lunedì 28 giugno 2010

La svolta di Le Monde: è finita l'era del "giornale dei giornalisti"

di Gabriele Santoro

ROMA (28 giugno) – Adieu vecchio Le Monde: è arrivata la svolta storica spesso rinviata, malinconicamente attesa e molto temuta. Il quotidiano di riferimento francese, in edicola dal dicembre 1944 sotto la spinta ideale di Charles De Gaulle e forgiato dal primo direttore, il cattolico severo Hubert Beuve Mery, ammaina la bandiera dell’autosufficienza economica ed editoriale dei propri giornalisti cedendo all’allettante e necessaria offerta di ricapitalizzazione del trio Bergé-Niel-Pigasse. «Nel momento in cui sarebbe facile farsi cadere nella nostalgia per un’epoca d’oro - recita il comunicato della società dei redattori - il gruppo Le Monde e i suoi dipendenti sono pronti a nuova era nella quale i principi di rigore e indipendenza che incarniamo da sempre non saranno traditi».

Il via libera decisivo è arrivato dal consiglio di sorveglianza che ha ratificato (su 20 voti 11 a favore e 9 astenuti) il voto plebiscitario (circa il 90% di media di adesioni delle varie anime del giornale, dalla società dei redattori a quella del personale amministrativo che detengono il 49.10% delle azioni, e degli altri rami del gruppo editoriale) in favore dell’offerta munifica dei tre finanzieri: un investimento complessivo da 110 milioni di euro, un’altra decina di milioni destinata alla formazione di una quota di minoranza dei dipendenti, infine la garanzia di un comitato etico (Pole d’independance, ndr) per «scoraggiare le pressioni interne ed esterne sui contenuti editoriali» del nuovo assetto dell’azionariato. Il direttore dovrà essere nominato con l’accordo di almeno il 60% dei membri della società dei redattori. Il lavoro della redazione web sarà integrato e coordinato con quello delle altre redazioni. Si punta sull’arricchimento dell’offerta editoriale nel weekend.

Il presidente Nicolas Sarkozy, spesso nel mirino della critica di Le Monde, non ha gradito questa scelta per l’orientamento politico socialista della cordata. L’inquilino dell’Eliseo avrebbe preferito l’altra offerta in campo con la cordata franco-spagnola del gruppo SFA, editore del settimanale Nouvel Observateur, in partnership con la spagnola Prisa (già editrice de El Pais) e l’operatore telefonico nazionale France Telecom. Questa seconda offerta ammontava a 100 milioni di euro (45 SFA-PAR, 35 Prisa, 20 France Telecom). Tra le priorità indicate da Claude Perdriel del Nouvel Observateur rientravano la modernizzazione della tipografia, un piano di tagli del personale con prepensionamenti. La società dei redattori avrebbe potuto esercitare il diritto di veto sulla nomina del direttore. Uscita da gentiluomo per Perdriel che ha rispettato la volontà dei protagonisti del quotidiano, ritirando la propria offerta prima del consiglio di sorveglianza.

I nuovi proprietari. Pierre Bergé è un industriale di lungo corso, classe 1930, compagno storico di Yves Saint-Laurent e cofondatore dell’omonima casa di moda, vecchio e convinto sostenitore del presidente socialista François Mitterand con numerosi interessi nel campo culturale e dei diritti umani. Matthieu Pigasse, classe 1968, è un banchiere di Lazard, molto vicino a politici socialisti di spicco come Laurent Fabius e Dominique Strauss Kahn (presidente del Fondo Monetario Internazionale e in predicato di tornare sulla scena politica francese, ndr), nonché proprietario del magazine Les Inrockuptibles. Xavier Niel, classe 1967, patron dell’internet provider Free, dodicesimo uomo più ricco di Francia nel 2009 con un patrimonio intorno ai 2.68 miliardi di euro.

«Nessuna offerta è quella che si poteva sognare». Questo è lo stato d’animo che domina la pancia di Le Monde e il travaglio personale del direttore Eric Fottorino, già in precedenza penna di punta del quotidiano, che ha ceduto le chiavi e al contempo salvato un’istituzione unica del giornalismo mondiale. «Dal mio ingresso in Rue des Italiens venticinque anni fa non avrei mai pensato di avere la responsabilità di consegnare tutti noi a un’azionista di maggioranza. È il momento della scelta, a chi diamo le chiavi di Le Monde senza vendere la nostra indipendenza editoriale? Non voglio influenzare il voto. Ricordo che l’indipendenza è uno stato d’animo ed è soprattutto nelle nostre menti».

Le Monde è un bene comune. La vecchia guardia del quotidiano costituita dai precedenti presidenti della società dei redattori lancia un messaggio chiaro ai propri futuri editori. «L’avvenire di Le Monde non può prestarsi a speculazioni in funzione di interessi politici o economici estranei alla libertà della stampa. Le Monde deve restare il luogo dell’esercizio delle libertà di pensare, di indagare e di scrivere. Le Monde è un bene comune, che deve essere tutelato».

Come è finita l’eccezione del “giornale dei giornalisti”? Le Monde è sommerso da una montagna di debiti, circa 100 milioni di euro, con una rata da dieci da saldare già a luglio, c’è una formula editoriale da rilanciare a fronte di una progressiva erosione del pubblico dei lettori (320mila copie la tiratura) e soprattutto un gruppo da ristrutturare. Nella sua lunga, appassionante e complicata storia il foglio parigino ha conosciuto balzi in avanti strepitosi e altrettanti crolli pericolosi che ne hanno messo spesso in gioco l’esistenza. Come dimenticare la “giornata delle porte aperte” del 1995 in cui furono le sottoscrizioni dei lettori a salvarlo dal crack finanziario. Un giornale che ha perso la capacità di fidelizzare il lettore con battaglie ideali forti: il furore giornalistico coinvolgente del Maggio francese, la critica feroce all’esercito nazionale nella guerra d’Algeria, l’ostilità alla deriva del mitterandismo e le splendide corrispondenze da tutto il mondo.

La vittoria alle elezioni presidenziali di Nicolas Sarkozy ha coinciso con la fine dell’era di Jean-Marie Colombani, il giornalista del “Siamo tutti americani” all’indomani dell’11 settembre. Una direzione ultradecennale, che se in un primo momento aveva rilanciato le ambizioni del quotidiano con lo sbarco sul web, con numerose acquisizioni e innovazioni dell’edizione cartacea poi non ha mai risolto i nodi strutturali del malfunzionamento della scommessa editoriale più bella del dopo secondo guerra mondiale. Si è costruito un colosso dai piedi di argilla.

Lentezza nei meccanismi decisionali, un management non all’altezza e un prodotto con pochi slanci della “Grandeur” pioneristica del primo Le Monde. Paradigmatica è stata l’idea di Colombani di dividere i destini del Le Monde cartaceo e da quello sul web con la creazione della società indipendente Le Monde Interactif. Una scelta dettata dalla volontà di non appesantire conti già in rosso, ma che si è rivelata un boomerang visto il successo del giornale on-line. Una delle prime mosse del nuovo corso sarà quello di riaccordare le due entità.

Nel cambiamento irrinunciabile non si modifica tuttavia la sfida originale di Le Monde, che dovrà essere raccolta dal nuovo management, sintetizzata nell’editoriale celebrativo del numero mille a firma del direttore Beuve Mery. «Le Monde raggiunge il millesimo numero. Breve tappa nella vita di un grande giornale. Nei nostri primi tre anni abbiamo vissuto agiatamente nella più perfetta indipendenza. Le Monde si sforzerà di assicurare ai propri lettori, senza il pregiudizio sulle opinioni politiche che animano le discussioni, l’informazione più completa, più seria e più vera possibile».

martedì 22 giugno 2010

José Mourinho: nato per vincere

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=107506

di Gabriele Santoro


ROMA (21 giugno) – Un’estate per costruire l’Inter ideale. Otto mesi di traguardi intermedi tagliati quasi sempre in testa in un fiume di parole taglienti e fuochi d’artificio verbali. Trenta giorni per concretizzare cinicamente e scrupolosamente una storica tripletta nel segno del “Principe” Diego Milito.

Una notte magica per regalare ai tifosi interisti l’agognata Champions League in quel Santiago Bernabeu già scelto per saziare l’intima, voluttuosa fame di successi e di nuovi primati da tagliare. L’uragano José Mourinho in due anni ha fatto impazzire di gioia una tifoseria, ha eccitato e provocato stampa e televisioni con le costanti esternazioni da prima pagina e ha quantomai diviso l’Italia calcistica. Le lacrime finali in terra spagnola consumate con rapida disinvoltura sono sembrate più un corollario dovuto al trionfo, al protocollo d’addio all’Inter. Disarmante la lucidità e i tempi contingentati dell’annuncio di un altrove sportivo madridista già irresistibilmente meditato da mesi e da riempire di nuovi tituli. La poesia e i sentimenti con cui lo Special One ha conquistato indelebilmente il popolo nerazzurro si chiamano assoluta dedizione alla professione, trofei in serie e slogan in cui immedesimarsi e vendere come una maglietta di Samuel Eto’o.

José Marinho, giornalista sportivo portoghese di punta ora passato dall’altra parte della barricata come direttore sportivo del Guimaraes, grande conoscitore e confidente del celebre connazionale nel libro José Mourinho: nato per vincere (Cavallo di ferro, euro 14, pag. 228) racconta i segreti di uno stile inimitabile in panchina. «Un allenatore a cui piace la controversia, che si nutre di provocazione e che seduce per il suo gusto quasi schizofrenico dello scontro. È un uomo che per sua natura gioca all’attacco, ma che acquista grandezza nel modo in cui si difende». A immagine e somiglianza dell’Inter triplete. Una guida preziosa, aggiornata fino al successo di Madrid con le pagine a firma di Darwin Pastorin, per i Mou-dipendenti e per chi già inizia a sentirne la mancanza. Il libro approfondisce soprattutto l’esperienza al Chelsea di Roman Abramovich, in cui oltre a spendere con criterio le fortune del milionario russo è stata «rifondata una società e una squadra con uno spirito vincente. Il Chelsea prima identificato con la tifoseria chic di un ricco quartiere londinese, ora ha supporters in tutto il mondo».

Una nuova identità che è passata dalla costruzione di aspetti tangibili, come il fantastico centro di allenamenti di Cobham, e intangibili come la capacità di infondere nei giocatori una fiducia assoluta. «José è il primo produttore mondiale di autostima». Un tratto comune a tutte le esperienze del portoghese è la missione di far credere ai propri calciatori di essere i migliori al mondo. Così lo Special One spiega come abbia conquistato subito la squadra al suo sbarco londinese: «Dovevo dire chi ero, come funzionavo e, soprattutto, che ero un drogato del successo. E volevo sapere se anche loro avevano il mio stesso vizio».

Marinho snocciola i numeri straordinari dell’esperienza inglese: sei titoli di cui due scudetti in tre anni, 269 punti in tre Premier League contro i 249 dello United, 95 punti e record nella prima stagione. Non mancano le classiche punture di spillo a tecnici avversari come Claudio Ranieri e Rafael Benitez, erede designato sulla panchina interista. “Il rumore dei nemici” trasuda dalle pagine di Marinho, ma anche la stima per Van Gaal da cui ha imparato l’attenzione maniacale a tutti i dettagli. Il giornalista portoghese raccoglie poi una provocazione paradossale “E se Mourinho ci avesse rubato il calcio?” «Lui è l’uomo che sta rovinando il calcio con l’egemonia della sua perfezione. Mou è così competente in tutti gli aspetti del suo universo che nel considerarsi speciale ci ha rubato il calcio e l’ha tenuto tutto per sé». Si legge uno scambio di email tra l’autore e il tecnico precedente all’arrivo in Italia, dove riecheggia già la frase simbolo dell’addio al Bel Paese: «Non mi piace l’ipocrisia del calcio italiano. Non cambierò questo paese, ma neanche loro cambieranno me». Nulla lasciato all’improvvisazione.

Sia chiaro niente a che vedere con la romantica e appassionante prosa calcistica di Osvaldo Soriano, dove non c’è spazio per l’ammirazione di strategie comunicative o pianificazioni di sorta. Che cosa avrebbe scritto Soriano di Mourinho e del suo calcio fondato sul primato del denaro, sull’equilibrio tecnico/tattico e su una mentalità vincente? Lo scrittore argentino che in ”Ribelli, sognatori e fuggitivi” definiva così il ruolo dei tecnici: «Si ha la tendenza a esagerare la loro importanza. È stato patetico vedere il prof. jugoslavo Milutinovic, c.t. del Messico, tracciare un disegno fatto di punti, linee e crocette su un pezzo di carta mostrato allo sgomento Carlos de los Cobos, il quale si stava preparando per entrare al posto di Tomas Boy».

Il Soriano a cui basta una sola vittoria per restituire lo spazio infinito di una gioia lunga una vita e per celebrare il mito di un piccolo allenatore come el bambino Vieira «che si è intestardito a vincere il titolo con la società della sua infanzia, la derelitta su cui neanche un cane avrebbe scommesso un soldo, e a farci felici». «Magico San Lorenzo, cazzo! Vent’anni dopo el Ciclon torna a essere grande. Queste righe che sto scrivendo scendono dalla mano di Dio Onnipotente, vedo le lettere di “San Lorenzo campione” con la stessa nitidezza con cui Beethoven riusciva a udire al di là dei brusii e della sordità. Questo non sarà il Boca né il River ma ha la sua storia e un cuore grande come una lingua di cinghiale!» Marinho ci regala anche una lettera sincera del compianto Bobby Robson, maestro e amico dello Special One. «José mi piacerebbe che la tua reputazione fosse più simile a quella di Bill Shankly e meno a quella di Napoleone, un generale senz’altro brillante ma che, comunque, è finito male per il suo gusto per il conflitto».

venerdì 18 giugno 2010

Lakers campioni Nba 2010

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=107078

di Gabriele Santoro


ROMA (18 giugno) – I Los Angeles Lakers restano sul tetto della pallacanestro mondiale, l’Nba. Allo Staples Center è stata scritta una nuova pagina nella sfida storica contro i rivali di sempre, i commoventi Boston Celtics, non da un uomo solo al comando, Kobe Bryant (23 punti con 6/30 al tiro), ma da una squadra intera guidata in panchina dal numero uno assoluto, Phil Jackson (11 titoli Nba). È il sedicesimo anello a finire nella ricca bacheca Lakers, certamente uno dei più sofferti: vincere dopo sette gare per 83-79 contro questi Celtics tirando con il 32% da2, il 20% da3 e il 67% dai liberi è un’impresa quasi mistica.

La redenzione del cattivo ragazzo Ron Artest (20 punti, 5 recuperi), il talento esplosivo di Pau Gasol (19 punti, 18 rimbalzi di cui 9 offensivi), la chiave tattica Lamar Odom (+13 di plus/minus con lui in campo), la tripla ancora una volta decisiva dell’intramontabile Derek Fisher e i due tiri liberi di Vujacic regalano a Bryant, annullato dalla difesa Celtics e dalla pressione mentale della posta in palio, il quinto anello a un passo dai sei di Michael Jordan. Doc Rivers non può rimproverare nulla ai propri Celtics, che giocano un basket stellare frutto di un’intensità difensiva unica, di una circolazione di palla fantastica e della regia di Rajon Rondo (14 punti, 10 assist, 8 rimbalzi), ormai consacrato stella assoluta dell’Nba. Il terzetto d’assi Garnett-Allen-Pierce chiude, senza doppiare il titolo 2008, un ciclo che rende onore alla storia della franchigia con il trifoglio sul cuore. Una squadra sempre unita, pronta a vincere e a perdere le partite insieme.

Allo Staples Center non è serata per gli esteti, per le magie da video-tape: l’intensità gettata sul parquet è selvaggia, una concretezza coinvolgente da narrare con la lotta ai rimbalzi (chiave di volta della partita) e nei tuffi per recuperare un pallone. Il verbo di Jackson: «Durante i time-out, quando la palla non voleva entrare (22/72 al tiro per i gialloviola al 36’, ndr), ho detto ai miei semplicemente: continuate a prendere rimbalzi». A metà del terzo periodo con i Celtics sul +13, 49-36, e in pieno controllo emotivo della partita Jackson toglie lo statico Bynum per il playmaker aggiunto Odom ed è la svolta Lakers con la rimonta e il sorpasso firmati dal trio Fisher-Artest-Bryant, 64-68. Nell’ultimo minuto di gara, la centododicesima partita dell’anno per le due squadre, l’indomito spirito Celtics spinge Wallace, Allen e Rondo (canestro impossibile) a infilare tre triple che tengono con il fiato sospeso lo Staples Center (19mila spettatori e il solito parterre hollywoodiano), 79-81 con 11” da giocare. Va in lunetta Sasha Vujacic, scoperto da Bogdan Tanjevic e svezzato alla Snaidero Udine, la mano è ferma con 2/2 e l’ultima preghiera di Boston si spegne lontano dal ferro.

Kobe Bryant riceve il titolo di miglior giocatore delle Finals dalle mani di Bill Russell, leggendaria bandiera dei Celtics dominatori. Il successo più importante del numero 24 gialloviola è di aver trovato nel momento più difficile dei compagni di strada in grado di fargli scalare l’ultimo chilometro prima della vetta ambita. Compagni che hanno ripagato la sua ennesima stagione da trascinatore. Ci sono poche parole per descrivere l’impatto decisivo della roulette russa Ron Artest, mattatore a sorpresa di quest’annata. Poi sul tetto del mondo c’è un europeo come lo spagnolo Pau Gasol, miscela esplosiva di talento ed intensità agonistica nella notte più importante. Dopo il back-to-back (due anelli consecutivi) la franchigia californiana già si proietta verso il three peat (tre anelli consecutivi), ma ora è il momento dei festeggiamenti con i classici cappelli e t-shirt celebrative. Dal parquet riecheggiano le parole di David Stern, gran cerimoniere dell’Nba contemporanea, che ringrazia tutti per lo show, sprizzano i larghi sorrisi di Magic Johnson che incorona Bryant ed è un piacere speciale vedere un altro grande Laker come Kareem Abdul Jabbar, impegnato a vincere la partita più complicata della propria vita.

La partita. Christina Aguilera apre la notte senza ritorno intonando “The Star Spangled Banner” (l’inno nazionale Usa, ndr) in uno Staples Center assorto in religioso silenzio. Phil Jackson nello spogliatoio sulla lavagna disegna un rebus facile, facile: “One game to the title (parola rappresentato dall’anello) e poi scherza “ricordate che domani non c’è allenamento”. Doc Rivers cita a braccio l’antenato eccellente Red Auerbach: “Get the ball, don’t give up the ball” e le parole dell’infortunato Kendrick Perkins. Il coach di Boston sa che l’impresa è ardua: nell’Nba solo tre squadre su sedici sono riuscite nell’impresa di vincere gara sette in trasferta. Alla palla a due stupisce subito la timidezza di Kobe Bryant, che a differenza di gara sei non aggredisce la partita. I Lakers litigano con il ferro, ma conquistano ben 6 extra-possessi grazie ai rimbalzi offensivi. Fisher spezza l’incantesimo con una tripla, mentre Rasheed Wallace sostituto in quintetto di Perkins sfida Gasol con 4 punti consecutivi. La mente dei Celtics Rajon Rondo sale di tono in transizione e innesca meravigliosamente i compagni per il 14-23 del 12’, 13-3 di break negli ultimi 4’ del periodo. La difesa bianco verde costringe Los Angeles a un emblematico 6/27 dal campo. Stecca il primo violino Bryant, allora a far suonare l’orchestra ci pensa l’energia rumorosa di Ron Artest con 12 punti per il -2, 23-25. Ray Allen paga lo sforzo difensivo su Kobe nella metà campo offensiva con 1/9 al tiro. Il tassametro dei rimbalzi per i padroni di casa corre a 15 e grazie a questa voce statistica al 24’ si è sotto solo 34-40.

Al rientro dal riposo lungo Bryant prosegue a litigare con il canestro, 3/17 per lui e 14/54 complessivo il team, mentre Rondo detta legge e affonda il rivale diretto Fisher. Boston scappa fino al +13, 36-49. Phil Jackson ne ha viste abbastanza e chiama time-out: fuori Bynum dentro Odom. Si apre l’area per Gasol, Artest e lo stesso Bryant con i Celtics che iniziano a produrre troppe palle perse. L’intensità dei gialloviola si tramuta in tanti viaggi in lunetta. Fisher, dopo una parentesi nello spogliatoio per una botta al ginocchio, mette il siluro del 64-64 a 6’ dalla sirena finale. L’altra tripla decisiva la infila Artest con tanto di baci al pubblico, 79-73. L’ultimo arrembaggio bianco verde è reso vano dai liberi di Gasol e Vujacic per il 83-79 finale.

mercoledì 16 giugno 2010

Atletica, al Golden Gala Powell vola. Vlasic regina dell'alto

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=105978

di Gabriele Santoro


ROMA (10 giugno) - Nella notte della grande atletica allo Stadio Olimpico con il Golden Gala non tradiscono le attese lo sprinter giamaicano Powell e la saltatrice croata Vlasic, padroni dei 100 metri e del salto in alto. In assenza del marziano Usain Bolt, Walter Dix si conferma la prima alternativa sui 200 metri cancellando con 19.86 il record di Michael Johnson del 1999 a Roma. In molte gare sono stati fatti registrare i migliori tempi stagionali, senza però il grandissimo exploit.

Grande assente della serata l'Italia, che priva di Andrew Howe ha collezionato un magro bottino: seconda la staffetta azzurra della 4X100 (38.72), settimo tempo di Collio (10.29) nei 100 metri e della Cusma negli 800 metri, quinta La Mantia nel triplo, ultima Zahra Bani nel giavellotto, ottavo Formichetti nel lungo, sesto Licciardello nei 400 metri, infine non giudicabile la prestazione della rientrante Di Martino comunque quarta.

Asafa Powell torna a dominare i cento metri al Golden Gala: miglior prestazione mondiale stagionale con 9.82 e quarto successo consecutivo nell'ultimo mese. Il giamaicano raccoglie gli applausi di uno Stadio Olimpico che offre un buon colpo d'occhio con circa trentamila spettatori. Powell dopo una brutta partenza stacca nettamente la coppia francese Christophe Lemaitre-Mbandjock. «Ho corso un grande tempo, nonostante una pessima partenza e un tempo di reazione lento. Questa prestazione conferma il buono stato di forma e mi piace il pubblico di Roma che si fa sempre sentire». Gli sprinter d'Oltralpe si fermano a 9 centesimi dall'abbattere la fatidica soglia dei 10 secondi sotto i quali un atleta bianco non è mai sceso.

Nell'altra gara più attesa, il salto in alto, Blanka Vlasic e Chaunte Howard-Lowe regalano sorrisi, balletti e rinnovano un duello diretto destinato a dominare ancora a lungo la scena mondiale. Alla fine vince la croata con la misura 2.03, molto lontano dal record di 2.09 della Kostadinova, fermandosi a 2.05 dopo il terzo errore della Howard. La Vlasic ha rischiato una clamorosa eliminazione, azzeccando solo al terzo salto l'1.98 sostenuta dagli applausi dello stadio.

Antonietta Di Martino, alla prima uscita in pedana della stagione, non va oltre il 1.95. «Non riuscivo a gestire la rincorsa. E' stato tutto difficile. Saltare 1.95 alla prima gara dopo un inverno condizionato dalla mononucleosi non è male. Erano nove mesi che non gareggiavo».

Walter Dix nei 200m abbassa il record del meeting di un certo Michael Johnson, scendendo dai 19.93 ai 19.86. Dwight Phillips conferma i buoni propositi e domina lo scontro diretto nel salto in lungo con il panamense Irving Saladino: sulla sabbia dell'Olimpico lo statunitense fa segnare 8.42, miglior salto del 2010. Saladino si ferma a un deludente 8.13.

Barbara Spotakova, come promesso alla vigilia del Meeting, vince e ritrova fiducia dopo un avvio di stagione negativo scagliando il giavellotto a 68.66m nuovo record al Golden Gala (superato il 68.22 della norvegese Hattestad nel 2000). «E' stata la mia migliore prestazione dell'anno, conserverò un buon ricordo di questa serata e di questa splendida città».Dayron Robles disputa una gara sottono con 13.14 sui 110 metri ostacoli.«Volevo una gara veloce e mi aspettavo di correre più forte. Il tempo atmosferico era ottimo, ho avuto problemi tecnici».

Riscatto sui 400 metri per Jeremy Wariner, che una volta messa alle spalle l'operazione al ginocchio fa registrare il miglior tempo mondiale stagionale con 44.73. «Sono felice della mia corsa, soprattutto della parte finale. E' stato un bel testa a testa con Angelo Taylor (44.74), ma sono rimasto concentrato solo sulla mia corsia». Nel lancio del peso lo statunitense Cantwell si conferma leader della Diamond League, eguagliando il record del meeting a 21.67.

Delusione forte nei 100 metri femminili con l'eliminazione della campionessa olimpica giamaicana Fraser e della Barber per doppia falsa partenza. Con una griglia così menomata vince Lashantea Moore con 11.04. Lashinda Demus sbanca tutto nei 400 ostacoli al femminile con 52.82: tempo dell'anno e record del Golden Gala. «Sono davvero in ottime condizioni di forma. Quest'anno non ci sono Olimpiadi e mondiali, posso lavorare per migliorare i tempi».

Negli 800 metri al femminile la marocchina Hachlaf Halima vince con il primato mondiale stagionale, 1.58.40, battendo la concorrenza della Jepkosgei e della Meadows entrambi sotto l'1.59. Male l'italiana Elisa Cusma, finita settima con un crollo nel rettilineo finale. Vittoria nel disco per il polacco Piotr Malachowski, 68.78 e miglior misura del Golden Gala. La brasiliana Fabiana Murer commette meno errori della tedesca Spiegelburg, leader della Diamond League, e si aggiudica il salto con l'asta con 4.70. L'etiope Imane Merga vince al fotofinish una gara strepitosa: quattro atleti in 81 decimi.Tripletta kenyota nei 1500m al maschile con i giovani Choge, Komen e Rono e nei 3000 siepi con la connazionale Cheiywa che fa segnare la miglior prestazione stagionale, 9.11.71. Nel triplo femminile miglior salto della cubana Savigne con 14.74.