lunedì 14 novembre 2016

Storia di Shirley Chisholm, prima donna nera eletta al Congresso degli Stati Uniti


Pubblichiamo, in due parti, un lungo ritratto di Shirley Chisholm (1924-2005), prima donna nera eletta al Congresso e candidata alle primarie del Partito democratico per le presidenziali del 1972. La nomination andò a George McGovern, che venne sconfitto da Richard Nixon, presidente uscente.

di Gabriele Santoro

«Proffy, lei dimentica due cose: sono nera e sono una donna». Al college la politica era ancora una fantasia per la giovane Shirley Anita St. Hill Chisholm, ma qualcuno aveva percepito il suo talento per la parola che si fa impegno e governo in nome della comunità.

Louis Warsoff, professore non vedente di scienza politica al Brooklyn College, è stato per Shirley il primo uomo bianco col quale la conoscenza divenne conversazione, fiducia ed empatia. Lo chiamava proffy e s’intrattenevano in lunghe discussioni: «Da lui ho imparato che in fondo non eravamo differenti, intendo noi e i bianchi». La studentessa, che eccelleva e attirò l’attenzione di Warsoff, mostrava un’urgenza: dire al mondo come stavano realmente le cose.

Dopo anni di oblio la figura di Chisholm, scomparsa nel 2005, è riemersa nel 2008, in concomitanza con la corsa alla nomination democratica per la Casa Bianca che contrapponeva Barack Obama e Hillary Clinton. Chisholm, dotata di un’intelligenza finissima e senso pratico, è stata la prima donna nera eletta al Congresso e quattro anni dopo nel 1972 la prima a competere per l’investitura tra i democratici verso la presidenza, finendo settima fra diciassette candidati col 2.7% dei 16 milioni di voti complessivi. Non amava essere ricordata per questi due primati, poiché lei coronava una vicenda collettiva, almeno sei decadi di attivismo politico di migliaia di donne a New York per la giustizia, i diritti e l’eguaglianza. Nel 1982 Chisholm, partecipe alla creazione del Congressional Black Caucus e del National Women’s Political Caucus, ufficializzò l’intenzione di non ricandidarsi al Congresso per tornare al primo amore, l’insegnamento, politica e sociologia in una scuola femminile, il college Mount Holyoke in Massachusetts. Nel 1984 e quattro anni più tardi sostenne Jesse Jackson. Bill Clinton le offrì la carica di ambasciatrice in Giamaica, ma rifiutò per motivi di salute.


Warsoff non nutriva dubbi sulle sue qualità e dopo un dibattito acceso le disse: «Shirley, devi partecipare: entra nell’arena politica». Lei restò meravigliata da quella innocenza. In molti le dicevano che aveva un potenziale al quale dare forma. Alla domanda più alta, quando l’adolescenza s’affaccia sulla vita e si inizia a scegliere, Shirley non apparve indecisa. Pensava di mettere il proprio talento al servizio della società insegnando. Voleva dedicarsi ai bambini con una convinzione precisa: non avrebbe occupato il posto dettato dall’ingiustizia sociale, dal razzismo che permeava la quotidianità.

L’educazione e la buona preparazione scolastica delle figlie sono state le priorità di Charles St. Hill e Ruby Seale. Lui, rimasto orfano quattordicenne, nativo della Guiana britannica, cresciuto tra Cuba e Barbados, dopo un’odissea arrivò nel 1923 a Brooklyn. A Barbados conobbe superficialmente lei appena adolescente. Ruby, classe 1901, da Christchurch approdò a Brooklyn l’8 marzo del 1921 a bordo della SS Pocone. L’amore maturò nella terra dell’abbondanza e lì si sposarono. Dal 1900 al 1925 più di 300mila isolani, prevalentemente da Barbados, lasciarono le proprie case per lavorare al Canale di Panama, tra loro il nonno materno di Shirley che abbandonò le piantagioni di canna da zucchero. Altri emigrarono negli anni Venti direzione Stati Uniti a causa della carestia e della perdita del raccolto nelle isole caraibiche. Il nonno guadagnò i soldi necessari affinché la figlia si pagasse un biglietto di sola andata.

Vere e proprie colonie di isolani crebbero nel ventre di New York. Nelle prime due decadi del Novecento queste ondate migratorie si sommarono a quella interna con circa due milioni di afroamericani che dal Sud si trasferirono nelle città del Nord. A Brooklyn tra il 1900 e il 1920 la popolazione nera raddoppiò, il 16% era di origine caraibica. Nel quartiere la colonia più corposa proveniva proprio da Barbados. Ruby era ancora una ragazza, Charles guadagnava la giornata. Alla nascita della primogenita Shirley, il 30 novembre 1924 a Brooklyn, si aggiunsero poi quelle di Odessa, Muriel e Selma.


Shirley si è sempre sentita una statunitense intimamente barbadiana. Dentro al corpo esile fin dall’infanzia esprimeva un’energia fuori dalla norma. La ruggente e fallace prosperità americana dei primi anni Venti non era per tutti, soprattutto non per una giovane coppia di immigrati in un agglomerato suburbano in rapido sommovimento demografico ed etnico. Charles non aveva qualifiche professionali. Lavorò come aiutante in una panetteria e poi da operaio a cottimo. Ruby non immaginava di doversi separare per sette lunghi anni dalle figlie, tuttavia la decisione sofferta non aveva alternative economiche. Ad attendere Shirley, Odessa e Muriel c’era il ritorno alla vita rurale, nella grande fattoria della nonna a Barbados.

Nel 1928 Ruby salpò con le figlie dal porto di New York destinazione Bridgetown, capitale della così soprannominata Piccola Scozia. Il viaggio a bordo della Vulcania durò nove giorni in acque particolarmente agitate. La parte materna della famiglia aveva origini scozzesi. Furono i primi abitanti ad aver spezzato le catene della schiavitù e registravano il più alto tasso di alfabetizzazione nell’area. Un popolo, quello barbadiano, luminoso, ambizioso e parsimonioso. Nelle giornate più dure Ruby e Charles non hanno messo in discussione il sogno di una casa a Brooklyn e della migliore istruzione per le nasciture.

Emily Seale, nonna dal fisico statuario e dalla voce stentorea, le attendeva alla banchina del porto di Bridgetown. La primogenita racconterà che Emily è stata una delle poche persone di cui non ha mai sfidato o messo in discussione l’autorità. L’esempio di forza e dignità di lavoratrici toste, quali erano la nonna e la zia, forgiò la sua futura coscienza politica, quanto la lotta per l’emancipazione dei barbadiani dalla schiavitù, dalle ingiuste relazioni economiche e sociali basate sulla discriminazione razziale. Fra la scuola, che osservava l’impianto della tradizione britannica ed era centrale nel sistema sociale locale, bagni in un mare cristallino e vita rurale, Shirley trascorse anni felici.

A Brooklyn invece le cose non andavano secondo i piani genitoriali. Non riuscivano a risparmiare un dollaro, travolti anche loro dal riverbero del crollo di Wall Street. Ruby, spaventata dal tempo che sottrae l’oggi in attesa del domani, alla fine del 1933 seppure le condizioni fossero ancora ai limiti della sussistenza riunì la famiglia negli Stati Uniti.

Al 110 di Liberty Avenue, un appartamento con quattro stanze senza riscaldamento esposte sulla ferrovia, a Brownsville il freddo era la sensazione dominante che turbava Shirley. Da quei giorni di smarrimento per il venire meno delle certezze isolane, piombata senza mappe mentali e fisiche nella grande città, ha rievocato sempre la paura del freddo. Nel 1934 Brownsville era il distretto a maggioranza ebraico più popoloso di Brooklyn, abitato dalla prima generazione degli esuli provenienti dal cuore dell’Europa centrale e orientale. Trent’anni dopo gli diedero l’etichetta di ghetto, che come osservava Chisholm avrebbe fatto sorridere amaramente i vecchi residenti.

A Brownsville si era radicata una storia di tolleranza razziale e religiosa. Il quartiere, che contava 200mila persone, tra il 1915 e il 1921 elesse rappresentanti socialisti alla New York State Assembly e aveva una tradizione ricca di opposizione e protesta sociale, guidata anche da una pioniera femminista come Margaret Sanger. Chisholm incarnò le urgenze che aveva respirato a Brownsville. Shirley si rifugiava al cinema e nella biblioteca pubblica. Leggere era una delle regole imposte a casa. Lei poi amava ballare, una questione d’istinto. Era la prima ad arrivare e l’ultima a lasciare la dance hall. In molti raccontano di non aver mai visto nessuno muoversi come lei, quasi a volersi liberare da una disciplina austera, ferrea con poche concessioni che i genitori imposero. La famiglia protestante manifestava un forte sentimento religioso.

Per comprendere il percorso quanto le scelte di Shirley è utile ricostruire il rapporto con il padre. In quel periodo Charles lavorava come garzone in una grande pasticceria. Era un uomo di bella presenza che lei idealizzava. Nonostante gli studi molto limitati aveva un vocabolario ricco e un’intelligenza intuitiva acuta. Era un lettore onnivoro. Anche durante la Grande Depressione, quando Ruby lo spingeva a risparmiare, lui comprava tre quotidiani al giorno. Charles era un conversatore instancabile, sapeva di tutto un po’. Né beveva, né fumava. Le trasmise la fierezza, allora tutt’altro che diffusa tra gli stessi afroamericani, della propria discendenza. Charles concretizzava le proprie idee nell’impegno come sindacalista, apparteneva alla Confectionery and Bakers International Union. Nulla, ricorda Shirley, lo rendeva più felice dell’essere un sindacalista.

Charles St. Hill era un seguace appassionato di Marcus Garvey, fondatore del movimento Pan-African che presupponeva la nascita di una nazione africana unita in grado di accogliere tutti i discendenti della diaspora, dove costruire una vita nuova, e che influenzò il pensiero di Martin Luther King Jr., Malcom X e il movimento separatista nel cuore degli anni Settanta. Portava sempre Shirley agli incontri e ai tributi dedicati a Garvey, condannato a cinque anni di carcere per sottrazione di fondi. Scontò la metà della pena per poi essere espulso nel paese nativo, la Giamaica. In quei consessi Shirley maturò la prima consapevolezza politica.

A scuola emerse la forza caratteriale della figlia di due immigrati che non stavano nel posto loro assegnato dalla società. Nella scuola pubblica incontrò per la prima volta le gerarchie dettate dalla classe sociale, dalla razza e dal genere. Nel frattempo il quartiere mutava la propria composizione. La scuola restava però una linea di separazione, che manteneva un equilibrio ormai distante dalla realtà. L’80% dei bambini erano bianchi di origine ebraica, tutti gli insegnanti erano bianchi.

Nel 1936 i St. Hill si spostarono a Bedford Stuyvesant, che diventerà l’epicentro della storia politica di Shirley. L’impatto col nuovo quartiere fu innanzitutto linguistico: per la prima volta nella strada ascoltava insulti a sfondo razziale: negro, ebreo bastardo, negro son of a bitch. Non era abituata a queste associazioni dispregiative. Nel 1939 Shirley s’iscrisse alla Girls High School, una delle scuole più antiche di Brooklyn a Nostrand Avenue. L’elevato quoziente intellettivo e l’abitudine allo studio ne facevano un’eccezione, tre quarti delle iscritte a scuola erano bianche.

Alla Girls High School le qualità di Shirley non passarono inosservate. Ricevette numerose proposte da college rinomati, fra i quali il prestigioso e selettivo Vassar, situato a 70 miglia da New York nella suggestiva Hudson Valley. La famiglia non poteva sostenere i costi dello studio fuori dalla città. La scelta ricadde dunque sul Brooklyn College, che rappresentò un passaggio cruciale. C’è una domanda interessante che si è posta Chisholm: «Qualora avessi frequentato il Vassar, sarei diventata una delle donne nere pseudo bianche in carriera dell’alta borghesia o una moglie ben piazzata e mantenuta dal marito? Stento a crederlo, ma è meglio aver scongiurato il rischio».

Nel 1942 Shirley varcò la soglia del Brooklyn College non ancora diciottenne. Era una degli appena sessanta studenti con la pelle nera nel più grande dei cinque college urbani con il campus economicamente più abbordabile. Al college Shirley cominciò a scontrarsi, a rivoltarsi contro il mondo. La scuola era ricca di organizzazioni e attività extracurricolari politicamente orientate, la maggior parte di esse progressiste. La famiglia l’aveva tenuta a lungo protetta dalla realtà circostante, «ma ero nera e nessuno doveva spiegarmi che cosa significasse». Non importava quanto fosse ben preparata, la società non le avrebbe dato alcuna opportunità.

Al college c’era un collettivo politico, l’Harriet Tubman Society, che Shirley frequentò dal secondo anno. La figura della combattente Harriet Tubman, che si era sottratta alla schiavitù indicando agli altri la via per la libertà, sarà dirimente per Chisholm.

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giovedì 10 novembre 2016

Come la 'ndrangheta è diventata classe dirigente. Intervista ad Antonio Nicaso


di Gabriele Santoro

Antonio Nicaso, giornalista, saggista e docente universitario canadese di origine calabrese, nel breviario Mafia (Bollati Boringhieri, 137 pagine, 10 euro), pubblicato qualche mese fa, ribadiva che fin dal tardo Ottocento la mafia non è una degenerazione patologica della società, ma è strettamente integrata e intellegibile solo nel quadro delle relazioni, delle cointeressenze interclassiste che ha sviluppato con il potere politico ed economico.


Da questa constatazione ineludibile al fine di comprendere la longevità delle mafie, si muove il nuovo studio Padrini e padroni (Mondadori, 18 euro, 205 pagine), elaborato con l’amico di una vita, il magistrato Nicola Gratteri. Il saggio, già in vetta alle classifiche di vendita e lettura, tratteggia con la consueta capacità divulgativa degli autori, che non banalizza temi complessi, come la ‘ndrangheta abbia utilizzato la corruzione per diventare classe dirigente. Dall’Ottocento non era ritenuto sconveniente, da chi era interessato a mantenere o conquistare il potere, accompagnarsi con la picciotteria, poi con gli ‘ndranghetisti per la gestione del consenso mediante meccanismi clientelari. Già nel 1869 il prefetto di Reggio Calabria Achille Serpieri fu costretto a sciogliere il consiglio comunale appena eletto, a causa dei brogli e del condizionamento mafioso, motivando così al ministro dell’Interno la decisione: «Le elezioni amministrative dovettero essere annullate per difetti che dimostrarono gare di partito, fino all’avere i componenti dei seggi alterato lo stato delle urne coll’introdurvi schede false».

Risulta di particolare interesse la presentazione con le evidenze investigative e giudiziarie emerse nel tempo della cosiddetta massomafia, un’élite criminale in grado di affiancarsi a pezzi di classe dirigente, di mimetizzarsi e mettersi nella cabina di regia per il conseguimento degli affari di una holding mondiale del crimine che conserva una costante forte dimensione territoriale. «La ‘ndrangheta è un convitato di pietra della nostra democrazia, presenza incombente ma invisibile. È servita a molti, nata come patologia del potere, è servita alle classe dirigenti che con la violenza hanno mantenuto il potere. È economia più che cultura», scrivono Nicaso e Gratteri.

La ‘ndrangheta «che semina più tossine nell’economia che cadaveri nelle strade» ha compreso la lezione, l’errore di una strage come quella di Duisburg, che ha acceso i riflettori sull’espansione delle mafie nella prateria europea.

Sulla commistione tra ‘ndrangheta e massoneria è significativo un passaggio, nel quale vengono riportate le dichiarazioni dell’ex Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Giuliano Di Bernardo, interrogato dal pm Lombardo durante le indagini sull’operazione Mammasantissima: «Ettore Loizzo, ingegnere di Cosenza, mio vice nel GOI, nel corso di una riunione della Giunta del Grande Oriente d’Italia che indissi con urgenza nel 1993 dopo l’inizio dell’indagine del dottor Cordova sulla massoneria, a mia precisa richiesta, disse che poteva affermare con certezza che in Calabria, su 32 logge, 28 erano controllate dalla ‘ndrangheta. Io feci un salto sulla sedia». E oggi il «coso» sarebbe un nuovo livello della ‘ndrangheta, invisibile e sconosciuto ai più: una componente riservata, alla quale spettano compiti di direzione strategica.

Padrini e padroni ricostruisce dal cuore dell’Ottocento il sistema di compravendita del voto e il condizionamento mafioso del sistema democratico. Quale debolezza permane nella repressione dello scambio elettorale politico-mafioso, reato disciplinato dall’articolo 416 ter recentemente modificato?
«Nell’ipotesi di utilità in cambio di voti, con la recente modifica normativa, i politici rischiano meno dei mafiosi. Sarebbe stato certamente più opportuno punire con maggiore severità i politici, che – in virtù del mandato elettorale – dovrebbero rappresentare gli interessi del cittadino».

La ‘ndrangheta non ha mai fatto distinzioni ideologiche, tra l’altro oggi sempre più sfumate, per la costruzione di comitati d’affari imprenditoriali – politici criminali. Torniamo al punto fondamentale, la mafia è un fenomeno di classi dirigenti, una patologia del potere.
«La ‘ndrangheta non ha mai avuto discriminazioni ideologiche. L’unico interesse della ‘ndrangheta è e rimane il potere».

Nel libro ricordate ciò che ha significato nel 1908 il terremoto a Messina e Reggio Calabria, che provocò centomila morti. Col denaro pubblico, prima per il soccorso e poi per la ricostruzione, si creò una sorta di istituzionalizzazione del sottosviluppo meridionale. Questa calamità naturale segnò l’anno zero di una commistione tuttora irrisolta, che prospera nell’emergenza?
«C’erano state avvisaglie anche prima. Dopo l’unificazione territoriale dell’Italia, la classe dirigente del Sud ha utilizzato la violenza, garantita da organizzazioni criminali come la ‘ndrangheta, per reprimere ogni minaccia endemica della reazione popolare. È però dopo l’arrivo della Legge Pro Calabria del 1905 e delle successive integrazioni a seguito di altre calamità naturali, che la borghesia agraria accentua la sua natura parassitaria. Da allora è cambiato poco con una commistione tra mafie, corruzione e malaffare che prospera anche nell’emergenza, come dimostrano i terremoti dell’Abruzzo e dell’Emilia».

L’irruzione nel ramo delle infrastrutture consentì il salto nella categoria imprenditoriale di numerosi ‘ndranghetisti e l’incesto con gli apparati burocratici amministrativi. Oggi, che il business della cocaina garantisce il 60% del fatturato annuale della ‘ndrangheta, che cosa rappresenta il controllo degli appalti?
«Ci sono ancora oggi boss e prestanome della ‘ndrangheta che gestiscono alcuni importanti settori dell’edilizia, forniscono manodopera a basso costo, trasporto d’inerti e sversamento di detriti senza alcun rispetto dei protocolli ambientali. Ma il grande riciclaggio di denaro viene spesso realizzato all’estero con investimenti immobiliari e turistici, grazie a operazioni che passano anche da paesi off shores».

Parliamo del malavitoso Michele Campolo, che sfruttò il post terremoto per intessere rapporti con la Reggio bene. Era un analfabeta, nulla tenente, senza mestiere, criminale che presiedeva la riunione annuale della élite ‘ndranghetista al Santuario di Polsi. Dalla fine della prima guerra mondiale divenne l’arbitro della vita sociale di Reggio Calabria. Come sostenete, senza il concorso esterno la ‘ndrangheta non esiste?
«Campolo era furbo, intelligente. E a lui ricorrevano politici importanti, professionisti molto conosciuti. A lui e ad altri boss le richieste di sostegno elettorale arrivavano addirittura su carta intestata. Un analfabeta che doveva restare ai margini, è stato legittimato e riconosciuto socialmente per il suo ruolo di mediatore e di capo-elettore. Non è stato l’unico, purtroppo, nella lunga storia della ‘ndrangheta. Il dramma è che a legittimare gente come Campolo sono stati uomini importanti a cui sono state intitolate strade e piazze».


È grande il rischio giudiziario che si corre con la mimetizzazione della ‘ndrangheta, e il venir meno dell’uso della forza di intimidazione del vincolo associativo, di una negazione dell’esistenza della mafia stessa?
«Il rischio c’è. Oggi, in certe realtà, soprattutto fuori dalla Calabria, la minaccia percepita è più efficace di quella praticata. Spesso non c’è più bisogno di usare la violenza. La corruzione è diventata un’arma più sicura. Anche sul piano normativo tante cose andrebbero riviste. Ma manca la volontà politica. O forse non c’è mai stata».

Dalla Famiglia Montalbano, narrata efficacemente da Saverio Montalto, in poi chi non aveva dimestichezza con la politica era messo ai margini dell’organizzazione. Il sistema relazionale assicura la riproduzione del medesimo, antico, elementare modello organizzativo ‘ndranghetista capace di coniugare la struttura unitaria e i “locali” periferici. La vastità ramificata del vincolo associativo come ha resistito alle guerre interne?
«Le faide sfuggivano al controllo della ‘ndrangheta. Il sangue chiamava sangue. Poi con il tempo, l’organismo di coordinamento della ‘ndrangheta, il cosiddetto crimine, è riuscito ad avere sempre più voce in capitolo soprattutto nelle guerre intestine, costringendo spesso famiglie di ‘ndrangheta a porre fine alle ostilità, come è successo dopo la strage di Duisburg, da molti considerata una sorta di boomerang, visto che ha acceso i riflettori del mondo sulla ‘ndrangheta».

Dall’inizio degli anni Settanta con la generazione della Santa, riservata all’élite criminale calabrese,  comincia a mutare il rapporto di forza con la politica, si garantisce la doppia affiliazione con l’ingresso degli ‘ndranghetisti nelle logge massoniche per una cogestione del potere con politici, imprenditori e professionisti. Quella urgenza della ‘ndrangheta di ribaltare la subalternità con la politica è definitivamente scemata?
«Con la Santa, la ‘ndrangheta ha sovvertito la subalternità che aveva nei confronti della politica. Con l’arrivo in Calabria dei fondi della Cassa del Mezzogiorno, la ‘ndrangheta ha cominciato a sedersi al tavolo di chi prendeva le decisioni su appalti e subappalti. Negli ultimi tempi, tanti politici sono stati visti bussare con maggiore frequenza alle porte degli ‘ndranghetisti».

Per spiegare l’evoluzione di questo rapporto e la crescente confluenza del vertice ‘ndranghetista nella massoneria più o meno deviata, partiamo dall’omicidio eccellente del magistrato Francesco Ferlaino. Perché fu ucciso il 3 luglio 1975?
«Secondo alcuni collaboratori di giustizia, Ferlaino, magistrato massone, ostacolava il nuovo progetto massonico-affaristico, che cominciava ad attecchire specialmente al Sud sotto la regia di Licio Gelli e che prevedeva l’accaparramento di ogni affare vantaggioso lecito o illecito che fosse. In sostanza, Ferlaino si opponeva alla degenerazione della struttura massonica, da organismo lecito e illecito».

Oggi stiamo arrivando alla conferma dell’esistenza di quella componente cosiddetta insospettabile della ‘ndrangheta?
«Forse c’è sempre stata. E non l’abbiamo vista. Alcuni dei cosiddetti invisibili emersi durante l’ultima indagine della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria erano già stati condannati in passato. Una cosa però è certa: la ‘ndrangheta sta diventando sempre più selettiva e alcuni dei suoi esponenti oggi fanno parte di sistemi criminali in cui il confine tra lecito e illecito è estremamente vago».

Che cosa comporta un nuovo livello della ‘ndrangheta, è la quarta gamba del tavolo che si è sempre retto su tre?
«Mi piace la sua metafora. Purtroppo, al momento, non ci sono riscontri giudiziari o sentenze definitive. Ma la quarta gamba che forse c’è sempre stata, si comincia a intravedere con contorni meno sfumati».

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«It's love Mr. Stoner. You are in love»: il romanzo perfetto di John Williams

Il Messaggero, sezione Macro, pag. 1-25
10 novembre 2016

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

Nel 1958 Marie Rodell, che faceva l'agente letteraria da almeno dieci anni, ed era ben inserita in molti ambienti letterari ed editoriali esclusivi newyorchesi, chiese a John Williams se avesse qualcos'altro, oltre al manoscritto The Naked World, che poi sarebbe stato pubblicato col titolo Butcher's Crossing. Lui rispose, fornendo alcuni elementi fondamentali di Stoner: «Il prossimo romanzo sarà un professore di college. Visto da fuori, è un fallimento sotto tutti gli aspetti: non è un insegnante popolare; è uno dei membri meno insigni del dipartimento; la sua vita personale è un disastro; la sua morte di cancro, alla fine di una carriera mediocre, è insignificante. È un romanzo su un uomo che non trova alcun senso nel mondo né in se stesso, ma che trova un senso e una sorta di vittoria nell'onesta e caparbia dedizione alla sua professione».

Williams, professore di letteratura all'università di Denver, nutriva la convinzione di avere tra le mani un lavoro magnifico, la cosa più difficile che avesse mai fatto: «(...) Certo, non mi illudo che diventi un bestseller o qualcosa di simile. L'unica cosa di cui sono certo è che si tratta di un bel romanzo; col tempo potrebbe essere persino considerato un romanzo molto bello». Nel 1965  Viking Press pubblicò Stoner. All'epoca, nel cuore dei sommovimenti del Sessantotto, il romanzo vendette circa duemila copie, fu esaurito nel giro di un anno e non venne ristampato, andando fuori catalogo. A oltre cinquant'anni dalla pubblicazione, amato soprattutto dai lettori europei, occupa ormai il luogo dei classici.

La vita ordinaria, la passività di un figlio di contadini del Midwest, William Stoner, vissuto tra il 1891 e il 1956, in disparte dagli eventi della Grande Storia, che si iscrive all'università del Missouri, dove lascia gli studi di agraria per la letteratura fino a diventarne insegnante, non ha mai conquistato del tutto i lettori statunitensi. Nel 2006 il libro torna in circolazione con New York Review Books Classics. La svolta editoriale giunge l'anno successivo, quando la scrittrice francese Anna Gavalda acquista una copia in inglese e convince Le Dilettante, il suo editore, a comprare i diritti francesi. Lo traduce e nel 2011 Oltralpe diviene un bestseller. Poi il contagio stoneriano tocca l'Italia, duecentomila le copie vendute, con Fazi editore, che oggi lo riporta in libreria accompagnato dalla biografia, firmata da Charles J. Shields, L'uomo che scrisse il romanzo perfetto (Fazi, 323 pagine, 18.50 euro) e da La saggezza di Stoner (Fazi, 16 euro, 132 pagine), raccolta di riflessioni critiche sul testo curata da Barbara Carnevali.

Stoner, un eroe per il suo creatore, è stato felice nella misura e nello spazio della sua vocazione che lo appassionava, a dispetto di un'esistenza triste e miserabile: «It's love Mr. Stoner. […] You are in love», per usare le parole di Sloane. La vocazione interiore e l'innamoramento per la letteratura, il suo primo oggetto di amore e libertà, che gli fece comprendere il professore Archer Sloane durante il corso introduttivo di letteratura inglese, sono l'architrave dell'esistenza di Stoner. La sfida del giovane Williams, nato in Texas nel 1922, era dire ciò che aveva in mente, resistendo al desiderio di fare colpo sul lettore. Considerava l'insegnamento universitario dirimente per la costruzione dell'identità di un uomo di lettere. Già nel 1936, da studente dell'high-school – narra Shields – scrivere era una sua ferma volontà. Il biografo riannoda con cura tutti i punti di raccordo tra Williams, fumatore accanito dalla complessa vita sentimentale, e il suo Stoner, iniziando dall'asprezza della vita rurale durante l'infanzia, i silenzi familiari e poi la Grande Depressione. Il legame con la terra non verrà mai disconosciuto.

Perché i lettori del Duemila amano Stoner? Da che cosa dipende la riscoperta avvenuta nell'ultimo decennio e che cosa dice della condizione della nostra vita culturale? Lui incarna un'indecifrabile saggezza che non è solo fatalismo davanti alle avversità della vita. «Il fascino di Stoner fa certamente leva sulla centralità che accorda all'esperienza ordinaria, e alle sue due forme tipicamente moderne, l'amore e il lavoro. È come se Stoner rappresentasse il compimento della vocazione democratica del romanzo moderno, che parla della vita ordinaria degli uomini ordinari, riuscendo a renderla interessante malgrado e proprio in ragione della sua mediocrità», osserva Carnevali.

WestEnd
, la rivista che anima l'eredità della Scuola di Francoforte, ha dedicato a Stoner un dossier, tradotto per l'occasione. Per Alex Honneth, direttore dell'Istituto di Ricerche Sociali di Francoforte, «la vita di William Stoner sarebbe sprofondata per sempre nell'oblio se John Williams, con il romanzo omonimo, non le avesse eretto un monumento davvero grandioso», e sembra riunirsi con la volontà di Williams di scongiurare la propria morte nell'anonimato. Sono tante le prospettive interpretative dell'opera e le tracce lasciate dallo scrittore americano e dal suo Stoner: il senso per la filologia, intesa come una vera pratica etica, il ruolo dell'università, l'insegnamento pionieristico della scrittura creativa e il rapporto col libro.

La felicità di Stoner sta nella ricerca di un sapere, che resiste al mondo, e nella conoscenza dei limiti del proprio sapere. Frieder Vogelmann propone un saggio suggestivo, un ponte che collega Stoner a tratti fondamentali del Socrate platonico, a cominciare proprio dalla consapevolezza della limitatezza del proprio sapere, che è accettazione della finitezza esistenziale. Vogelmann evoca almeno tre scene socratiche nel romanzo, dall'impegno nella battaglia contro i sofisti, gli impostori della conoscenza che millantano un sapere, al superamento della paura della morte.

venerdì 4 novembre 2016

Jesse Armstrong, la guerra in Bosnia e le possibilità della commedia

http://www.minimaetmoralia.it/wp/jesse-armstrong-la-guerra-bosnia-le-possibilita-della-commedia/

di Gabriele Santoro

Andrew è un muratore dei sobborghi di Manchester in seria difficoltà. È un antieroe, appassionato di politica estera, che non sta a proprio agio in nessuna classe sociale. È il 1994, Sarajevo è sotto assedio e il processo di dissoluzione della Jugoslavia risulta ormai inarrestabile.


Amore, sesso e altre questioni di politica estera (Fazi, 430 pagine, 16 euro, traduzione a cura di Giacomo Cuva), romanzo d’esordio del noto commediografo inglese Jesse Armstrong, racconta la vicenda di un gruppo di giovani idealisti armati dall’idea di raggiungere la Bosnia e mettere in scena uno spettacolo teatrale pacifista sul retro del loro Ford Transit. Andrew s’innamora a prima vista di Penny, anch’ella sensibile a quella dolorosa vicenda bellica. Lui immagina che l’amore possa salvargli la vita e pur di unirsi a Penny e al gruppo di pacifisti in partenza, fra i quali nessuno aveva alcuna esperienza sul fronte di guerra, finge di conoscere benissimo il serbo croato.

Il lavoro di Armstrong, una commedia che non si tira indietro dinanzi all’efferatezza del conflitto, ha lo spirito de Il violoncellista di Sarajevo, narrato qualche anno fa da Steven Galloway. Esprime cioè quella necessità di prendersi gioco della guerra che ritroviamo nella medesima ambientazione cinematografica di Perfect day di Fernando León de Aranoa con Benicio Del Toro e Tim Robbins.

Dall’inizio il processo di pace nella ex Jugoslavia ha avuto negoziatori britannici e statunitensi, da Lord Carrington a Holbrooke, nonostante la cultura anglosassone fosse così distante dai Balcani. Perché Andrew sceglie la Bosnia e immagina di poter essere un interlocutore di pace?
«Il mio narratore le risponderebbe che è partito perché la Bosnia gli stava a cuore. E ho una grande empatia per tutti gli Andrew del mondo che si dirigono verso zone di conflitto per aiutare. Ma non possiamo negare che Gran Bretagna e Stati Uniti abbiano storie particolari di coinvolgimento oltremare. Quello che la sua domanda suggerisce, è ciò che più di uno dei personaggi locali lascia intendere alla mia gang solidale impegnata ad allestire uno spettacolo teatrale per la pace. Può esserci lì una sorta di imperialismo dell’aiuto?».

In che modo ha combinato il tono della commedia con il dramma di una guerra fratricida?
«Credo si possa scrivere una commedia su qualsiasi argomento, c’è sempre un’angolazione. La questione risiede nel trovare il tono e la misura esatta per determinati argomenti, che rischierebbero di essere scioccamente ridimensionati. Ovviamente nel suo complesso il conflitto bosniaco non è stato altro che una tragedia pura e l’unica cosa sensata che puoi volere è piangere. La guerra non è divertente. Ma c’è l’altro lato da indagare: la confusione dietro le quinte, le assurdità delle grandi organizzazioni, le ipocrisie e le vanità delle nazioni e degli individui, le bugie che ci raccontiamo, le persone inghiottite dalla macchina da guerra. Mi sembrano aree ottime da esplorare per una commedia».

Oggi il mondo assomiglia a un resort globale per i traumi personali e collettivi. I personaggi riescono a bilanciare l’onestà e l’egoismo che animano la scelta di partire?
«È un’ottima immagine per descrivere il mondo. Siamo tutti in una coda enorme per il triage in un ospedale da campo e ci sono popoli che affrontano drammi indicibili in prima fila. Ma anche in fondo alla coda, in Occidente, siamo febbricitanti e malconci. Le ragioni per andare in uno scenario di guerra sono molteplici. Mi piace questa confusione di onestà ed egoismo, di alte e altre più superflue intenzioni. Allora veramente ecco che l’intero libro guarda dentro a una missione umanitaria. Sono a favore di chi anche sbagliando fa le cose, con l’insito potenziale narrativo tragico e comico. Nel mio gruppo ognuno propone prospettive diverse, tenendo da parte i motivi reali».

Tornando a casa, resta una possibilità di domare la futilità e l’irrazionalità della guerra?
«Non saprei. C’è un passaggio famoso in Mattatoio n. 5 nel quale Vonnegut ha un personaggio che consiglia al narratore di scrivere un libro piuttosto contro il ghiaccio che contro la guerra. Non penso si possa prevalere sulla futilità e sull’irrazionalità della guerra, ma almeno puoi fare fracasso con la tua batteria contro di essa. È del tutto irrilevante, ma forse aiuta a farti sentire meglio».

D’abitudine si associa il dramma jugoslavo ai riconosciuti criminali di grande calibro, vedi Karadzic. Lei lo fa ed è sufficiente a spiegare?
«Il libro si conclude con i personaggi in una fase complicata della guerra già di per sé complessa, una situazione particolarmente triste nella Bosnia occidentale. Non avevo alcuna volontà assolutoria dalle rispettive responsabilità di mostri come Karadzic e Mladic. Ma in quel luogo confuso i miei giovani personaggi, che immaginavano di sapere tutto quel che succedeva, riconoscono che devono dedicarsi a capire più in profondità. In un conflitto frastagliato tuttavia non si dissolvono la ragione e il torto».

Ha conquistato una qualche libertà dedicandosi alla prosa?
«È anche troppa la libertà del romanziere. La solitudine che si ricerca per la creazione artistica appare poi destabilizzante. Le restrizioni rendono l’opera fattibile. Sono uscito dalla comfort zone della scrittura per la televisione ma al contempo ho costruito le mie certezze: narratore in prima persona, questa è la mia voce, questi sono i personaggi, la forma del loro viaggio. E poi ho cominciato a godermelo».

Ha partecipato al referendum e qual è la sensazione dopo la Brexit, seppure nella fase embrionale?
«Ho votato per restare e sono deluso dell’esito elettorale. Qualunque siano i problemi che affliggono l’Europa, la risposta di alzare le mani in segno di resa e andarsene è errata. Somiglia al classico caso di una rabbia disfunzionale mal direzionata, come se non fossimo noi i responsabili di istituzioni create insieme e inaffidabili, dell’inquinamento ambientale, della crisi dei migranti in un mondo globalizzato».