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giovedì 11 aprile 2013

Il sogno americano di Andrea La Torre: dalla Stella Azzurra all'incontro con Michael Jordan

Il Messaggero, sezione Sport pag. 32,
11 aprile 2013

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

ROMA Il sogno americano di Andrea La Torre inizia a prendere forma con un incontro speciale. «È un’emozione partire per gli Stati Uniti - racconta - sapendo che conoscerò sua maestà Michael Jordan». Il sedicenne cestista viterbese, svezzato dalla Stella Azzurra, ha conquistato questa opportunità impressionando gli addetti ai lavori nella tappa europea del Jordan Brand Classic.

Una vetrina per i migliori talenti a canestro under 16 del pianeta
, che da sabato a New York si confronteranno nell'avveniristica arena dei Brooklyn Nets, sotto lo sguardo attento dell'uomo che riscrisse le regole del gioco. Nell’ultimo decennio hanno calcato il parquet della manifestazione tutti gli attuali fenomeni dell’Nba: da LeBron James a Kevin Durant.

La Torre rappresenta, in potenza, un patrimonio per la pallacanestro italiana.
E la mente corre veloce al romano Bargnani, che ha spiccato il volo verso l'Nba proprio dalla cantera nero stellata. «Il Mago aveva una determinazione pazzesca, mentre La Torre deve ancora fortificarsi sotto l’aspetto caratteriale - spiega Germano D’Arcangeli, coach della Stella che allenò anche l’adolescente Bargnani - È un grande attaccante che può ricoprire i cinque ruoli, ma deve crescere in difesa».

Il ragazzone supera già i due metri di altezza:
playmaker mancino che schiaccia con l'atletismo di un pivot, ha lasciato Viterbo tre anni fa per diventare atleta e uomo nella foresteria della squadra capitolina. Con la canotta della Stella disputa da protagonista tre campionati (Under 17, 19 e serie B). «Qui mi alleno duramente, imparando a essere indipendente. Non rincorro modelli di riferimento o paragoni eccellenti, preferisco interpretare me stesso. Il mio limite? La testa, quando non è giornata o sotto pressione vado un po' in confusione. Ma sto migliorando…».

domenica 12 agosto 2012

Basket Olimpiadi, la Spagna regala spettacolo ma l'oro va ai fenomeni Nba

 http://www.ilmessaggero.it/olimpiadi/basket_usa_spagna_dream_team_olimpiadi/notizie/213717.shtml
di Gabriele Santoro
LONDRA - L’abbraccio intenso, dopo la sirena del 40’, tra i compagni di squadra ai Los Angeles Lakers, Pau Gasol e Kobe Bryant restituisce l’istantanea più bella di una finale olimpica strepitosa. Alla North Greenwich Arena gli Stati Uniti confermano, 107-100, la medaglia d’oro di Pechino 2008 (allora finì 118-107), ma il talento ben organizzato della Spagna offre alla platea londinese e mondiale uno spettacolo emozionante.

Le triple della “bomba” Navarro (21 punti, 4/9 da3)
, tornato a splendere a dispetto della fascite plantare che lo affligge, la verticalità dello stoppatore Ibaka (12 punti, 9 rimbalzi) e la premiata ditta Gasol&Gasol (24 punti, 7 assist, 8 per Pau; 17 punti in 17’ d’impiego con 6/8 da2 per il fratello Marc) tengono in equilibrio la sfida fino al 33’, 93-86, quando lo strapotere tecnico e fisico di Kevin Durant (30 punti, 9 falli subiti) incrina la convinzione degli iberici. LeBron James (19 punti) si esalta nell’ultimo quarto, mentre Bryant (17 punti) appare in tutte le fasi determinanti.

Il Dream Team di Barcellona ’92 non è avvicinabile
, ma gli eredi restano i padroni del gioco. Dopo la fase eliminatoria, dominata in scioltezza, Bryant&Co hanno dimostrato rispetto per l’Argentina di Manu Ginobili e hanno saputo soffrire nell’epilogo comunque vincente contro gli spagnoli. La Spagna, dopo un torneo difficile in cui non ha espresso il meglio della propria pallacanestro, rimane la seconda potenza cestistica su scala globale con alle spalle un bacino di giovani a cui attingere. Il dato statistico degli assist (ben 22 per la Spagna) dà la misura della qualità di un sistema in cui tutti si passano la palla per cercare, insieme alle giuste spaziature, il miglior tiro possibile.

I numeri della finale.
Gli Stati Uniti chiudono con il 58% da2 (19/33), il 41% da3 (15/37) e 77% ai liberi. La Spagna con il 54%, il 37%, l’84% e tiene botta ai rimbalzi (37-35).

La partita. La squadra allenata dall’italiano Sergio Scariolo scende sul parquet con lo spirito leggero di chi ha già ottenuto un risultato importante e ha l’intenzione di provarci. Il coach dell’Olimpia Milano vara subito la difesa a zona, sperando di limitare il divario fisico con gli avversari. Mike Krzyzewski, tecnico leggendario di Duke University che ha guidato la ricostruzione del team Usa e ora lascerà l'incarico da ct, sceglie il solito starting-five con il lungo Chandler, ma è con l’ingresso di Carmelo Anthony (8 punti in 2’) e il quintetto “piccolo” che trova la prima fuga (break di 18-2), 25-16 al 6’, dopo la partenza superlativa di Navarro (12 punti in 4’).

Durant (12 punti al 10’) è semplicemente immarcabile
, 35-27. Rudy Fernandez si accende e dalla panchina il play Rodriguez, innescato da Gasol, sorpassa, 37-39 al 12’. Gli statunitensi forzano eccessivamente dalla lunga distanza, ma la solidità di Kevin Love garantisce un’altra dimensione interna, 50-44 al 15’. Navarro è indemoniato (19 punti segnati all’intervallo lungo) e un pasticcio di Iguodala (palla persa a centrocampo e fallo antisportivo commesso) premia lo sforzo delle Furie Rosse, 59-58 al 20’.

Nel terzo periodo sale in cattedra Pau Gasol: la stella catalana spaventa i colleghi Nba abbinando alla classe cristallina il furore agonistico. I compagni lo cercano con continuità e lui non sbaglia nulla (13 punti in 10’), 70-71 al 35’. Kobe Bryant annusa il momento decisivo della gara: tripla e tiri liberi per il nuovo +5, 77-72. Ibaka risponde con coraggio e precisione dalla lunetta a due triple micidiali di Durant, 83-82 al 30’. Scariolo ritrova Marc Gasol, a lungo in panchina con quattro penalità, ma sul + 10 firmato Bryant, 97-87 al 35’, avverte che il sogno sta svanendo. Chris Paul si prende la regia e LeBron James, fino a quel momento non pervenuto, indovina le due giocate decisive compresa la tripla che chiude la contesa, 102-93 al 38’.

Bronzo alla Russia. In mattinata il talentuoso play russo Shved (25 punti) ha tolto, 81-77, all’Argentina con un finale di gara emozionante la gioia del bronzo. Manu Ginobili (21 punti), protagonista assoluto di questo torneo con l’altro fenomeno sudamericano Luis Scola, non riesce così a coronare con l’ultimo titolo un ciclo forse irripetibile per l’Albiceleste.

martedì 14 giugno 2011

LeBron James, il re senza corona

http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=39237&sez=HOME_SPORT&npl=&desc_sez=

di Gabriele Santoro

ROMA - «Dov’è finito LeBron James?» È la domanda che impazza su tutti i media statunitensi e viaggia nei social network con i tifosi delusi dalla stecca del talento della pallacanestro mondiale che non trova consacrazione. Nell’atto finale, che vale una carriera, LBJ ha recitato un ruolo passivo: lo strapotere fisico che lo contraddistingue si è rivelato un’arma spuntata a fronte di uno scarso impatto mentale.

Il figlio del sobborgo Akron si presenta nella conferenza post-partita abbozzando un sorriso forzato. «A volte in campo ti riesce tutto, altre niente. I playoff non si possono giudicare solo dalla finale. La pressione c’è in tutte le gare; c’era a gara 4 contro Philadelphia come nella serie con Chicago. Per me conta ogni singolo possesso della stagione. Lavoro duro per migliorarmi e salire di livello insieme ai miei compagni. Quando giochi la palla entra sempre nella retina? Non mi risulta. Ma non ho mai chinato il capo, non mi sono distratto pensando agli errori o a quanto avrei potuto fare.», spiega LeBron.

Disconoscere il valore di James sarebbe disonesto. Se Miami, come Cleveland in precedenza, è arrivata a contendersi l’anello molto dipende dalla continuità e dalla qualità di LeBron autentico mattatore (26 punti, 8 rimbalzi, 6.6 assist di media nelle cinque gare contro i Bulls) della finale di conference con Chicago. Fino a oggi, però, non ha mostrato il graffio del campione. Quelle giocate e la determinazione capaci di indirizzare il momento più alto della competizione.

L’obiettivo estivo degli Heat, come confessa sinceramente coach Erik Spoelstra, è fallito ma l’annata è tutt’altro che da buttare. L’assemblaggio di tre stelle del calibro di Wade, James e Bosh non era scontato e Miami ha trovato un equilibrio virtuoso grazie a una precisa identità difensiva. Il prossimo gradino da scalare sarà una migliore organizzazione in attacco, dove si sono viste poche alternative al gioco in transizione e alle soluzioni individuali.

Nella serie di finale Dwayne Wade è stato l’anima della franchigia di South Beach e davanti ai taccuini mostra la medesima lucidità. «Innanzitutto ci congratuliamo con i Dallas Mavericks. Senza girarci intorno sono stati migliori di noi. La sconfitta sarà una motivazione fortissima e lavoreremo per tornare qui. I Mavs, bruciati dalle finali 2006, hanno saputo restare uniti e ricostruire un percorso vincente. Nowitzki? Non ci sono questioni: è un campione. Si tratta del coronamento di una splendida carriera.»

Dallas è campione Nba: le stelle di Miami battute 4-2

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=152535&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro

ROMA – I Dallas Mavericks scrivono una pagina bellissima nella storia dell’Nba. Uno Stato intero, il Texas, è in trionfo per il primo titolo conquistato dalla franchigia capace di spegnere in sei gare di finale le stelle di Miami. Nella sfida decisiva sul parquet degli Heat finisce 105-95 per i Mavs con le lacrime di gioia di un fenomeno tedesco, Dirk Nowitzki, entrato definitivamente nel cuore di Dallas e nell’Olimpo dei cestisti della Lega statunitense. «È stato un cammino lungo per giungere a questo traguardo. Non so se vincere l’anello in trasferta dia ancora più soddisfazione, ma la sensazione di essere la migliore squadra al mondo è indescrivibile», è stato il commento a caldo del campione bavarese. L’altro lato della medaglia è lo sguardo basso di LeBron James; il principe che non diventa mai re.

Ma Dallas non è stata solo Nowitzki
(21 punti, 10/34 al tiro) nominato Mvp delle finali. Nella notte della grande occasione da cogliere Jason Terry (27 punti, 11/16 da2, 3/7 da3) ha divelto le certezze della difesa Heat con canestri di puro agonismo. I comprimari come il portoricano Barea (15 punti, 8/15 dal campo), a cui coach Carlisle con una scelta vincente ha dato il quintetto di partenza, e DeShawn Stevenson (6/10 al tiro) hanno meritato il proscenio grazie all’energia e alla consapevolezza del proprio ruolo. E poi il grande vecchio e inossidabile regista Jason Kidd (8 assist, +18 plus/minus) che ha diretto sapientemente l’orchestra. Dallas ha saputo imporre il proprio credo cestistico fatto di velocità, atletismo, difesa e capacità di coinvolgere tutti in attacco con percentuali stratosferiche dalla lunga distanza (11/26 da3). I neo campioni Nba hanno rubato l’anima del gioco degli Heat che è sempre stata la transizione offensiva. Nei playoff, chiusi con il bilancio di 16 vittorie e 5 sconfitte, i Mavs hanno trovato una fiducia assoluta nelle proprie qualità e la leadership di Nowitzki (26 punti di media nella serie e autore di tutti i canestri risolutivi in volata). Le parabole altissime dei tiri in fade-away di “Wunder “ Dirk (28esimo marcatore di sempre, 10 All Star Game), il suo stile sobrio dentro e fuori il campo, la sua decisione di sposare fino in fondo la causa di Dallas (12 stagioni in Texas) e il senso della leadership rendono l’angelo biondo già una leggenda da raccontare ai nipoti.

La partita. Miami parte forte con James (segna 9 dei primi 14 punti di Miami) e i tiri piazzati di Bosh (7 punti) con la difesa di Dallas che non mostra la consueta reattività, 20-11 al 6’. Carlisle chiama dalla panchina Terry e l’aereoplanino spicca il volo (9 punti in 4’), 24-29. Uno Stevenson bollente dalla lunga distanza infila tre triple consecutive grazie agli assist di Barea che scardina l’assetto difensivo degli Heat, 28-40 al 15’. House è la risposta di Spoelstra, 42-40 al 18’, ma i nervi di Miami sono a fior di pelle. Le storie tese tra Haslem e Stevenson con inutile intervento di Chalmers costano due falli tecnici. Terry (19 punti) è incontenibile e i Mavs restano avanti all’intervallo lungo, 51-53. Bosh (16 punti) realizza i punti che James non dà. Wade prova a distendersi in contropiede. La frustata decisiva arriva in avvio dell’ultimo periodo: Barea con le sue entrate taglia in due la difesa Heat, Terry quando alza la mano sente solo il fruscio la retina, 77-89 al 40’. L’epilogo è un film già visto: Nowitzki (10 punti nell’ultimo quarto) non sbaglia nulla e Miami s’inchina con gli ultimi, inutili, canestri di James.

Dan Gilbert, proprietario dei Cleveland Cavaliers, ha atteso quindici minuti per soddisfare una rivalsa attesa un anno. «Congratulazioni a Mark Cuban (patron di Dallas) - ha scritto Gilbert sulla pagina Twitter del collega - e a tutta l’organizzazione dei Mavs. Non hanno mai smesso di crederci e ora si godono l’anello. È una lezione per tutti: non esistono scorciatoie per il successo.» Un messaggio destinato al suo ex pupillo LeBron James (21 punti, con lui in campo Miami ha subìto un parziale complessivo di -24), assente ingiustificato all’appuntamento più importante, che in estate aveva mollato i Cavs per vincere il titolo. Addossare a lui tutte le responsabilità della sconfitta di Miami sarebbe sbagliato, ma sono mancati i suoi punti nei momenti chiave (17.8 punti di media nei playoff contro i 27 della stagione regolare). Dwayne Wade (27 punti a serata nelle finali) ha provato a fare da solo come nel 2006, quando trascinò Miami al titolo proprio con Dallas, perdendo però il confronto diretto con Nowitzki. Serrata permettendo la scommessa dei Big-Three è rimandata.

venerdì 10 giugno 2011

Dallas è a un passo dal titolo Nba con la coppia Terry-Nowitzki

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=152208&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro
ROMA - Dirk Nowitzki, l’angelo biondo di Dallas, insieme a uno stratosferico Terry (21 punti, 11/17 al tiro, 6 assist) affonda 112-103 i Miami Heat in gara cinque della finale Nba e trascina i Mavericks a una sola vittoria dalla conquista del primo anello. Ora la serie è 3-2 per la franchigia texana, ma il titolo dovrà strapparlo in Florida sul campo degli Heat e Nowitzki ne è consapevole: «Non c’è niente da celebrare, la prossima partita a Miami per noi equivale a una gara 7 senza ritorno». Le maglie dei ventimila tifosi Mavs stipati nell’avveniristica America Airlines Arena recitavano “Time is now” (il momento è ora) con la consapevolezza che è l’ultima grande occasione di un gruppo maturo per centrare la storia. Dallas esorcizza anche il fattore psicologico delle finali 2006 in cui avanti 2-0 si era arenata sotto i colpi di Wade (finì 4-2 per Miami).

Questa edizione della finale è la più equilibrata che si ricordi dagli Anni Quaranta: nelle precedenti tre partite gli scarti non hanno superato i tre punti. E gara cinque ricalca il copione. A 5’ dalla sirena conclusiva il prezioso Haslem (10 punti, 5 rimbalzi, 2 assist), innescato da un James versione assist man, firma il sorpasso e il solito Wade (23 punti e un infortunio all’anca) la tripla del +4, 95-99. Terry, Kidd e Nowitzki (29 punti, 9/18 da2, 10/10 ai liberi), l’anima di questi Mavs (27 punti di media, 43/44 ai liberi per il tedesco), senza scomporsi confezionano dalla lunga distanza il parziale decisivo di 8-0 in 2’12, 105-100. A 33” dall’epilogo un incontenibile Terry piazza in faccia a James (17 punti, 10 assist, 10 rimbalzi), che nell’azione precedente aveva spedito sul ferro il tiro del contro sorpasso, la tredicesima tripla su diciannove tentativi di Dallas e decolla con la sua esultanza formato aeroplano.

L’energia e lo spirito mai domo dei Mavs stanno indirizzando l’anello in Texas. Il quarto episodio della serie ha descritto il segreto di una squadra, letteralmente trasformata nei playoff, che non molla mai. A dieci minuti dalla fine di gara quattro con Miami sul 74-65 e a un passo dal punto che avrebbe girato la finale (eventuale 3-1) Terry, dopo aver sfidato verbalmente James, e il febbricitante Nowitzki hanno segnato 18 degli ultimi 21 punti necessari a fermare in volata un incredibile Wade (32 punti), 86-83. In gara cinque il gruppo guidato sapientemente da coach Carlisle ha ritrovato anche il tiro dalla lunga distanza, come nella semifinale di conference (20/32 da3 nella partita della qualificazione, 13/19 nella serie per Terry) che ha demolito i Lakers, arma fondamentale per il sistema di gioco Mavs. «Stasera abbiamo realizzato più canestri, ma la chiave resta sempre la difesa dove abbiamo fatto ottime cose. È difficile prevedere l’andamento di queste partite e quindi difendere forte è l’unica certezza che puoi avere», ha evidenziato Carlisle.

«Nell’ultimo periodo avrei potuto fare un paio di giocate in più per i miei compagni. La mia tripla doppia non significa assolutamente nulla, perché alla fine abbiamo perso. Domenica in gara 6 saremo migliori», ha commentato LeBron James che non sta dando il contributo offensivo (appena 8 punti in gara 4, suo record negativo, un 41/98 al tiro) vitale per Miami. «Abbiamo lottato tutta la stagione per avere il vantaggio del fattore casalingo ed è giunto il momento di sfruttarlo. Proteggiamo il nostro campo fino alle fine e il titolo sarà nostro.», ha concluso Chris Bosh (19 punti, 10 rimbalzi).

sabato 28 maggio 2011

LeBron James trascina Miami alla finale Nba

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=150801&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro

ROMA – A luglio la scelta di Miami e le accuse di tradimento per l’addio a Cleveland. Dopo le sconfitte di novembre dicevano che sarebbero serviti tre palloni per farli coesistere in campo. Il coach, Erick Spoelstra, non avrebbe avuto abbastanza carisma per gestire un tale cast di stelle. Le molte sconfitte subite durante la stagione regolare dagli altri top team dell’Nba segnalavano una presunta carenza di personalità. Nella notte italiana l’urlo festoso del tris d’assi LeBron James, Dwayne Wade e Chris Bosh ha spento le speranze dei Chicago Bulls e consegnato ai Miami Heat il titolo dell’Eastern Conference con un secco 4-1 nella serie di finale.

Ora alla consacrazione manca il passo più importante: da martedì parte la finalissima, remake del 2006, contro i Mavericks di Dirk Nowitzki. «Prima della scelta gli ho detto che nessuna dirigenza ha smontato la squadra per inserire due stelle free agent e poi vinto l’anello. Tra l’altro penso che abbia scelto la squadra sbagliata. Il modo con cui ha lasciato i Cavs è stata la più grande umiliazione nella storia dello sport.» Chissà che tra qualche settimana Mark Cuban, proprietario di Dallas, debba rivedere i pensieri estivi.

Il ragazzo diventato uomo ha lasciato le strade di casa, Cleveland, perché a volte per coronare i propri sogni bisogna allontanarsi da un nido pieno di troppe certezze. LeBron James (26 punti, 8 rimbalzi, 6.6 assist di media nelle cinque gare contro i Bulls), messo al mondo nel sobborgo malfamato di Akron e cresciuto dalla ragazza-madre Gloria James, protagonista in tutte le fasi del gioco ha dominato con lo strapotere fisico che lo rende il miglior atleta della pallacanestro mondiale. “King” James ha stravinto la partita nella partita con Rose. Il sistema di Tom Thibodeau ha fatto i conti con la realtà di tre fenomeni tanto in attacco quanto in difesa, senza dimenticare la panchina di tutto rispetto degli Heat grazie al recupero di un uomo di equilibrio come Udonis Haslem.

Il volto deluso di Derrick Rose racconta di una Chicago che ha provato ad allungare la serie con la modalità con cui aveva vinto gara uno: difesa aggressiva, ritmo bloccato e condivisione delle responsabilità offensive, 67-57 al 38’. Il leader dei Bulls e Mvp della stagione regolare è mancato (0/4 al tiro, 0/2 ai liberi, 2 stoppate subite e 2 palle perse, le cifre di Rose negli ultimi 5’ di partita) nel momento chiave e Thibodeau non ha trovato un’alternativa. In 3’14 James (28 punti e 2 triple micidiali per la risalita, 11 rimbalzi) e Wade (21 punti, 6 rimbalzi) hanno confezionato una rimonta spettacolare: Chicago crolla sotto un parziale terrificante di 18-3, da 77-65 all’80-83 finale.

«Palle perse, tiri sbagliati, falli commessi … So che tutto è sulle mie spalle. L’avventura è finita e posso solo farne esperienza per il futuro», è stato il commento laconico di Rose. «Il nostro linguaggio del corpo è cambiato nell’ultimo periodo: non ci siamo disuniti, abbiamo difeso forte e fatto canestro», ha spiegato James. «Vogliamo dimostrare a tutti di essere i migliori giocatori della Lega - ha sottolineato Chris Bosh (23 punti, 42/70 da2, 8 rimbalzi di media), fondamentale contro Chicago - Sappiamo che razza di campione sia LeBron. Sappiamo quanto bruci dalla volontà di affermarsi e questo non può che aiutare la squadra».

Allo United Center è finita con il talentuoso e ormai pensionato centro Alonzo Mourning che negli spogliatoi consegna il trofeo agli ex compagni di squadra. Nel frattempo a South Beach esplodeva la gioia dei tifosi Heat raccolti in strada davanti al maxi schermo. «Dove giocherai LeBron?» «Miami, South Beach. È una nuova sfida per vincere subito e nel futuro», parole e musica firmate “King” James.

lunedì 21 febbraio 2011

Kobe Bryant trionfa all'All Star Game, LeBron James come Jordan

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=139447&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro

ROMA - Allo Staples Center di Los Angeles detta legge sempre Kobe Bryant. Il campione dei Lakers è il protagonista assoluto della vittoria, 148-143, nell’All Star Game Nba della selezione della Western Conference. È stato un weekend trionfale per il “Black Mamba” celebrato dalla Città degli Angeli. Ora sulla leggendaria Walk of Fame hollywoodiana brilla anche la stella di Bryant: il primo atleta della storia a lasciare la propria impronta al Grauman’s Chinese Theatre di Hollywood.

Davanti agli oltre diciassettemila tifosi dello Staples
e a una platea televisiva sconfinata il numero 24 ha mandato un messaggio chiaro: malgrado le difficoltà dei Lakers per conquistare lo scettro Nba dovete ancora passare da qui. Trentasette punti con il solito campionario di magie sospeso in aria, quattordici rimbalzi e lo sguardo cattivo dei giorni migliori. Che Bryant facesse sul serio lo si è capito fin dal primo quarto in cui piazza una splendida schiacciata in reverse e assecondato dalla coppia Gasol-Griffin prende l’inerzia della partita, 37-27 al 12’. «Sentivo la responsabilità di chi ci ha votato per giocare una partita vera e competere per la vittoria. Essere in mezzo a tante giovani stelle mi ha restituito energia e voglia di misurarmi», ha detto Bryant commentando il quarto titolo di Mvp in un All Star Game.

Arriva anche la consacrazione dell’aspirante erede, LeBron James (29 punti, 10 assist, 12 rimbalzi), che eguaglia Michael Jordan come unico giocatore capace di realizzare una tripla doppia in un All Star Game. «È stato incredibile stanotte. Avete ammirato il miglior Bryant», ha detto.

La selezione dell’Eastern Conference raccoglie il meglio della concorrenza con la folta pattuglia dei Boston Celtics e il tris d’assi degli Heat James-Wade-Bosh. Un lampo di Melo Anthony, distratto dalle voci di mercato, dà il massimo vantaggio alla fine del terzo quarto, 108-91. Nell’ultimo periodo James e Stoudemire (29 punti) animano la rimonta dell’Est, 142-140 con un minuto abbondante da giocare. Ma prima Gasol e poi un grande Kevin Durant (34 punti) dalla lunetta non rovinano la festa di Bryant. Il finale punto a punto ha acceso una partita storicamente lenta con difese allegre.

Sono stati collegati duecentoquindici paesi e territori per la tre giorni di uno sport che si fa spettacolo con quarantasei giocatori di ventisei squadre Nba coinvolti. Nella notte dello Staples l’esibizione del rocker Lenny Kravitz accoglie le squadre davanti a un parterre straripante di star: Dustin Hoffman, Stevie Wonder, Jack Nicholson, Jay-Z e Beyonce, Spike Lee solo per citarne qualcuno. Nell’intervallo la sexy Rihanna ha intrattenuto con alcuni pezzi forti del proprio repertorio musicale e improvvisato un duetto con il rapper Kanye West.

Il sessantesimo All-Star Game va in archivio sullo sfondo di una crisi che potrebbe bloccare l’Nba. «È tempo di iniziare un negoziato per il nuovo contratto collettivo abbandonando la retorica - ha spiegato David Stern, gran capo della Lega - Un eventuale stop del campionato (c’è il precedente del ’98-’99, ndr) sarebbe una sconfitta per tutti, ma non credo che i proprietari formulino un’altra proposta». Il 30 giugno scadrà infatti il contratto collettivo dei giocatori e i club in passivo di oltre 350 milioni di dollari hanno proposto un taglio del 30% del tetto salariale. Una proposta dichiarata irricevibile dal sindacato dei giocatori.

Un altro protagonista dell’All Star Game losangelino è stato Carmelo Anthony. La stella dei Denver Nuggets a breve scioglierà la riserva sul proprio futuro ed è una corsa a due tra New York Knicks e New Yersey Nets per assicurarsi le sue prestazioni. L’eventuale approdo ai Knicks si configura con un maxi scambio che coinvolgerebbe Gallinari, Felton e Chandler destinati a Denver. Il magnate russo Prokhorov, neo proprietario dei Nets, sogna però il grande colpo che rilanci le ambizioni di una franchigia caduta in disgrazia. C’è stato un incontro tra i Nets e Anthony a cui è stato proposto un contratto triennale da 65 milioni di dollari e ai Nuggets uno scambio che porterebbe a New Yersey anche Billups.

La giornata di sabato, che ha registrato il record di audience televisiva, è stata senz’altro la più spettacolare con la gara delle schiacciate e del tiro da tre punti. Per la quarta volta un cestista dei Miami Heat si aggiudica questa gara. James Jones batte in volata la temibile concorrenza della coppia Celtics Pierce-Allen (miglior “triplista” della storia Nba). Blake Griffin (unico a partecipare a tre gare dell’All Star Game), astro nascente dell’Nba, trionfa nella kermesse delle schiacciate con un numero spettacolare. Mentre un coro gospel intona “I believe I can fly” lui vola sopra una macchina e inchioda la schiacciata vincente. Benvenuti nell’Nba dove tutto è possibile.

domenica 26 dicembre 2010

I Big Three dominano il Natale Nba: Miami travolge i Lakers

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=132059&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro

ROMA (26 dicembre) – Nella sfida più attesa del Natale griffato Nba i “Big Three” dei Miami Heat spazzano via 80-96 dei Lakers e un Kobe Bryant (17 punti con 19 tiri) irricoscibili. Allo Staples Center di Los Angeles vanno in scena le prove tecniche di una successione tanto attesa: Dwayne Wade (18 punti, 6 assist), Chris Bosh (24 punti, 13 rimbalzi) e un LeBron James da tripla doppia (27 punti, 11 rimbalzi, 10 assist) stregano Hollywood con un’energia e un talento straripante. La chiave della quattordicesima vittoria nelle ultime quindici partite degli Heat è la difesa solida in cui ognuno è pronto a fare la propria parte e qualcosa di più per aiutare un compagno. In attacco non fanno schierare gli avversari con una parola d’ordine: correre in transizione. Il trio d’assi della franchigia di South Beach si spartisce equamente le soluzioni e il bottino offensivo. Una partita tutt’altro che spettacolare disputata su ritmi europei con basse percentuali al tiro (35.5% Lakers, 40% Heat) e pochi effetti speciali, ma che offre più di un’indicazione sui futuri equilibri nella Lega statunitense.

I 556 dollari di costo medio del biglietto per l’evento natalizio clou dello sport americano non sono stati ricompensati da una Los Angeles apparsa in tono decisamente dimesso. Davanti alla solita parata di stelle del cinema, da Dustin Hoffman a Cameron Diaz, e a una platea televisiva globale i Lakers appaiono svuotati tanto fisicamente quanto mentalmente, come appagati dai tanti recenti trionfi. Il “Black Mamba” Bryant gira a vuoto, battuto sistematicamente nell’uno contro uno da Wade. Gasol (8/17 dopo lo 0/7 del primo periodo) non è un fattore in attacco, mentre il furore agonistico di Artest viaggia a intermittenza. «Il mio ritiro? Certo che penso a cosa farò dopo, ma non è dietro l’angolo. Non gioco per attirare l’attenzione, ma per vincere». Così parlava Kobe alla vigilia della partita. Parole chiare da cui deve ripartire il faro della franchigia alla ricerca del terzo titolo consecutivo.

L’orchestra ricca di solisti sopraffini pensata in estate da Pat Riley e affidata alla guida del delfino Rick Spoelstra ha voglia di suonare insieme ed è una musica coinvolgente. Un tratto comune al trio di fenomeni di Miami è la fame di successi per la quale sono disposti a sacrificarsi. A partire da “King” James che in sei mesi ha rivoluzionato la propria vita e carriera con l’addio al veleno alla natia Cleveland e ha in testa solo l’anello. Lo scorso due dicembre proprio sui legni dei Cavs è iniziata la cavalcata degli Heat: 38 punti segnati da LeBron con il sorriso sulle labbra, in un mare di fischi e insulti degli ex tifosi, hanno archiviato un avvio di stagione complicato. Buone notizie arrivano anche da Chris Bosh, sempre più a proprio agio nei panni del terzo violino. «In difesa abbiamo fatto un ottimo lavoro - ha spiegato il leader Wade - soprattutto sotto canestro dove i ragazzi hanno controllato Odom e reso la vita difficile a Gasol. La battaglia con Kobe? È uno dei migliori e sono un competitore come lui. Ma sul campo ho vinto io: è il mio regalo di Natale».

La partita.
Alla palla a due la premiata ditta Bryant-Odom dà il benvenuto al parterre hollywoodiano con uno spettacolare alley-oop. Il veterano Derek Fisher infila una delle sue triple mancine per la buona partenza Lakers, 7-2. Miami non si fa impressionare: James risponde a Fisher, Chris Bosh (9 punti, 6 rimbalzi) punisce gli spazi concessi da L.A. Il secondo siluro di LeBron lancia la prima fuga, 10-17. Kobe Bryant sbatte contro il muro difensivo costruito da coach Spoelstra, mentre Pau Gasol dà l’istantanea di un attacco improduttivo (0/9 al tiro per i due, 5/18 per i Lakers al 12’).

La leadership esplosiva di Dwayne Wade indica la strada a Miami: difendere forte e volare in transizione. Il numero 3 è un rebus insolubile per la difesa losangelina. Alla fine del primo periodo i “Big Three” segnano 19 dei 20 punti complessivi della franchigia di South Beach. Nel secondo periodo il copione non cambia: Wade domina uno spento Bryant che con Gasol colleziona un desolante 1/13 al tiro. Lionel Chalmers sfrutta a dovere dalla lunga distanza gli assist della coppia Wade (10 punti, 5 assist)-James (11 punti) per il massimo vantaggio, 20-33 al 16’. Ron Artest prova a scuotere moralmente i gialloviola, ma Chris Bosh (18 punti) è una sentenza, 38-47 al 24’.

Al rientro dall’intervallo lungo si attende una reazione almeno emotiva dei Lakers, che invece continuano a subire l’intensità e i ritmi dettati da Miami. King James si diverte, è perfetto dall’arco (5/5 da3) e sottolinea ogni canestro con sguardi di sfida. Wade innesca divinamente Bosh (20 punti, 10 rimbalzi) e il risolutivo LeBron (21 punti). Sulla sirena del terzo periodo Chalmers rimanda il colpo del ko definitivo, 64-75 al 36’. Lamar Odom (14 punti) è l’ultimo ad alzare bandiera bianca, ma Los Angeles non ha le energie fisiche e mentali per restare dentro la partita. L’attore non protagonista Jones piazza la tripla dell’89-70 che fa calare il sipario sull’incontro chiave del Natale Nba e accende la stagione.

domenica 11 luglio 2010

La scelta di LeBron James: Miami in estasi, Cleveland al veleno

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=110049&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro


ROMA (10 luglio) - Cinque pretendenti (Heat, Cavs, Knicks, Nets, Bulls), due anni di attesa, una nazione di sportivi in trepidazione, un evento mediatico da boom di ascolti e una scelta destinata a ridisegnare gli equilibri della Nba. In diretta tv LeBron James chiude la valigia del cuore, dice addio alla "sua" Cleveland e sbarca ai Miami Heat per formare con Dwayne Wade e Chris Bosh un terzetto stellare. Vincere e subito: questo ha indirizzato la scelta di James con una rinuncia a offerte economicamente anche più vantaggiose. La tela tessuta sapientemente dal navigato Pat Riley, prima coach ora gm plenipotenziario della franchigia che ha vinto un solo anello nel 2006, può inaugurare una nuova dinastia a South Beach. Si preannuncia una stagione da tutto esaurito all’American Airlines Arena.

Il 30 dicembre 1984 la sedicenne ragazza-madre Gloria James mai avrebbe immaginato che il figlio appena messo al mondo in un mare di problemi, senza un padre e una fissa dimora in cui crescerlo, un giorno avrebbe catturato l’attenzione anche della Casa Bianca incollata al prime time di Espn America. Roba da non crederci, roba da sogno americano. E "Il Prescelto", che ha assaporato l'odore acre della vita nei sobborghi di Akron (Ohio) dove la droga scorre a fiumi e la colonna sonora delle giornate sono i sibili delle pallottole, s'è voluto godere fino in fondo la ribalta anche narcisistica dell'annuncio più atteso. Nota di merito è la devoluzione dell'intero incasso, tra diritti tv e sponsor, dell'ora di trasmissione alla The LeBron James Family Foundation, che dal 2004 sostiene ragazze-madri e famiglie in difficoltà, favorendo l'inserimento sociale di bambini svantaggiati mediante lo sport.

"The Decision". Greenwich (Connecticut) a 50 km da Manhattan. A fare da palcoscenico la centenaria palestra Boys&Girls Club. Ad applaudire una platea di giovani fans della stella. Due sedie in mezzo al parquet, una telecamera dedicata e 60 minuti per spiegare agli americani il proprio futuro sportivo. Un boom di ascolti con il 7.3% di media sulle televisioni Usa e un picco del 9.6% nel clou: il programma più visto della serata con punte del 26% a Cleveland e 12% a Miami, direttamente interessate, e dell’intera stagione Espn. Battuto anche lo share dell’intervista-pentimento di Tiger Woods dello scorso marzo. Sul web 300.000 visitatori unici per il portale ESPN3.com.

Jim Gray in un accomodante susseguirsi di domande, niente a che vedere con l'adrenalinico face-to-face Frost-Nixon, arriva alla questione fondamentale: «Dove giocherai LeBron?». «South Beach, Miami Heat», la risposta secca di James. Il fenomeno, due volta Mvp e dominatore della stagione regolare, ancora a secco di titoli Nba ha rivelato anche qualche particolare della decisione. «Ho deciso definitivamente solo questa mattina. Solo poche persone tra cui mia madre, gli amici più stretti e la squadra prescelta l'hanno saputo prima di voi. È la migliore opportunità per la mia carriera e non ho avuto dubbi, anche se i Cavs sono casa mia. È una nuova sfida, per vincere subito e nel futuro. Riusciremo a coesistere? Certo siamo grandi individualità, ma siamo pronti a sacrificarci per l'obiettivo comune: la vittoria. Abbiamo un ottimo coach, che saprà metterci in campo».

Bosh, Wade e James hanno sancito una sorta di patto (ricordate che quello del trio Celtics all’ombra del Colosseo nel 2008 ha prodotto un anello e una finale persa a gara7, ndr), che prevede la rinuncia a svariati milioni di dollari in cambio della possibilità di giocare con la stessa maglia. Il salary cap per la stagione 2010/11 è stato fissato dalla Nba a 58.044.000$ e il "sacrificio" dei tre consentirà agli Heat di completare la rosa senza sfondare il tetto salariale. All’annuncio di LeBron Bosh si è lasciato andare con un sintetico ed eloquente "Yeaaaaaaahhhh" di approvazione sul proprio account di Twitter, mentre D-Wade sempre sul social network ha commentato "benvenuti a ai miei fratelli James e Bosh". Ora la patata bollente passa nelle mani del coach degli Heat Erik Spoeltra. Il delfino di Riley dovrà armonizzare un potenziale tecnico e fisico esplosivo. I Lakers a meno di un fallimento clamoroso hanno già la principale rivale.

Veleno Cleveland. Nei bar e nelle strade della città statunitense è andato in onda lo psicodramma dei tifosi Cavs. All'annuncio del "tradimento" di James sono state bruciate in favore di telecamera le t-shirt con il numero 23, "questa scelta è peggio dell'Undici settembre" si è arrivato a urlare. Parole di fuoco sono state affidate a una lettera dal patron della franchigia Dan Gilbert ai fans inviperiti: «James ha compiuto un atto di scioccante slealtà nei confronti della casa che l'ha cresciuto. Voi tifosi non meritate un tradimento così codardo. Vi garantisco che vinceremo il titolo prima di lui. La gente ha coperto James per troppo tempo, stasera abbiamo scoperto che razza di persona sia. Un pessimo esempio per le giovani generazioni. Ci ha lasciato ben prima della fine dei play-off. È l'ora che la gente faccia pagare queste azioni agli atleti».