Visualizzazione post con etichetta Silvia Castoldi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Silvia Castoldi. Mostra tutti i post

venerdì 9 dicembre 2016

Paul Beatty e Lo schiavista, una conversazione

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 29
9 dicembre 2016

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro


Paul Beatty, classe 1962, radici losangeline, con Lo schiavista (Fazi Editore, 369 pagine, 18.50 euro, traduzione ottima di Silvia Castoldi) è da poco il primo scrittore nordamericano insignito del prestigioso riconoscimento letterario Man Booker Prize. The Sellout, il titolo originale dell'opera, è un romanzo satirico, coraggioso che, sottraendosi al canone della classica denuncia sociale grazie alla fantasia e al talento dell'autore, guarda al proprio paese, lo interroga e dissacra, mettendolo allo specchio.


Potremmo cominciare a leggere il libro da questo dialogo: «È illegale gridare “al fuoco” in un cinema pieno di gente, giusto?». «Sì». «Be’, io ho sussurrato “razzismo” in un mondo post razziale». Il narratore, il venduto, nell'incipit potente si fa carico del pregiudizio storicizzato: «So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente». Me, soprannominato Bonbon, ci porta davanti alla Corte Suprema col caso 09-2606: lui contro gli Stati Uniti d'America. Il giudice nero è costernato: perché ai giorni nostri un afroamericano viola i principi, possedendo uno schiavo, e sostiene che la segregazione riunisca le persone di una comunità in crisi di identità?

C'è la violenza della polizia, che uccide il padre di Me. Ci sono i non luoghi di Los Angeles, ibrida e sconfinata. L'imputato è originario di Dickens, un ghetto nella periferia sud di Los Angeles a immagine e somiglianza della reale Compton, scomparso dalle mappe. Il vecchio Hominy Jenkins, l'abitante più famoso di Dickens, l'ultimo sopravvissuto delle Simpatiche Canaglie, necessita di trovare un appiglio nel naufragio dell'identità e si offre come schiavo. Beatty ci costringe a fare i conti col fallimento dell'utopia, con la contraddizione insita nell'integrazione.

Beatty, Lo schiavista è classificato come un'opera satirica. Proviamo a risolvere l'equivoco sulla satira. Trova riduttiva l'accezione diffusa, che è anche una maschera per non parlare di come il suo testo scavi in profondità il senso della perdita, della morte e gli aspetti più violenti del paese?
«Qualora qualcuno lo categorizzasse come un libro comico, penso che non avrei la stessa reazione. A proposito dell'evidenza della parola satira c'è qualcosa che suona come vacuo, falso e accomodante. L'aggettivo satirico è una maniera per dire: “Questo è un libro divertente che tratta una materia seria, ma non dobbiamo misurarci con la tristezza e il dolore”. Esiste un'antinomia per la satira? In che modo definiremmo un libro posato che si occupa di argomenti umoristici? Sono forse uno scrittore post satirico? No, post satirico è satirico. Sono intrappolato, non fa niente».

In un passaggio intenso e spassoso del prologo, lei fa dire a Martin Luther King Jr. che «se solo avesse assaggiato quell'intruglio non dolcificato, disgustoso, fatto passare per tè freddo ai banconi delle tavole calde negli Stati segregazionisti del Sud, avrebbe sciolto l'intero movimento per i diritti civili prima dei boicottaggi, dei pestaggi e degli omicidi». Intendeva discostarsi dalla narrazione acritica sugli esiti del Movimento?
«Il romanzo non ha la pretesa di emettere alcuna verità a proposito; piuttosto usa il vantaggio del senno di poi per presentare un'alternativa obliqua e leggermente riluttante nella reinterpretazione della lotta. Qualora si chiedesse agli americani se ritengono che il Movimento per i diritti civili sia stato proficuo, ci sarebbe un consenso generale: “Sì lo è stato”. Ma non c'è nulla di scontato come il pieno consenso. C'è sempre almeno una persona che esprime una forma di dissenso. Questo libro è l'incarnazione della persona non del tutto d'accordo. La persona che concorda ma alza la mano soltanto a metà».

Quanto è stato errato e fuorviante immaginare un cordone ombelicale tra Barack Obama e la comunità afroamericana, e soprattutto ritenere la sua elezione un'eredità postuma del Movimento per i diritti civili?
«È stato miope presumere che, in quanto nero, avesse una responsabilità inerente per affrontare l'ingiustizia sociale, quando invece dovremmo pretendere da qualunque presidente di essere cosciente e avversare le diseguaglianze. C'è un video interessante del Presidente Obama, un politico nero potente, intervistato da una giornalista nera in una delle sale del nuovo Smithson Museum of African American History. Lei gli domanda di una recente sparatoria della polizia a Tulsa, Oklahoma, dove il videotape mostra la vittima, Terence Crutcher, chiaramente con le mani alzate. Obama, che aveva alle sue spalle una gigantografia di Martin Luther King Jr, afferma: “È mia abitudine non commentare i fatti specifici...”. Se il presidente non può dichiarare nulla su un omicidio ripreso e catturato dentro a una pellicola, è almeno molto inquietante. Poi ci sorprendiamo perché una larga parte della cittadinanza statunitense si chieda perché importarsene. Grazie a Dio persone come MLK Jr., Angela Davis, Eugene Debs, Moms Mabley, Cesar Chavez, Bernie Sanders, Ta-Nehisi Coates e Richard Pryor l'hanno fatto, hanno parlato nello specifico».

Potremmo dire che, giorno dopo giorno, il concetto del post razziale sia sempre più confuso e fragile?
«Ritengo che la definizione potrebbe rimanere la stessa, ma la voce sul vocabolario andrebbe scritta e letta così: post racial – aggettivo [arcaico]».

Dopo le elezioni Toni Morrison ha invitato a rileggere William Faulkner. Perché il senso dell'essere americano è tuttora profondamente connesso alla bianchezza, al colore della pelle?
«Sostituisca americanità con italianità e potrebbe trovare lo stesso tipo di risposta scomoda».

Quali sono i bisogni degli elettori di Donald Trump?
«Molte persone convergono sull'opinione e sentimento, originariamente fatto risalire al filosofo francese Joseph de Maistre, secondo il quale i paesi hanno i leader che meritano. Non concordo. Malgrado il processo democratico, nessuno merita una leadership pregiudiziale e vendicativa. Trump incontra i bisogni della popolazione che non realizza che il sentirsi dire cosa pensare è equivalente al sentirsi dire di non ragionare, al mettere da parte la razionalità. A volte le persone necessitano di una figura paterna, nonostante sia ingiuriosa, illusoria».

Nutre qualche timore in particolare per l'agenda Trump?
«Il crescente restringimento del raggio d'azione dei media. Quanto sapremo rispetto alla sua attività? Ha incontrato da poco il primo ministro giapponese Shinzō Abe, ma non ne sappiamo nulla».

martedì 25 ottobre 2016

Paul Beatty conquista The Man Booker Prize con "Lo schiavista"

Il Messaggero, sezione Macro, pag. 22
9 ottobre 2016

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

Paul Beatty, classe 1962, radici losangeline, con Lo schiavista (Fazi Editore, 369 pagine, 18.50 euro, traduzione ottima di Silvia Castoldi), appena entrato nella short list del Man Booker Prize dopo aver vinto il National Book Critics Circle Award 2015, guarda al proprio paese, gli pone molte domande e lo dissacra, mettendolo allo specchio, senza coltivare la pretesa di ricevere risposte esaurienti. Che cos'è il post racial? Al tramonto silenzioso della presidenza Obama, qual è l'esito della scelta di far passare sotto traccia la questione razziale? Beatty l'affronta col coraggio della satira, che è anche mezzo per impastare le mani nel dolore, interrogando, stuzzicando una storia che ammira, quella del Movimento per i diritti civili, e il tempo presente.

Il prologo è così denso da sembrare un romanzo nel romanzo nel quale percepiamo le urgenze dell'autore. Il narratore, il venduto (The Sellout, il titolo originale dell'opera), nell'incipit potente si fa carico del pregiudizio storicizzato: «So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente». Me, soprannominato Bonbon, ci porta davanti alla Corte Suprema col caso 09-2606: lui contro gli Stati Uniti d'America. Il giudice nero è costernato: perché ai giorni nostri un afroamericano viola i principi possedendo uno schiavo e sostiene che la segregazione riunisca le persone di una comunità in crisi di identità?

L'imputato è originario di Dickens, un ghetto nella periferia sud di Los Angeles a immagine e somiglianza della reale Compton. Rinnega l'educazione impartita dal padre, sociologo controverso, ucciso da un proiettile sparato da un poliziotto, così simile alla feroce banalità delle dinamiche riportate dalla cronaca. A qualche anno di distanza dal delitto il sobborgo scompare dalle mappe. Me vede crollare il proprio mondo, ma non è solo. Anche il vecchio Hominy Jenkins, reazionario razziale sui generis, l'ultimo sopravvissuto delle Simpatiche Canaglie, necessita di trovare un appiglio nel naufragio dell'identità: che cosa vuol dire essere nero? E si offre come schiavo.

Segregare la scuola, il trasporto pubblico, perché la segregazione razziale avrebbe costituito la chiave per riportare in vita Dickens. Beatty ci costringe a fare i conti col fallimento dell'utopia, con la contraddizione insita nell'integrazione. E più intimamente con l'assenza e la morte. Lo schiavista è un modo onesto di tornare dentro a una casa scomoda, soprattutto davanti all'insegna la legge è uguale per tutti.

Beatty non si considera uno scrittore satirico, e definisce a ragione l'etichetta come un limite per il romanzo. Dopo aver spalancato le porte col prologo, lo scrittore alza freneticamente il ritmo e si fatica quasi a stargli dietro, non fosse per la qualità della scrittura che mescola sapientemente i registri linguistici. Col potere della fantasia e dell'umorismo si emancipa dai lacci della classica denuncia sociale, andando ben più in profondità negli aspetti più violenti e assurdi del proprio paese.




giovedì 6 ottobre 2016

Lo schiavista di Paul Beatty cerca l'America post razziale

http://www.minimaetmoralia.it/wp/lo-schiavista-paul-beatty/

di Gabriele Santoro

«È illegale gridare “al fuoco” in un cinema pieno di gente, giusto?».
«Sì».
«Be’, io ho sussurrato “razzismo” in un mondo post razziale».


Paul Beatty, classe 1962, radici losangeline, con Lo schiavista (Fazi Editore, 369 pagine, 18.50 euro, traduzione ottima di Silvia Castoldi), appena entrato nella short list del Man Booker Prize dopo aver vinto il National Book Critics Circle Award 2015, guarda al proprio paese, gli pone molte domande e lo dissacra, mettendolo allo specchio, senza coltivare la pretesa di ricevere risposte esaurienti.
Che cos’è il post racial e la sua genesi è databile? Al tramonto silenzioso della presidenza Obama, qual è l’esito della scelta di far passare sotto traccia la questione razziale? Beatty l’affronta col coraggio della satira, che è anche mezzo per impastare le mani nel dolore, interrogando, stuzzicando una storia che ammira, quella del Movimento per i diritti civili, e il tempo presente:

«(…) Il capo degli zombie (Martin Luther King Jr., ndc) sembra sfinito a forza di venir resuscitato ogni volta che qualcuno vuole ribadire la propria idea su ciò che i neri dovrebbero o non dovrebbero fare, possono o non possono avere. Non sa di essere in onda, e confessa sottovoce che se solo avesse assaggiato quell’intruglio non dolcificato, fatto passare per tè freddo ai banconi delle tavole calde negli Stati segregazionisti del Sud, avrebbe sciolto l’intero movimento per i diritti civili. Prima dei boicottaggi, dei pestaggi e degli omicidi. Posa sul podio una lattina di Diet Coke. “Le cose vanno molto meglio con la Coca-Cola”».

Il prologo è così denso da sembrare un romanzo nel romanzo nel quale percepiamo le urgenze dell’autore, che dieci anni fa ha curato l’edizione di Hokum: An Anthology of African American Humor, misurandosi col genere anche nei libri precedenti. Questo è il suo quarto romanzo, il secondo pubblicato in Italia, oltre a due raccolte di poesie.


Il narratore, il venduto (The Sellout, il titolo originale dell’opera), nell’incipit potente si fa carico del pregiudizio storicizzato: «So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente». Anche l’incipit di Slumberland (Fazi, 2010) lasciava subito il segno: «Noi neri siamo diventati mediocri e banali come il resto della specie». Me, soprannominato Bonbon, ci porta davanti alla Corte Suprema col caso 09-2606: lui contro gli Stati Uniti d’America. Ci dice che ha parcheggiato l’auto in divieto di sosta su Constitution Avenue, ha le mani ammanettate dietro la schiena ed è seduto su una sedia dall’imbottitura spessa che, come il suo paese, non è per nulla comoda a dispetto dell’apparenza. Il giudice nero è costernato: perché ai giorni nostri un afroamericano viola i principi possedendo uno schiavo e sostiene che la segregazione riunisca le persone di una comunità in crisi di identità?

L’imputato è originario di Dickens, un ghetto nella periferia sud di Los Angeles a immagine e somiglianza della reale Compton, ed è cresciuto in una fattoria dentro a un quartiere degradato. Rinnega l’educazione impartita dal padre, sociologo controverso, l’uomo che sussurrava ai negri, dopo aver trascorso l’infanzia da soggetto per una serie di suoi studi psicologici pionieristici sulla razza. Un proiettile sparato da un poliziotto, così simile alla feroce banalità delle dinamiche riportate dalla cronaca, uccide il padre che non lascia alcuna ricca eredità. Lui vuole portare via a mani nude il corpo dalla scena del delitto, quale gesto estremo di umanità, gli altri pensano alle foto denuncia col martire. Qui costruisce un dialogo immaginario col padre progressista afroamericano che l’ammonisce. Deve fare attenzione: «(…) Solo perché il razzismo è morto, non significa che non sparino più ai negri a vista».

A qualche anno di distanza il sobborgo scompare dalle mappe: «Quelle che un tempo erano graziose enclave operaie hanno conosciuto il dilagare delle tette finte, delle percentuali di laureati e dei tassi di criminalità truccati, dei trapianti di alberi e capelli, della lipo e della cholosuzione». Il boom immobiliare d’inizio secolo gonfiato dalla speculazione e la gentrification hanno cancellato Dickens. Me vede crollare il proprio mondo, ma non è solo. Il vecchio Hominy Jenkins, reazionario razziale sui generis, l’ultimo sopravvissuto delle Simpatiche Canaglie e abitante più famoso di Dickens, necessita di trovare un appiglio nel naufragio dell’identità: che cosa vuol dire essere nero? E si offre come schiavo. Hominy non vedeva l’ora di cedere il posto sull’autobus al bianco. In fondo, che cosa è cambiato dalle frustate alle perquisizioni senza motivo apparente?

Con una vagonata di vernice spray bianca e una macchina traccialinee ridisegnano il confine dell’identità sparita. Segregare la scuola, il trasporto pubblico, perché la segregazione razziale avrebbe costituito la chiave per riportare in vita Dickens: «L’apartheid aveva unito i sudafricani: per quale motivo non avrebbe potuto ottenere lo stesso effetto su di noi?». Dopotutto la scuola era già segregata dalla classe sociale, dal livello di preparazione individuale. Che cos’è Dickens: «Un flashback post nero, post razziale, post soul, se vogliamo, verso un’epoca di idealizzata ignoranza nera».

Beatty, che ha studiato scrittura creativa al Brooklyn College e psicologia alla Boston University, ci costringe a fare i conti col fallimento dell’utopia, con la contraddizione insita nell’integrazione. E più intimamente con l’assenza e la morte. Lo schiavista è un modo onesto di tornare dentro a una casa scomoda, soprattutto davanti all’insegna la legge è uguale per tutti: «Molti hanno combattuto e sono morti nel tentativo di ottenere quella uguaglianza di fronte alla legge sbandierata così allegramente all’esterno di questo edificio: ma, innocente o colpevole, nessun imputato arriva fino a quel grado di giudizio». In effetti l’esito del processo non è tra le priorità dell’autore.

Lo scrittore, acclamato dalla critica d’oltreoceano come uno degli autori più ambiziosi e originali, indaga il senso di colpa, se poi è davvero tale, che deriva ed è scavato nella coscienza dalla sottomissione. Me fuma marijuana nelle aule del giudizio e danza tra colpevolezza e innocenza. È sotto processo, rischia la galera e per la prima volta in vita sua non si sente colpevole: «L’onnipresente senso di colpa, nero come la torta di mele del fast food e il basket giocato in prigione, è finalmente scomparso, e mi sembra quasi di essere bianco nel non avvertire più il peso della vergogna razziale».

Sostiene paradossalmente di emanciparsi dalla dissonanza cognitiva di essere nero e innocente. Contempla con reverenza il Lincoln Memorial e si domanda cosa direbbe e farebbe Abe l’onesto «scoprendo che l’Unione da lui salvata si è trasformata in una plutocrazia disfunzionale, che il popolo da lui liberato è diventato schiavo del rap e dei prestiti predatori, e che al giorno d’oggi le sue capacità sarebbero più adatte a un campo di basket che alla Casa Bianca?».

Continua a leggere qui...