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venerdì 18 novembre 2016

Dal Congresso alle primarie democratiche, storia di Shirley Chisholm


Pubblichiamo la seconda parte del pezzo che racconta la storia di Shirley Chisholm. Qui la prima puntata: buona lettura.

di Gabriele Santoro

Si trattava di una svolta epocale. Da quella vittoria nacque la Bedford Stuyvesant Political League che segnerà l’ascesa di Shirley. La novità costituita da quella giovane attivista instancabile, che sapeva parlare non alla gente ma con la gente, attivò i meccanismi di assimilazione della politica quando si trova spiazzata, quando deve gestire una mina vagante. L’esigenza di rompere gli schemi condusse Shirley, ribelle con fiuto politico, anche a dolorose rotture. Non esitò ad affrontare il mentore Holder per la leadership della BSPL, confermando che non faceva difetto alla voce determinazione, e perse.

Rosa Parks con Shirley Chisholm
Nell’inverno del 1960 Shirley rientrò ufficialmente nell’ambiente politico di Brooklyn. Con altre sei persone formò una nuova organizzazione interrazziale The Unity Democratic Club. Tra le missioni spiccava l’educazione della cittadinanza al processo politico, occorreva spiegare quanto incidesse sulle loro vite, spingendo le persone a registrarsi e a votare. Crearono qualcosa di più di una base elettorale solida. Nel quartiere lentamente si modificava l’equilibrio del potere elettorale. Dopo Flagg, Shirley conquistò un altro segnale storico del cambiamento con l’elezione di quattro neri fra i ventidue membri del County Committee, noto come Kings County a Brooklyn, il livello più locale della governance del partito democratico a New York.

Chisholm era convinta che negli anni Sessanta le sfide poste nel decennio precedente al segregazionismo avrebbero proseguito a scuotere il paese. Aderì all’atto fondativo del movimento femminista National Organization for Women. Nel 1954 la sentenza della Corte Suprema sul caso Brown versus Board of Education of Topeka, che dichiarava incostituzionale la segregazione scolastica, aveva riacceso la lotta. Il primo febbraio del ’60 quattro giovani afroamericani, violando le leggi del Sud razzista, si sedettero per consumare il pranzo al Woolworth’s Store a Greensboro e rifiutarono di andarsene, prima di essere serviti come il cliente bianco. L’esempio che diede coraggio alla moltitudine degli oppressi nel nome di Emmett Till. Rosa Parks aveva già detto di essere stanca di cedere il posto e guardava lontano fuori dal finestrino.

La nonna di Ella Baker da schiava non aveva accettato di sposare l’uomo scelto dal padrone. La nipote è stata una delle principali protagoniste della battaglia contro la legislazione Jim Crow nel profondo Sud: «Occorreva far comprendere alle persone che avevano un potere da utilizzare nel solo caso in cui avrebbero preso coscienza di quel che stava avvenendo e che i gruppi di azione, la collettività era in grado di controbattere alla violenza», diceva Ella. Milioni di americani ispirati dalla militanza politica degli attivisti per i diritti civili credettero che le iniziative collettive potessero aprire le porte esclusive dei club politici e influenzarne l’agenda. La mobilitazione di massa, combinata alla disobbedienza civile, assumeva un’importanza indissociabile dalla presenza al voto e dalla candidatura dei neri. La lotta per i diritti civili al Nord, specialmente a Brooklyn, era abbastanza diversa dal Sud. La popolazione nera di Brooklyn pativa la segregazione de facto, che incideva dal lavoro al diritto all’abitare, con l’esclusione dalla rappresentanza politica, ma non sperimentava la brutalità dello stato di apartheid, violenza e morte del Sud.

Nel 1964 la disponibilità di un posto presso la Corte Civile di Brooklyn spinse Shirley al grande balzo. L’avvocato Tom Jones, dopo un mandato nell’Assemblea dello Stato di Nyc ad Albany, decise di correre come giudice. Dopo una lunga e fruttuosa gavetta decennale Shirley non diede attenzione a voci ostili o contrarie e si candidò senza riserve per quel seggio lasciato vacante. Shirley autofinanziò, 4mila dollari in totale, una durissima campagna elettorale estiva strada per strada con un messaggio chiave: voglio servire la mia comunità da dove si giostra il comando. Shirley vinse, raccogliendo 18151 voti, con un margine ampio nella corsa a tre contro il candidato liberale e quello repubblicano. Il 1964 fu uno spartiacque per lo Stato di New York e non solo: eletta Chisholm, il reverendo Martin Luther King Jr vinceva il Nobel.

In realtà dietro alla vittoria ad Albany c’è anche un uomo. Andrew Cooper lasciò un segno permanente nel panorama politico locale e nazionale, intentando una causa per la ridefinizione dei confini dei distretti elettorali di Brooklyn. La sua causa come altre (Baker v. Can; Reynolds v. Sims) tra il 1962 e il 1964 affrontarono il nodo della natura geopolitica della rappresentanza congressuale. L’impatto di queste sentenze e la conseguente redistribuzione incrementarono la rilevanza e il potere politico delle aree urbane. A Brooklyn la causa Cooper v. Power produsse la creazione del New York Twelfth Congressional District che nel 1968 elesse Chisholm al Congresso.

Fu stretto il rapporto di Chisholm con il senatore dello Stato di New York, Robert Francis Kennedy. Un prodotto di quella politica è stato ed è la Bedford-Stuyvesant Restoration Corporation, il primo modello di associazione no profit negli Stati Uniti, che a dicembre compirà quarant’anni di attività, per lo sviluppo di una comunità, per migliorare le condizioni di vita e le opportunità di occupazione in quell’area depressa di Brooklyn.

Shirley continuerà sempre a danzare dentro e fuori dal sistema. L’ampia base elettorale e il consenso costruito nel tempo le consentivano di non subire le ritorsioni, l’esclusione riservata a chi non si allineava al partito. Essere dissidente non comportava alcuna deroga al ruolo legislativo. All’assemblea di Albany presentò cinquanta progetti di legge, otto quelli approvati: un numero sopra la media.

A quarantacinque anni dal primo progetto di legge sul tema, firmato Chisholm, la categoria professionale dei lavoratori e delle lavoratrici domestiche nello Stato di New York ha conquistato il Domestic Workers Bill of Rights, che nel contesto giuridico del New York State Human Rights Law mette nero su bianco le tutele invocate da Chisholm. I programmi del suo Seek (Search for Education, Elevation, Knowledge) sono componenti integranti della vita accademica della City University of New York e della State University of Nyc. Sempre vigile sulle materie di propria competenza, la scuola su tutte, si segnalò per un’accesa battaglia contraria al finanziamento statale delle scuole private. Shirley si spese invano per un progetto di legge, che mantiene la propria attualità. Voleva rendere obbligatorio per diventare poliziotti la frequenza accademica di corsi sui diritti e sulle libertà civili per una cultura del rispetto delle minoranze e dei rapporti interrazziali.

Fino alla metà degli anni Sessanta a New York la mappa elettorale per il Congresso privava dell’efficacia il diritto di voto delle minoranze. La sentenza della Corte Suprema, che decretò che i distretti fossero di eguale misura, compatti e contigui senza dividere e disperdere il voto nero, consentì a Chisholm di immaginare la strada verso Washington.


Superate le ruggini, ottenne il sostegno indispensabile del mentore Holder, mancò invece quello di Kennedy, propenso al contendente Thompson. Nel 1968 vedevano a portata di mano un traguardo storico. Furono dieci mesi di campagna elettorale durissima trascorsa a raccontare la storia di una giovane donna figlia di immigrati, emigrata a propria volta, che aveva deciso di sfidare e battere intanto il proprio grande partito. Shirley coniò lo slogan: «Fighting Shirley Chisholm – Unbought and Unbossed». Un manifesto vincente per dire due cose essenziali: il mio voto non è in vendita e più in profondità sono emancipata dalla schiavitù e dal colonialismo; sono una donna forte che non si fa comandare tanto a casa quanto nell’organizzazione politica.

Dopo la vittoria alle primarie Shirley si sentì male. O è incinta o è un cancro, sentenziò il medico alla prima visita. La biopsia scongiurò la malignità del fibroma. Dopo l’intervento riuscito e il decorso post operatorio tornò a casa emaciata, ma decisa a riprendere la strada: «Questa è la combattente Shirley Chisholm. Sono in piedi, in giro, a dispetto dei mormorii della gente».

La questione di genere fu utilizzata dagli avversari, mentre lei non caratterizzò la propria campagna congressuale in chiave femminista. Holder studiò a fondo l’elettorato e un dato deponeva a loro netto favore: per ogni uomo registrato nelle liste del distretto c’erano 2.5 donne, era il tallone d’Achille dei repubblicani. Nel quartiere le famiglie, le case erano guidate soprattutto dalle donne che si registrarono in massa per votare. Erano attive nei club politici, dunque occorreva coinvolgerle, fare rete. Un fattore determinante ignorato dagli avversari. «Le donne sono considerate cittadine di seconda classe come i neri. Una quantità immensa di talenti è sprecata dalla nostra società solo perché quel talento indossa una gonna. Voglio che giunga il tempo nel quale non vedremo più le differenze in base al sesso e al colore della pelle. La discriminazione contro le donne in politica è particolarmente ingiusta, perché non ho visto nessuna organizzazione funzionare senza di loro. Per anni sono rimasta dietro le quinte e ho lavorato per piazzare gli uomini negli uffici politici, scrivendo i loro discorsi e suggerendo come rispondere alle domande».

Il contendente, un afroamericano da Harlem, Farmer, era un leader del movimento per i diritti civili dalla comprovata qualità oratoria, che non tentennò nello scaricare Nixon inviso ai neri di Brooklyn, annunciando il voto per Hubert Humphrey. Farmer ricevette l’endorsement da celebrità quali Nina Simone. Le due candidature erano il segno dei tempi, travolti però in quel cruciale 1968 dalla violenza assassina che fece ripiegare il Paese. La campagna di Farmer, sposato con una donna bianca, si distinse per il maschilismo, ma non era una novità. Le donne erano marginalizzate anche dentro al movimento per i diritti civili. Nella grande marcia dell’agosto 1963 a Washington, Dorothy Height, al vertice del National Council of Negro Women, fu l’unica fra i leader delle maggiori organizzazioni a non parlare dal palco.

Nei dibattiti e confronti diretti Chisholm sbaragliò Farmer tanto quanto nelle urne: 34.885 voti a 13.777. Un trionfo che le diede la ribalta nazionale e le prime pagine dei giornali, ormai era bombardata dalle richieste di interviste. È interessantissimo in questo senso il lavoro di analisi sui media di Erika Falk: Women fot President, Media Bias in Eight Campaigns. Chisholm era spesso etichettata dalla stampa con lo stereotipo della femminista arrabbiata.

Shirley si è sempre presentata in anticipo sulla Storia. All’apertura della novantunesima sessione del Congresso degli Stati Uniti arrivò invece con un po’ di ritardo e infranse una delle tradizioni venerate della casa, prima di procedere al giuramento, entrando con il cappotto e il cappello ancora indosso. I deputati le chiedevano: «Che cosa ne pensa tuo marito dell’elezione?».

Non allestì uno staff personale all black, misurando invece la scelta sulla competenza, l’esperienza e la lealtà. Si distinse subito in una battaglia feroce riguardante l’assegnazione nelle commissioni. La destinarono alla Commissione agricoltura e alla subcommissione Forestale, mentre lei chiedeva quella dedicata a Educazione e lavoro. Affrontò, cosa inedita per un debuttante al Congresso, lo speaker McCormack riuscendo a variare l’indicazione iniziale. Vinse anche questa battaglia con l’insolita approvazione della stampa newyorchese. La spostarono alla Commissione per i Veterani di guerra. «Nel mio quartiere ci sono molti più reduci che alberi», commentò soddisfatta.

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lunedì 14 novembre 2016

Storia di Shirley Chisholm, prima donna nera eletta al Congresso degli Stati Uniti


Pubblichiamo, in due parti, un lungo ritratto di Shirley Chisholm (1924-2005), prima donna nera eletta al Congresso e candidata alle primarie del Partito democratico per le presidenziali del 1972. La nomination andò a George McGovern, che venne sconfitto da Richard Nixon, presidente uscente.

di Gabriele Santoro

«Proffy, lei dimentica due cose: sono nera e sono una donna». Al college la politica era ancora una fantasia per la giovane Shirley Anita St. Hill Chisholm, ma qualcuno aveva percepito il suo talento per la parola che si fa impegno e governo in nome della comunità.

Louis Warsoff, professore non vedente di scienza politica al Brooklyn College, è stato per Shirley il primo uomo bianco col quale la conoscenza divenne conversazione, fiducia ed empatia. Lo chiamava proffy e s’intrattenevano in lunghe discussioni: «Da lui ho imparato che in fondo non eravamo differenti, intendo noi e i bianchi». La studentessa, che eccelleva e attirò l’attenzione di Warsoff, mostrava un’urgenza: dire al mondo come stavano realmente le cose.

Dopo anni di oblio la figura di Chisholm, scomparsa nel 2005, è riemersa nel 2008, in concomitanza con la corsa alla nomination democratica per la Casa Bianca che contrapponeva Barack Obama e Hillary Clinton. Chisholm, dotata di un’intelligenza finissima e senso pratico, è stata la prima donna nera eletta al Congresso e quattro anni dopo nel 1972 la prima a competere per l’investitura tra i democratici verso la presidenza, finendo settima fra diciassette candidati col 2.7% dei 16 milioni di voti complessivi. Non amava essere ricordata per questi due primati, poiché lei coronava una vicenda collettiva, almeno sei decadi di attivismo politico di migliaia di donne a New York per la giustizia, i diritti e l’eguaglianza. Nel 1982 Chisholm, partecipe alla creazione del Congressional Black Caucus e del National Women’s Political Caucus, ufficializzò l’intenzione di non ricandidarsi al Congresso per tornare al primo amore, l’insegnamento, politica e sociologia in una scuola femminile, il college Mount Holyoke in Massachusetts. Nel 1984 e quattro anni più tardi sostenne Jesse Jackson. Bill Clinton le offrì la carica di ambasciatrice in Giamaica, ma rifiutò per motivi di salute.


Warsoff non nutriva dubbi sulle sue qualità e dopo un dibattito acceso le disse: «Shirley, devi partecipare: entra nell’arena politica». Lei restò meravigliata da quella innocenza. In molti le dicevano che aveva un potenziale al quale dare forma. Alla domanda più alta, quando l’adolescenza s’affaccia sulla vita e si inizia a scegliere, Shirley non apparve indecisa. Pensava di mettere il proprio talento al servizio della società insegnando. Voleva dedicarsi ai bambini con una convinzione precisa: non avrebbe occupato il posto dettato dall’ingiustizia sociale, dal razzismo che permeava la quotidianità.

L’educazione e la buona preparazione scolastica delle figlie sono state le priorità di Charles St. Hill e Ruby Seale. Lui, rimasto orfano quattordicenne, nativo della Guiana britannica, cresciuto tra Cuba e Barbados, dopo un’odissea arrivò nel 1923 a Brooklyn. A Barbados conobbe superficialmente lei appena adolescente. Ruby, classe 1901, da Christchurch approdò a Brooklyn l’8 marzo del 1921 a bordo della SS Pocone. L’amore maturò nella terra dell’abbondanza e lì si sposarono. Dal 1900 al 1925 più di 300mila isolani, prevalentemente da Barbados, lasciarono le proprie case per lavorare al Canale di Panama, tra loro il nonno materno di Shirley che abbandonò le piantagioni di canna da zucchero. Altri emigrarono negli anni Venti direzione Stati Uniti a causa della carestia e della perdita del raccolto nelle isole caraibiche. Il nonno guadagnò i soldi necessari affinché la figlia si pagasse un biglietto di sola andata.

Vere e proprie colonie di isolani crebbero nel ventre di New York. Nelle prime due decadi del Novecento queste ondate migratorie si sommarono a quella interna con circa due milioni di afroamericani che dal Sud si trasferirono nelle città del Nord. A Brooklyn tra il 1900 e il 1920 la popolazione nera raddoppiò, il 16% era di origine caraibica. Nel quartiere la colonia più corposa proveniva proprio da Barbados. Ruby era ancora una ragazza, Charles guadagnava la giornata. Alla nascita della primogenita Shirley, il 30 novembre 1924 a Brooklyn, si aggiunsero poi quelle di Odessa, Muriel e Selma.


Shirley si è sempre sentita una statunitense intimamente barbadiana. Dentro al corpo esile fin dall’infanzia esprimeva un’energia fuori dalla norma. La ruggente e fallace prosperità americana dei primi anni Venti non era per tutti, soprattutto non per una giovane coppia di immigrati in un agglomerato suburbano in rapido sommovimento demografico ed etnico. Charles non aveva qualifiche professionali. Lavorò come aiutante in una panetteria e poi da operaio a cottimo. Ruby non immaginava di doversi separare per sette lunghi anni dalle figlie, tuttavia la decisione sofferta non aveva alternative economiche. Ad attendere Shirley, Odessa e Muriel c’era il ritorno alla vita rurale, nella grande fattoria della nonna a Barbados.

Nel 1928 Ruby salpò con le figlie dal porto di New York destinazione Bridgetown, capitale della così soprannominata Piccola Scozia. Il viaggio a bordo della Vulcania durò nove giorni in acque particolarmente agitate. La parte materna della famiglia aveva origini scozzesi. Furono i primi abitanti ad aver spezzato le catene della schiavitù e registravano il più alto tasso di alfabetizzazione nell’area. Un popolo, quello barbadiano, luminoso, ambizioso e parsimonioso. Nelle giornate più dure Ruby e Charles non hanno messo in discussione il sogno di una casa a Brooklyn e della migliore istruzione per le nasciture.

Emily Seale, nonna dal fisico statuario e dalla voce stentorea, le attendeva alla banchina del porto di Bridgetown. La primogenita racconterà che Emily è stata una delle poche persone di cui non ha mai sfidato o messo in discussione l’autorità. L’esempio di forza e dignità di lavoratrici toste, quali erano la nonna e la zia, forgiò la sua futura coscienza politica, quanto la lotta per l’emancipazione dei barbadiani dalla schiavitù, dalle ingiuste relazioni economiche e sociali basate sulla discriminazione razziale. Fra la scuola, che osservava l’impianto della tradizione britannica ed era centrale nel sistema sociale locale, bagni in un mare cristallino e vita rurale, Shirley trascorse anni felici.

A Brooklyn invece le cose non andavano secondo i piani genitoriali. Non riuscivano a risparmiare un dollaro, travolti anche loro dal riverbero del crollo di Wall Street. Ruby, spaventata dal tempo che sottrae l’oggi in attesa del domani, alla fine del 1933 seppure le condizioni fossero ancora ai limiti della sussistenza riunì la famiglia negli Stati Uniti.

Al 110 di Liberty Avenue, un appartamento con quattro stanze senza riscaldamento esposte sulla ferrovia, a Brownsville il freddo era la sensazione dominante che turbava Shirley. Da quei giorni di smarrimento per il venire meno delle certezze isolane, piombata senza mappe mentali e fisiche nella grande città, ha rievocato sempre la paura del freddo. Nel 1934 Brownsville era il distretto a maggioranza ebraico più popoloso di Brooklyn, abitato dalla prima generazione degli esuli provenienti dal cuore dell’Europa centrale e orientale. Trent’anni dopo gli diedero l’etichetta di ghetto, che come osservava Chisholm avrebbe fatto sorridere amaramente i vecchi residenti.

A Brownsville si era radicata una storia di tolleranza razziale e religiosa. Il quartiere, che contava 200mila persone, tra il 1915 e il 1921 elesse rappresentanti socialisti alla New York State Assembly e aveva una tradizione ricca di opposizione e protesta sociale, guidata anche da una pioniera femminista come Margaret Sanger. Chisholm incarnò le urgenze che aveva respirato a Brownsville. Shirley si rifugiava al cinema e nella biblioteca pubblica. Leggere era una delle regole imposte a casa. Lei poi amava ballare, una questione d’istinto. Era la prima ad arrivare e l’ultima a lasciare la dance hall. In molti raccontano di non aver mai visto nessuno muoversi come lei, quasi a volersi liberare da una disciplina austera, ferrea con poche concessioni che i genitori imposero. La famiglia protestante manifestava un forte sentimento religioso.

Per comprendere il percorso quanto le scelte di Shirley è utile ricostruire il rapporto con il padre. In quel periodo Charles lavorava come garzone in una grande pasticceria. Era un uomo di bella presenza che lei idealizzava. Nonostante gli studi molto limitati aveva un vocabolario ricco e un’intelligenza intuitiva acuta. Era un lettore onnivoro. Anche durante la Grande Depressione, quando Ruby lo spingeva a risparmiare, lui comprava tre quotidiani al giorno. Charles era un conversatore instancabile, sapeva di tutto un po’. Né beveva, né fumava. Le trasmise la fierezza, allora tutt’altro che diffusa tra gli stessi afroamericani, della propria discendenza. Charles concretizzava le proprie idee nell’impegno come sindacalista, apparteneva alla Confectionery and Bakers International Union. Nulla, ricorda Shirley, lo rendeva più felice dell’essere un sindacalista.

Charles St. Hill era un seguace appassionato di Marcus Garvey, fondatore del movimento Pan-African che presupponeva la nascita di una nazione africana unita in grado di accogliere tutti i discendenti della diaspora, dove costruire una vita nuova, e che influenzò il pensiero di Martin Luther King Jr., Malcom X e il movimento separatista nel cuore degli anni Settanta. Portava sempre Shirley agli incontri e ai tributi dedicati a Garvey, condannato a cinque anni di carcere per sottrazione di fondi. Scontò la metà della pena per poi essere espulso nel paese nativo, la Giamaica. In quei consessi Shirley maturò la prima consapevolezza politica.

A scuola emerse la forza caratteriale della figlia di due immigrati che non stavano nel posto loro assegnato dalla società. Nella scuola pubblica incontrò per la prima volta le gerarchie dettate dalla classe sociale, dalla razza e dal genere. Nel frattempo il quartiere mutava la propria composizione. La scuola restava però una linea di separazione, che manteneva un equilibrio ormai distante dalla realtà. L’80% dei bambini erano bianchi di origine ebraica, tutti gli insegnanti erano bianchi.

Nel 1936 i St. Hill si spostarono a Bedford Stuyvesant, che diventerà l’epicentro della storia politica di Shirley. L’impatto col nuovo quartiere fu innanzitutto linguistico: per la prima volta nella strada ascoltava insulti a sfondo razziale: negro, ebreo bastardo, negro son of a bitch. Non era abituata a queste associazioni dispregiative. Nel 1939 Shirley s’iscrisse alla Girls High School, una delle scuole più antiche di Brooklyn a Nostrand Avenue. L’elevato quoziente intellettivo e l’abitudine allo studio ne facevano un’eccezione, tre quarti delle iscritte a scuola erano bianche.

Alla Girls High School le qualità di Shirley non passarono inosservate. Ricevette numerose proposte da college rinomati, fra i quali il prestigioso e selettivo Vassar, situato a 70 miglia da New York nella suggestiva Hudson Valley. La famiglia non poteva sostenere i costi dello studio fuori dalla città. La scelta ricadde dunque sul Brooklyn College, che rappresentò un passaggio cruciale. C’è una domanda interessante che si è posta Chisholm: «Qualora avessi frequentato il Vassar, sarei diventata una delle donne nere pseudo bianche in carriera dell’alta borghesia o una moglie ben piazzata e mantenuta dal marito? Stento a crederlo, ma è meglio aver scongiurato il rischio».

Nel 1942 Shirley varcò la soglia del Brooklyn College non ancora diciottenne. Era una degli appena sessanta studenti con la pelle nera nel più grande dei cinque college urbani con il campus economicamente più abbordabile. Al college Shirley cominciò a scontrarsi, a rivoltarsi contro il mondo. La scuola era ricca di organizzazioni e attività extracurricolari politicamente orientate, la maggior parte di esse progressiste. La famiglia l’aveva tenuta a lungo protetta dalla realtà circostante, «ma ero nera e nessuno doveva spiegarmi che cosa significasse». Non importava quanto fosse ben preparata, la società non le avrebbe dato alcuna opportunità.

Al college c’era un collettivo politico, l’Harriet Tubman Society, che Shirley frequentò dal secondo anno. La figura della combattente Harriet Tubman, che si era sottratta alla schiavitù indicando agli altri la via per la libertà, sarà dirimente per Chisholm.

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mercoledì 25 novembre 2015

«Ridare la parola all'impossibile per ottenere il possibile» conversazione con Alfredo Reichlin

http://www.minimaetmoralia.it/wp/ridare-la-parola-allimpossibile-per-ottenere-il-possibile-conversazione-con-alfredo-reichlin/

di Gabriele Santoro

Il trenta settembre a Piazza Montecitorio, a pochi passi dal feretro di Pietro Ingrao, la voce di Alfredo Reichlin si è incrinata, rievocando la più grande passione laica, la politica come storia in atto. L’assillo del come non lasciare gli uomini soli davanti alla potenza inaudita del denaro condiviso con “la mente libera, cocciuta e assetata di conoscenza” dell’amico, che ora riposa nella sua Lenola.

La vita del novantunenne Reichlin è stata appassionata e piena. La passione per la vita sta ancora nel cucchiaino di zucchero per il caffè, che mi chiede di riempire per bene, non a metà, e nella pila di libri nuovi da leggere appoggiati sul divano. Qui ci interessa relativamente se è una storia di vinti o vincitori. Nato a Barletta nel 1925, si trasferì bambino a Roma, complice la crisi del ‘29 che aveva travolto la grande fabbrica chimica del nonno. Papà dannunziano, lui si scoprì l’eretico di famiglia. Al liceo divenne comunista. «Farai la fine di Cafiero mi diceva angosciata mia madre alludendo a quel suo parente anarchico, l’amico di Bakunin, di cui non sapeva niente, tranne che era morto pazzo, dopo aver regalato le sue terre ai contadini», ricorda. Non è andata così.


S’iscrisse al Pci dopo la liberazione. Nel 1945 iniziò a lavorare all’Unità, per poi diventarne direttore nel 1956, appena trentenne. Dissidi con Togliatti produssero il cambio alla direzione e il ritorno in Puglia quale segretario regionale. Eletto deputato nel 1968, dal 1973 fece parte della direzione del partito e della segreteria Berlinguer. Ha provato a dare il proprio contributo ideale, valoriale nella complessa mutazione Pci-Pds-Ds-Pd. «Non appartengo a quelli che si pentono del loro passato. Sì, sono stato comunista. Peggio, sono stato uno dei massimi dirigenti del Pci e non è che non veda errori e orrori e non li senta sulla mia pelle. Il fatto è che accanto a questi io ho la piena consapevolezza della parte che i comunisti hanno avuto nella lotta per la democrazia. Non era Stalin, ma la patria che ci chiamava. Lo stesso partito che però per il suo legame con l’Urss ha contribuito a rendere incompiuta la democrazia italiana», dice.

La necessità di mettere in campo una forte idea di ricostruzione del paese, ma inseparabile dalla lotta per il riscatto sociale. Questa è la storia di una democrazia difficile e di un’unità incompiuta. È il Pci che spiega la storia d’Italia oppure è la storia d’Italia che spiega il Pci? Si domanda e domanda Reichlin nella biografia, che si fa riflessione sull’oggi, La mia Italia (Donzelli, 149 pagine, 18 euro). Affiora l’irrequietezza per un lutto non elaborato, per la debolezza del modo in cui è stata gestita la crisi del Pci e la confluenza nel nuovo partito: «Chi come me viene dalla sinistra storica non può sentirsi innocente, se il nuovo soggetto politico in cui siamo approdati sembra così incerto, quasi senza un’anima e privo di un pensiero lungo sul futuro».

Reichlin pone al centro della sua analisi la potenza dell’economia che erode il potere della politica in quanto interesse generale. Denuncia quel che sappiamo, la concreta formazione di una plutocrazia mondiale mai vista prima. Livelli di concentrazione delle risorse paragonabili a prima della Rivoluzione francese. «L’egemonia della sinistra si ricostruisce mettendo al centro la persona umana e la sua liberazione», scrive. È vero quel che premette nella prima pagina: «Non è una predica, né un furbesco chiamarsi fuori». Ma è la nostalgia per la foto di gruppo di giovani intellettuali, che si mischiarono a tanti piccoli Di Vittorio, ad animare le pagine.

L’autore argomenta la crisi di una costituzione materiale, del modo di stare insieme. Considera il “nuovismo” renziano l’immagine di un paese “senza”, un’immagine sospesa nel vuoto. Afferma che il significato etico della politica si può ritrovare non in astratto, ma nell’asprezza della lotta e del fare.

La mia Italia è la storia di una generazione che non si è tirata indietro. Ugo Stille scrisse in memoria di Giaime Pintor: «La nostra amicizia significò allora un “crescere assieme”. Era un legame che faceva di ciascuno di noi quasi una parte dell’altro». Allora viene alla mente l’immagine più bella del libro pubblicato da Donzelli. Piombiamo nella Roma dell’otto settembre 1943, il trauma e la vergogna di una intera classe dirigente in fuga, la scomparsa dello Stato, i bombardamenti e la lotta partigiana. Reichlin arriva in bicicletta dai Castelli romani e incontra solo macerie. Cerca l’amico e compagno di scuola Luigi Pintor. Giaime, il fratello più grande, che era ufficiale dello Stato maggiore, chiede loro di accompagnarlo da Leopoldo Piccardi, al ministero dell’industria in via Veneto. Piccardi era il solo membro del governo rimasto a Roma e il Palazzo era completamente deserto. Il Cln vuole aprire i depositi militari e distribuire le armi. Poi attraversano Piazza dei Cinquecento per giungere a una caserma. Qui, ricorda Reichlin, un tranviere scende dalla vettura e si unisce ai soldati italiani. Continua a sparare fin quando resta steso a terra per quel possibile che è la democrazia.

Reichlin, vorrei cominciare dalla Puglia, dall’Ilva a Taranto. Un’impresa in perdita dove si muore. Il 17 novembre è deceduto Cosimo Martucci, operaio 49enne. Lo scorso giugno il trentacinquenne Alessandro Morricella è stato travolto dalla ghisa fusa e vapore, mentre lavorava alla base dell’altoforno numero 2. Che cosa ha rappresentato nella sua vita il centro siderurgico?
«È stato un impegno grandissimo, perché è venuta a Taranto negli anni in cui ero lì. Non avevamo nessuna esperienza di che cos’è una fabbrica come l’Ilva. Il problema generale che ci investì era l’idea che fosse l’inizio di una vera e propria industrializzazione della Puglia. L’impianto era grandioso, uno dei maggiori centri siderurgici d’Europa. Non avevamo le idee chiare sull’impatto ambientale, poiché non avevamo nessuna esperienza precedente in questo senso. Ci battevamo molto per rendere democratiche le assunzioni. Allora furono assunti migliaia di operai attraverso canali clientelari. E cercavamo di fondare in mezzo a questa massa del tutto nuova il sindacato. Ho trascorso molte giornate davanti ai cancelli, perché era l’unico modo di parlare direttamente con gli operai. Arrivavano camion, pullman da varie parti della Puglia. Non era facile farsi ascoltare durante i cambi di turno, comizi di cinque, dieci minuti. Creammo un’organizzazione. Lo fece essenzialmente la Fiom, ma allora i rapporti tra sindacato e partito comunista erano strettissimi, eravamo la stessa cosa. Il centro si è anche molto – troppo – esteso, perché non era così all’inizio. Avevo già la preoccupazione, l’assillo degli effetti sul rione Tamburi esposto alle nocività della produzione. Ricordo riunioni su riunioni fatte con i compagni del luogo».

La zuppa del demonio non bastava.
«A noi l’Ilva sembrò una svolta molto insufficiente. Quando si ruppe il triangolo industriale e venivano coinvolte Emilia, Marche e in parte Toscana, la nostra linea fondamentale era che lo sviluppo del Mezzogiorno sarebbe dovuto essere uno sviluppo basato su una trasformazione molecolare della società meridionale. Fondamentalmente creare capitale sociale. Non credevamo che potesse avvenire attraverso l’imposizione di industrie calate dall’alto. Io avevo chiarissimo in testa, credo di averlo anche molto scritto, che il modello di sviluppo sarebbe dovuto partire dalla massa reale dei lavoratori pugliesi che erano i contadini e quindi uscire prima di tutto dai patti colonici semi feudali. I socialisti mi accusarono di “agrarismo”, mentre invece ritenevo che questa fosse la linea più feconda, più avanzata, di suscitare dal basso come era avvenuto in Emilia. Pensavo, mi illudevo, che soprattutto in Puglia, dove era meno forte l’arretratezza (era primitiva: una cosa diversa), si potesse lavorare su un nuovo impasto tra la forza lavoro, erano lavoratori straordinari, e una piccola e media borghesia non di rendita ma attiva».

 Nel 1962 andò a Bari con il compito di dirigere il Pci regionale. Nella raccolta Dieci anni di politica meridionale ‘63-’73 si domandava retoricamente: «È stato industrializzato il Mezzogiorno?» Per poi rispondersi: «In realtà si è industrializzato ulteriormente il Nord». Che cosa è andato storto?
«Il problema fondamentale era quello di mutare la funzione del Mezzogiorno nella vita nazionale. La scelta dell’industrializzazione era stata fatta, avendo la Cassa abbandonato dall’inizio degli anni Sessanta gli investimenti massicci in agricoltura. Tutti gli incentivi erano stati dirottati nel finanziamento dei poli industriali. Parliamo di migliaia di miliardi tra pubblico e privato. Il Nord, grazie alla particolare condizione sociale e politica della realtà meridionale, ha potuto sfruttare le riserve della mano d’opera espulse dalla campagna, ha utilizzato le materie prime e i semilavorati dalle industrie di base e inoltre ha utilizzato la crescita del tessuto urbano meridionale per alimentare certi consumi. L’industrializzazione doveva essere in funzione dell’assetto civile e territoriale del Mezzogiorno e non del mercato. Ha dominato un feudalesimo moderno, espressione di un blocco di potere burocratico, speculativo, parassitario che è locale e nazionale insieme. La rapina delle risorse umane è ciò che mi ha più inquietato. Lo spostamento verso il Mezzogiorno dell’asse dello sviluppo industriale non poteva avvenire ottenendo qua e là qualche nuovo impianto, secondo la logica dei poli ma bloccando l’esodo».

I dati prodotti dal rapporto 2015 dello Svimez (desertificazione industriale, 576mila posti di lavoro persi e al Sud dal 2008 a oggi è raddoppiata la percentuale povertà assoluta) hanno riacceso, per qualche ora, una qualche forma di dibattito pubblico sulla questione meridionale. Lei nelle pagine de La mia Italia la mette al centro della crisi della nazione italiana.
«Nell’ultimo ventennio della questione meridionale non si è più parlato ed è una cosa vergognosa. Non ne ha parlato più neanche la sinistra. Come è noto, ero un dirigente del Pci e mi sono nutrito, ho profondamente condiviso, l’impianto gramsciano togliattiano della questione nazionale italiana. L’unità d’Italia è avvenuta attraverso una rivoluzione passiva, fondamentalmente una conquista regia.

La classe dirigente italiana, poi, compie al suo interno un patto scellerato. Io sono l’industria, produco e mi serve un mercato. Allora non c’era il mercato mondiale e il Mezzogiorno significava avere un mercato protetto. Venti milioni di abitanti totalmente dipendenti dall’ago all’automobile, dal prodotto del Nord e non arrivavano gli stranieri. È stato un enorme mercato che comportava – e questo era il patto – un sostegno alle capacità di consumo dei meridionali. E quindi trasferimenti: almeno un quinto del Pil meridionale è fatto di trasferimenti. Poi il sistema bancario non era in grado di svolgere nel Mezzogiorno la funzione di sostegno a uno sviluppo industriale omogeneo. Le risorse entravano nel circolo finanziario. Era un sistema insostenibile che bisognava cominciare a guardare apertamente in faccia. Non pensare che si trattasse di arretratezza o assenza di educazione. Negli ultimi venti anni, l’arresto dello sviluppo italiano è dovuto in buona parte al cambiamento del paradigma economico mondiale, la mondializzazione. I mercati sono diventati internazionali, il Mezzogiorno ha interessato ancora meno, perché si cercavano mercati ben più ampi».


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