di Gabriele Santoro
«Guarda che cosa ti mostro». Il
collegamento Skype è iniziato da qualche minuto, quando Amara
Lakhous comincia ad aprire la corrispondenza. Il postino gli ha
appena consegnato il codice fiscale statunitense. «Vedi,
l'immigrazione è una questione di documenti, di numeri che
identificano. Ma comporta soprattutto un cambiamento mentale
profondo. E sono nel pieno di un processo generativo», dice. Lo
scrittore italianissimo d'Algeri si è trasferito a New York tre mesi
fa, e sta portando la propria letteratura nei principali atenei,
dalla Columbia alla Stony Brook.

Chi lo conosce non si sorprende.
Lakhous è uscito dal ventre della madre prima con i piedi: aveva
urgenza di venire al mondo e di camminarlo. I suoi romanzi coprono la
distanza minima, quel lembo di acqua salata che separa la vecchia
Europa dall'Africa. La qualità della scrittura libera dalle catene
identitarie, che ci portano alla rovina. Da qualche settimana è in
libreria La zingarata della verginella di Via Ormea (E/O, 155 pagine,
16 euro), che mantiene il consueto registro lakhousiano tra commedia
e giallo. Come nel precedente romanzo l'azione è ambientata a
Torino. Il cronista di nera Enzo Laganà è alle prese con un
fattaccio: un'adolescente nel quartiere multietnico di San Salvario
sostiene di essere stata violentata da due rom.
La denuncia scatena la rappresaglia di
un comitato di quartiere, che assale il vicino campo rom al parco del
Valentino. È tutto davvero come appare? Laganà, discostandosi dalla
linea editoriale, interroga l'ipocrisia che sovente affligge il
Belpaese. Il coraggio di Patrizia (o Drabarimos?), l'altro
personaggio centrale, rievoca quello di Amedeo, che abbiamo ammirato
inScontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio. La loro
essenza dà voce a un'Italia possibile.
Lakhous, davanti agli studenti della
Cornell University ha pronunciato una frase molto significativa:
«Ogni emigrazione è una nascita, ogni nascita è un’emigrazione».
Allora questa è la sua terza vita. Perché ha deciso di rinascere
negli Stati Uniti?
«Vivo di sfide, e considero questa americana
come la più complessa che abbia mai affrontato. È un paese
particolare. New York una città particolarissima, propriamente
cosmopolita, che mi ha già conquistato. L'immigrazione per me è una
risorsa letteraria. Il trasferimento non è una scelta esotica,
programmata a tavolino, per individuare magari il luogo ideale per il
prossimo romanzo. Per fortuna non funziona così. Le prime settimane
newyorchesi sono volate via con un intenso e stimolante ciclo di
lezioni universitarie».
L’immigrazione e la contaminazione
linguistica resteranno il cuore del suo progetto letterario?
«Sul
dialogo fra lingue ho costruito la mia narrativa. La scrittura, e
forse la mia stessa esistenza, sono il risultato del plurilinguismo.
Ogni lingua è una patria priva di confini artificiali e permessi di
soggiorno da rinnovare. Mi affascinano i mestieri del traduttore e
del mediatore. Definirei la traduzione il viaggio da una riva
all'altra, durante il quale ti arricchisci di idee, immagini e
metafore. Probabilmente se non fossi nato berbero ad Algeri, ma in
Cabilia, racconterei un'altra storia. Benedico l'emigrazione, perché
simboleggia l'alternativa al mare chiuso. Ti spinge a riflettere
sulla tua identità. La mia è un mosaico di tessere assemblate in
contesti diversi. Direi che si tratta di una fusione a caldo fondata
sul dono e sulla reciprocità».
Possiamo aspettarci un romanzo in
inglese?
«Lavoro a un testo sull’Algeria. Riprendo dunque
l’arabo, ma certamente continuerò a scrivere in italiano. A breve
verrà pubblicato in berbero Scontro di civiltà per un ascensore a
Piazza Vittorio. Sarebbe meraviglioso riuscire ad aggiungere
l'inglese: è il mio sogno americano. Diverrei un musulmano
inappuntabile: quattro lingue come se fossi sposato con altrettante
mogli».
La lettura de La zingarata della verginella di via
Ormea dà la sensazione della chiusura del ciclo inaugurato da
Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio.
«Non so
se abbia esaurito o meno lo spazio creativo per ulteriori
approfondimenti sul tema. Fui sollecitato da una piccola intuizione o
meglio da una domanda: come può l’Italia disconoscere, così
dissipando, la propria straordinaria esperienza migratoria? Ho
studiato per esempio la presenza italiana in Romania, ancora meno
nota di quella negli Stati Uniti. A fine Ottocento si spostarono in
massa dal Veneto e dal Friuli le fasce più povere di lavoratori.
Provocarono tensioni, perché erano accusati di accettare impieghi
per poche lire rispetto alla paga abituale. Li soprannominarono i
cinesi d’Europa. Ma anche quella interna scivola nell’oblio: chi
ricorda le migrazioni dei minatori veneti e abruzzesi a Carbonia? E
potrei proseguire. Perché da ciò non si trae consapevolezza,
elaborando politiche di buon senso almeno sull’accoglienza?»
Il suo primo incontro con i rom è
stato reale o immaginato?
«Da bambino vissi in una casa popolare,
edificata vicino a un grande ospedale. Mia madre andava lì a piedi,
partoriva e rientrava. Ultimo di nove figli, ho goduto di una libertà
pazzesca. Per esercitare una forma di controllo i familiari ci
inculcarono una leggenda paesana, bisbigliata dall'ospedale e
destinata a imprimersi nel mio immaginario infantile. Una madre, in
attesa di essere visitata, affidò il figlio a un'anziana, poiché
aveva necessità del bagno. Una volta tornata non li ritrovò.
Dissero che era una zingarata. Mediante l'immaginazione ho vissuto e
rivissuto quella storia. Ho covato la paura per il rom, come succede
a tanti. Nel destino comune del Mediterraneo, oltre alle speranze, ci
legano le paure».
Lei si sottrae all’asfittica divisione
tra buoni e cattivi. Piuttosto raffigura una condizione che descrive
qualcosa di noi.
«Ho deciso di affrontare l'argomento, perché
credo sia uno dei razzismi più antichi e radicati. I rom: il
sempiterno e perfetto capro espiatorio del diffuso malessere sociale.
Si parla ancora di nomadi, quando a Torino ho incontrato sinti
piemontesissimi stanziali dal medioevo. Al fondo di un pregiudizio
plurisecolare permane un irrisolto sradicamento economico-culturale.
La vita marginale nei campi, abusivi e non, incentiva la devianza. Lo
sforzo per abbattere questo muro deve essere compiuto anche dalle
nuove generazioni rom, a partire dall'integrazione scolastica. Ci
indigniamo giustamente per l'odioso furto del portafogli, mentre
reprimiamo la rabbia verso le banche, che indisturbate speculano o
bruciano i risparmi delle persone oneste. Restituiamo la giusta
misura alle cose. Ai criminali, siano essi rom o meno, dovrebbe
pensare la legge, possibilmente senza prescrizioni, sanatorie e
condoni».
Il giornalista Laganà è il personaggio filo
conduttore della narrazione. Un Monteiro Rossi alla ricerca della
riscossa del Pereira tabucchiano. Rappresenta l'eccezione che delinea
una distorsione funzionale operata dai media?
«In Algeria ho
visto cadere assassinati amici e colleghi giornalisti. Anch'io
ricevetti minacce e ho rischiato quella fine. Non dimentico le parole
con le quali Said Mekbel, importante cronista algerino, descrisse il
mestiere. Lo uccisero il 3 dicembre 1994. Proprio quel giorno su Le
Matin aveva firmato questo articolo:
“Questo ladro che la notte rasenta i
muri per rientrare a casa. Questo padre che raccomanda ai propri
figli di non dire agli altri il mestiere che svolge. Questo cattivo
cittadino che si attarda al palazzo di giustizia, aspettando di
essere inquisito dai giudici. Questo individuo catturato in una
retata nel quartiere e che il calcio di un fucile spinge in fondo al
camion. Colui che la mattina esce di casa senza essere sicuro di
farvi ritorno. Colui che la sera lascia la redazione senza essere
sicuro di giungere a casa. Questo vagabondo che non sa più quale
casa sia la più sicura. Questo testimone che spesso deve ingoiare
ciò che sa. Questo cittadino nudo e disarmato. Quest'uomo che ha
fatto il voto per non morire trucidato. Colui che con le proprie mani
non sa fare altro che i propri piccoli scritti. Colui che spera
contro tutto, perché possano sbocciare belle rose su un mucchio di
letame. Lui è tutto questo ed è solamente un giornalista”.
Laganà
con un tocco di rabbia e ironia tenta di disarticolare la gerarchia,
che dispone il ciclo produttivo dell'informazione. Lo sguardo che
propongo è evidentemente disilluso. Per avere una stampa matura, e
di qualità, ritengo indispensabile essere cittadini esigenti. La
vicenda è ancorata a un fatto avvenuto. Nel dicembre del 2011 un
quotidiano nazionale titolò: «Mette in fuga i due rom che
violentano sua sorella». La sedicenne poi confessò di aver
inventato lo stupro. Nel frattempo giustizieri improvvisati avevano
appiccato il fuoco nel campo rom torinese della Continassa. E mi
colpì la rettifica giornalistica, Il titolo sbagliato:
“
(…) Ieri, nel titolo dell’articolo che raccontava lo «stupro»
delle Vallette abbiamo scritto: «Mette in fuga i due rom che
violentano sua sorella». Un titolo che non lasciava spazio ad altre
possibilità, né sui fatti né soprattutto sulla provenienza etnica
degli «stupratori». Probabilmente non avremmo mai scritto: mette in
fuga due «torinesi», due «astigiani», due «romani», due
«finlandesi». Ma sui «rom» siamo scivolati in un titolo razzista.
Senza volerlo, certo, ma pur sempre razzista. Un titolo di cui oggi,
a verità emersa, vogliamo chiedere scusa. Ai nostri lettori e
soprattutto a noi stessi”.
Esiste l’Italia? E se sì, quale idea
ne coltiviamo? Queste due domande ricorrono nelle sue opere.
Si
sofferma, come sottolineava in precedenza, sulla storia negata
dell’emigrazione italiana.
«L'immigrazione è una sfida
bellissima, ma bisogna essere attrezzati per giocarla. L’Italia non
lo è. Nei due anni trascorsi a Torino ho compreso quanto la
questione meridionale sia ancora una ferita fresca. È necessario
fare pace con la memoria e con la ricchezza incredibile delle
diversità che contraddistinguono il Paese. Non credo sia una
provocazione ammettere che gli italiani debbano ancora integrarsi fra
di loro. Il fenomeno della balcanizzazione è un contagio
pericoloso».
L'Italia è accogliente verso lo
straniero?
«Se l'emergenza costituisce l'unico principio
proattivo, non dobbiamo stupirci che l'istituto dell'accoglienza qui
assomigli alla gestione di una discarica di umanità sofferente. E in
quartieri già privati di servizi e risorse culturali nessuno vuole
le discariche vicino casa. Tutto grava sulle spalle degli operatori,
spesso generosi. La strumentalizzazione politica è figlia di un
deficit culturale storicizzato, che si traduce anzitutto
nell'incapacità di comprendere e governare la complessità».
In Divorzio all’islamica a viale
Marconi la sua penna ironica ci appassionò con le traversie
dell'esule Garibaldi, imbarcatosi a Marsiglia sotto il falso nome di
Joseph Pane e riparato a Tunisi per sfuggire alla condanna a morte
per insurrezione emessa dal tribunale di Genova. Il povero è colui
che la società ritiene insignificante, colui che non ha il diritto
di avere diritti. Chi è invece il rifugiato?
«È un essere
umano, che attraversa una fase piuttosto delicata della propria vita.
La paura è il sentimento che accompagna la fuga dalla persecuzione o
dalla guerra. A metà degli anni Novanta ottenni lo status di
rifugiato politico: conosco bene tale condizione d'animo. La vicenda
di Garibaldi ci rammenta che la ruota gira. Domani potrebbe toccare a
noi dover scappare, desiderando un approdo sicuro. La Siria, per anni
terra di tregua per i profughi palestinesi, insegna».
Il
modello del multiculturalismo, entrato nell’immaginario collettivo
dagli anni Sessanta in Nord-America, scricchiola? Insomma il “Tutti
differenti, tutti uguali” non è più una risposta soddisfacente
sul piano etico e politico al fine della convivenza
civile?
«Dall’approccio multiculturalista non si fa
retromarcia. È però vero che si frappongono molteplici ostacoli
alla concretizzazione di un idealtipo. Farei una premessa, citando
Norberto Bobbio a proposito di eguaglianza e libertà:
“(...) Nelle società storiche gli
individui non sono mai tutti liberi né eguali fra loro. La società
di liberi ed eguali è uno stato ideale o ipotetico, soltanto
immaginato. La democrazia è, non tanto una società di liberi e di
eguali, perché come ho detto questa è solo un ideale limite ma è
una società regolata in modo che gli individui che la compongono
sono più liberi ed eguali che in qualsiasi altra forma di
convivenza. In una situazione originaria, in cui tutti ignorano quale
sarà la propria posizione nella società futura, l'unico ideale che
può loro sorridere è quello di essere il più possibile liberi
rispetto a chi detiene il potere e il più possibile eguali fra di
loro”.
Presupponendo dunque due valori non negoziabili,
quali la libertà e il rispetto della dignità umana, possiamo poi
cercare un terreno fertile condiviso, andando oltre la semplice presa
d’atto delle differenze. Solo dalla relazione interculturale,
basata sul riconoscimento, sullo scambio e sul dono si evitano la
relativizzazione e la dinamica dello scontro».
Le hanno già
domandato qualcosa a proposito di Isis e Islam?
«Stavolta cedo il
turno, già nel post 11 settembre lo sforzo è stato enorme. Si
propaga una fuorviante, plastica, generalizzazione. Sono stanco, non
difenderò l'Islam dalla palesemente infondata appropriazione
simbolica attuata dall'Isis. Ciò che mi appare più urgente è il
ripensamento della laicità statuale. Uno Stato laico capace di
valorizzare ciò che vi è di umano fra le diverse identità
culturali. L'adesione di miliziani occidentali al totalitarismo di
stampo fascista dell'Isis chiama in causa tutti. Entriamo nella sfera
della politica, in un teatro dove il quadro, utile a molti, è assai
opaco. Per dirla con le parole del generale prussiano Carl von
Clausewitz siamo impantanati nella guerra che è la continuazione
della politica con altri mezzi. L'eredità dei grandi imperi
collassati non ha stabilito un nuovo ordine, bensì atomizzato i
conflitti».
L’inchiesta sociale, condotta anche mediante
splendide fotografie, di Pierre Bourdieu nell’Algeria della
transizione anni Cinquanta e Sessanta del Novecento è un’eredità
preziosa. La periferia dell'impero sembra convergere sempre più
verso un centro politicamente disarmato. Il colonialismo europeo è
tuttora paradigmatico del nostro rapporto con l'altro?
«Mio padre
avvertì tutto il peso della colonizzazione, sollevato durante la
lotta di liberazione dall'illusione di un futuro migliore. Il regime
coloniale ridusse gli algerini a corpi senza diritti. Il prezzo
stabilito dalla Francia dei diritti universalistici per la piena
cittadinanza fu il ripudio dell'identità culturale musulmana. I
coloni s'impossessarono dei terreni più fertili, terremotando gli
equilibri della la società rurale. La teoria e la pratica
capitalistica europea, imposte con brutalità, frantumarono il
sistema dei valori arabi producendo l'alienazione del mondo
contadino, trasformato in sottoproletariato e ammassato nelle
crescenti bidonville urbane. La generazione di mio padre ha
convissuto con il miraggio dell'indipendenza, portatrice di un
plausibile cambiamento nei tradizionali rapporti di forza interni ed
esterni. Occorreva affrancarsi dall'ingiustizia di cui il
colonialismo è stato la massima espressione. Il francese se n'è
apparentemente andato, ma l'oppressione è rimasta. L'emigrazione era
percepita come un esilio momentaneo, al quale si era costretti. Oggi
invece partire è il sogno più grande: la prospettiva dei giovani
che abitano l'immaginario della globalizzazione».