giovedì 10 novembre 2016

Come la 'ndrangheta è diventata classe dirigente. Intervista ad Antonio Nicaso


di Gabriele Santoro

Antonio Nicaso, giornalista, saggista e docente universitario canadese di origine calabrese, nel breviario Mafia (Bollati Boringhieri, 137 pagine, 10 euro), pubblicato qualche mese fa, ribadiva che fin dal tardo Ottocento la mafia non è una degenerazione patologica della società, ma è strettamente integrata e intellegibile solo nel quadro delle relazioni, delle cointeressenze interclassiste che ha sviluppato con il potere politico ed economico.


Da questa constatazione ineludibile al fine di comprendere la longevità delle mafie, si muove il nuovo studio Padrini e padroni (Mondadori, 18 euro, 205 pagine), elaborato con l’amico di una vita, il magistrato Nicola Gratteri. Il saggio, già in vetta alle classifiche di vendita e lettura, tratteggia con la consueta capacità divulgativa degli autori, che non banalizza temi complessi, come la ‘ndrangheta abbia utilizzato la corruzione per diventare classe dirigente. Dall’Ottocento non era ritenuto sconveniente, da chi era interessato a mantenere o conquistare il potere, accompagnarsi con la picciotteria, poi con gli ‘ndranghetisti per la gestione del consenso mediante meccanismi clientelari. Già nel 1869 il prefetto di Reggio Calabria Achille Serpieri fu costretto a sciogliere il consiglio comunale appena eletto, a causa dei brogli e del condizionamento mafioso, motivando così al ministro dell’Interno la decisione: «Le elezioni amministrative dovettero essere annullate per difetti che dimostrarono gare di partito, fino all’avere i componenti dei seggi alterato lo stato delle urne coll’introdurvi schede false».

Risulta di particolare interesse la presentazione con le evidenze investigative e giudiziarie emerse nel tempo della cosiddetta massomafia, un’élite criminale in grado di affiancarsi a pezzi di classe dirigente, di mimetizzarsi e mettersi nella cabina di regia per il conseguimento degli affari di una holding mondiale del crimine che conserva una costante forte dimensione territoriale. «La ‘ndrangheta è un convitato di pietra della nostra democrazia, presenza incombente ma invisibile. È servita a molti, nata come patologia del potere, è servita alle classe dirigenti che con la violenza hanno mantenuto il potere. È economia più che cultura», scrivono Nicaso e Gratteri.

La ‘ndrangheta «che semina più tossine nell’economia che cadaveri nelle strade» ha compreso la lezione, l’errore di una strage come quella di Duisburg, che ha acceso i riflettori sull’espansione delle mafie nella prateria europea.

Sulla commistione tra ‘ndrangheta e massoneria è significativo un passaggio, nel quale vengono riportate le dichiarazioni dell’ex Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Giuliano Di Bernardo, interrogato dal pm Lombardo durante le indagini sull’operazione Mammasantissima: «Ettore Loizzo, ingegnere di Cosenza, mio vice nel GOI, nel corso di una riunione della Giunta del Grande Oriente d’Italia che indissi con urgenza nel 1993 dopo l’inizio dell’indagine del dottor Cordova sulla massoneria, a mia precisa richiesta, disse che poteva affermare con certezza che in Calabria, su 32 logge, 28 erano controllate dalla ‘ndrangheta. Io feci un salto sulla sedia». E oggi il «coso» sarebbe un nuovo livello della ‘ndrangheta, invisibile e sconosciuto ai più: una componente riservata, alla quale spettano compiti di direzione strategica.

Padrini e padroni ricostruisce dal cuore dell’Ottocento il sistema di compravendita del voto e il condizionamento mafioso del sistema democratico. Quale debolezza permane nella repressione dello scambio elettorale politico-mafioso, reato disciplinato dall’articolo 416 ter recentemente modificato?
«Nell’ipotesi di utilità in cambio di voti, con la recente modifica normativa, i politici rischiano meno dei mafiosi. Sarebbe stato certamente più opportuno punire con maggiore severità i politici, che – in virtù del mandato elettorale – dovrebbero rappresentare gli interessi del cittadino».

La ‘ndrangheta non ha mai fatto distinzioni ideologiche, tra l’altro oggi sempre più sfumate, per la costruzione di comitati d’affari imprenditoriali – politici criminali. Torniamo al punto fondamentale, la mafia è un fenomeno di classi dirigenti, una patologia del potere.
«La ‘ndrangheta non ha mai avuto discriminazioni ideologiche. L’unico interesse della ‘ndrangheta è e rimane il potere».

Nel libro ricordate ciò che ha significato nel 1908 il terremoto a Messina e Reggio Calabria, che provocò centomila morti. Col denaro pubblico, prima per il soccorso e poi per la ricostruzione, si creò una sorta di istituzionalizzazione del sottosviluppo meridionale. Questa calamità naturale segnò l’anno zero di una commistione tuttora irrisolta, che prospera nell’emergenza?
«C’erano state avvisaglie anche prima. Dopo l’unificazione territoriale dell’Italia, la classe dirigente del Sud ha utilizzato la violenza, garantita da organizzazioni criminali come la ‘ndrangheta, per reprimere ogni minaccia endemica della reazione popolare. È però dopo l’arrivo della Legge Pro Calabria del 1905 e delle successive integrazioni a seguito di altre calamità naturali, che la borghesia agraria accentua la sua natura parassitaria. Da allora è cambiato poco con una commistione tra mafie, corruzione e malaffare che prospera anche nell’emergenza, come dimostrano i terremoti dell’Abruzzo e dell’Emilia».

L’irruzione nel ramo delle infrastrutture consentì il salto nella categoria imprenditoriale di numerosi ‘ndranghetisti e l’incesto con gli apparati burocratici amministrativi. Oggi, che il business della cocaina garantisce il 60% del fatturato annuale della ‘ndrangheta, che cosa rappresenta il controllo degli appalti?
«Ci sono ancora oggi boss e prestanome della ‘ndrangheta che gestiscono alcuni importanti settori dell’edilizia, forniscono manodopera a basso costo, trasporto d’inerti e sversamento di detriti senza alcun rispetto dei protocolli ambientali. Ma il grande riciclaggio di denaro viene spesso realizzato all’estero con investimenti immobiliari e turistici, grazie a operazioni che passano anche da paesi off shores».

Parliamo del malavitoso Michele Campolo, che sfruttò il post terremoto per intessere rapporti con la Reggio bene. Era un analfabeta, nulla tenente, senza mestiere, criminale che presiedeva la riunione annuale della élite ‘ndranghetista al Santuario di Polsi. Dalla fine della prima guerra mondiale divenne l’arbitro della vita sociale di Reggio Calabria. Come sostenete, senza il concorso esterno la ‘ndrangheta non esiste?
«Campolo era furbo, intelligente. E a lui ricorrevano politici importanti, professionisti molto conosciuti. A lui e ad altri boss le richieste di sostegno elettorale arrivavano addirittura su carta intestata. Un analfabeta che doveva restare ai margini, è stato legittimato e riconosciuto socialmente per il suo ruolo di mediatore e di capo-elettore. Non è stato l’unico, purtroppo, nella lunga storia della ‘ndrangheta. Il dramma è che a legittimare gente come Campolo sono stati uomini importanti a cui sono state intitolate strade e piazze».


È grande il rischio giudiziario che si corre con la mimetizzazione della ‘ndrangheta, e il venir meno dell’uso della forza di intimidazione del vincolo associativo, di una negazione dell’esistenza della mafia stessa?
«Il rischio c’è. Oggi, in certe realtà, soprattutto fuori dalla Calabria, la minaccia percepita è più efficace di quella praticata. Spesso non c’è più bisogno di usare la violenza. La corruzione è diventata un’arma più sicura. Anche sul piano normativo tante cose andrebbero riviste. Ma manca la volontà politica. O forse non c’è mai stata».

Dalla Famiglia Montalbano, narrata efficacemente da Saverio Montalto, in poi chi non aveva dimestichezza con la politica era messo ai margini dell’organizzazione. Il sistema relazionale assicura la riproduzione del medesimo, antico, elementare modello organizzativo ‘ndranghetista capace di coniugare la struttura unitaria e i “locali” periferici. La vastità ramificata del vincolo associativo come ha resistito alle guerre interne?
«Le faide sfuggivano al controllo della ‘ndrangheta. Il sangue chiamava sangue. Poi con il tempo, l’organismo di coordinamento della ‘ndrangheta, il cosiddetto crimine, è riuscito ad avere sempre più voce in capitolo soprattutto nelle guerre intestine, costringendo spesso famiglie di ‘ndrangheta a porre fine alle ostilità, come è successo dopo la strage di Duisburg, da molti considerata una sorta di boomerang, visto che ha acceso i riflettori del mondo sulla ‘ndrangheta».

Dall’inizio degli anni Settanta con la generazione della Santa, riservata all’élite criminale calabrese,  comincia a mutare il rapporto di forza con la politica, si garantisce la doppia affiliazione con l’ingresso degli ‘ndranghetisti nelle logge massoniche per una cogestione del potere con politici, imprenditori e professionisti. Quella urgenza della ‘ndrangheta di ribaltare la subalternità con la politica è definitivamente scemata?
«Con la Santa, la ‘ndrangheta ha sovvertito la subalternità che aveva nei confronti della politica. Con l’arrivo in Calabria dei fondi della Cassa del Mezzogiorno, la ‘ndrangheta ha cominciato a sedersi al tavolo di chi prendeva le decisioni su appalti e subappalti. Negli ultimi tempi, tanti politici sono stati visti bussare con maggiore frequenza alle porte degli ‘ndranghetisti».

Per spiegare l’evoluzione di questo rapporto e la crescente confluenza del vertice ‘ndranghetista nella massoneria più o meno deviata, partiamo dall’omicidio eccellente del magistrato Francesco Ferlaino. Perché fu ucciso il 3 luglio 1975?
«Secondo alcuni collaboratori di giustizia, Ferlaino, magistrato massone, ostacolava il nuovo progetto massonico-affaristico, che cominciava ad attecchire specialmente al Sud sotto la regia di Licio Gelli e che prevedeva l’accaparramento di ogni affare vantaggioso lecito o illecito che fosse. In sostanza, Ferlaino si opponeva alla degenerazione della struttura massonica, da organismo lecito e illecito».

Oggi stiamo arrivando alla conferma dell’esistenza di quella componente cosiddetta insospettabile della ‘ndrangheta?
«Forse c’è sempre stata. E non l’abbiamo vista. Alcuni dei cosiddetti invisibili emersi durante l’ultima indagine della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria erano già stati condannati in passato. Una cosa però è certa: la ‘ndrangheta sta diventando sempre più selettiva e alcuni dei suoi esponenti oggi fanno parte di sistemi criminali in cui il confine tra lecito e illecito è estremamente vago».

Che cosa comporta un nuovo livello della ‘ndrangheta, è la quarta gamba del tavolo che si è sempre retto su tre?
«Mi piace la sua metafora. Purtroppo, al momento, non ci sono riscontri giudiziari o sentenze definitive. Ma la quarta gamba che forse c’è sempre stata, si comincia a intravedere con contorni meno sfumati».

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«It's love Mr. Stoner. You are in love»: il romanzo perfetto di John Williams

Il Messaggero, sezione Macro, pag. 1-25
10 novembre 2016

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

Nel 1958 Marie Rodell, che faceva l'agente letteraria da almeno dieci anni, ed era ben inserita in molti ambienti letterari ed editoriali esclusivi newyorchesi, chiese a John Williams se avesse qualcos'altro, oltre al manoscritto The Naked World, che poi sarebbe stato pubblicato col titolo Butcher's Crossing. Lui rispose, fornendo alcuni elementi fondamentali di Stoner: «Il prossimo romanzo sarà un professore di college. Visto da fuori, è un fallimento sotto tutti gli aspetti: non è un insegnante popolare; è uno dei membri meno insigni del dipartimento; la sua vita personale è un disastro; la sua morte di cancro, alla fine di una carriera mediocre, è insignificante. È un romanzo su un uomo che non trova alcun senso nel mondo né in se stesso, ma che trova un senso e una sorta di vittoria nell'onesta e caparbia dedizione alla sua professione».

Williams, professore di letteratura all'università di Denver, nutriva la convinzione di avere tra le mani un lavoro magnifico, la cosa più difficile che avesse mai fatto: «(...) Certo, non mi illudo che diventi un bestseller o qualcosa di simile. L'unica cosa di cui sono certo è che si tratta di un bel romanzo; col tempo potrebbe essere persino considerato un romanzo molto bello». Nel 1965  Viking Press pubblicò Stoner. All'epoca, nel cuore dei sommovimenti del Sessantotto, il romanzo vendette circa duemila copie, fu esaurito nel giro di un anno e non venne ristampato, andando fuori catalogo. A oltre cinquant'anni dalla pubblicazione, amato soprattutto dai lettori europei, occupa ormai il luogo dei classici.

La vita ordinaria, la passività di un figlio di contadini del Midwest, William Stoner, vissuto tra il 1891 e il 1956, in disparte dagli eventi della Grande Storia, che si iscrive all'università del Missouri, dove lascia gli studi di agraria per la letteratura fino a diventarne insegnante, non ha mai conquistato del tutto i lettori statunitensi. Nel 2006 il libro torna in circolazione con New York Review Books Classics. La svolta editoriale giunge l'anno successivo, quando la scrittrice francese Anna Gavalda acquista una copia in inglese e convince Le Dilettante, il suo editore, a comprare i diritti francesi. Lo traduce e nel 2011 Oltralpe diviene un bestseller. Poi il contagio stoneriano tocca l'Italia, duecentomila le copie vendute, con Fazi editore, che oggi lo riporta in libreria accompagnato dalla biografia, firmata da Charles J. Shields, L'uomo che scrisse il romanzo perfetto (Fazi, 323 pagine, 18.50 euro) e da La saggezza di Stoner (Fazi, 16 euro, 132 pagine), raccolta di riflessioni critiche sul testo curata da Barbara Carnevali.

Stoner, un eroe per il suo creatore, è stato felice nella misura e nello spazio della sua vocazione che lo appassionava, a dispetto di un'esistenza triste e miserabile: «It's love Mr. Stoner. […] You are in love», per usare le parole di Sloane. La vocazione interiore e l'innamoramento per la letteratura, il suo primo oggetto di amore e libertà, che gli fece comprendere il professore Archer Sloane durante il corso introduttivo di letteratura inglese, sono l'architrave dell'esistenza di Stoner. La sfida del giovane Williams, nato in Texas nel 1922, era dire ciò che aveva in mente, resistendo al desiderio di fare colpo sul lettore. Considerava l'insegnamento universitario dirimente per la costruzione dell'identità di un uomo di lettere. Già nel 1936, da studente dell'high-school – narra Shields – scrivere era una sua ferma volontà. Il biografo riannoda con cura tutti i punti di raccordo tra Williams, fumatore accanito dalla complessa vita sentimentale, e il suo Stoner, iniziando dall'asprezza della vita rurale durante l'infanzia, i silenzi familiari e poi la Grande Depressione. Il legame con la terra non verrà mai disconosciuto.

Perché i lettori del Duemila amano Stoner? Da che cosa dipende la riscoperta avvenuta nell'ultimo decennio e che cosa dice della condizione della nostra vita culturale? Lui incarna un'indecifrabile saggezza che non è solo fatalismo davanti alle avversità della vita. «Il fascino di Stoner fa certamente leva sulla centralità che accorda all'esperienza ordinaria, e alle sue due forme tipicamente moderne, l'amore e il lavoro. È come se Stoner rappresentasse il compimento della vocazione democratica del romanzo moderno, che parla della vita ordinaria degli uomini ordinari, riuscendo a renderla interessante malgrado e proprio in ragione della sua mediocrità», osserva Carnevali.

WestEnd
, la rivista che anima l'eredità della Scuola di Francoforte, ha dedicato a Stoner un dossier, tradotto per l'occasione. Per Alex Honneth, direttore dell'Istituto di Ricerche Sociali di Francoforte, «la vita di William Stoner sarebbe sprofondata per sempre nell'oblio se John Williams, con il romanzo omonimo, non le avesse eretto un monumento davvero grandioso», e sembra riunirsi con la volontà di Williams di scongiurare la propria morte nell'anonimato. Sono tante le prospettive interpretative dell'opera e le tracce lasciate dallo scrittore americano e dal suo Stoner: il senso per la filologia, intesa come una vera pratica etica, il ruolo dell'università, l'insegnamento pionieristico della scrittura creativa e il rapporto col libro.

La felicità di Stoner sta nella ricerca di un sapere, che resiste al mondo, e nella conoscenza dei limiti del proprio sapere. Frieder Vogelmann propone un saggio suggestivo, un ponte che collega Stoner a tratti fondamentali del Socrate platonico, a cominciare proprio dalla consapevolezza della limitatezza del proprio sapere, che è accettazione della finitezza esistenziale. Vogelmann evoca almeno tre scene socratiche nel romanzo, dall'impegno nella battaglia contro i sofisti, gli impostori della conoscenza che millantano un sapere, al superamento della paura della morte.

venerdì 4 novembre 2016

Jesse Armstrong, la guerra in Bosnia e le possibilità della commedia

http://www.minimaetmoralia.it/wp/jesse-armstrong-la-guerra-bosnia-le-possibilita-della-commedia/

di Gabriele Santoro

Andrew è un muratore dei sobborghi di Manchester in seria difficoltà. È un antieroe, appassionato di politica estera, che non sta a proprio agio in nessuna classe sociale. È il 1994, Sarajevo è sotto assedio e il processo di dissoluzione della Jugoslavia risulta ormai inarrestabile.


Amore, sesso e altre questioni di politica estera (Fazi, 430 pagine, 16 euro, traduzione a cura di Giacomo Cuva), romanzo d’esordio del noto commediografo inglese Jesse Armstrong, racconta la vicenda di un gruppo di giovani idealisti armati dall’idea di raggiungere la Bosnia e mettere in scena uno spettacolo teatrale pacifista sul retro del loro Ford Transit. Andrew s’innamora a prima vista di Penny, anch’ella sensibile a quella dolorosa vicenda bellica. Lui immagina che l’amore possa salvargli la vita e pur di unirsi a Penny e al gruppo di pacifisti in partenza, fra i quali nessuno aveva alcuna esperienza sul fronte di guerra, finge di conoscere benissimo il serbo croato.

Il lavoro di Armstrong, una commedia che non si tira indietro dinanzi all’efferatezza del conflitto, ha lo spirito de Il violoncellista di Sarajevo, narrato qualche anno fa da Steven Galloway. Esprime cioè quella necessità di prendersi gioco della guerra che ritroviamo nella medesima ambientazione cinematografica di Perfect day di Fernando León de Aranoa con Benicio Del Toro e Tim Robbins.

Dall’inizio il processo di pace nella ex Jugoslavia ha avuto negoziatori britannici e statunitensi, da Lord Carrington a Holbrooke, nonostante la cultura anglosassone fosse così distante dai Balcani. Perché Andrew sceglie la Bosnia e immagina di poter essere un interlocutore di pace?
«Il mio narratore le risponderebbe che è partito perché la Bosnia gli stava a cuore. E ho una grande empatia per tutti gli Andrew del mondo che si dirigono verso zone di conflitto per aiutare. Ma non possiamo negare che Gran Bretagna e Stati Uniti abbiano storie particolari di coinvolgimento oltremare. Quello che la sua domanda suggerisce, è ciò che più di uno dei personaggi locali lascia intendere alla mia gang solidale impegnata ad allestire uno spettacolo teatrale per la pace. Può esserci lì una sorta di imperialismo dell’aiuto?».

In che modo ha combinato il tono della commedia con il dramma di una guerra fratricida?
«Credo si possa scrivere una commedia su qualsiasi argomento, c’è sempre un’angolazione. La questione risiede nel trovare il tono e la misura esatta per determinati argomenti, che rischierebbero di essere scioccamente ridimensionati. Ovviamente nel suo complesso il conflitto bosniaco non è stato altro che una tragedia pura e l’unica cosa sensata che puoi volere è piangere. La guerra non è divertente. Ma c’è l’altro lato da indagare: la confusione dietro le quinte, le assurdità delle grandi organizzazioni, le ipocrisie e le vanità delle nazioni e degli individui, le bugie che ci raccontiamo, le persone inghiottite dalla macchina da guerra. Mi sembrano aree ottime da esplorare per una commedia».

Oggi il mondo assomiglia a un resort globale per i traumi personali e collettivi. I personaggi riescono a bilanciare l’onestà e l’egoismo che animano la scelta di partire?
«È un’ottima immagine per descrivere il mondo. Siamo tutti in una coda enorme per il triage in un ospedale da campo e ci sono popoli che affrontano drammi indicibili in prima fila. Ma anche in fondo alla coda, in Occidente, siamo febbricitanti e malconci. Le ragioni per andare in uno scenario di guerra sono molteplici. Mi piace questa confusione di onestà ed egoismo, di alte e altre più superflue intenzioni. Allora veramente ecco che l’intero libro guarda dentro a una missione umanitaria. Sono a favore di chi anche sbagliando fa le cose, con l’insito potenziale narrativo tragico e comico. Nel mio gruppo ognuno propone prospettive diverse, tenendo da parte i motivi reali».

Tornando a casa, resta una possibilità di domare la futilità e l’irrazionalità della guerra?
«Non saprei. C’è un passaggio famoso in Mattatoio n. 5 nel quale Vonnegut ha un personaggio che consiglia al narratore di scrivere un libro piuttosto contro il ghiaccio che contro la guerra. Non penso si possa prevalere sulla futilità e sull’irrazionalità della guerra, ma almeno puoi fare fracasso con la tua batteria contro di essa. È del tutto irrilevante, ma forse aiuta a farti sentire meglio».

D’abitudine si associa il dramma jugoslavo ai riconosciuti criminali di grande calibro, vedi Karadzic. Lei lo fa ed è sufficiente a spiegare?
«Il libro si conclude con i personaggi in una fase complicata della guerra già di per sé complessa, una situazione particolarmente triste nella Bosnia occidentale. Non avevo alcuna volontà assolutoria dalle rispettive responsabilità di mostri come Karadzic e Mladic. Ma in quel luogo confuso i miei giovani personaggi, che immaginavano di sapere tutto quel che succedeva, riconoscono che devono dedicarsi a capire più in profondità. In un conflitto frastagliato tuttavia non si dissolvono la ragione e il torto».

Ha conquistato una qualche libertà dedicandosi alla prosa?
«È anche troppa la libertà del romanziere. La solitudine che si ricerca per la creazione artistica appare poi destabilizzante. Le restrizioni rendono l’opera fattibile. Sono uscito dalla comfort zone della scrittura per la televisione ma al contempo ho costruito le mie certezze: narratore in prima persona, questa è la mia voce, questi sono i personaggi, la forma del loro viaggio. E poi ho cominciato a godermelo».

Ha partecipato al referendum e qual è la sensazione dopo la Brexit, seppure nella fase embrionale?
«Ho votato per restare e sono deluso dell’esito elettorale. Qualunque siano i problemi che affliggono l’Europa, la risposta di alzare le mani in segno di resa e andarsene è errata. Somiglia al classico caso di una rabbia disfunzionale mal direzionata, come se non fossimo noi i responsabili di istituzioni create insieme e inaffidabili, dell’inquinamento ambientale, della crisi dei migranti in un mondo globalizzato».

domenica 30 ottobre 2016

Borges trafugato per le indagini di Ponzetti

Il Messaggero, sezione Macro, pag. 22
30 ottobre 2016

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

«La libertà è 'na cosa preziosa, ma la gente c'ha paura d'esse' libera. Ar massimo, nella maggior parte dei casi, preferisce accontentasse de padroni bboni. Ma nun succede quasi mai». Si può cominciare da qui a leggere la nuova indagine del commissario colto, bonario e spiritoso Ottavio Ponzetti, creato da Giovanni Ricciardi. Nelle pagine de Gli occhi di Borges (Fazi editore, 238 pagine, 16 euro) c'è e s'indaga la nostra smania illusoria di controllare il futuro, di governare la propria vita cercando di distinguere segnali premonitori, che finisce per consegnare la nostra libertà nelle mani di qualcuno.

Nel 1969 Jorge Luis Borges disse a proposito di Fervore di Buenos Aires, la cui prima edizione risale al 1923 e segnò il suo debutto, che prefigurava «tutto quel che avrei fatto in seguito». Perché la pubblicazione del 1923 è quasi introvabile? «Allora Borges era molto giovane, e tornava pieno di idee nuove da un lungo soggiorno in Europa con la famiglia – spiega un interlocutore di Ponzetti – . Il padre gli finanziò la pubblicazione di questa raccolta poetica, che secondo me è anche la più bella che abbia mai composto. Ma se ne stamparono solo trecento copie, che in gran parte Borges regalò frettolosamente, perché doveva tornare presto in Europa a causa della grave malattia agli occhi di cui soffriva il padre, che si curava da un famoso medico svizzero».

Ricciardi costruisce il giallo intorno al trafugamento dalla Biblioteca Nazionale di Buenos Aires della copia autentica dell'opera per conto di un ignoto e ricchissimo collezionista italiano. Questa settima indagine si collega alla quarta, Portami a ballare, nella quale il commissario e l'ispettore Iannotta si dedicano alla risoluzione di un caso dopo il rinvenimento a Roma, Porta Latina, del cadavere di un misterioso ghostwriter, Andrea Perfetti. Ora Ponzetti si trova in Argentina, dove le autorità giudiziarie locali gli chiedono di mettere una dubbia parola fine a una vicenda complessa: «Perfetti non è solo un ghostwriter, è un trasformista. E lei lo ha intuito perfettamente. Qui in Argentina è riuscito a non farsi notare quasi per niente, scomparendo praticamente nel nulla». Lo scrittore, insegnante, romano di San Giovanni, affronta il tema del doppio, dell'identità che sfugge. La crisi dell'identità in un intreccio che sa mantenere alta l'attenzione e conduce in un luogo di Ricciardi, il quartiere Esquilino. Ogni certezza acquisita di pagina in pagina appare fragile.

Il titolo, Gli occhi di Borges, si riferisce a una celebre rubrica di oroscopi, tenuta da un famoso astrologo su un'importante rivista italiana, e anche qui nulla è quel che sembra. Ricciardi, che sa quel che racconta, coglie l'occasione per presentare le insidie dell'avvicinamento degli adolescenti al mondo del lavoro, previsto dalla scuola. Una giovane liceale, Vanessa, che vive con la madre Anita in un elegante appartamento proprio all'Esquilino, ottiene la possibilità di fare uno stage presso la redazione della rivista. Da quel momento però la sua vita cambia. La ragazza si chiude in sé stessa, preda di fobie e di un mutismo assoluto, fino a non voler più uscire di casa. La madre, alle prese con un matrimonio in frantumi e nuove relazioni al tempo di Facebook, non sa più a chi rivolgersi. Tocca a Ponzetti, sempre ricco di umanità, di ritorno nella Capitale, e Iannotta, che da tradizione parla solo romanesco, riannodare i fili delle due vicende, che in fondo rivalutano la bistrattata figura paterna.