domenica 10 agosto 2014

Il calcio prima della televisione, Scirea-Maradona e gli eroi del mondo di sogno


di Gabriele Santoro

Roma – Da una parte del campo la Squadra d’oro, l’Aranycsapat, la grande Ungheria di Ferenc Puskás e Sándor Kocsis. Nell’altra metà l’undici dei sogni con, tra gli altri, Scirea, Platini e Maradona. Un rettangolo verde da inventare in soggiorno, con la moquette di casa ritagliata, e una montagna di libri a far da spalti, come fosse il Maracanà o l’Old Trafford. Futbolandia, altro che il Subbuteo commerciale, è l’universo mitico dell’infanzia narrata da Giancarlo Liviano D’Arcangelo. Un luogo dove costruire la prima visione del mondo, frammenti di gioia non turbabile, durante lunghi pomeriggi consumati disputando partite oniriche.

Gloria agli eroi del mondo di sogno
 (Il Saggiatore, 296 pagine, 16 euro) è un omaggio dello scrittore al mistero di una passione planetaria, che sovrappone il piano della realtà con quello della fantasia fanciullesca. «Il gioco è la perfetta parodia della vita, proprio perché della vita reale riesce a forzare l’ordine neutro e naturale delle cose, a ribaltarne le istituzioni dispiegate gerarchicamente, a rendere reversibile la linearità della parabola umana. In campo il rapporto tra l’uomo e la realtà è agonistico. Perché esploda è sufficiente una scintilla». Il calcio conserva così il potere di una forma di narrazione autonoma, che consente a chiunque la licenza di edificare ponti immaginari con l’esistente.

Diego Armando Maradona, l’hombre de la calle, non fece altro, al Mondiale 1986. Inventò il gol più bello della storia del calcio (il secondo contro l’Inghilterra), come ad affrancare il pensiero dalle catene della razionalità. Chi, in Brasile, si aspettava da Messi qualcosa di più, il gesto coraggioso e risolutivo, è un amante destinato all’infelicità. L’autore, in modo condivisibile, ricorda, senza nostalgie di maniera, quale sia il prezzo che stiamo pagando all’esasperazione del gioco, al calcio muscolare omologato e automatizzato: l’irreversibile perdita del genio creativo che diventa quasi un orpello.

 «Il calcio moderno, nato dalle viscere della società industriale, è sempre stato e sarà un’appendice ludica della struttura del mondo, del modo di produzione e dei principi decisivi che nel corso del tempo influenzano il divenire della società». Rinunciamo, dunque, alla pretesa illusoria di trovare nello sport professionistico un’oasi di purezza e redenzione dalle tribolazioni proprie della quotidianità. Il tempo del mito infantile si frantuma, ma non svanisce nell’attimo sospeso dal calcio d’inizio al triplice fischio finale. La bellezza non bisogna mai stancarsi di ricercarla nel campetto di periferia, in polvere battuta, che rimane una palestra di vita dal valore inestimabile. A Wembley, come al Fabbrica Rossa, un dribbling vincente libera l’anima. Non c’è applicazione tecnologica d’intrattenimento che tenga; equivale piuttosto alla lettura di un buon romanzo di formazione. S’impara a lottare per la vittoria, e a conoscere la sconfitta.

Sorprende con Lothar Matthaus. Rende giustizia a Maradona. L’intesa solidale dei madridisti Puskás e Di Stefano restituisce l’essenza di una disciplina, che richiede all’egoismo una cessione di sovranità in nome di un obiettivo superiore. Viene svelata la debolezza che sovente si cela dietro al campione; talento e solitudine spesso vanno a braccetto. L’airone Sándor Kocsis sembrava un angelo intoccabile; senza il calcio, come tanti, affondò nell’alcolismo fino al suicidio.
D’Arcangelo ha elaborato una galleria personale di miti. Ben inquadra, e colpisce, la descrizione del fuoriclasse Roberto Baggio: «(…) Conosceva un solo modo per esorcizzare quella malinconia corporea dipinta in viso: il tocco poetico. L’ultimissimo dei prìncipi inclini a guerreggiare con l’arma unica e sola del fantastico». Eleva Michel Platini a prìncipe del mondo di sogno. Emoziona con Gaetano Scirea, e la scoperta del dolore: «Il giocatore più corretto che abbia mai calcato un campo di calcio. Devi scegliere ciò che è giusto per poter camminare a testa alta tra gli uomini migliori, mi veniva detto, e nessuno come Scirea giocava a testa alta. Morire, e perché?»

Tanti nomi e cognomi importanti, ma sotto pelle ti conquistano anche i meravigliosi perdenti. Quelli che il talento tanto, ma il carattere, alla Dennis Bergkamp…Quelli che donano emozioni memorabili, e ti fanno disperare. Quelli che giocano per assecondare il senso dell’estetica. Oppure i mestieranti della middle class alla Terry Butcher; per i quali il pallone è fatica e sudore. Il libro, non eludendo la pervasività dei processi televisivi di mediazione, fornisce elementi per rispondere alla domanda di fondo: come può una semplice partita convogliare a sé l’attenzione di miliardi di persone e assurgere a ragion di Stato?

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