giovedì 24 novembre 2016

La Germania e il 1989, Eravamo dei grandissimi: intervista a Clemens Meyer


di Gabriele Santoro

ai Piero

La Repubblica Democratica Tedesca non esiste più. I ragazzi non hanno più una storia sulla quale costruirsi e ballano furenti sulle macerie dello Stato. La misura e lo stile di Clemens Meyer, lo scrittore tedesco più in essere della generazione post 1989, si colgono anche dallo sguardo e dalla fermezza pacata dell’eloquio.


Sotto il tono controllato della sua voce scorre un torrente di emozioni come nel romanzo d’esordio Als wir träumten (Quando sognavamo), che è appena stato pubblicato in Italia da Keller col titolo Eravamo dei grandissimi (608 pagine, traduzione curata da Roberta Gado e Riccardo Cravero, 19 euro). Il linguaggio non straripa mai, è chiaro, si muove sotto la superficie senza essere necessariamente esplicito e in molti passaggi commuove.

Lui, ragazzo del 1977, aveva ventidue anni quando lo ha cominciato a scrivere senza alcuna esperienza precedente in materia. Per due anni e mezzo dopo la scuola, diplomatosi nel 1996, ha scelto di fare l’operaio in cantieri edili. Ha smesso a causa di un infortunio alla schiena. Il padre, che disponeva di un’immensa libreria a casa, gli ha trasmesso la passione per la letteratura. Meyer, tatuato sulla maggior parte del corpo, poi è riuscito ad accedere al German Literature Institute di Lipsia, presentando alcuni scritti.

Apparso in Germania nel 2006, il libro continua a essere tradotto, l’anno scorso con successo nell’edizione francese. La traduttrice Roberta Gado, che ha diviso il lavoro con Cravero, lo definisce un classico contemporaneo. Meyer una volta ha detto: «Non sarei quello che sono, se non fossi cresciuto come un figlio della strada, usando un’espressione un po’ melodrammatica. Lì è dove ho appreso la cifra stilistica della mia scrittura. I miei amici giù al pub mi riconoscevano come un racconta storie».

Il prologo di Eravamo dei grandissimi dà il ritmo, il segno e l’impronta della sua prosa letteraria. I bambini giocano con la Storia, cercano piuttosto di sopravviverle con l’immaginazione: «So una filastrocca. La canticchio tra me e me quando la testa comincia a giocarmi strani scherzi. Credo che la cantassimo da bambini saltellando da un rettangolo di gesso all’altro, ma può essere che me la sia inventata o l’abbia soltanto sognata. Certe volte la recito in silenzio, solo muovendo le labbra, altre mi metto a canticchiarla e nemmeno me ne accorgo perché mi ballano in testa i ricordi, no, non dei ricordi qualsiasi, ma quelli dopo la magnifica caduta del Muro, degli anni in cui siamo, come dire? Venuti in contatto».

La violenza propria di un terremoto politico e sociale, così necessariamente presente nel testo, non riesce tuttavia a uccidere la dimensione del sogno, l’unico argine alla sconfitta. Dopo la Svolta del 1989 Daniel, Mark, Paul e Rico, un gruppo di amici indissolubile, cresciuti come “pionieri” nella Germania dell’Est scorrazzano a Lipsia: furti di auto, risse, alcol; hanno una rabbia senza controllo. L’unico rifugio in un mondo ormai del tutto estraneo appare il monolocale di una signora anziana con la quale maneggiano il peso della solitudine. Che cosa resta dei sogni e delle illusioni amplificate dal miraggio dell’Ovest così distante?

L’azione si svolge alla periferia di Lipsia, in un contesto architettonico paleoindustriale, nell’est della città stessa che l’autore fa rivivere con la letteratura. La frammentarietà dei personaggi si rispecchia nella frammentarietà della struttura del romanzo, una serie di capitoli non in ordine cronologico ben connessi dalla tensione e bravura nel montaggio. Le avventure di questi cinque ragazzi, generazione 1976, si alternano tra scene dell’infanzia, quando frequentavano la scuola elementare, fino al raggiungimento della maggiore età. Crolla il regno dell’infanzia, essi si frantumano con la Svolta, assorbiti nel vortice degli ultimi colpi di coda del socialismo e di una libertà fittizia incondizionata di cui non sanno cosa farsene.

Meyer fa i conti con la violenza psichica e fisica deflagrata nella terra di nessuno, a cavallo della riunificazione e poi nel vuoto di senso post Ottantanove. Tutto viene narrato dal punto di vista di questi giovani ed è un coro di voci prive, non intrise di sentimentalismo e ideologia. I bambini non sono prigionieri della consapevolezza di quel che vivono, non sono anestetizzati e ciò assicura la potenza del lavoro, che contiene ampi tratti autobiografici di Meyer. Dalla periferia giungono al cuore della Storia, che però non comprendono, se non molti anni più tardi, pagando le conseguenze sulla propria pelle.


Meyer, il suo romanzo sembra esprimere l’urgenza di ricomporre mediante la scrittura la tensione tra l’Io e il Noi.
«Sì, senz’altro anche se almeno all’inizio avviene a livello inconscio. Creo una storia, poi però mentre la scrivo mi accorgo che non appartiene solo a me. Racconto una storia che riguarda dei processi e dunque tutta la società. L’energia e il furore dei personaggi, che la buona letteratura riesce a codificare e tradurre, trasformano il materiale in qualcosa di molto più interessante di uno studio sociologico. Non volevo però narrare la storia di una generazione perduta. Divento sospettoso quando le persone parlano del noi, in fondo moriamo da soli. I personaggi sono individualisti, un po’ come me, e vanno controcorrente».

Lei non può rinunciare alla concretezza dell’esperienza, verrebbe meno questo libro che ci solleva dalla morale. In che modo ha costruito l’equilibrio tra osservazione e immaginazione?
«È una miscela abbastanza difficile da scandagliare e identificare anche per sé stessi. Certamente mi muovo da un’idea, da un nocciolo della storia che deve essere solido. In questo caso consiste nell’amicizia di cinque ragazzi che si sviluppa negli anni prima e dopo la riunificazione tedesca. A partire da qui compongo e invento altri personaggi secondari e storie parallele. La materia prima è tratta dalla società in cui vivo e che conosco».

Quanto si affida alla memoria?
«È quasi tutto un lavoro fondato integralmente sulla memoria. Nei miei due romanzi più importanti l’ho utilizzata in modo diverso. Nell’ultimo ho svolto molto lavoro di ricerca, raccogliendo  memorialistica: articoli di giornali, libri, riviste, appunti. E da questa grande massa di ricordi scritti,  materiale di archivio ho elaborato la storia. Mentre nel caso di Eravamo dei grandissimi ho focalizzato il lavoro sui ricordi che avevo nella mia testa senza ricerche particolari, perché era proprio un periodo vissuto in prima persona. Poi mescolo gli elementi della realtà con l’invenzione, soprattutto con elementi surreali per ottenere l’effetto di far muovere i personaggi, che disconoscono un mondo ormai estraneo, in un sottobosco parallelo della realtà».

Il tempo della grande Storia come si tiene insieme a quello dell’infanzia e dell’adolescenza?
«È questo il segreto del libro: riuscire ad agganciare la storia con la lettera maiuscola, gli eventi di un cambiamento epocale, quali la caduta del sistema socialista e del blocco occidentale, insieme a un altro periodo, appositamente scelto, di svolta cruciale e di mutazione per l’esistenza individuale qual è la pubertà. C’è il cambiamento proiettato verso l’età adulta, in cui però senti che la terra sotto ai tuoi piedi è sconquassata da una scossa tellurica, che ancora oggi non ha assestato la Germania, e la storia della tua infanzia sparisce. Mi interessava proprio la prospettiva di questi due cambiamenti montati insieme, il che cosa accade quando si sgretola completamente il tuo passato. Il terzo elemento è stato la necessità di mostrare gli accadimenti con gli occhi di chi, come me, era ancora giovane».

La pellicola As we were dreaming, che si ispira al romanzo ed è stata in concorso nella scorsa edizione della Berlinale, indugia sulla violenza calcando sulla tenerezza del legame che unisce la banda di amici. Ha apprezzato la trasposizione cinematografica?
«Non ho contribuito tecnicamente alla stesura della sceneggiatura. Conoscevo e mi fidavo del regista Andreas Dresen, ed ero contento che il cinema procurasse nuovi lettori. Ho svolto una funzione di consulente, mi interpellavano quando avevano dubbi. Durante le riprese stavo scrivendo il romanzo Im Stein e non avevo molto tempo a disposizione. Le considero due cose proprio diverse, un po’ come la traduzione. È una traduzione in un altro linguaggio artistico che utilizza mezzi differenti. Ci sono delle scene in cui trovo che lo spirito del libro sia molto ben colto, in altre meno però riesco a vederlo con neutralità, con un certo distacco. Anche se il film non dovesse piacermi ha importanza relativa, perché il libro continua a esistere con la propria indipendenza».

Nel romanzo c’è qualcosa di cinematografico, fa pensare per esempio a Rocco e i suoi fratelli.
«Amo i film di Luchino Visconti. Mi ha ispirato in ragione del suo epos. Nella pellicola non si tratta di amici ma di fratelli, tuttavia si vede lo sgretolamento dei loro rapporti, il tradimento quando un fratello violenta la fidanzata dell’altro e anche qui è una storia raccontata attraverso tanti anni. Si presenta un contesto sociale marginale, dove questa gente cerca lavoro e insegue i propri sogni. Ecco, mi sono ispirato al film nella ricerca della modalità narrativa di queste grandi storie di epos, combinando le emozioni con il distacco necessario».

La Repubblica Democratica Tedesca è stata narrata essenzialmente come uno Stato marcio, antieconomico, arretrato e dittatoriale. Perché la connessione sentimentale con quell’epoca è invece tenuta ancora viva?
«Lo Stato dell’ex Germania dell’Est è durato quarant’anni. In un tempo così relativamente lungo si intrecciano tantissime storie di vita, che la popolazione non può cancellare. In un paese dittatoriale, o appunto marcio, non si smette di vivere. La RDT è stata una parte essenziale della vita di milioni di persone, a prescindere dall’atteggiamento che avevano nei confronti della politica. Alcuni non sono riusciti a trovare un equilibrio, altri si sono adeguati o hanno ignorato i temi cruciali però sicuramente è un nodo complesso che non si è sciolto. A Est si sognava. È importante non presentare la storia da un unico punto di vista, ce ne sono diversi. Pensiamo per esempio alla produzione letteraria, nata nell’ambiente della RDT, che tutt’oggi conserva il proprio valore».

Che cosa rappresentano il sentimento dell’Ostalgie, la nostalgia dell’Est, e il culto dell’oggettistica della quotidianità?
«Sostanzialmente sono dei relitti che ricordano un tempo, quello dell’infanzia, che vista la questione generazionale è un po’ come la madeleine di Proust. Risvegliano un ricordo. È evidente che nel caso della RDT siccome è scomparso tutto, l’architettura, la politica quanto le abitudini, ciò che resta sono frammenti ai quali ci si attacca pur nella felicità che molte cose siano cambiate. Il fenomeno commerciale dell’Ostalgie personalmente invece non mi interessa affatto».

Colpiva un sondaggio ampio, pubblicato in occasione del ventesimo anniversario della caduta del Muro, secondo il quale meno del 40% degli abitanti a est erano soddisfatti degli effetti della riunificazione. Lamentavano soprattutto il venir meno del valore della solidarietà. Nelle recenti elezioni regionali, proprio nel collegio elettorale di Merkel, i populisti dell’Afd hanno superato la Cdu con un’erosione significativa dei voti della Spd e un crollo della Linke. Perché non sono stati sufficienti i due miliardi di euro confluiti dall’ovest all’est per la ricostruzione?
«Questo sentimento varia in base al contesto geografico a cui ci si riferisce. Nei nuclei urbani soprattutto a Lipsia, in parte anche a Dresda, non è più così, invece nella zona provinciale l’insoddisfazione risulta dominante. Dipende molto dalla situazione economica finanziaria attuale regionale. È certo che i cittadini dell’est non hanno mai visto la necessità di mostrare gratitudine o peggio riverenza. La posizione è chiara: il Muro l’hanno fatto cadere loro con l’esigenza di cambiamento. Non è stato l’ovest ad abbatterlo. In ogni modo è altrettanto sicuro che non sono soddisfatti di come poi siano andate le cose; permane quella sensazione di essere trattati come cittadini di seconda categoria. Non basta che la Cancelliera sia Angela Merkel, figlia di una provincia, il Meclemburgo Pomerania Anteriore, tra le più povere a est. Ci vorranno ancora molti anni, cinquanta probabilmente, affinché questi eventi non siano più tema, oggetto di discussione. Quelli della mia generazione da anziani forse ne saranno usciti».

Abandoned after the Wende, this factory in the Leipzig district of Anger-Crottendorf was  typical of the early 20th c. industrial infrastructure which still formed the backbone of the GDR’s economy
Palast Theatre è forse il capitolo più bello e struggente del libro. A Lipsia quasi tutti frequentavano e amavano quel cinema, poi bruciato dopo la riunificazione. Dall’insegna crolla la L e diventa Paast Theatre, cinema del passato. A Daniel non resta che l’immaginazione per salvare dall’eroina l’amico Mark.
«Questa sala cinematografica esisteva veramente, oggi è stata distrutta. È stato uno degli ultimi capitoli del libro che ho scritto, avevo almeno già 400 pagine che mi hanno dato la forza. Sapevo che sarebbe stato un capitolo importante da affrontare. Mark è l’amico a cui è dedicato il libro. Questo capitolo è costruito con un passaggio continuo tra presente e passato, tra loro bambini al cinema e poi ragazzi nello stesso luogo a fronteggiare la questione della dipendenza dall’eroina. Ho impiegato molto tempo a trovare il tono giusto per l’argomento. La tragicità del fatto è che questa scena rappresenta l’ultimo tentativo. Daniel per l’ultima volta prova a convincere Mark a tornare in ospedale e lo fa con uno strumento particolare che è la forza dell’immaginazione, richiamando i ricordi e sperando che questo lo aiuti. A prescindere dalla ambientazione c’è questa amicizia, la solidarietà che sopravvive al crollo di un’infanzia chiamata RDT».

Che cosa sognavano i ragazzi?
«Sognavamo una nuova società e con essa una vita nuova. Sognavi una società senza classi, ma anche un’amicizia che durasse all’infinito o l’amore che tutti aspettavano. È un miscuglio tra sogni piccoli e grandissimi. Non mi interessano tanto i fatti storiografici, quanto gli sguardi di questi bambini con ricordi diversi rispetto a quelli dei propri genitori, nonostante la realtà sia stata la stessa».

Nella Repubblica Democratica Tedesca l’abuso di alcol era conclamato. L’arrivo devastante delle sostanze stupefacenti in seguito alla riunificazione quale vuoto ha colmato?
«Sì, sul fronte dell’alcolismo in grande stile non si temeva molta concorrenza. Non era così diffusa però la prostituzione ed era inesistente il mercato della droga. Il fenomeno d’importazione della tossicodipendenza ha preso il sopravvento a causa dell’inesperienza, della scarsa conoscenza antecedente al 1989. Molti volevano provare, come quando si instilla e induce al consumo di un prodotto nuovo. La polizia era del tutto impreparata. In poco tempo ci siamo trovati inermi davanti a un problema fatale. La droga è l’elemento determinante per lo sgretolamento del gruppo di amici».

Il Muro a Lipsia non era una realtà fisica, Berlino abbastanza lontana. Che cosa significa tuttora però per voi quell’immagine?
«Ne sentivamo parlare da bambini. Una volta andai a vederlo, ma non era per me un punto di riferimento, ciononostante è rimasto un elemento per almeno 25 anni. A ogni modo non è stato il primo muro della storia, è un simbolo del fatto che all’uomo piace costruire un confine difensivo intorno a sé; lo fecero già i romani con il limes e si continuerà a erigerli. Oggi per le migrazioni, seppure siano incontenibili, ma in fondo le motivazioni sono le stesse di sempre. Anche allora c’era la paura del selvaggio, dell’estraneo. Il problema consiste nello spostamento del confine del benessere sempre più tecnologizzato».

Lei utilizza un telefono mobile, che al primo sguardo definiremmo obsoleto, privo di connessione Internet. E si limita alla posta elettronica. Perché?
«È come se oggi spegnessimo i ricordi. Nessuno fa affidamento alla propria memoria, navighi semplicemente in internet e guardi lì che cosa è successo. Quando ho scritto il romanzo non avevo la Rete a casa, per me non esisteva ed è stato un vantaggio prezioso. Per me stesso cerco di creare un contro movimento: quello di limitare l’utilizzo di Internet, dunque ho scelto di utilizzare un cellulare che non è uno smartphone. Penso che ci sia posto per 17 sms e basta. È come se mi rifiutassi, perché non c’è proprio più posto per i sogni e per le leggende».

mercoledì 23 novembre 2016

Roma punta su Più libri più liberi nella nuova geografia dei festival

Il Messaggero, sezione Tutta Roma Agenda pag. 58-59
23 novembre 2016

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

La Fiera nazionale della piccola e media editoria, Più libri più liberi, compie quindici anni e si appresta a cambiare sede. Dal 7 all'11 dicembre si terrà probabilmente per l'ultima volta presso il Palazzo dei Congressi, per poi trasferirsi l'anno prossimo al non distante Nuovo Centro Congressi, noto come la Nuvola di Fuksas. 

L'Associazione italiana editori definisce la quindicesima come l'edizione più bella. Il titolo della manifestazione è Sono tutte storie e si caratterizzerà con la consueta miscela di autori noti al grande pubblico come Camilleri e altri da scoprire, come l'interessantissimo Alain Mabanckou, tra i più influenti scrittori africani post colonialisti, lui il primo africano a entrare in qualità di insegnante al Collège de France. Il budget della rassegna tocca circa il milione e duecentomila euro, così ripartiti: 560mila da ricavi propri (affitto stand, ristorazione etc); 185mila tra Comune di Roma e Regione Lazio; 215mila dall'Aie che promuove la tre giorni; 100mila dall'Unione Europea. La quota restante giunge dall'affaire della fusione Mondadori-Rcs. Nel passaggio di Rcs Libri a Mondadori per 127,1 milioni di euro, l'Antitrust aveva deliberato un provvedimento che tra le misure correttive prevede il finanziamento economico di 225.000 euro per l'organizzazione e la gestione di Più libri più liberi nelle prossime tre edizioni.

Con le parole di Federico Motta, milanese, sessantenne, presidente dell'Aie, background familiare e una vita spesa nel campo dell'editoria, Roma consolida il proprio ruolo nella rinnovata geografia dei festival letterari nazionali con un evento unico anche nel panorama europeo, quasi a ricomporre la frattura interna all'associazione prodotta dalla nascita della fiera dell'editoria italiana Tempo di libri a Milano. Durante la tre giorni romana si confronteranno sul tema i due nuovi direttori Chiara Valerio, responsabile della rassegna milanese, e Nicola Lagioia, al vertice del Salone internazionale del libro di Torino giunto al trentesimo anno di attività, che ha appena comunicato la squadra per il nuovo corso e incassato, prima della presentazione ufficiale del programma, la partecipazione di Feltrinelli. Ricordiamo che la cosiddetta piccola e media editoria in Italia produce il 47% dei libri pubblicati, a fronte del 30% di quota di mercato.

«Più libri più liberi è un fenomeno sul quale vogliamo investire sempre di più, massicciamente – ha dichiarato Motta – . Roma è la casa di questa manifestazione, che senza questa città non esisterebbe. Vogliamo assolutamente che qui venga radicato un concetto di editoria che non è grande, piccola o media ma indipendente, perché l'editoria italiana si deve fondare su un uditorio indipendente. Vorremmo andare l'anno prossimo in un posto nuovo nella città, conservando l'anima del luogo precedente». 

Più libri più liberi, che coinvolgerà altri luoghi col contributo delle Biblioteche di Roma e del format Fuori fiera, sarà inaugurata dal romanziere, drammaturgo e sceneggiatore anglo-pakistano Hanif Kureishi, che si è imposto sulla scena negli anni Novanta con l'opera prima Il Budda delle periferie. Dall'estero arrivano o tornano voci come Valeria Luiselli, Dany Laferrière, Mircea Cartarescu, Marc Augé, il lusitano Gonçalo M. Tavares, particolarmente amato da Saramago e appena pubblicato in Italia, le narratrici scandinave Lena Andersson e Laura Lindstedt. L'ex militare britannico in Afghanistan Harry Parker illustrerà il suo potente romanzo d'esordio, Anatomia di un soldato.

Il gruppo degli ospiti italiani oltre a Camilleri, Lagioia e Valerio comprenderà: Erri De Luca, Paolo Di Paolo, Antonio Manzini, Michela Murgia, Valeria Parrella, Antonio Pennacchi. Ci saranno poi Nanni Moretti, impegnato in un reading da Caro Michele di Natalia Ginzburg, Vinicio Capossela, Ascanio Celestini, Pif e Luca Carboni. C'è la novità di Più libri più fotografie, un ciclo fotografico organizzato da Contrasto con quattro grandi interpreti internazionali: l'americano Zackary Canepari, Giulio Piscitelli e Ferdinando Scianna, la fotogiornalista polacca Monika Bulaj. Appuntamento ormai inderogabile è quello col graphic novel d'autore dove spiccano Gipi, Paco Roca e Zerocalcare.

domenica 20 novembre 2016

Jonah Lomu, il figlio del vento che cambiò il rugby

Il Messaggero, sezione Macro, pag. 20
20 novembre 2016

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

All'inizio del 1989 l'uragano nero, quando varcò per la prima volta la soglia dell'ufficio di Chris Grinter, non era altro che un tredicenne, uno dei tanti ragazzini di strada dal sobborgo Greenlane, nella parte sud di Auckland, la città più popolosa della Nuova Zelanda. «Forse era fisicamente un po' più grande dei suoi coetanei, ma la sua futura magnificenza e abilità atletica non apparivano ovvie», ha raccontato l'allenatore del Wesley College. Nei cinque anni successivi Jonah Lomu, ala classe 1975, ha colto di sorpresa il mondo e ha cambiato il gioco con la palla ovale, divenendone la prima icona globale.


Nel 1995 Nelson Mandela tentava di ridisegnare le linee di confine e infrangere le convenzioni anche nel rugby, disciplina ad appannaggio dei bianchi, tenendo però insieme il Sudafrica. E c'era una Coppa del mondo per mostrare la reificazione dell'idea di un paese oltre la lacerazione dell'apartheid. Laurie Main, l'allenatore degli All Blacks, la selezione nazionale, si accorse di quel talento che inanellava record di velocità e lo scatto fu breve: «Nel 1994 sapevamo che c'era un potenziale straordinario in Lomu per realizzare qualcosa di spettacolare e inatteso già nella Coppa del mondo del 1995». L'ultima domenica del mese di giugno 1994 a Christchurch, Lomu, appena diciannovenne, divenne l'All Black numero 941.

Marco Pastonesi, giornalista e scrittore, non ha mai nascosto la propria predilezione per i gregari. Ora con L'uragano nero. Vita, morte e mete di un All black (66thand2nd,185 pagine, 18 euro) torna a misurarsi con un uomo dall'esistenza più larga della vita e, seguendo i passi dell'anima del campione scomparso nel 2015, ci guida in tanti luoghi italiani del rugby.

Un italiano, Vittorio Munari, cacciatore di talenti per il Petrarca Padova, rimase subito abbagliato dal giovanissimo Lomu. Era bello come Cassius Clay, al quale verrà simbolicamente associato per l'impatto mediatico, all'Olimpiade di Roma nel Sessanta: centodiciotto chili senza un'oncia di grasso, sempre pronto, seppure di carattere riservato. Il rugby l'aveva conosciuto sulla strada, dove mitigava il dolore di una famiglia segnata dalla violenza paterna.

Pastonesi ci ricorda che il rugby è forza, non violenza, e questo sport tirò fuori dai guai l'adolescente Lomu, invischiato in pessime compagnie. La madre lo iscrisse al Wesley College, che dal 1884 ha accolto e formato studenti fondamentali per la storia degli All Blacks. Nessuno come lui era in grado di abbinare quella velocità a quella stazza. Da studente fermò a 10”89 il tempo sui centro metri piani: un figlio del vento che distruggeva i placcaggi.

Venticinque passi, tre placcaggi evitati, sette secondi di tempo per la meta più celebrata: così in Sudafrica, durante la semifinale mondiale contro l'Inghilterra, e nonostante la sconfitta in finale contro gli organizzatori del torneo, Lomu assurse al ruolo di icona nella cultura di massa. La storia di Jonah abbaglia per come ha resistito già dal 1996 alle rovine, alla malattia: sindrome nefrosica. Prima e dopo il trapianto di rene è stata questione di andate e ritorni coraggiosi sul campo. Gioca, risorge, per poi doversi arrendere. Muore poco più che quarantenne.

C'è una bella fotografia, scattata nel 1994. Lomu, nello spogliatoio di Christchurch, stringe la prima maglia All Black della sua carriera e sembra assorto in preghiera. Il rugby è un elemento culturale inscindibile dalla nazione neozelandese, sono cresciute insieme, in una relazione del tutto particolare con i colonizzatori, gli inglesi.

venerdì 18 novembre 2016

Dal Congresso alle primarie democratiche, storia di Shirley Chisholm


Pubblichiamo la seconda parte del pezzo che racconta la storia di Shirley Chisholm. Qui la prima puntata: buona lettura.

di Gabriele Santoro

Si trattava di una svolta epocale. Da quella vittoria nacque la Bedford Stuyvesant Political League che segnerà l’ascesa di Shirley. La novità costituita da quella giovane attivista instancabile, che sapeva parlare non alla gente ma con la gente, attivò i meccanismi di assimilazione della politica quando si trova spiazzata, quando deve gestire una mina vagante. L’esigenza di rompere gli schemi condusse Shirley, ribelle con fiuto politico, anche a dolorose rotture. Non esitò ad affrontare il mentore Holder per la leadership della BSPL, confermando che non faceva difetto alla voce determinazione, e perse.

Rosa Parks con Shirley Chisholm
Nell’inverno del 1960 Shirley rientrò ufficialmente nell’ambiente politico di Brooklyn. Con altre sei persone formò una nuova organizzazione interrazziale The Unity Democratic Club. Tra le missioni spiccava l’educazione della cittadinanza al processo politico, occorreva spiegare quanto incidesse sulle loro vite, spingendo le persone a registrarsi e a votare. Crearono qualcosa di più di una base elettorale solida. Nel quartiere lentamente si modificava l’equilibrio del potere elettorale. Dopo Flagg, Shirley conquistò un altro segnale storico del cambiamento con l’elezione di quattro neri fra i ventidue membri del County Committee, noto come Kings County a Brooklyn, il livello più locale della governance del partito democratico a New York.

Chisholm era convinta che negli anni Sessanta le sfide poste nel decennio precedente al segregazionismo avrebbero proseguito a scuotere il paese. Aderì all’atto fondativo del movimento femminista National Organization for Women. Nel 1954 la sentenza della Corte Suprema sul caso Brown versus Board of Education of Topeka, che dichiarava incostituzionale la segregazione scolastica, aveva riacceso la lotta. Il primo febbraio del ’60 quattro giovani afroamericani, violando le leggi del Sud razzista, si sedettero per consumare il pranzo al Woolworth’s Store a Greensboro e rifiutarono di andarsene, prima di essere serviti come il cliente bianco. L’esempio che diede coraggio alla moltitudine degli oppressi nel nome di Emmett Till. Rosa Parks aveva già detto di essere stanca di cedere il posto e guardava lontano fuori dal finestrino.

La nonna di Ella Baker da schiava non aveva accettato di sposare l’uomo scelto dal padrone. La nipote è stata una delle principali protagoniste della battaglia contro la legislazione Jim Crow nel profondo Sud: «Occorreva far comprendere alle persone che avevano un potere da utilizzare nel solo caso in cui avrebbero preso coscienza di quel che stava avvenendo e che i gruppi di azione, la collettività era in grado di controbattere alla violenza», diceva Ella. Milioni di americani ispirati dalla militanza politica degli attivisti per i diritti civili credettero che le iniziative collettive potessero aprire le porte esclusive dei club politici e influenzarne l’agenda. La mobilitazione di massa, combinata alla disobbedienza civile, assumeva un’importanza indissociabile dalla presenza al voto e dalla candidatura dei neri. La lotta per i diritti civili al Nord, specialmente a Brooklyn, era abbastanza diversa dal Sud. La popolazione nera di Brooklyn pativa la segregazione de facto, che incideva dal lavoro al diritto all’abitare, con l’esclusione dalla rappresentanza politica, ma non sperimentava la brutalità dello stato di apartheid, violenza e morte del Sud.

Nel 1964 la disponibilità di un posto presso la Corte Civile di Brooklyn spinse Shirley al grande balzo. L’avvocato Tom Jones, dopo un mandato nell’Assemblea dello Stato di Nyc ad Albany, decise di correre come giudice. Dopo una lunga e fruttuosa gavetta decennale Shirley non diede attenzione a voci ostili o contrarie e si candidò senza riserve per quel seggio lasciato vacante. Shirley autofinanziò, 4mila dollari in totale, una durissima campagna elettorale estiva strada per strada con un messaggio chiave: voglio servire la mia comunità da dove si giostra il comando. Shirley vinse, raccogliendo 18151 voti, con un margine ampio nella corsa a tre contro il candidato liberale e quello repubblicano. Il 1964 fu uno spartiacque per lo Stato di New York e non solo: eletta Chisholm, il reverendo Martin Luther King Jr vinceva il Nobel.

In realtà dietro alla vittoria ad Albany c’è anche un uomo. Andrew Cooper lasciò un segno permanente nel panorama politico locale e nazionale, intentando una causa per la ridefinizione dei confini dei distretti elettorali di Brooklyn. La sua causa come altre (Baker v. Can; Reynolds v. Sims) tra il 1962 e il 1964 affrontarono il nodo della natura geopolitica della rappresentanza congressuale. L’impatto di queste sentenze e la conseguente redistribuzione incrementarono la rilevanza e il potere politico delle aree urbane. A Brooklyn la causa Cooper v. Power produsse la creazione del New York Twelfth Congressional District che nel 1968 elesse Chisholm al Congresso.

Fu stretto il rapporto di Chisholm con il senatore dello Stato di New York, Robert Francis Kennedy. Un prodotto di quella politica è stato ed è la Bedford-Stuyvesant Restoration Corporation, il primo modello di associazione no profit negli Stati Uniti, che a dicembre compirà quarant’anni di attività, per lo sviluppo di una comunità, per migliorare le condizioni di vita e le opportunità di occupazione in quell’area depressa di Brooklyn.

Shirley continuerà sempre a danzare dentro e fuori dal sistema. L’ampia base elettorale e il consenso costruito nel tempo le consentivano di non subire le ritorsioni, l’esclusione riservata a chi non si allineava al partito. Essere dissidente non comportava alcuna deroga al ruolo legislativo. All’assemblea di Albany presentò cinquanta progetti di legge, otto quelli approvati: un numero sopra la media.

A quarantacinque anni dal primo progetto di legge sul tema, firmato Chisholm, la categoria professionale dei lavoratori e delle lavoratrici domestiche nello Stato di New York ha conquistato il Domestic Workers Bill of Rights, che nel contesto giuridico del New York State Human Rights Law mette nero su bianco le tutele invocate da Chisholm. I programmi del suo Seek (Search for Education, Elevation, Knowledge) sono componenti integranti della vita accademica della City University of New York e della State University of Nyc. Sempre vigile sulle materie di propria competenza, la scuola su tutte, si segnalò per un’accesa battaglia contraria al finanziamento statale delle scuole private. Shirley si spese invano per un progetto di legge, che mantiene la propria attualità. Voleva rendere obbligatorio per diventare poliziotti la frequenza accademica di corsi sui diritti e sulle libertà civili per una cultura del rispetto delle minoranze e dei rapporti interrazziali.

Fino alla metà degli anni Sessanta a New York la mappa elettorale per il Congresso privava dell’efficacia il diritto di voto delle minoranze. La sentenza della Corte Suprema, che decretò che i distretti fossero di eguale misura, compatti e contigui senza dividere e disperdere il voto nero, consentì a Chisholm di immaginare la strada verso Washington.


Superate le ruggini, ottenne il sostegno indispensabile del mentore Holder, mancò invece quello di Kennedy, propenso al contendente Thompson. Nel 1968 vedevano a portata di mano un traguardo storico. Furono dieci mesi di campagna elettorale durissima trascorsa a raccontare la storia di una giovane donna figlia di immigrati, emigrata a propria volta, che aveva deciso di sfidare e battere intanto il proprio grande partito. Shirley coniò lo slogan: «Fighting Shirley Chisholm – Unbought and Unbossed». Un manifesto vincente per dire due cose essenziali: il mio voto non è in vendita e più in profondità sono emancipata dalla schiavitù e dal colonialismo; sono una donna forte che non si fa comandare tanto a casa quanto nell’organizzazione politica.

Dopo la vittoria alle primarie Shirley si sentì male. O è incinta o è un cancro, sentenziò il medico alla prima visita. La biopsia scongiurò la malignità del fibroma. Dopo l’intervento riuscito e il decorso post operatorio tornò a casa emaciata, ma decisa a riprendere la strada: «Questa è la combattente Shirley Chisholm. Sono in piedi, in giro, a dispetto dei mormorii della gente».

La questione di genere fu utilizzata dagli avversari, mentre lei non caratterizzò la propria campagna congressuale in chiave femminista. Holder studiò a fondo l’elettorato e un dato deponeva a loro netto favore: per ogni uomo registrato nelle liste del distretto c’erano 2.5 donne, era il tallone d’Achille dei repubblicani. Nel quartiere le famiglie, le case erano guidate soprattutto dalle donne che si registrarono in massa per votare. Erano attive nei club politici, dunque occorreva coinvolgerle, fare rete. Un fattore determinante ignorato dagli avversari. «Le donne sono considerate cittadine di seconda classe come i neri. Una quantità immensa di talenti è sprecata dalla nostra società solo perché quel talento indossa una gonna. Voglio che giunga il tempo nel quale non vedremo più le differenze in base al sesso e al colore della pelle. La discriminazione contro le donne in politica è particolarmente ingiusta, perché non ho visto nessuna organizzazione funzionare senza di loro. Per anni sono rimasta dietro le quinte e ho lavorato per piazzare gli uomini negli uffici politici, scrivendo i loro discorsi e suggerendo come rispondere alle domande».

Il contendente, un afroamericano da Harlem, Farmer, era un leader del movimento per i diritti civili dalla comprovata qualità oratoria, che non tentennò nello scaricare Nixon inviso ai neri di Brooklyn, annunciando il voto per Hubert Humphrey. Farmer ricevette l’endorsement da celebrità quali Nina Simone. Le due candidature erano il segno dei tempi, travolti però in quel cruciale 1968 dalla violenza assassina che fece ripiegare il Paese. La campagna di Farmer, sposato con una donna bianca, si distinse per il maschilismo, ma non era una novità. Le donne erano marginalizzate anche dentro al movimento per i diritti civili. Nella grande marcia dell’agosto 1963 a Washington, Dorothy Height, al vertice del National Council of Negro Women, fu l’unica fra i leader delle maggiori organizzazioni a non parlare dal palco.

Nei dibattiti e confronti diretti Chisholm sbaragliò Farmer tanto quanto nelle urne: 34.885 voti a 13.777. Un trionfo che le diede la ribalta nazionale e le prime pagine dei giornali, ormai era bombardata dalle richieste di interviste. È interessantissimo in questo senso il lavoro di analisi sui media di Erika Falk: Women fot President, Media Bias in Eight Campaigns. Chisholm era spesso etichettata dalla stampa con lo stereotipo della femminista arrabbiata.

Shirley si è sempre presentata in anticipo sulla Storia. All’apertura della novantunesima sessione del Congresso degli Stati Uniti arrivò invece con un po’ di ritardo e infranse una delle tradizioni venerate della casa, prima di procedere al giuramento, entrando con il cappotto e il cappello ancora indosso. I deputati le chiedevano: «Che cosa ne pensa tuo marito dell’elezione?».

Non allestì uno staff personale all black, misurando invece la scelta sulla competenza, l’esperienza e la lealtà. Si distinse subito in una battaglia feroce riguardante l’assegnazione nelle commissioni. La destinarono alla Commissione agricoltura e alla subcommissione Forestale, mentre lei chiedeva quella dedicata a Educazione e lavoro. Affrontò, cosa inedita per un debuttante al Congresso, lo speaker McCormack riuscendo a variare l’indicazione iniziale. Vinse anche questa battaglia con l’insolita approvazione della stampa newyorchese. La spostarono alla Commissione per i Veterani di guerra. «Nel mio quartiere ci sono molti più reduci che alberi», commentò soddisfatta.

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