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sabato 9 luglio 2011

Ettore Messina approda ai Los Angeles Lakers

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=155571&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro

ROMA - Ora è ufficiale: Ettore Messina siederà in veste di assistente al capo allenatore sulla panchina prestigiosa dei Los Angeles Lakers per il prossimo biennio. «Sono onorato di aver ricevuto questa opportunità da una delle più grandi organizzazioni di basket del mondo», è stato il commento a caldo del coach. Messina raggiunge il tris d'assi Bargnani-Belinelli-Gallinari e scrive una pagina storica della pallacanestro azzurra: è il primo tecnico italiano ad approdare nel campionato professionistico a stelle e strisce.

La storia tra Messina e l'Nba racconta di tanti contatti e proposte di diverse franchigie, Toronto e New Yersey su tutte, che non si erano mai concretizzati. Ora si è presentata l'offerta irrinunciabile che consente un apprendistato di altissimo livello prima dell'eventuale grande responsabilità di una panchina da protagonista principale. Nel basket Nba gli assistenti hanno un ruolo chiave nella gestione della squadra e spesso costituisce il battesimo di carriere luminose. Nell'ultima stagione Tom Thibodeau, ex assistente per la difesa di Rivers ai Celtics, all'esordio da head coach ha trasformato i Chicago Bulls ed è stato votato miglior allenatore dell'anno. In primavera, dopo le dimissioni dal Real Madrid, il cinquantunenne coach catanese ha iniziato a prendere sul serio l'ipotesi di un approdo negli States.

La svolta è arrivata con la nomina di Mike Brown, ex coach dei Cavs di LeBron James, come successore del decano Phil Jackson sulla panchina dei gialloviola, la più ambita e bollente del mondo. Brown in alcuni viaggi studio in Europa ha avuto modo di conoscere e apprezzare il metodo di lavoro di Messina e tra i due si è instaurato un ottimo rapporto. Ai Lakers ricoprirà un incarico a tutto tondo mettendo a disposizione il proprio amplissimo bagaglio di conoscenze cestistiche. La sfida sarà rimotivare e rilanciare un gruppo che nell'ultima stagione ha deluso privo dell'usuale fame di successo. La disciplina ferrea, l'organizzazione minuziosa, l'energia straripante e le grandi doti da motivatore contraddistinguono il miglior tecnico dell'ultimo ventennio in Italia e secondo in Europa per numero di successi solo a Obradovic.

Il primo biglietto di presentazione di Messina agli esigenti e illustri tifosi della franchigia della Città degli Angeli si chiama Manu Ginobili: la stella argentina dei San Antonio Spurs formata e lanciata dal coach nella Virtus Bologna del grande slam. Sulla gloriosa panchina bianconera ha speso quindici anni di una carriera vincente (3 scudetti, 4 Coppa Italia, 2 Eurolega) prima come giovanissimo assistente del mito Sandro Gamba, poi da capo allenatore di una corazzata che ha reso grande il basket azzurro in Europa. Nel 2003 il passaggio all'ultima grande Treviso allestita dalla famiglia Benetton in cui ha vinto uno scudetto e quattro coppe nazionali svezzando il romano Andrea Bargnani, che non smette mai di ringraziarlo. Poi è arrivata la grande esperienza russa al Cska Mosca dal 2005 al 2009 in cui ha conquistato due volte l'Eurolega oltre a quattro scudetti. Dal 1993 al '97 ha guidato la nazionale italiana conquistando l'argento europeo a Spagna '97. Una caratteristica di Messina è il saper mettersi in discussione, come ha dimostrato nella parentesi a Madrid, e accettare nuove sfide sempre al momento giusto. Fino allo sblocco della serrata che sta paralizzando l'Nba non potrà rivolgere parola ai propri giocatori, ma è fortissima la curiosità di vederlo duettare anche in lingua italiana con un certo Kobe Bryant.

mercoledì 18 maggio 2011

Finali di conference Nba

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=149657&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro


ROMA – Il mondo Nba, che tiene il fiato sospeso per il probabile stop del prossimo campionato per la serrata dei giocatori contrari alla proposta di rinnovo del contratto collettivo, è a una svolta generazionale epocale.

Per la prima volta nell’ultimo decennio a contendersi il titolo non ci sono le icone Kobe Bryant, Shaquille O’Neal, Tim Duncan o Paul Pierce. I quarti e le semifinali play-off della Lega statunitense hanno aperto una finestra sul futuro con le eliminazioni eccellenti dei Los Angeles Lakers, dei Boston Celtics e dei San Antonio Spurs e l’affermazione di altri protagonisti. Derrick Rose, nominato miglior giocatore dell’anno, e Kevin Durant entrambi classe ’88 sono i nomi nuovi che hanno trascinato rispettivamente i Chicago Bulls e gli Oklahoma Thunder alle finali di Conference. LeBron James (25 punti, 9 rimbalzi e 5 assist di media nei play-off ), dopo essersi “scusato” per le modalità dell’addio rumoroso a Cleveland, invece rincorre con Miami la consacrazione definitiva.

Allo United Center di Chicago è tempo di sognare come nell’era di Michael Jordan. La finale a Est mancava dal 1998 e i Bulls hanno rotto subito il ghiaccio travolgendo, 103-82, in gara uno i Miami Heat del tris d’assi Wade-James-Bosh. Una serie che si preannuncia comunque lunga; sarà la sfida tra il sistema di squadra dei Bulls e il talento individuale degli Heat. La migliore difesa dell’Nba, costruita dal coach esordiente Tom Thibodeau, ha bloccato il gioco in campo aperto dei Big Three (appena 33 punti complessivi per James e Wade) che quando si distendono in transizione è pressoché impossibile fermarli.

L’attacco a centrocampo invece è il tallone d’Achille degli Heat. Rose (28 punti, 6 assist) è il solito leader, ma la differenza la fanno i rimbalzi di Noah (9 punti, 14 rimbalzi di cui 8 offensivi). L’ala Luol Deng (21 punti, 4/6 da3, 7 rimbalzi in 44’ d’impiego) è l’altra certezza di Thibodeau. Miami, che in semifinale ha liquidato con un netto 4-1 i Celtics, si gioca la grande possibilità di conquistare il titolo al primo anno di un progetto stellare.

A Ovest la finale è un inedito assoluto con la sfida tra Dallas, che ha demolito con un secco 4-0 i Lakers, e la matricola Oklahoma. In gara 7 di semifinale la franchigia degli All Star Kevin Durant (39 punti, 9 rimbalzi) e Russell Westbrook (14 punti, 10 rimbalzi, 14 assist) ha spento il sogno della sorpresa Memphis. Dallas ha guadagnato il primo punto della serie affondando, 121-112, con uno strepitoso Nowitzki (48 punti, 24/24 ai liberi) i Thunder tenuti a galla da Durant (40 punti, 10/18 dal campo). Il successo dirompente (122-86 in gara 4, 20 triple segnate su 32 tentativi) con il quale i Mavs hanno chiuso la dinastia Jackson a Los Angeles ha infiammato l’entusiasmo di una piazza che rincorre da lungo tempo l’anello Nba. Coach Carlisle ha a disposizione una quintetto da corsa con la regia illuminata di Kidd, l’atletismo di Shawn Marion e il fenomeno tedesco Dirk Nowitzki (26.5 punti e 8 rimbalzi di media nella post-season). La panchina è altrettanto competitiva con un Terry (13/19 da3 nella serie con i Lakers) in stato di grazia, la precisione del tiratore serbo Stojakovic e l’energia di Barea.

Flop Lakers e Celtics:
«Ma restiamo uniti». Queste sono le parole d’ordine in casa delle due splendide protagoniste della scorsa finale che si ritrovano già in vacanza. Boston ha deciso di ripartire dalla guida tecnica di Doc Rivers. Il principale artefice dell’ultimo anello Celtics ha rinnovato il contratto per i prossimi cinque anni e riproverà a vincerlo con il trio di veterani Allen-Pierce-Garnett, prima di un fisiologico ricambio che manterrà come uomo franchigia Rajon Rondo. «Abbiamo buttato via un anno, ma se mi chiedete: “Credi che potrete tornare a vincere con questo gruppo?” La mia risposta è sì». Kobe Bryant ha placato così l’aria di smobilitazione intorno ai Lakers dai quali comunque si congederà Phil Jackson. Il sessantacinquenne tecnico più vincente (11 anelli tra Bulls e Lakers) della storia Nba a meno di ripensamenti futuri non siederà su nessun’altra panchina.

giovedì 14 aprile 2011

Play-off Nba: si cerca una regina, Rose esalta i Bulls

http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=37850&sez=HOME_SPORT&npl=&desc_sez=


di Gabriele Santoro

ROMA – Cala il sipario sulla stagione regolare dell’Nba e si accendono i riflettori sui play off, che scatteranno da sabato, con le migliori sedici squadre della Lega statunitense pronte a contendersi l’anello.

Nell’Eastern Conference, dopo gli ormai lontani fasti dell’era Jordan, tornano a primeggiare i Chicago Bulls (62-20) con il nuovo leader Derrick Rose. Nella Western Conference i San Antonio Spurs (61-21) hanno ritrovato la salute dei veterani e l’equilibrio tecnico sull’asse Ginobili-Duncan con un cast di supporto di qualità dalla panchina. L’Nba, sempre più prossima alla serrata per lo stallo della trattativa sul rinnovo del contratto collettivo dei giocatori, si appresta a vivere i play-off più indecifrabili degli ultimi anni senza una o più regine designate. Le ottantadue partite della prima fase hanno messo in mostra una nuova generazione di talenti, Blake Griffin su tutti, destinata a dominare le prossime annate.

A Est l’alternativa allo strapotere Bulls sono i Miami Heat del tris d’assi Wade-James-Bosh che hanno strappato la seconda piazza ai Boston Celtics indeboliti dalla partenza del centro Kendrick Perkins. Dopo sei anni di astinenza il Madison Square Garden di New York respirerà l’aria elettrizzante dei play-off con i Knicks della coppia Anthony-Stoudemire. A Ovest si profila un derby texano tra gli Spurs e Dallas che vuole dare finalmente sostanza agli investimenti faraonici di Mr. Cuban. I Los Angeles, sospesi tra l’ambizione del terzo titolo consecutivo e l’era post Jackson che incalza, partono dalla seconda fila ma guai a darli per battuti. Sarà la festa anche del basket italiano con Marco Belinelli (N.O. Hornets) e Danilo Gallinari (Denver) che per la prima volta accedono ai play-off.

Il presidente statunitense Barack Obama troverà spazio nella propria fittissima agenda per seguire gli amati Bulls letteralmente trasformati dalla guida tecnica di Tom Thibodeau, all’esordio da capo allenatore, e dalla regia di Rose (25 punti, 7.8 assist, 4 rimbalzi ) che probabilmente strapperà il titolo di miglior giocatore dell’anno.

La rinascita di Chicago passa dalle mani di un proprio
figlio cresciuto senza padre nel sobborgo malfamato di Englewood e sottratto alla violenza della strada dall’amore per il basket nel segno dell’idolo di casa Michael Jordan. Dal play-ground di Murray Park al parquet dello United Center i sogni di “Pooh” Rose stanno diventando realtà. Il primo turno contro gli Indiana Pacers non dovrebbe presentare ostacoli particolari per la franchigia che ha il proprio punto di forza nella difesa e nell’attacco corale dettato dalla velocità spesso incontenibile di Rose.

Chi si attendeva il dominio assoluto dei Miami Heat
(58-24) è rimasto deluso, ma quando funziona la difesa e corrono in campo aperto è difficile fermarli. Philadelphia, l’avversaria dei quarti di finale, è già appagata da un’annata positiva, mentre la fame di successi di LeBron James e Dwayne Wade è tutta da saziare. L’ultima netta vittoria contro Boston potrebbe aver anche tolto il blocco psicologico delle troppe sconfitte negli scontri diretti con i top team della Lega. La serie più interessante del primo turno sarà Boston-New York. Per la versione splendente dei Celtics non ci sarebbero insidie, ma nelle ultime uscite la squadra di Doc Rivers è apparsa appannata, in crisi di fiducia e senza un centro di gravità sotto canestro. Un eventuale colpo a effetto dei Knicks rinforzerebbe la posizione traballante di coach D’Antoni.

L’ultima curva della stagione regolare ha riservato
una sorpresa sgradita agli Spurs con l’infortunio, la cui entità è da valutare, al gomito di Manu Ginobili. Il gioco intenso quasi europeo di San Antonio a immagine e somiglianza di coach Popovich ha incantato per lunghi tratti della stagione con la mente di Parker, l’agonismo di Ginobili, l’eleganza di Duncan e l’exploit dell’ex trevigiano Gary Neal. Sono loro i favoriti per il titolo a Ovest attendendo i Lakers. Nella Città degli Angeli hanno tirato un sospiro di sollievo per le condizioni del ginocchio di Andrew Bynum. Mentre si parla dell’ex romano Brian Shaw come erede in panchina di Jackson è arrivato il momento di tirare fuori le motivazioni che il solo immenso Kobe Bryant, decisivo anche nell’ultima gara contro Sacramento, sembra ancora avere.

domenica 26 dicembre 2010

I Big Three dominano il Natale Nba: Miami travolge i Lakers

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=132059&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro

ROMA (26 dicembre) – Nella sfida più attesa del Natale griffato Nba i “Big Three” dei Miami Heat spazzano via 80-96 dei Lakers e un Kobe Bryant (17 punti con 19 tiri) irricoscibili. Allo Staples Center di Los Angeles vanno in scena le prove tecniche di una successione tanto attesa: Dwayne Wade (18 punti, 6 assist), Chris Bosh (24 punti, 13 rimbalzi) e un LeBron James da tripla doppia (27 punti, 11 rimbalzi, 10 assist) stregano Hollywood con un’energia e un talento straripante. La chiave della quattordicesima vittoria nelle ultime quindici partite degli Heat è la difesa solida in cui ognuno è pronto a fare la propria parte e qualcosa di più per aiutare un compagno. In attacco non fanno schierare gli avversari con una parola d’ordine: correre in transizione. Il trio d’assi della franchigia di South Beach si spartisce equamente le soluzioni e il bottino offensivo. Una partita tutt’altro che spettacolare disputata su ritmi europei con basse percentuali al tiro (35.5% Lakers, 40% Heat) e pochi effetti speciali, ma che offre più di un’indicazione sui futuri equilibri nella Lega statunitense.

I 556 dollari di costo medio del biglietto per l’evento natalizio clou dello sport americano non sono stati ricompensati da una Los Angeles apparsa in tono decisamente dimesso. Davanti alla solita parata di stelle del cinema, da Dustin Hoffman a Cameron Diaz, e a una platea televisiva globale i Lakers appaiono svuotati tanto fisicamente quanto mentalmente, come appagati dai tanti recenti trionfi. Il “Black Mamba” Bryant gira a vuoto, battuto sistematicamente nell’uno contro uno da Wade. Gasol (8/17 dopo lo 0/7 del primo periodo) non è un fattore in attacco, mentre il furore agonistico di Artest viaggia a intermittenza. «Il mio ritiro? Certo che penso a cosa farò dopo, ma non è dietro l’angolo. Non gioco per attirare l’attenzione, ma per vincere». Così parlava Kobe alla vigilia della partita. Parole chiare da cui deve ripartire il faro della franchigia alla ricerca del terzo titolo consecutivo.

L’orchestra ricca di solisti sopraffini pensata in estate da Pat Riley e affidata alla guida del delfino Rick Spoelstra ha voglia di suonare insieme ed è una musica coinvolgente. Un tratto comune al trio di fenomeni di Miami è la fame di successi per la quale sono disposti a sacrificarsi. A partire da “King” James che in sei mesi ha rivoluzionato la propria vita e carriera con l’addio al veleno alla natia Cleveland e ha in testa solo l’anello. Lo scorso due dicembre proprio sui legni dei Cavs è iniziata la cavalcata degli Heat: 38 punti segnati da LeBron con il sorriso sulle labbra, in un mare di fischi e insulti degli ex tifosi, hanno archiviato un avvio di stagione complicato. Buone notizie arrivano anche da Chris Bosh, sempre più a proprio agio nei panni del terzo violino. «In difesa abbiamo fatto un ottimo lavoro - ha spiegato il leader Wade - soprattutto sotto canestro dove i ragazzi hanno controllato Odom e reso la vita difficile a Gasol. La battaglia con Kobe? È uno dei migliori e sono un competitore come lui. Ma sul campo ho vinto io: è il mio regalo di Natale».

La partita.
Alla palla a due la premiata ditta Bryant-Odom dà il benvenuto al parterre hollywoodiano con uno spettacolare alley-oop. Il veterano Derek Fisher infila una delle sue triple mancine per la buona partenza Lakers, 7-2. Miami non si fa impressionare: James risponde a Fisher, Chris Bosh (9 punti, 6 rimbalzi) punisce gli spazi concessi da L.A. Il secondo siluro di LeBron lancia la prima fuga, 10-17. Kobe Bryant sbatte contro il muro difensivo costruito da coach Spoelstra, mentre Pau Gasol dà l’istantanea di un attacco improduttivo (0/9 al tiro per i due, 5/18 per i Lakers al 12’).

La leadership esplosiva di Dwayne Wade indica la strada a Miami: difendere forte e volare in transizione. Il numero 3 è un rebus insolubile per la difesa losangelina. Alla fine del primo periodo i “Big Three” segnano 19 dei 20 punti complessivi della franchigia di South Beach. Nel secondo periodo il copione non cambia: Wade domina uno spento Bryant che con Gasol colleziona un desolante 1/13 al tiro. Lionel Chalmers sfrutta a dovere dalla lunga distanza gli assist della coppia Wade (10 punti, 5 assist)-James (11 punti) per il massimo vantaggio, 20-33 al 16’. Ron Artest prova a scuotere moralmente i gialloviola, ma Chris Bosh (18 punti) è una sentenza, 38-47 al 24’.

Al rientro dall’intervallo lungo si attende una reazione almeno emotiva dei Lakers, che invece continuano a subire l’intensità e i ritmi dettati da Miami. King James si diverte, è perfetto dall’arco (5/5 da3) e sottolinea ogni canestro con sguardi di sfida. Wade innesca divinamente Bosh (20 punti, 10 rimbalzi) e il risolutivo LeBron (21 punti). Sulla sirena del terzo periodo Chalmers rimanda il colpo del ko definitivo, 64-75 al 36’. Lamar Odom (14 punti) è l’ultimo ad alzare bandiera bianca, ma Los Angeles non ha le energie fisiche e mentali per restare dentro la partita. L’attore non protagonista Jones piazza la tripla dell’89-70 che fa calare il sipario sull’incontro chiave del Natale Nba e accende la stagione.

venerdì 18 giugno 2010

Lakers campioni Nba 2010

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=107078

di Gabriele Santoro


ROMA (18 giugno) – I Los Angeles Lakers restano sul tetto della pallacanestro mondiale, l’Nba. Allo Staples Center è stata scritta una nuova pagina nella sfida storica contro i rivali di sempre, i commoventi Boston Celtics, non da un uomo solo al comando, Kobe Bryant (23 punti con 6/30 al tiro), ma da una squadra intera guidata in panchina dal numero uno assoluto, Phil Jackson (11 titoli Nba). È il sedicesimo anello a finire nella ricca bacheca Lakers, certamente uno dei più sofferti: vincere dopo sette gare per 83-79 contro questi Celtics tirando con il 32% da2, il 20% da3 e il 67% dai liberi è un’impresa quasi mistica.

La redenzione del cattivo ragazzo Ron Artest (20 punti, 5 recuperi), il talento esplosivo di Pau Gasol (19 punti, 18 rimbalzi di cui 9 offensivi), la chiave tattica Lamar Odom (+13 di plus/minus con lui in campo), la tripla ancora una volta decisiva dell’intramontabile Derek Fisher e i due tiri liberi di Vujacic regalano a Bryant, annullato dalla difesa Celtics e dalla pressione mentale della posta in palio, il quinto anello a un passo dai sei di Michael Jordan. Doc Rivers non può rimproverare nulla ai propri Celtics, che giocano un basket stellare frutto di un’intensità difensiva unica, di una circolazione di palla fantastica e della regia di Rajon Rondo (14 punti, 10 assist, 8 rimbalzi), ormai consacrato stella assoluta dell’Nba. Il terzetto d’assi Garnett-Allen-Pierce chiude, senza doppiare il titolo 2008, un ciclo che rende onore alla storia della franchigia con il trifoglio sul cuore. Una squadra sempre unita, pronta a vincere e a perdere le partite insieme.

Allo Staples Center non è serata per gli esteti, per le magie da video-tape: l’intensità gettata sul parquet è selvaggia, una concretezza coinvolgente da narrare con la lotta ai rimbalzi (chiave di volta della partita) e nei tuffi per recuperare un pallone. Il verbo di Jackson: «Durante i time-out, quando la palla non voleva entrare (22/72 al tiro per i gialloviola al 36’, ndr), ho detto ai miei semplicemente: continuate a prendere rimbalzi». A metà del terzo periodo con i Celtics sul +13, 49-36, e in pieno controllo emotivo della partita Jackson toglie lo statico Bynum per il playmaker aggiunto Odom ed è la svolta Lakers con la rimonta e il sorpasso firmati dal trio Fisher-Artest-Bryant, 64-68. Nell’ultimo minuto di gara, la centododicesima partita dell’anno per le due squadre, l’indomito spirito Celtics spinge Wallace, Allen e Rondo (canestro impossibile) a infilare tre triple che tengono con il fiato sospeso lo Staples Center (19mila spettatori e il solito parterre hollywoodiano), 79-81 con 11” da giocare. Va in lunetta Sasha Vujacic, scoperto da Bogdan Tanjevic e svezzato alla Snaidero Udine, la mano è ferma con 2/2 e l’ultima preghiera di Boston si spegne lontano dal ferro.

Kobe Bryant riceve il titolo di miglior giocatore delle Finals dalle mani di Bill Russell, leggendaria bandiera dei Celtics dominatori. Il successo più importante del numero 24 gialloviola è di aver trovato nel momento più difficile dei compagni di strada in grado di fargli scalare l’ultimo chilometro prima della vetta ambita. Compagni che hanno ripagato la sua ennesima stagione da trascinatore. Ci sono poche parole per descrivere l’impatto decisivo della roulette russa Ron Artest, mattatore a sorpresa di quest’annata. Poi sul tetto del mondo c’è un europeo come lo spagnolo Pau Gasol, miscela esplosiva di talento ed intensità agonistica nella notte più importante. Dopo il back-to-back (due anelli consecutivi) la franchigia californiana già si proietta verso il three peat (tre anelli consecutivi), ma ora è il momento dei festeggiamenti con i classici cappelli e t-shirt celebrative. Dal parquet riecheggiano le parole di David Stern, gran cerimoniere dell’Nba contemporanea, che ringrazia tutti per lo show, sprizzano i larghi sorrisi di Magic Johnson che incorona Bryant ed è un piacere speciale vedere un altro grande Laker come Kareem Abdul Jabbar, impegnato a vincere la partita più complicata della propria vita.

La partita. Christina Aguilera apre la notte senza ritorno intonando “The Star Spangled Banner” (l’inno nazionale Usa, ndr) in uno Staples Center assorto in religioso silenzio. Phil Jackson nello spogliatoio sulla lavagna disegna un rebus facile, facile: “One game to the title (parola rappresentato dall’anello) e poi scherza “ricordate che domani non c’è allenamento”. Doc Rivers cita a braccio l’antenato eccellente Red Auerbach: “Get the ball, don’t give up the ball” e le parole dell’infortunato Kendrick Perkins. Il coach di Boston sa che l’impresa è ardua: nell’Nba solo tre squadre su sedici sono riuscite nell’impresa di vincere gara sette in trasferta. Alla palla a due stupisce subito la timidezza di Kobe Bryant, che a differenza di gara sei non aggredisce la partita. I Lakers litigano con il ferro, ma conquistano ben 6 extra-possessi grazie ai rimbalzi offensivi. Fisher spezza l’incantesimo con una tripla, mentre Rasheed Wallace sostituto in quintetto di Perkins sfida Gasol con 4 punti consecutivi. La mente dei Celtics Rajon Rondo sale di tono in transizione e innesca meravigliosamente i compagni per il 14-23 del 12’, 13-3 di break negli ultimi 4’ del periodo. La difesa bianco verde costringe Los Angeles a un emblematico 6/27 dal campo. Stecca il primo violino Bryant, allora a far suonare l’orchestra ci pensa l’energia rumorosa di Ron Artest con 12 punti per il -2, 23-25. Ray Allen paga lo sforzo difensivo su Kobe nella metà campo offensiva con 1/9 al tiro. Il tassametro dei rimbalzi per i padroni di casa corre a 15 e grazie a questa voce statistica al 24’ si è sotto solo 34-40.

Al rientro dal riposo lungo Bryant prosegue a litigare con il canestro, 3/17 per lui e 14/54 complessivo il team, mentre Rondo detta legge e affonda il rivale diretto Fisher. Boston scappa fino al +13, 36-49. Phil Jackson ne ha viste abbastanza e chiama time-out: fuori Bynum dentro Odom. Si apre l’area per Gasol, Artest e lo stesso Bryant con i Celtics che iniziano a produrre troppe palle perse. L’intensità dei gialloviola si tramuta in tanti viaggi in lunetta. Fisher, dopo una parentesi nello spogliatoio per una botta al ginocchio, mette il siluro del 64-64 a 6’ dalla sirena finale. L’altra tripla decisiva la infila Artest con tanto di baci al pubblico, 79-73. L’ultimo arrembaggio bianco verde è reso vano dai liberi di Gasol e Vujacic per il 83-79 finale.

venerdì 4 giugno 2010

Nba, Bryant&Gasol: ai Lakers garauno delle Finals

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=104982

ROMA (4 giugno) – Ancora lui, sempre lui. Kobe Bryant segna trenta punti, domina emotivamente gara uno, 102-89, della nuova sfida con i Celtics e inizia a incidere la storia delle Finals 2010. In uno Staples Center vestito a festa con circa diciannove mila tifosi in delirio i Los Angeles Lakers scappano a cavallo dei due periodi centrali e poi controllano sempre la partita con un vantaggio che non scende mai sotto la doppia cifra. I giallo viola costruiscono il successo con il controllo indiscusso dell’area colorata, 48 punti a 30, chiudendo alle penetrazioni della mente dei Celtics Rajon Rondo. Delude il terzetto d’assi di Boston Pierce-Allen-Garnett.

Phil Jackson oltre allo show del protagonista assoluto si gode due stelle come Pau Gasol e Ron Artest, che dominano letteralmente la sfida sotto i tabelloni. Lo spagnolo negli oltre quarantasei minuti sul parquet, praticamente mai tenuto in panchina, mette a referto una doppia doppia con 23 punti ma soprattutto 14 rimbalzi dei quali ben 8 offensivi. Gasol ha fugato i dubbi, per chi ancora li serbasse dalle Finals 2008, su quanto sia un eccellente agonista oltre ad avere mani sopraffine. Arriva anche l’incoronazione del coach avversario, Doc Rivers «Se per due anni senti dirti che non sei in grado di essere abbastanza intenso, con ogni probabilità proverai a smentire tutti e certamente stasera Gasol l’ha fatto». Il + 26 di plus/minus (la statistica che rileva l’incidenza nel corso della gara del giocatore sull'andamento del punteggio la propria squadra) spiega quanto Artest (11.5 punti e 4 rimbalzi di media nei play-off ) sia diventato un perno fondamentale nel sistema pressoché perfetto della squadra californiana. Nota di merito anche ad Andrew Bynum, croce e delizia gialloviola, che si fa trovare pronto con punti e rimbalzi.

Delusione Boston? Il quintetto guidato in panchina da Doc Rivers non ha approcciato questa finale sullo stesso livello delle serie contro i Cleveland Cavaliers e gli Orlando Magic. Male nel tiro dalla lunga distanza, uno dei punti di forza dei biancoverdi, con 1/10 in cui spicca l’inusuale 0/6 della coppia Allen-Pierce. “The Truth” Pierce fattura 24 punti, di cui 12 dalla lunetta, ma a partita ormai ampiamente compromessa e perde nettamente lo scontro diretto con Bryant. Ma i Celtics perdono soprattutto tutti i duelli sotto i vetri: undici rimbalzi in meno (42-31) dei Lakers pesano moltissimo in negativo, 16-0 nelle secondi occasioni per i padroni di casa. Non devono ingannare i sedici punti di Kevin Garnett ancora lontano dalla forma migliore.

La partita.
Alla palla a due Ron Artest e Paul Pierce accendono subito i fuochi d’artificio con un doppio fallo tecnico, scaturito da un reciproco strattonamento. Il leit-motiv del primo periodo è proprio l’aggressività esasperata su entrambi i lati del campo, che produce problemi di falli per diversi giocatori e molte gite in lunetta. Al 10’ la partita è in assoluto equilibrio, 18-18, e la frazione si chiude sul +5 Lakers, 26-21, grazie ai punti dalla panchina di Farmar e Brown. A metà del secondo quarto il trio Artest-Bryant-Gasol costruisce il break di 11-2 che produce la prima scossa, 48-37. Alla sirena del 24’ sono ben 28 i falli fischiati e 27 i tiri liberi concessi alle due squadre. Sulla sponda Celtics Pierce e Ray Allen non pervenuti. Al rientro dall’intervallo lungo ci pensa il solito Bryant con un periodo da 14 punti a indirizzare il primo episodio della serie finale. La tripla dell’84-64 di Ron Artest mette il sigillo definitivo. Negli ultimi 12’ di puro garbage time il proscenio è tutto per Paul Pierce, che poi in sala stampa archivia subito la debacle e rimanda tutto a garadue.