The Nothing è il titolo del nuovo romanzo appena ultimato. Torna su un soggetto cruciale delle sue opere, Londra che accoglie e uccide. In che modo sta cambiando la città?
«Il periodo è molto interessante. Londra spicca tra le città globalizzate. È un esperimento multiculturale grandioso, ma ora dopo Brexit vive una transizione, cerca di capire quello che accadrà, quale città diventerà. Resta uno spazio attrattivo, dove essere quello che si vuole, nel quale sono contento di stare. Temo che la concentrazione della ricchezza, la renda un posto accessibile per pochi».

Karim Amir nell'incipit de Il Budda delle periferie esplicita la complessità della propria identità: «Sono un vero inglese, più o meno. La gente mi considera uno strano tipo di inglese, come se appartenessi a una nuova razza». A quasi trent'anni di distanza dalla pubblicazione, che cosa significa oggi essere inglesi?
«L'englishness, l'identità culturale inglese se n'è andata. Affacciandomi alla finestra vedo una città, un paese cosmopolita. Englishness come idea è quasi del tutto scomparsa. Non era un'idea interessante, fertile e ricca, non diceva nulla a troppe persone. Abbiamo un'identità cosmopolita che è fondamentale».

Ci dice qualcosa a proposito di Sadiq Khan, il nuovo sindaco di Londra?
«È prematuro formulare un giudizio politico. Per ora si può dire che incarna lo spirito multiculturale della città, la rappresenta. Estremamente intelligente e molto rispettato, cosa rara per i politici del nostro tempo. Le sfide sono molteplici, a cominciare dalla povertà, dalle crescenti diseguaglianze e dunque dal come si tiene insieme una città, l'educazione, la sanità e soprattutto l'urbanistica, il diritto all'abitare per tutti. Lo vedremo all'opera».

Nel cuore degli anni Novanta con The Black album il protagonista Shahid Hassan è intrappolato tra il liberalismo di stampo occidentale e il fondamentalismo religioso, lei esplora il percorso che ha avvicinato giovani anglo pakistani all'islamismo. È cambiato qualcosa?
«Sarà interessante osservare l'evoluzione della nuova generazione di musulmani. Black album è stato scritto dopo la fatwa che colpì Rushdie, in largo anticipo sull'Undici Settembre statunitense. Ora non ci si muove più tra due culture, ma si è sottoposti a miriadi di influenze. Il mio auspicio è che la gioventù post 11/9 riesca a prendere le distanze da una religiosità che conduce in nessun dove. Sulle due sponde dell'Atlantico stiamo assistendo a un vento di destra molto forte e preoccupante, da Brexit a Trump».

Lei appartiene a una generazione di scrittori che ha guardato all'America con molteplici riferimenti letterari e musicali. Con un tweet ha espresso la propria inquietudine per un ritorno della Supremazia bianca, l'ha definita White Isis.
«È una questione interessante. Il populismo differisce dai totalitarismi novecenteschi, ma continua ad alimentare il razzismo mai eradicato. Ho paura per le minoranze vittime dell'ascesa di nuove espressioni della white supremacy».

venerdì 1 luglio 2016

Punto d'ombra: le foto di Teju Cole


di Gabriele Santoro

(le immagini sono tratte dal libro: ringraziamo la casa editrice Contrasto)

«Una mattina del 2011 mi sono svegliato, dopo aver letto la sera prima Virginia Woolf, ma non sto dando la colpa a lei, e non ci vedevo dall’occhio sinistro. Raggiungo il lavandino, mi sciacquo, non mi faceva male però non ci vedevo. Dopo due giorni la visione è tornata. Il responso di accurati consulti medici è stato: “Boh, però se ne andrà”. La chiamano sindrome della grande macchia cieca, della quale non si conosce la causa e può ripresentarsi. La relazione con il mio lavoro è segnata, influenzata anche dal fatto che potrei svegliarmi la mattina e non vederci da un occhio», racconta Teju Cole.


Lo scrittore d’origine nigeriana, classe 1975, fotografo e critico per il New York Times, una delle voci più interessanti della letteratura e delle arti d’oltreoceano che, dopo l’esordio brillante di Ogni giorno è per il ladro, un ritorno politico alle proprie origini, ha stregato la critica e i lettori su scala mondiale con il libro bellissimo Città aperta non abbandona mai l’urgenza di assecondare la propria sensibilità visiva. Cole tira fuori dalla propria borsa la macchina fotografica, che l’ha già accompagnato in trenta paesi, lì sempre alla ricerca della prossima immagine da scattare quasi a curare l’ossessione per il vedere. Dopo un passaggio romano per il Festival Letterature, l’autore ha raggiunto il Sud Italia e poi approderà a Malta.

La casa editrice Contrasto ha da poco pubblicato Punto d’ombra (230 pagine, 22 euro, traduzione di Gioia Guerzoni) un nuovo lavoro di Cole: un diario visivo che testimonia le sue peregrinazioni nel mondo e ne offre la cifra stilistica. Sembra ricordarci che siamo corpi nel mondo e la scrittura è sempre un’esperienza corporea. Le foto scattate nell’arco temporale tra il settembre 2011 e novembre 2015 non sono disposte in ordine cronologico né geografico, ma per comprendere il filo della creazione tra scrittura e fotografia di Cole si può cominciare da pagina 196.

Cattura, a Zurigo nel 2014 sul tram n.15 per Bucheggplatz, una luce all’imbrunire che racconta una storia di sette anni prima. Cole fotografa una donna sui trenta, capelli raccolti e un tatuaggio che emerge limpidamente dal collo: due righe, il nome di una donna e una data. Lui li annota entrambi, e in seguito a una ricerca li trova associati in un vecchio articolo di giornale: una donna, morta in un paesino vicino a Phoenix, proprio nella data del tatuaggio. Quella notte c’erano altre due persone in macchina. Entrambe erano sopravvissute all’incidente e avevano come la vittima poco più di vent’anni: un uomo, diceva l’articolo, e un’altra donna.

Cole, nel memoir Punto d’ombra scrive che utilizza la macchina fotografica come un’estensione della memoria. Qual è la relazione creativa con la scrittura?
«Questo libro assomiglia a una raccolta di poesie, alla quale chiediamo innanzitutto se abbia espresso la verità. Le foto non sono manipolate. Mi interessa creare un momento, un luogo dove avvenga qualcosa di intenso. Foto e parole emettono vibrazioni differenti, che metto insieme. Il sentimento, la storia e la fotografia sono reali, ma la costruzione della relazione fra di esse è costruita come una poesia».

In che modo sappiamo quando un fotografo ci immerge, procaccia la vita e non riproduce pregiudizi preesistenti?
«La fotografia mantiene una grande potenza quale forza di testimonianza, ma sappiamo che può mentire tanto con l’analogico quanto col digitale. Per il fotografo credo sia più importante la ricerca della giustizia rispetto alla neutralità, che è il linguaggio del potere. La questione è complessa, tuttavia occorre affrontarla. Più che Photoshop, il problema consiste nella mancanza di immaginazione nel mostrare con attenzione e rispetto la vita. Recentemente ho trascorso tre settimane in Libano e la presenza dei rifugiati siriani rappresentava anche un’occasione per un reportage fotografico. La sfida che dovremmo porci è trovare nuove modalità per raccontare fuori dal circuito economico censorio delle immagini».

A proposito del Libano, in Punto d’ombra lei rivela l’ammirazione per Gabriele Basilico.
«Sì, è uno dei fotografi che più ammiro. Mi ha fornito la risposta alla nozione del ritrarre uno spazio vuoto. La figura umana con Basilico sa attivare lo spazio, e quand’anche questa sia assente lo stesso spazio emana energia. Ho pensato molto al suo lavoro rispettoso delle rovine di Beirut».


Instagram è uno spazio per la creazione?
«Sono interessato a chi lo utilizza come tale per esplorare il linguaggio visuale. Molti fotografi che seguo e apprezzo considerano Instagram un extra studio, dove fare di più. Scattano le fotografie col telefono ma con l’intelligenza pittorica simile a quella che applicano nei lavori formali. Quello che amo della fotografia è la sua disseminazione. Il contributo dei fotografi su Instagram consente in qualche modo di avvicinarsi al loro processo creativo. Al suo meglio può essere una conversazione che si rivela gradualmente».

A pagina 66 c’è una fotografia molto bella. L’ha scattata a Lagos nel dicembre del 2014 e ritrae strumenti musicali a riposo nell’atrio di una scuola elementare. Fa pensare al suo libro d’esordio Ogni giorno è per il ladro, alla sua visita in scuola per musicisti: «I segnali di vita più incoraggianti che vedo in Nigeria sono associati alla pratica delle arti. Ogni volta che, tornando a Lagos, finisco per caso in un angolo di inferno, spunta sempre qualcosa che mi dà speranza». In quel libro le fotografie accompagnavano il testo, oggi viceversa è la stessa esigenza?
«Tra i due libri intercorre un divario di almeno dieci anni, uno spazio intenso in cui rimangono alcuni contenuti. In quel libro ho concepito giornalisticamente la storia. Sono entrato in quella scuola insieme al narratore, ma in quel caso gli strumenti non erano coperti, ma accessibili solo a chi se lo poteva permettere economicamente. La prima cosa che sperimenti è il potere dell’immagine, il mistero, parlo di come il silenzio sia sonoro. Ancora mi sono mosso dal reportage alla poesia. Anche la poesia è importante perché può dirci che anche a Lagos può accadere una poesia. Non viviamo una vita puramente materialistica, stressata dai problemi del governo, dalla corruzione, dal crimine. Ovunque nel mondo c’è una possibilità per la poesia».


Un punto di contatto tra i due i libri è la dimensione del sogno, parola che ricorre molto in Punto d’ombra.

«Sì, c’è anche in Ogni giorno è per il ladro, il sogno accompagna il narratore che si muove attraverso la città. In questo libro equivale a una linea di confine completamente dissolta tra realtà e sogno. Forse è il segno della maturazione del mio pensare di libro in libro. Nei sogni accadono molte cose che mettono alla prova i confini di ciò che è credibile e li testano in termini psicologici meticolosi, eventualmente costringendoci a credere. Sono sempre più aperto su questo confine e credo dipenda dall’insicurezza di che cosa significhi davvero essere al mondo in movimento attraverso lo spazio e talvolta non puoi dire se tu stia sognando o meno. Il giardino in cui ci troviamo è stato disegnato da Borromini nel Seicento, questo è quasi un sogno del quale facciamo esperienza oggi. Fra pochi giorni andrò via da Roma e manterrò solo dei ricordi. Allora per anticipare il futuro, per vivere nel presente, per pensare il passato e poi dormire e sognare siamo costretti a danzare in quel confine. Questo è il dove che esplora il libro».

Che cosa intende quando si dichiara affascinato dalla linea del canto che collega tutti i luoghi?
«La intendo in un senso molto musicale come quando ascolto Schubert. Non si tratta solo di eseguire correttamente le note, ma farlo suonare. È davvero come mantenere, stringere una linea tutta attraverso una canzone. Per me ciascuna di queste foto è una percussione e devono essere un senso del flusso».

Il cosmopolitismo è un tratto fondamentale della sua biografia e prende sostanza nei suoi scritti. In un mondo così individualista e pieno di dolore, quali condizioni consentono la conversazione fra diversi per dirla con Kwame Appiah?
«Il senso dell’uguaglianza fra gli interlocutori: non parliamo a, ma con. Il discorso deve essere inclusivo oltre le differenze. L’uguaglianza, letteralmente intesa, fra le persone è la condizione irrinunciabile».

Ha commentato l’elezione del nuovo sindaco di Londra, Sadiq Khan, musulmano cosmopolita, dicendo: «I simboli sono importanti, ma vediamolo all’opera». Per che cosa ricorderemo Obama?
«È stato un presidente migliore di chi lo ha preceduto, ma credo avrebbe potuto fare di più. Obama è l’espressione massima del pensiero neoliberale. Il nodo centrale irrisolto è la guerra senza fine. Sarà ricordato come il primo presidente nero, per il suo stile molto attrattivo ma anche per l’espansione dei poteri presidenziali che si riverberà sulla prossima elezione. Il governo non dovrebbe spiarci. Credo che gli Stati Uniti possano, debbano aspirare a un presidente che promuova la giustizia e i diritti umani per le persone in tutto il mondo. Nessuno dei due candidati alla presidenza ispira tutto questo».