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martedì 14 giugno 2011

LeBron James, il re senza corona

http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=39237&sez=HOME_SPORT&npl=&desc_sez=

di Gabriele Santoro

ROMA - «Dov’è finito LeBron James?» È la domanda che impazza su tutti i media statunitensi e viaggia nei social network con i tifosi delusi dalla stecca del talento della pallacanestro mondiale che non trova consacrazione. Nell’atto finale, che vale una carriera, LBJ ha recitato un ruolo passivo: lo strapotere fisico che lo contraddistingue si è rivelato un’arma spuntata a fronte di uno scarso impatto mentale.

Il figlio del sobborgo Akron si presenta nella conferenza post-partita abbozzando un sorriso forzato. «A volte in campo ti riesce tutto, altre niente. I playoff non si possono giudicare solo dalla finale. La pressione c’è in tutte le gare; c’era a gara 4 contro Philadelphia come nella serie con Chicago. Per me conta ogni singolo possesso della stagione. Lavoro duro per migliorarmi e salire di livello insieme ai miei compagni. Quando giochi la palla entra sempre nella retina? Non mi risulta. Ma non ho mai chinato il capo, non mi sono distratto pensando agli errori o a quanto avrei potuto fare.», spiega LeBron.

Disconoscere il valore di James sarebbe disonesto. Se Miami, come Cleveland in precedenza, è arrivata a contendersi l’anello molto dipende dalla continuità e dalla qualità di LeBron autentico mattatore (26 punti, 8 rimbalzi, 6.6 assist di media nelle cinque gare contro i Bulls) della finale di conference con Chicago. Fino a oggi, però, non ha mostrato il graffio del campione. Quelle giocate e la determinazione capaci di indirizzare il momento più alto della competizione.

L’obiettivo estivo degli Heat, come confessa sinceramente coach Erik Spoelstra, è fallito ma l’annata è tutt’altro che da buttare. L’assemblaggio di tre stelle del calibro di Wade, James e Bosh non era scontato e Miami ha trovato un equilibrio virtuoso grazie a una precisa identità difensiva. Il prossimo gradino da scalare sarà una migliore organizzazione in attacco, dove si sono viste poche alternative al gioco in transizione e alle soluzioni individuali.

Nella serie di finale Dwayne Wade è stato l’anima della franchigia di South Beach e davanti ai taccuini mostra la medesima lucidità. «Innanzitutto ci congratuliamo con i Dallas Mavericks. Senza girarci intorno sono stati migliori di noi. La sconfitta sarà una motivazione fortissima e lavoreremo per tornare qui. I Mavs, bruciati dalle finali 2006, hanno saputo restare uniti e ricostruire un percorso vincente. Nowitzki? Non ci sono questioni: è un campione. Si tratta del coronamento di una splendida carriera.»

Dallas è campione Nba: le stelle di Miami battute 4-2

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=152535&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro

ROMA – I Dallas Mavericks scrivono una pagina bellissima nella storia dell’Nba. Uno Stato intero, il Texas, è in trionfo per il primo titolo conquistato dalla franchigia capace di spegnere in sei gare di finale le stelle di Miami. Nella sfida decisiva sul parquet degli Heat finisce 105-95 per i Mavs con le lacrime di gioia di un fenomeno tedesco, Dirk Nowitzki, entrato definitivamente nel cuore di Dallas e nell’Olimpo dei cestisti della Lega statunitense. «È stato un cammino lungo per giungere a questo traguardo. Non so se vincere l’anello in trasferta dia ancora più soddisfazione, ma la sensazione di essere la migliore squadra al mondo è indescrivibile», è stato il commento a caldo del campione bavarese. L’altro lato della medaglia è lo sguardo basso di LeBron James; il principe che non diventa mai re.

Ma Dallas non è stata solo Nowitzki
(21 punti, 10/34 al tiro) nominato Mvp delle finali. Nella notte della grande occasione da cogliere Jason Terry (27 punti, 11/16 da2, 3/7 da3) ha divelto le certezze della difesa Heat con canestri di puro agonismo. I comprimari come il portoricano Barea (15 punti, 8/15 dal campo), a cui coach Carlisle con una scelta vincente ha dato il quintetto di partenza, e DeShawn Stevenson (6/10 al tiro) hanno meritato il proscenio grazie all’energia e alla consapevolezza del proprio ruolo. E poi il grande vecchio e inossidabile regista Jason Kidd (8 assist, +18 plus/minus) che ha diretto sapientemente l’orchestra. Dallas ha saputo imporre il proprio credo cestistico fatto di velocità, atletismo, difesa e capacità di coinvolgere tutti in attacco con percentuali stratosferiche dalla lunga distanza (11/26 da3). I neo campioni Nba hanno rubato l’anima del gioco degli Heat che è sempre stata la transizione offensiva. Nei playoff, chiusi con il bilancio di 16 vittorie e 5 sconfitte, i Mavs hanno trovato una fiducia assoluta nelle proprie qualità e la leadership di Nowitzki (26 punti di media nella serie e autore di tutti i canestri risolutivi in volata). Le parabole altissime dei tiri in fade-away di “Wunder “ Dirk (28esimo marcatore di sempre, 10 All Star Game), il suo stile sobrio dentro e fuori il campo, la sua decisione di sposare fino in fondo la causa di Dallas (12 stagioni in Texas) e il senso della leadership rendono l’angelo biondo già una leggenda da raccontare ai nipoti.

La partita. Miami parte forte con James (segna 9 dei primi 14 punti di Miami) e i tiri piazzati di Bosh (7 punti) con la difesa di Dallas che non mostra la consueta reattività, 20-11 al 6’. Carlisle chiama dalla panchina Terry e l’aereoplanino spicca il volo (9 punti in 4’), 24-29. Uno Stevenson bollente dalla lunga distanza infila tre triple consecutive grazie agli assist di Barea che scardina l’assetto difensivo degli Heat, 28-40 al 15’. House è la risposta di Spoelstra, 42-40 al 18’, ma i nervi di Miami sono a fior di pelle. Le storie tese tra Haslem e Stevenson con inutile intervento di Chalmers costano due falli tecnici. Terry (19 punti) è incontenibile e i Mavs restano avanti all’intervallo lungo, 51-53. Bosh (16 punti) realizza i punti che James non dà. Wade prova a distendersi in contropiede. La frustata decisiva arriva in avvio dell’ultimo periodo: Barea con le sue entrate taglia in due la difesa Heat, Terry quando alza la mano sente solo il fruscio la retina, 77-89 al 40’. L’epilogo è un film già visto: Nowitzki (10 punti nell’ultimo quarto) non sbaglia nulla e Miami s’inchina con gli ultimi, inutili, canestri di James.

Dan Gilbert, proprietario dei Cleveland Cavaliers, ha atteso quindici minuti per soddisfare una rivalsa attesa un anno. «Congratulazioni a Mark Cuban (patron di Dallas) - ha scritto Gilbert sulla pagina Twitter del collega - e a tutta l’organizzazione dei Mavs. Non hanno mai smesso di crederci e ora si godono l’anello. È una lezione per tutti: non esistono scorciatoie per il successo.» Un messaggio destinato al suo ex pupillo LeBron James (21 punti, con lui in campo Miami ha subìto un parziale complessivo di -24), assente ingiustificato all’appuntamento più importante, che in estate aveva mollato i Cavs per vincere il titolo. Addossare a lui tutte le responsabilità della sconfitta di Miami sarebbe sbagliato, ma sono mancati i suoi punti nei momenti chiave (17.8 punti di media nei playoff contro i 27 della stagione regolare). Dwayne Wade (27 punti a serata nelle finali) ha provato a fare da solo come nel 2006, quando trascinò Miami al titolo proprio con Dallas, perdendo però il confronto diretto con Nowitzki. Serrata permettendo la scommessa dei Big-Three è rimandata.

venerdì 10 giugno 2011

Dallas è a un passo dal titolo Nba con la coppia Terry-Nowitzki

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=152208&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro
ROMA - Dirk Nowitzki, l’angelo biondo di Dallas, insieme a uno stratosferico Terry (21 punti, 11/17 al tiro, 6 assist) affonda 112-103 i Miami Heat in gara cinque della finale Nba e trascina i Mavericks a una sola vittoria dalla conquista del primo anello. Ora la serie è 3-2 per la franchigia texana, ma il titolo dovrà strapparlo in Florida sul campo degli Heat e Nowitzki ne è consapevole: «Non c’è niente da celebrare, la prossima partita a Miami per noi equivale a una gara 7 senza ritorno». Le maglie dei ventimila tifosi Mavs stipati nell’avveniristica America Airlines Arena recitavano “Time is now” (il momento è ora) con la consapevolezza che è l’ultima grande occasione di un gruppo maturo per centrare la storia. Dallas esorcizza anche il fattore psicologico delle finali 2006 in cui avanti 2-0 si era arenata sotto i colpi di Wade (finì 4-2 per Miami).

Questa edizione della finale è la più equilibrata che si ricordi dagli Anni Quaranta: nelle precedenti tre partite gli scarti non hanno superato i tre punti. E gara cinque ricalca il copione. A 5’ dalla sirena conclusiva il prezioso Haslem (10 punti, 5 rimbalzi, 2 assist), innescato da un James versione assist man, firma il sorpasso e il solito Wade (23 punti e un infortunio all’anca) la tripla del +4, 95-99. Terry, Kidd e Nowitzki (29 punti, 9/18 da2, 10/10 ai liberi), l’anima di questi Mavs (27 punti di media, 43/44 ai liberi per il tedesco), senza scomporsi confezionano dalla lunga distanza il parziale decisivo di 8-0 in 2’12, 105-100. A 33” dall’epilogo un incontenibile Terry piazza in faccia a James (17 punti, 10 assist, 10 rimbalzi), che nell’azione precedente aveva spedito sul ferro il tiro del contro sorpasso, la tredicesima tripla su diciannove tentativi di Dallas e decolla con la sua esultanza formato aeroplano.

L’energia e lo spirito mai domo dei Mavs stanno indirizzando l’anello in Texas. Il quarto episodio della serie ha descritto il segreto di una squadra, letteralmente trasformata nei playoff, che non molla mai. A dieci minuti dalla fine di gara quattro con Miami sul 74-65 e a un passo dal punto che avrebbe girato la finale (eventuale 3-1) Terry, dopo aver sfidato verbalmente James, e il febbricitante Nowitzki hanno segnato 18 degli ultimi 21 punti necessari a fermare in volata un incredibile Wade (32 punti), 86-83. In gara cinque il gruppo guidato sapientemente da coach Carlisle ha ritrovato anche il tiro dalla lunga distanza, come nella semifinale di conference (20/32 da3 nella partita della qualificazione, 13/19 nella serie per Terry) che ha demolito i Lakers, arma fondamentale per il sistema di gioco Mavs. «Stasera abbiamo realizzato più canestri, ma la chiave resta sempre la difesa dove abbiamo fatto ottime cose. È difficile prevedere l’andamento di queste partite e quindi difendere forte è l’unica certezza che puoi avere», ha evidenziato Carlisle.

«Nell’ultimo periodo avrei potuto fare un paio di giocate in più per i miei compagni. La mia tripla doppia non significa assolutamente nulla, perché alla fine abbiamo perso. Domenica in gara 6 saremo migliori», ha commentato LeBron James che non sta dando il contributo offensivo (appena 8 punti in gara 4, suo record negativo, un 41/98 al tiro) vitale per Miami. «Abbiamo lottato tutta la stagione per avere il vantaggio del fattore casalingo ed è giunto il momento di sfruttarlo. Proteggiamo il nostro campo fino alle fine e il titolo sarà nostro.», ha concluso Chris Bosh (19 punti, 10 rimbalzi).

sabato 28 maggio 2011

LeBron James trascina Miami alla finale Nba

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=150801&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro

ROMA – A luglio la scelta di Miami e le accuse di tradimento per l’addio a Cleveland. Dopo le sconfitte di novembre dicevano che sarebbero serviti tre palloni per farli coesistere in campo. Il coach, Erick Spoelstra, non avrebbe avuto abbastanza carisma per gestire un tale cast di stelle. Le molte sconfitte subite durante la stagione regolare dagli altri top team dell’Nba segnalavano una presunta carenza di personalità. Nella notte italiana l’urlo festoso del tris d’assi LeBron James, Dwayne Wade e Chris Bosh ha spento le speranze dei Chicago Bulls e consegnato ai Miami Heat il titolo dell’Eastern Conference con un secco 4-1 nella serie di finale.

Ora alla consacrazione manca il passo più importante: da martedì parte la finalissima, remake del 2006, contro i Mavericks di Dirk Nowitzki. «Prima della scelta gli ho detto che nessuna dirigenza ha smontato la squadra per inserire due stelle free agent e poi vinto l’anello. Tra l’altro penso che abbia scelto la squadra sbagliata. Il modo con cui ha lasciato i Cavs è stata la più grande umiliazione nella storia dello sport.» Chissà che tra qualche settimana Mark Cuban, proprietario di Dallas, debba rivedere i pensieri estivi.

Il ragazzo diventato uomo ha lasciato le strade di casa, Cleveland, perché a volte per coronare i propri sogni bisogna allontanarsi da un nido pieno di troppe certezze. LeBron James (26 punti, 8 rimbalzi, 6.6 assist di media nelle cinque gare contro i Bulls), messo al mondo nel sobborgo malfamato di Akron e cresciuto dalla ragazza-madre Gloria James, protagonista in tutte le fasi del gioco ha dominato con lo strapotere fisico che lo rende il miglior atleta della pallacanestro mondiale. “King” James ha stravinto la partita nella partita con Rose. Il sistema di Tom Thibodeau ha fatto i conti con la realtà di tre fenomeni tanto in attacco quanto in difesa, senza dimenticare la panchina di tutto rispetto degli Heat grazie al recupero di un uomo di equilibrio come Udonis Haslem.

Il volto deluso di Derrick Rose racconta di una Chicago che ha provato ad allungare la serie con la modalità con cui aveva vinto gara uno: difesa aggressiva, ritmo bloccato e condivisione delle responsabilità offensive, 67-57 al 38’. Il leader dei Bulls e Mvp della stagione regolare è mancato (0/4 al tiro, 0/2 ai liberi, 2 stoppate subite e 2 palle perse, le cifre di Rose negli ultimi 5’ di partita) nel momento chiave e Thibodeau non ha trovato un’alternativa. In 3’14 James (28 punti e 2 triple micidiali per la risalita, 11 rimbalzi) e Wade (21 punti, 6 rimbalzi) hanno confezionato una rimonta spettacolare: Chicago crolla sotto un parziale terrificante di 18-3, da 77-65 all’80-83 finale.

«Palle perse, tiri sbagliati, falli commessi … So che tutto è sulle mie spalle. L’avventura è finita e posso solo farne esperienza per il futuro», è stato il commento laconico di Rose. «Il nostro linguaggio del corpo è cambiato nell’ultimo periodo: non ci siamo disuniti, abbiamo difeso forte e fatto canestro», ha spiegato James. «Vogliamo dimostrare a tutti di essere i migliori giocatori della Lega - ha sottolineato Chris Bosh (23 punti, 42/70 da2, 8 rimbalzi di media), fondamentale contro Chicago - Sappiamo che razza di campione sia LeBron. Sappiamo quanto bruci dalla volontà di affermarsi e questo non può che aiutare la squadra».

Allo United Center è finita con il talentuoso e ormai pensionato centro Alonzo Mourning che negli spogliatoi consegna il trofeo agli ex compagni di squadra. Nel frattempo a South Beach esplodeva la gioia dei tifosi Heat raccolti in strada davanti al maxi schermo. «Dove giocherai LeBron?» «Miami, South Beach. È una nuova sfida per vincere subito e nel futuro», parole e musica firmate “King” James.

giovedì 14 aprile 2011

Play-off Nba: si cerca una regina, Rose esalta i Bulls

http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=37850&sez=HOME_SPORT&npl=&desc_sez=


di Gabriele Santoro

ROMA – Cala il sipario sulla stagione regolare dell’Nba e si accendono i riflettori sui play off, che scatteranno da sabato, con le migliori sedici squadre della Lega statunitense pronte a contendersi l’anello.

Nell’Eastern Conference, dopo gli ormai lontani fasti dell’era Jordan, tornano a primeggiare i Chicago Bulls (62-20) con il nuovo leader Derrick Rose. Nella Western Conference i San Antonio Spurs (61-21) hanno ritrovato la salute dei veterani e l’equilibrio tecnico sull’asse Ginobili-Duncan con un cast di supporto di qualità dalla panchina. L’Nba, sempre più prossima alla serrata per lo stallo della trattativa sul rinnovo del contratto collettivo dei giocatori, si appresta a vivere i play-off più indecifrabili degli ultimi anni senza una o più regine designate. Le ottantadue partite della prima fase hanno messo in mostra una nuova generazione di talenti, Blake Griffin su tutti, destinata a dominare le prossime annate.

A Est l’alternativa allo strapotere Bulls sono i Miami Heat del tris d’assi Wade-James-Bosh che hanno strappato la seconda piazza ai Boston Celtics indeboliti dalla partenza del centro Kendrick Perkins. Dopo sei anni di astinenza il Madison Square Garden di New York respirerà l’aria elettrizzante dei play-off con i Knicks della coppia Anthony-Stoudemire. A Ovest si profila un derby texano tra gli Spurs e Dallas che vuole dare finalmente sostanza agli investimenti faraonici di Mr. Cuban. I Los Angeles, sospesi tra l’ambizione del terzo titolo consecutivo e l’era post Jackson che incalza, partono dalla seconda fila ma guai a darli per battuti. Sarà la festa anche del basket italiano con Marco Belinelli (N.O. Hornets) e Danilo Gallinari (Denver) che per la prima volta accedono ai play-off.

Il presidente statunitense Barack Obama troverà spazio nella propria fittissima agenda per seguire gli amati Bulls letteralmente trasformati dalla guida tecnica di Tom Thibodeau, all’esordio da capo allenatore, e dalla regia di Rose (25 punti, 7.8 assist, 4 rimbalzi ) che probabilmente strapperà il titolo di miglior giocatore dell’anno.

La rinascita di Chicago passa dalle mani di un proprio
figlio cresciuto senza padre nel sobborgo malfamato di Englewood e sottratto alla violenza della strada dall’amore per il basket nel segno dell’idolo di casa Michael Jordan. Dal play-ground di Murray Park al parquet dello United Center i sogni di “Pooh” Rose stanno diventando realtà. Il primo turno contro gli Indiana Pacers non dovrebbe presentare ostacoli particolari per la franchigia che ha il proprio punto di forza nella difesa e nell’attacco corale dettato dalla velocità spesso incontenibile di Rose.

Chi si attendeva il dominio assoluto dei Miami Heat
(58-24) è rimasto deluso, ma quando funziona la difesa e corrono in campo aperto è difficile fermarli. Philadelphia, l’avversaria dei quarti di finale, è già appagata da un’annata positiva, mentre la fame di successi di LeBron James e Dwayne Wade è tutta da saziare. L’ultima netta vittoria contro Boston potrebbe aver anche tolto il blocco psicologico delle troppe sconfitte negli scontri diretti con i top team della Lega. La serie più interessante del primo turno sarà Boston-New York. Per la versione splendente dei Celtics non ci sarebbero insidie, ma nelle ultime uscite la squadra di Doc Rivers è apparsa appannata, in crisi di fiducia e senza un centro di gravità sotto canestro. Un eventuale colpo a effetto dei Knicks rinforzerebbe la posizione traballante di coach D’Antoni.

L’ultima curva della stagione regolare ha riservato
una sorpresa sgradita agli Spurs con l’infortunio, la cui entità è da valutare, al gomito di Manu Ginobili. Il gioco intenso quasi europeo di San Antonio a immagine e somiglianza di coach Popovich ha incantato per lunghi tratti della stagione con la mente di Parker, l’agonismo di Ginobili, l’eleganza di Duncan e l’exploit dell’ex trevigiano Gary Neal. Sono loro i favoriti per il titolo a Ovest attendendo i Lakers. Nella Città degli Angeli hanno tirato un sospiro di sollievo per le condizioni del ginocchio di Andrew Bynum. Mentre si parla dell’ex romano Brian Shaw come erede in panchina di Jackson è arrivato il momento di tirare fuori le motivazioni che il solo immenso Kobe Bryant, decisivo anche nell’ultima gara contro Sacramento, sembra ancora avere.

domenica 26 dicembre 2010

I Big Three dominano il Natale Nba: Miami travolge i Lakers

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=132059&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro

ROMA (26 dicembre) – Nella sfida più attesa del Natale griffato Nba i “Big Three” dei Miami Heat spazzano via 80-96 dei Lakers e un Kobe Bryant (17 punti con 19 tiri) irricoscibili. Allo Staples Center di Los Angeles vanno in scena le prove tecniche di una successione tanto attesa: Dwayne Wade (18 punti, 6 assist), Chris Bosh (24 punti, 13 rimbalzi) e un LeBron James da tripla doppia (27 punti, 11 rimbalzi, 10 assist) stregano Hollywood con un’energia e un talento straripante. La chiave della quattordicesima vittoria nelle ultime quindici partite degli Heat è la difesa solida in cui ognuno è pronto a fare la propria parte e qualcosa di più per aiutare un compagno. In attacco non fanno schierare gli avversari con una parola d’ordine: correre in transizione. Il trio d’assi della franchigia di South Beach si spartisce equamente le soluzioni e il bottino offensivo. Una partita tutt’altro che spettacolare disputata su ritmi europei con basse percentuali al tiro (35.5% Lakers, 40% Heat) e pochi effetti speciali, ma che offre più di un’indicazione sui futuri equilibri nella Lega statunitense.

I 556 dollari di costo medio del biglietto per l’evento natalizio clou dello sport americano non sono stati ricompensati da una Los Angeles apparsa in tono decisamente dimesso. Davanti alla solita parata di stelle del cinema, da Dustin Hoffman a Cameron Diaz, e a una platea televisiva globale i Lakers appaiono svuotati tanto fisicamente quanto mentalmente, come appagati dai tanti recenti trionfi. Il “Black Mamba” Bryant gira a vuoto, battuto sistematicamente nell’uno contro uno da Wade. Gasol (8/17 dopo lo 0/7 del primo periodo) non è un fattore in attacco, mentre il furore agonistico di Artest viaggia a intermittenza. «Il mio ritiro? Certo che penso a cosa farò dopo, ma non è dietro l’angolo. Non gioco per attirare l’attenzione, ma per vincere». Così parlava Kobe alla vigilia della partita. Parole chiare da cui deve ripartire il faro della franchigia alla ricerca del terzo titolo consecutivo.

L’orchestra ricca di solisti sopraffini pensata in estate da Pat Riley e affidata alla guida del delfino Rick Spoelstra ha voglia di suonare insieme ed è una musica coinvolgente. Un tratto comune al trio di fenomeni di Miami è la fame di successi per la quale sono disposti a sacrificarsi. A partire da “King” James che in sei mesi ha rivoluzionato la propria vita e carriera con l’addio al veleno alla natia Cleveland e ha in testa solo l’anello. Lo scorso due dicembre proprio sui legni dei Cavs è iniziata la cavalcata degli Heat: 38 punti segnati da LeBron con il sorriso sulle labbra, in un mare di fischi e insulti degli ex tifosi, hanno archiviato un avvio di stagione complicato. Buone notizie arrivano anche da Chris Bosh, sempre più a proprio agio nei panni del terzo violino. «In difesa abbiamo fatto un ottimo lavoro - ha spiegato il leader Wade - soprattutto sotto canestro dove i ragazzi hanno controllato Odom e reso la vita difficile a Gasol. La battaglia con Kobe? È uno dei migliori e sono un competitore come lui. Ma sul campo ho vinto io: è il mio regalo di Natale».

La partita.
Alla palla a due la premiata ditta Bryant-Odom dà il benvenuto al parterre hollywoodiano con uno spettacolare alley-oop. Il veterano Derek Fisher infila una delle sue triple mancine per la buona partenza Lakers, 7-2. Miami non si fa impressionare: James risponde a Fisher, Chris Bosh (9 punti, 6 rimbalzi) punisce gli spazi concessi da L.A. Il secondo siluro di LeBron lancia la prima fuga, 10-17. Kobe Bryant sbatte contro il muro difensivo costruito da coach Spoelstra, mentre Pau Gasol dà l’istantanea di un attacco improduttivo (0/9 al tiro per i due, 5/18 per i Lakers al 12’).

La leadership esplosiva di Dwayne Wade indica la strada a Miami: difendere forte e volare in transizione. Il numero 3 è un rebus insolubile per la difesa losangelina. Alla fine del primo periodo i “Big Three” segnano 19 dei 20 punti complessivi della franchigia di South Beach. Nel secondo periodo il copione non cambia: Wade domina uno spento Bryant che con Gasol colleziona un desolante 1/13 al tiro. Lionel Chalmers sfrutta a dovere dalla lunga distanza gli assist della coppia Wade (10 punti, 5 assist)-James (11 punti) per il massimo vantaggio, 20-33 al 16’. Ron Artest prova a scuotere moralmente i gialloviola, ma Chris Bosh (18 punti) è una sentenza, 38-47 al 24’.

Al rientro dall’intervallo lungo si attende una reazione almeno emotiva dei Lakers, che invece continuano a subire l’intensità e i ritmi dettati da Miami. King James si diverte, è perfetto dall’arco (5/5 da3) e sottolinea ogni canestro con sguardi di sfida. Wade innesca divinamente Bosh (20 punti, 10 rimbalzi) e il risolutivo LeBron (21 punti). Sulla sirena del terzo periodo Chalmers rimanda il colpo del ko definitivo, 64-75 al 36’. Lamar Odom (14 punti) è l’ultimo ad alzare bandiera bianca, ma Los Angeles non ha le energie fisiche e mentali per restare dentro la partita. L’attore non protagonista Jones piazza la tripla dell’89-70 che fa calare il sipario sull’incontro chiave del Natale Nba e accende la stagione.

domenica 11 luglio 2010

La scelta di LeBron James: Miami in estasi, Cleveland al veleno

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=110049&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro


ROMA (10 luglio) - Cinque pretendenti (Heat, Cavs, Knicks, Nets, Bulls), due anni di attesa, una nazione di sportivi in trepidazione, un evento mediatico da boom di ascolti e una scelta destinata a ridisegnare gli equilibri della Nba. In diretta tv LeBron James chiude la valigia del cuore, dice addio alla "sua" Cleveland e sbarca ai Miami Heat per formare con Dwayne Wade e Chris Bosh un terzetto stellare. Vincere e subito: questo ha indirizzato la scelta di James con una rinuncia a offerte economicamente anche più vantaggiose. La tela tessuta sapientemente dal navigato Pat Riley, prima coach ora gm plenipotenziario della franchigia che ha vinto un solo anello nel 2006, può inaugurare una nuova dinastia a South Beach. Si preannuncia una stagione da tutto esaurito all’American Airlines Arena.

Il 30 dicembre 1984 la sedicenne ragazza-madre Gloria James mai avrebbe immaginato che il figlio appena messo al mondo in un mare di problemi, senza un padre e una fissa dimora in cui crescerlo, un giorno avrebbe catturato l’attenzione anche della Casa Bianca incollata al prime time di Espn America. Roba da non crederci, roba da sogno americano. E "Il Prescelto", che ha assaporato l'odore acre della vita nei sobborghi di Akron (Ohio) dove la droga scorre a fiumi e la colonna sonora delle giornate sono i sibili delle pallottole, s'è voluto godere fino in fondo la ribalta anche narcisistica dell'annuncio più atteso. Nota di merito è la devoluzione dell'intero incasso, tra diritti tv e sponsor, dell'ora di trasmissione alla The LeBron James Family Foundation, che dal 2004 sostiene ragazze-madri e famiglie in difficoltà, favorendo l'inserimento sociale di bambini svantaggiati mediante lo sport.

"The Decision". Greenwich (Connecticut) a 50 km da Manhattan. A fare da palcoscenico la centenaria palestra Boys&Girls Club. Ad applaudire una platea di giovani fans della stella. Due sedie in mezzo al parquet, una telecamera dedicata e 60 minuti per spiegare agli americani il proprio futuro sportivo. Un boom di ascolti con il 7.3% di media sulle televisioni Usa e un picco del 9.6% nel clou: il programma più visto della serata con punte del 26% a Cleveland e 12% a Miami, direttamente interessate, e dell’intera stagione Espn. Battuto anche lo share dell’intervista-pentimento di Tiger Woods dello scorso marzo. Sul web 300.000 visitatori unici per il portale ESPN3.com.

Jim Gray in un accomodante susseguirsi di domande, niente a che vedere con l'adrenalinico face-to-face Frost-Nixon, arriva alla questione fondamentale: «Dove giocherai LeBron?». «South Beach, Miami Heat», la risposta secca di James. Il fenomeno, due volta Mvp e dominatore della stagione regolare, ancora a secco di titoli Nba ha rivelato anche qualche particolare della decisione. «Ho deciso definitivamente solo questa mattina. Solo poche persone tra cui mia madre, gli amici più stretti e la squadra prescelta l'hanno saputo prima di voi. È la migliore opportunità per la mia carriera e non ho avuto dubbi, anche se i Cavs sono casa mia. È una nuova sfida, per vincere subito e nel futuro. Riusciremo a coesistere? Certo siamo grandi individualità, ma siamo pronti a sacrificarci per l'obiettivo comune: la vittoria. Abbiamo un ottimo coach, che saprà metterci in campo».

Bosh, Wade e James hanno sancito una sorta di patto (ricordate che quello del trio Celtics all’ombra del Colosseo nel 2008 ha prodotto un anello e una finale persa a gara7, ndr), che prevede la rinuncia a svariati milioni di dollari in cambio della possibilità di giocare con la stessa maglia. Il salary cap per la stagione 2010/11 è stato fissato dalla Nba a 58.044.000$ e il "sacrificio" dei tre consentirà agli Heat di completare la rosa senza sfondare il tetto salariale. All’annuncio di LeBron Bosh si è lasciato andare con un sintetico ed eloquente "Yeaaaaaaahhhh" di approvazione sul proprio account di Twitter, mentre D-Wade sempre sul social network ha commentato "benvenuti a ai miei fratelli James e Bosh". Ora la patata bollente passa nelle mani del coach degli Heat Erik Spoeltra. Il delfino di Riley dovrà armonizzare un potenziale tecnico e fisico esplosivo. I Lakers a meno di un fallimento clamoroso hanno già la principale rivale.

Veleno Cleveland. Nei bar e nelle strade della città statunitense è andato in onda lo psicodramma dei tifosi Cavs. All'annuncio del "tradimento" di James sono state bruciate in favore di telecamera le t-shirt con il numero 23, "questa scelta è peggio dell'Undici settembre" si è arrivato a urlare. Parole di fuoco sono state affidate a una lettera dal patron della franchigia Dan Gilbert ai fans inviperiti: «James ha compiuto un atto di scioccante slealtà nei confronti della casa che l'ha cresciuto. Voi tifosi non meritate un tradimento così codardo. Vi garantisco che vinceremo il titolo prima di lui. La gente ha coperto James per troppo tempo, stasera abbiamo scoperto che razza di persona sia. Un pessimo esempio per le giovani generazioni. Ci ha lasciato ben prima della fine dei play-off. È l'ora che la gente faccia pagare queste azioni agli atleti».