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mercoledì 25 novembre 2015

«Ridare la parola all'impossibile per ottenere il possibile» conversazione con Alfredo Reichlin

http://www.minimaetmoralia.it/wp/ridare-la-parola-allimpossibile-per-ottenere-il-possibile-conversazione-con-alfredo-reichlin/

di Gabriele Santoro

Il trenta settembre a Piazza Montecitorio, a pochi passi dal feretro di Pietro Ingrao, la voce di Alfredo Reichlin si è incrinata, rievocando la più grande passione laica, la politica come storia in atto. L’assillo del come non lasciare gli uomini soli davanti alla potenza inaudita del denaro condiviso con “la mente libera, cocciuta e assetata di conoscenza” dell’amico, che ora riposa nella sua Lenola.

La vita del novantunenne Reichlin è stata appassionata e piena. La passione per la vita sta ancora nel cucchiaino di zucchero per il caffè, che mi chiede di riempire per bene, non a metà, e nella pila di libri nuovi da leggere appoggiati sul divano. Qui ci interessa relativamente se è una storia di vinti o vincitori. Nato a Barletta nel 1925, si trasferì bambino a Roma, complice la crisi del ‘29 che aveva travolto la grande fabbrica chimica del nonno. Papà dannunziano, lui si scoprì l’eretico di famiglia. Al liceo divenne comunista. «Farai la fine di Cafiero mi diceva angosciata mia madre alludendo a quel suo parente anarchico, l’amico di Bakunin, di cui non sapeva niente, tranne che era morto pazzo, dopo aver regalato le sue terre ai contadini», ricorda. Non è andata così.


S’iscrisse al Pci dopo la liberazione. Nel 1945 iniziò a lavorare all’Unità, per poi diventarne direttore nel 1956, appena trentenne. Dissidi con Togliatti produssero il cambio alla direzione e il ritorno in Puglia quale segretario regionale. Eletto deputato nel 1968, dal 1973 fece parte della direzione del partito e della segreteria Berlinguer. Ha provato a dare il proprio contributo ideale, valoriale nella complessa mutazione Pci-Pds-Ds-Pd. «Non appartengo a quelli che si pentono del loro passato. Sì, sono stato comunista. Peggio, sono stato uno dei massimi dirigenti del Pci e non è che non veda errori e orrori e non li senta sulla mia pelle. Il fatto è che accanto a questi io ho la piena consapevolezza della parte che i comunisti hanno avuto nella lotta per la democrazia. Non era Stalin, ma la patria che ci chiamava. Lo stesso partito che però per il suo legame con l’Urss ha contribuito a rendere incompiuta la democrazia italiana», dice.

La necessità di mettere in campo una forte idea di ricostruzione del paese, ma inseparabile dalla lotta per il riscatto sociale. Questa è la storia di una democrazia difficile e di un’unità incompiuta. È il Pci che spiega la storia d’Italia oppure è la storia d’Italia che spiega il Pci? Si domanda e domanda Reichlin nella biografia, che si fa riflessione sull’oggi, La mia Italia (Donzelli, 149 pagine, 18 euro). Affiora l’irrequietezza per un lutto non elaborato, per la debolezza del modo in cui è stata gestita la crisi del Pci e la confluenza nel nuovo partito: «Chi come me viene dalla sinistra storica non può sentirsi innocente, se il nuovo soggetto politico in cui siamo approdati sembra così incerto, quasi senza un’anima e privo di un pensiero lungo sul futuro».

Reichlin pone al centro della sua analisi la potenza dell’economia che erode il potere della politica in quanto interesse generale. Denuncia quel che sappiamo, la concreta formazione di una plutocrazia mondiale mai vista prima. Livelli di concentrazione delle risorse paragonabili a prima della Rivoluzione francese. «L’egemonia della sinistra si ricostruisce mettendo al centro la persona umana e la sua liberazione», scrive. È vero quel che premette nella prima pagina: «Non è una predica, né un furbesco chiamarsi fuori». Ma è la nostalgia per la foto di gruppo di giovani intellettuali, che si mischiarono a tanti piccoli Di Vittorio, ad animare le pagine.

L’autore argomenta la crisi di una costituzione materiale, del modo di stare insieme. Considera il “nuovismo” renziano l’immagine di un paese “senza”, un’immagine sospesa nel vuoto. Afferma che il significato etico della politica si può ritrovare non in astratto, ma nell’asprezza della lotta e del fare.

La mia Italia è la storia di una generazione che non si è tirata indietro. Ugo Stille scrisse in memoria di Giaime Pintor: «La nostra amicizia significò allora un “crescere assieme”. Era un legame che faceva di ciascuno di noi quasi una parte dell’altro». Allora viene alla mente l’immagine più bella del libro pubblicato da Donzelli. Piombiamo nella Roma dell’otto settembre 1943, il trauma e la vergogna di una intera classe dirigente in fuga, la scomparsa dello Stato, i bombardamenti e la lotta partigiana. Reichlin arriva in bicicletta dai Castelli romani e incontra solo macerie. Cerca l’amico e compagno di scuola Luigi Pintor. Giaime, il fratello più grande, che era ufficiale dello Stato maggiore, chiede loro di accompagnarlo da Leopoldo Piccardi, al ministero dell’industria in via Veneto. Piccardi era il solo membro del governo rimasto a Roma e il Palazzo era completamente deserto. Il Cln vuole aprire i depositi militari e distribuire le armi. Poi attraversano Piazza dei Cinquecento per giungere a una caserma. Qui, ricorda Reichlin, un tranviere scende dalla vettura e si unisce ai soldati italiani. Continua a sparare fin quando resta steso a terra per quel possibile che è la democrazia.

Reichlin, vorrei cominciare dalla Puglia, dall’Ilva a Taranto. Un’impresa in perdita dove si muore. Il 17 novembre è deceduto Cosimo Martucci, operaio 49enne. Lo scorso giugno il trentacinquenne Alessandro Morricella è stato travolto dalla ghisa fusa e vapore, mentre lavorava alla base dell’altoforno numero 2. Che cosa ha rappresentato nella sua vita il centro siderurgico?
«È stato un impegno grandissimo, perché è venuta a Taranto negli anni in cui ero lì. Non avevamo nessuna esperienza di che cos’è una fabbrica come l’Ilva. Il problema generale che ci investì era l’idea che fosse l’inizio di una vera e propria industrializzazione della Puglia. L’impianto era grandioso, uno dei maggiori centri siderurgici d’Europa. Non avevamo le idee chiare sull’impatto ambientale, poiché non avevamo nessuna esperienza precedente in questo senso. Ci battevamo molto per rendere democratiche le assunzioni. Allora furono assunti migliaia di operai attraverso canali clientelari. E cercavamo di fondare in mezzo a questa massa del tutto nuova il sindacato. Ho trascorso molte giornate davanti ai cancelli, perché era l’unico modo di parlare direttamente con gli operai. Arrivavano camion, pullman da varie parti della Puglia. Non era facile farsi ascoltare durante i cambi di turno, comizi di cinque, dieci minuti. Creammo un’organizzazione. Lo fece essenzialmente la Fiom, ma allora i rapporti tra sindacato e partito comunista erano strettissimi, eravamo la stessa cosa. Il centro si è anche molto – troppo – esteso, perché non era così all’inizio. Avevo già la preoccupazione, l’assillo degli effetti sul rione Tamburi esposto alle nocività della produzione. Ricordo riunioni su riunioni fatte con i compagni del luogo».

La zuppa del demonio non bastava.
«A noi l’Ilva sembrò una svolta molto insufficiente. Quando si ruppe il triangolo industriale e venivano coinvolte Emilia, Marche e in parte Toscana, la nostra linea fondamentale era che lo sviluppo del Mezzogiorno sarebbe dovuto essere uno sviluppo basato su una trasformazione molecolare della società meridionale. Fondamentalmente creare capitale sociale. Non credevamo che potesse avvenire attraverso l’imposizione di industrie calate dall’alto. Io avevo chiarissimo in testa, credo di averlo anche molto scritto, che il modello di sviluppo sarebbe dovuto partire dalla massa reale dei lavoratori pugliesi che erano i contadini e quindi uscire prima di tutto dai patti colonici semi feudali. I socialisti mi accusarono di “agrarismo”, mentre invece ritenevo che questa fosse la linea più feconda, più avanzata, di suscitare dal basso come era avvenuto in Emilia. Pensavo, mi illudevo, che soprattutto in Puglia, dove era meno forte l’arretratezza (era primitiva: una cosa diversa), si potesse lavorare su un nuovo impasto tra la forza lavoro, erano lavoratori straordinari, e una piccola e media borghesia non di rendita ma attiva».

 Nel 1962 andò a Bari con il compito di dirigere il Pci regionale. Nella raccolta Dieci anni di politica meridionale ‘63-’73 si domandava retoricamente: «È stato industrializzato il Mezzogiorno?» Per poi rispondersi: «In realtà si è industrializzato ulteriormente il Nord». Che cosa è andato storto?
«Il problema fondamentale era quello di mutare la funzione del Mezzogiorno nella vita nazionale. La scelta dell’industrializzazione era stata fatta, avendo la Cassa abbandonato dall’inizio degli anni Sessanta gli investimenti massicci in agricoltura. Tutti gli incentivi erano stati dirottati nel finanziamento dei poli industriali. Parliamo di migliaia di miliardi tra pubblico e privato. Il Nord, grazie alla particolare condizione sociale e politica della realtà meridionale, ha potuto sfruttare le riserve della mano d’opera espulse dalla campagna, ha utilizzato le materie prime e i semilavorati dalle industrie di base e inoltre ha utilizzato la crescita del tessuto urbano meridionale per alimentare certi consumi. L’industrializzazione doveva essere in funzione dell’assetto civile e territoriale del Mezzogiorno e non del mercato. Ha dominato un feudalesimo moderno, espressione di un blocco di potere burocratico, speculativo, parassitario che è locale e nazionale insieme. La rapina delle risorse umane è ciò che mi ha più inquietato. Lo spostamento verso il Mezzogiorno dell’asse dello sviluppo industriale non poteva avvenire ottenendo qua e là qualche nuovo impianto, secondo la logica dei poli ma bloccando l’esodo».

I dati prodotti dal rapporto 2015 dello Svimez (desertificazione industriale, 576mila posti di lavoro persi e al Sud dal 2008 a oggi è raddoppiata la percentuale povertà assoluta) hanno riacceso, per qualche ora, una qualche forma di dibattito pubblico sulla questione meridionale. Lei nelle pagine de La mia Italia la mette al centro della crisi della nazione italiana.
«Nell’ultimo ventennio della questione meridionale non si è più parlato ed è una cosa vergognosa. Non ne ha parlato più neanche la sinistra. Come è noto, ero un dirigente del Pci e mi sono nutrito, ho profondamente condiviso, l’impianto gramsciano togliattiano della questione nazionale italiana. L’unità d’Italia è avvenuta attraverso una rivoluzione passiva, fondamentalmente una conquista regia.

La classe dirigente italiana, poi, compie al suo interno un patto scellerato. Io sono l’industria, produco e mi serve un mercato. Allora non c’era il mercato mondiale e il Mezzogiorno significava avere un mercato protetto. Venti milioni di abitanti totalmente dipendenti dall’ago all’automobile, dal prodotto del Nord e non arrivavano gli stranieri. È stato un enorme mercato che comportava – e questo era il patto – un sostegno alle capacità di consumo dei meridionali. E quindi trasferimenti: almeno un quinto del Pil meridionale è fatto di trasferimenti. Poi il sistema bancario non era in grado di svolgere nel Mezzogiorno la funzione di sostegno a uno sviluppo industriale omogeneo. Le risorse entravano nel circolo finanziario. Era un sistema insostenibile che bisognava cominciare a guardare apertamente in faccia. Non pensare che si trattasse di arretratezza o assenza di educazione. Negli ultimi venti anni, l’arresto dello sviluppo italiano è dovuto in buona parte al cambiamento del paradigma economico mondiale, la mondializzazione. I mercati sono diventati internazionali, il Mezzogiorno ha interessato ancora meno, perché si cercavano mercati ben più ampi».


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lunedì 16 giugno 2014

Renato Natale, il primo giorno di primavera a Casal di Principe


di Gabriele Santoro

CASAL DI PRINCIPE - «Sindaco, mettiamo le piste ciclabili?» Gli occhi di Renato Natale s'illuminano, mentre si ristora con una granita al limone e schiarisce la voce. Indossa il vestito buono: «Questo lo comprai per il matrimonio di mia figlia», racconta. È una sera d'estate a Casal di Principe. In piazza Mercato si respira un'aria da 25 aprile. Sui volti di chi ha resistito e si è impegnato per vent'anni, nel disinteresse generale, leggi un barlume di serenità e l'orgoglio ritrovato di un popolo. Dopo la guerra, ora ci sono le condizioni per la ricostruzione. Il successo elettorale è il prodotto di molteplici fattori. Il vento qui ha cambiato direzione. «Questi bambini dovranno dimenticarsi della camorra. Lo stiamo facendo per loro», ti dicono.

«Ce l'abbiamo fatta». «Sono felice che sia salito lei». «Possiamo avere l'onore?» «No, l'onore è mio». Lo cercano, vogliono stringergli la mano; abbracciarlo. Vincenzo, ai piedi del palco, si commuove. Era con Renato accanto al corpo esanime di Don Peppe Diana. «Sono un sopravvissuto. Tre volte hanno tentato di ammazzarmi, ma evidentemente il Padre eterno vuole farmi la pelle in un'altra maniera. Non ho mai coltivato particolari ambizioni. Dalla prima, e breve, esperienza da sindaco nel 1993 ho conservato intatta la mia credibilità. Ora dobbiamo dare sostanza ai tantissimi sogni rimasti troppo a lungo chiusi nel cassetto». La prima rivoluzione culturale è quella dei diritti. Dovrà finire il tempo dei favori da dispensare agli amici. La strada rimane tuttavia in salita per la situazione finanziaria e delle risorse umane attualmente a disposizione. Natale invoca, con tutti i distinguo del caso, un Piano Marshall: servono mezzi e personale qualificato. Inutile nascondersi quanto la macchina comunale, dopo trent'anni di non governo, sia in affanno.

Renato Natale (al centro) insieme ai familiari di Salvatore Nuvoletta, carabiniere e medaglia d'oro al merito civile, ucciso dai clan alla giovane età di ventuno anni.
La rinascita dell'intera area passa necessariamente dalla rielaborazione del senso di comunità. L'idea è particolarmente suggestiva, nonché ricca di insidie. Qui s'immagina una forma della Truth and Reconciliation Commission sudafricana post apartheid. «Per circa trent'anni abbiamo subito una dittatura militare - afferma Natale -. Un pezzo di popolazione vi ha opposto una resistenza attiva, piangendo sul campo amici, familiari e servitori dello Stato fedeli. Un altro pezzo invece ha pensato che fosse meglio cercare di rapportarsi con quel potere per sopravvivere o arricchirsi, soprattutto nel mondo imprenditoriale e dei professionisti. E i giovani venivano arruolati nell'apparato militare. Oggi quella stagione è tramontata. Chi ha vissuto in un'area grigia esprime il desiderio di uscirne. La razionalità mi dice che non dobbiamo chiudere la porta. Chi vuole convertirsi al bene comune non deve sentirsi escluso. Ce lo chiedono le future generazioni. Il passaggio è delicato, problematico, ma devo rivolgermi a tutti. Occorre fare molta attenzione con chi si vuole convertire, per poi continuare a essere uguale».

C'è una frattura profonda da ricomporre. Oltre al tessuto sociale, quello economico richiede nuova linfa. «Molti imprenditori hanno lasciato questa terra - continua -. Gli proponiamo di tornare. Abbiamo bisogno di investimenti e risorse, affinché l'emigrazione non rappresenti più l'unica via d'uscita». Al prefetto e al premier Renzi il messaggio è stato già mandato. Il modello, o metodo, Caserta coniato dall'allora capo della polizia Antonio Manganelli deve passare alla fase due. Dalla repressione, riuscita, del fenomeno mafioso all'alternativa sociale. 

L'esito del voto richiede un'analisi approfondita, che comincia da un dato essenziale: la riappropriazione della pratica democratica compiuta dal popolo. Una scelta di svolta critica, non l'espressione di una protesta. Lo schieramento trasversale, che ha sostenuto la candidatura, non ha nulla a che vedere con la classica forma partito. La figura di Natale è stata funzionale alla convergenza di storie e sensibilità politiche differenti. Senza dubbio ha inciso la qualità della campagna elettorale, ben articolata tra piazza e web. «Trasformeremo il comitato in un movimento aperto alla compartecipazione. Non andremo da nessuna parte senza il contributo della cittadinanza. Non mi interessa custodire un'enclave di novità». Natale sottolinea l'eredità della propria cultura politica: l'antimafia dei comunisti, della stagione preziosa di Pio La Torre. «Quelle radici sono fondamentali. Il mio segretario è morto trent'anni fa. Oggi sulla strada ho ritrovato molti compagni».

Le anime della vittoria sono tante. Mirella Letizia ha trentasei anni, una laurea in giurisprudenza ed è madre di due figli. In epoche oscure ha scelto di non andarsene. La neo-consigliera ha conquistato trecentoventinove preferenze. La gente conosce la sua storia d'impegno decennale nell'associazionismo e sui beni confiscati. La prima sfida sul territorio, lanciata dalla società civile alla camorra e alle istituzioni compromesse, si è giocata proprio sul loro riutilizzo con finalità sociali. «Abbiamo dimostrato con l'esempio una capacità amministrativa - spiega -. I casalesi hanno capito che era possibile cambiare. Abbiamo arato e seminato per dieci lunghi anni. E ora raccogliamo. Ho visto unirsi dal basso persone mosse dall'unico intento di rimboccarsi le maniche».

Le esperienze, tra le altre, della Nuova Cucina Organizzata, le Terre di Don Peppe Diana e la Cooperativa Al di là dei sogni hanno gettato le fondamenta della svolta. Alla logica del profitto a qualsiasi costo, del business senza scrupoli, sono stati contrapposti i princìpi di un'economia sociale che tutela l'ambiente. Gli ultimi hanno trovato, mediante un'occupazione, un posto nel mondo. «Il Pacco alla camorra è l'affermazione di una filiera produttiva virtuosa - prosegue -. Siamo consapevoli che per far ripartire l'economia non può bastare esclusivamente il frutto del lavoro sui beni confiscati. Ma intendiamo contaminare il profit con il nostro modo di concepire l'economia. Vogliamo per esempio far capire agli agricoltori che la riconversione al biologico è l'unica luce in questo tunnel in cui siamo precipitati. Attiviamo un'economia sana».

Il volume della musica in piazza è alto: la festa è un atto indispensabile. I bambini scorrazzano felici. La scuola è in cima alle urgenze dell'amministrazione appena insediata. «La condizione dell'edilizia scolastica è inaccettabile. I bambini hanno diritto a una scuola di qualità. Renzi ha preso degli impegni quando è venuto qui. Vogliamo instaurare un dialogo proficuo affinché vengano mantenuti», conclude Letizia. Sappiamo quanto crudelmente la primavera spesso sia vicina all'autunno. C'è tanto da fare. Ma questa, oggi più di ieri, non è la terra di Schiavone e Bidognetti. È la terra della speranza dei casalesi perbene, che onorano i troppi caduti dalla parte giusta.

mercoledì 26 febbraio 2014

La politica in 140 caratteri sedotta da Twitter

Il Messaggero, sezione Cultura pag. 29, 
26 febbraio 2014

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

IL FENOMENO
Durante queste giornate cruciali per l’evoluzione della situazione politica nazionale, Twitter si è imposto definitivamente sulla scena mediatica, diventando ormai uno strumento istituzionalizzato. Giornalisti, politici e cittadini hanno scrutato le mosse di Matteo Renzi anche attraverso i cinguettii che hanno scandito tutti i passaggi di una fase molto delicata.

«Il premier ha una passione smisurata per Twitter ed è in possesso di una cultura digitale - dice Sara Bentivegna, docente di Comunicazione politica e New media presso l’università Sapienza -. Questa piattaforma rispecchia il suo stile d’azione. Con lui assumerà ulteriormente una centralità, e vedremo come adatterà una comunicazione così sintetica ai complessi impegni di governo». E gli utenti contraccambiano l’interesse facendo registrare numeri da record: il debutto al Senato ha generato 151mila conversazioni con 47200 persone diverse; durante il discorso il picco massimo alle 15.18 è stato di 706 tweet.

Twitter rappresenta però una rivoluzione ancora a metà per la politica italiana. Se nel febbraio di tre anni fa la percentuale di parlamentari che cinguettava risultava appena del 5%, oggi è difficile trovarne qualcuno sprovvisto di account. Ma davvero sono diventati così social? «L’internettizzazione dei nostri politici è cambiata significativamente sul versante della quantità, ma non sempre su quello della qualità: permane l’assenza di strategie per l’interazione e il coinvolgimento dei cittadini», afferma l’autrice di Parlamento 2.0.

L’utilizzo dei social network è orientato sempre al classico modello broadcast con una comunicazione verticale. La campagna elettorale 2013 ha segnato comunque una svolta storica con l’irruzione di Twitter (284.446 i tweet che contenevano l’hashtag #Elezioni2013) e la crescente integrazione tra il sistema dei media mainstream, la politica e la Rete. Il nuovo volume collettaneo, curato da Bentivegna, La politica in 140 caratteri (Franco Angeli, 220 pagine, 29 euro) restituisce l’istantanea di un’occasione ancora da cogliere pienamente e di un processo di evoluzione tumultuoso.

AUTOREFERENZIALITÀ
Dall’analisi emerge un dato esemplificativo: nell’arco temporale considerato (8-21 febbraio 2013) dei circa 61mila tweet rivolti da potenziali elettori ai leader di coalizione o movimento (Berlusconi, Bersani, Grillo e Monti) appena nove hanno ricevuto una risposta. L’unico ad aver attivato una dinamica conversazionale risulta Oscar Giannino: dei 3822 tweet oltre il 62% era unidirezionale, senza attrarre l’interesse dell’utente: appena 2,3 la percentuale di retweet dei contenuti pubblicati da account di partiti. Suscitano attenzione e catturano follower i leader, assecondando la costante personalizzazione della politica. Nella twittersfera i politici tendono a evitarsi; confermano una certa autoreferenzialità; confezionano soprattutto messaggi di autopromozione e talvolta incorrono in un controproducente abuso di tweet (132 cinguettii quotidiani per Berlusconi nel periodo elettorale contro i 29 registrati da Obama), per poi cadere come Mario Monti in fasi di silenzio dopo il verdetto delle urne. Insomma la lezione del presidente statunitense è ben lontana dall’essere appresa.

«Twitter ormai è una piattaforma indispensabile - prosegue l’autrice -. Facebook continua a essere presidiato, ma durante le ultime presidenziali Obama ha decretato la fortuna del nuovo mezzo e il sorpasso. Autonomia nella produzione e nella diffusione sono, appunto, alla base dell’affermazione del microblogging, così come la semplicità d’uso, la versatilità e la velocità. Senza dimenticare, che ha una grande flessibilità interpretativa ed è tuttora in trasformazione».

Allo stato dei fatti, la profezia della e-democracy appare ancora un miraggio: prima delle politiche solo l’8,2% degli aventi diritto di voto ha scambiato su Twitter idee od opinioni sugli argomenti della campagna elettorale. D’altra parte i numeri nostrani della creatura inventata da Jack Dorsey rimangono di dimensioni contenute: meno di 4 milioni di utenti (500 nel mondo) concentrati soprattutto in una fascia d’età dai 16 ai 34 anni con un’alta scolarizzazione. L’ibridazione tra Twitter e i media tradizionali modifica i cicli di produzione dell’informazione politica. Si stabiliscono nuovi rapporti di potere tra gli attori che animano lo spazio pubblico con un inevitabile rimodellamento della struttura partecipativa.  

Per adattamento, e dunque sopravvivenza, i media rispondono ai processi di disintermediazione, occupando un luogo terzo dove esiste l’occasione d’interazione tra élite e non élite. E mutando, mantengono la propria centralità. A propria volta il social network diventa parte di un nuovo mainstream. I dati raccolti sulla carta stampata nazionale tra il 14 gennaio 2013 e l’appuntamento alle urne sono eloquenti: 2534 articoli contenevano un riferimento a un tweet, di cui il 53.4% riguardante la politica.
In un territorio abitato normalmente da giornalisti e politici emergono, tuttavia, anche altri attori: gli influencer, leader d’opinione che influenzano le discussioni sulla Rete e rendono più articolato l’intero sistema mediale.

Quando l'hashtag diventa un manifesto
#la volta buona è l’hashtag-slogan scelto dal neo premier per comunicare il senso di urgenza e l’inizio di una nuova stagione: «Arrivo, arrivo»; «Un paese semplice e coraggioso»; «Con tutta l’energia e il coraggio che abbiamo». Il tweet che ha riscosso più successo (4384 preferiti) è il guanto di sfida lanciato al M5S. «Mi fermo qui. Altrimenti passo la domenica su Twitter anziché sui dossier. Ma in settimana dopo la fiducia riprendiamo il #matteorisponde». Renzi ha accompagnato anche la fase post congressuale e l’elezione a segretario del Pd con appuntamenti conversazionali su Twitter. E si ripromette di continuare a farlo. «Ciò che twitta può leggerlo una quantità ancora esigua di cittadini - conclude Bentivegna - quindi sarà necessaria una convergenza mediale che è già in atto».


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