giovedì 31 luglio 2014

Lampedusa ritrovata


di Gabriele Santoro

Lampedusa – Una volta sognai/di essere una tartaruga gigante/con scheletro d’avorio/che trascinava bimbi e piccini/e alghe e rifiuti e fiori/e tutti si aggrappavano a me,/sulla mia scorza dura./Ero una tartaruga che barcollava/sotto il peso dell’amore/molto lenta a capire/e svelta a benedire./Così figli miei/una volta vi hanno buttato in acqua/e voi vi siete aggrappati al mio guscio/e io vi ho portati in salvo perché questa testuggine marina/è la terra che vi salva/dalla morte dell’acqua. «Conosci questa poesia che Alda Merini scrisse per Lampedusa?», domanda Zakaria Mohamed Ali, mentre lo sguardo si perde nella vastità del mare. Al Porto Vecchio i pescatori sistemano le reti; gli uomini della Guardia Costiera preparano la nave Peluso. «Eravamo in quarantatré sul barcone, trentasette dei quali somali. Arrivammo alle due di notte, dopo tre giorni (10-13 agosto 2008) di navigazione da Mişrâtah (Tripoli), con i fari portuali a orientare l’approdo vicino».

Poi un’ora di pace; sdraiati sulla banchina a guardare le stelle, prima che un gruppo di giovani in motorino scorgesse il gruppo di migranti. «Nel 2012 tornai da uomo libero – dice -. Corsi, senza più sentire il mio corpo, fino alla punta estrema del molo. Riaffiorarono tutte le emozioni; il pensiero degli abbracci e dei baci sulla guancia di mia madre prima della partenza da casa. Rappresentò un luogo di rinascita, non una linea di confine. Il molo come un essere vivente che ci tese la mano». Non ha ancora imparato a nuotare, ma il mare l’ha dominato affidandosi al GPS per portare a destinazione, vivi, tutti i compagni di traversata: «È strano il mare; all’improvviso si manifesta con delle brusche salite. In un precedente tentativo (maggio 2008) rischiammo di andare a picco con il gommone, finché ci trassero in salvo le autorità tunisine».


Voleva Roma, perché nella sua città una strada portava quel nome, come retaggio dell’epoca coloniale. Ottenuta la protezione internazionale (validità quinquennale), vive in una stanza a Tor Pignattara; ha un lavoro e non ha rinunciato al proprio sogno di giornalista. Ha firmato un bel documentario (To whom it may concern, A chiunque possa interessare; visibile su Youtube) e dà un contributo sostanzioso ai progetti dell’Archivio delle memorie migranti. Dopo il ricongiungimento, la famiglia si è sistemata in Svezia. «Sui giornali vedo porre l’attenzione sugli scafisti – prosegue -. Ma i trafficanti sono a un altro livello. C’è una precisa scelta politica dalla Libia e nei lidi d’arrivo. Ai partenti tocca in sorte una forma di selezione naturale, che prosegue una volta sbarcati in Europa: resisti in mare, fatichi a sopravvivere qui».

Il trentenne, originario di Mogadiscio, trascorse appena dieci giorni a Lampedusa. «Il Cspa (Centro prima accoglienza e soccorso) è un nonluogo. Una catena di montaggio, distante dall’anima dell’isola. Ricordo quei giorni come un’astrazione dalla realtà, senza avere la minima percezione di cosa sarebbe stato di noi e dei nostri diritti». Ma il legame con questo lembo di scoglio, più vicino all’Africa che all’Europa, è inscindibile. Per lui immergersi in questa bellezza paesaggistica e naturalistica, equivale a rievocare la moltitudine di persone che invece non hanno raggiunto la terraferma. Una volta riconquistata la libertà di movimento, ha voluto incontrare gli abitanti, per guardare oltre le recinzioni del Cspa che innalzano un muro invisibile.

Dietro ai numeri (tra gli altri: nel 2013 28mila richiedenti asilo politico in Italia; 14088 migranti approdati a Lampedusa; decuplicato dall’anno precedente l’arrivo di minori accompagnati e salito da 1841 a 4954 quello dei non accompagnati), che in questi giorni d’estate tengono accesi i riflettori e dunque il dibattito pubblico, ci sono le storie individuali. Nomi e cognomi, riconoscimenti dei defunti che non vengono compiuti. «Qui riposa in pace un immigrato non identificato, etnia africana, colorito nero, rinvenuto in data (…) peso tra 90 e 130 chilogrammi», si poteva leggere fino a qualche tempo fa sulle lapidi anonime che popolano il cimitero cittadino. Paola La Rosa, tra le promotrici del Comitato 3 Ottobre, con l’attenzione del sindaco Giusi Nicolini, si è presa cura di restituire un segno di civiltà, riscrivendole. Prega sempre su quelle tombe distinguibili solo dal numero in vernice, Zakaria.


Un divieto d’accesso annuncia l’ammasso di barconi derelitti. Il paninaro antistante chiede di essere intervistato: «Mi ascolti, veglio qui da dieci anni». Zakaria sembra provare un’attrazione per quella discarica di una storia sbagliata. Vanamente rimossa. Sul lato opposto dell’ingresso principale si apre un varco visivo impervio. Gli insetti infestano l’area. Tra il legno marcio, le prue sfasciate, i chiodi arrugginiti, affiorano jeans, foulard, magliette, pelouche di infanzie straziate. Dalla stiva di un’imbarcazione appare una lattina di 7UP, adagiata su cuscini putridi. «Avverto la necessità costante di scandagliare questo posto – confessa -. Il ritrovamento più importante è stata una lettera d’accompagnamento in arabo. Toccante e straziante. Perché tra dieci, vent’anni dobbiamo dimenticare ciò che è stato? Dovremmo onorare almeno la memoria, per tornare umani».

In paese conoscono bene quest’uomo cresciuto al vento; perché ha creato legami di senso. La prima settimana di ottobre, sarà nuovamente qui per la commemorazione della strage dello scorso 3 ottobre, quando a poche miglia dal porto di Lampedusa morirono 366 persone. «Stiamo preparando una giornata importante – spiega Paola La Rosa – per riportare nell’isola i superstiti del naufragio e i familiari. La parola andrà a loro, mentre invochiamo il silenzio degli altri. Non è stata celebrata neanche una funzione funebre, in quasi un anno è cambiato poco. Piuttosto sembra in atto un tentativo, inutile, di far scomparire Lampedusa dalla carta geografica (un punto sul 35° parallelo, 26 chilometri di perimetro costiero, Agrigento dista 205 chilometri, mentre Ras Kaboudja, Tunisia, appena 167) delle migrazioni, con la conseguenza di perdere un patrimonio culturale di buone pratiche dell’accoglienza incise nel dna del luogo». Leggenda narra, come riporta Ivanna Rossi nella bella Guida per un turismo umano e responsabile, che due romiti (eremiti del deserto) abbiano soccorso amorevolmente due povere naufraghe palermitane e abbiano dismesso il saio, dando così origine al popolo lampedusano.

«La gran parte delle operazioni di soccorso vengono effettuate a sud di Lampedusa. È il porto sicuro più vicino. La struttura di Contrada Imbriacole deve restare un presidio: non possiamo restare sguarniti dell’assistenza primaria con la strategia dei trasferimenti immediati, che sottopone ad ulteriore stress chi arriva», conclude La Rosa. Il centro di prima accoglienza isolano, apparentemente chiuso, all’occorrenza continua a funzionare. I lavori di ristrutturazione interna, cominciati circa nove mesi fa, quando i migranti erano arrangiati nelle tende sotto la pioggia, procedono molto a rilento. Assenza di fondi o scelta politica? «Sono due i compound da ristrutturare, uno dei quali era andato completamente distrutto – sottolinea Viviana Valastro, responsabile della protezione minori migranti per Save the children – . In quello meno danneggiato siamo ancora a metà dell’impresa, mentre ha cominciato a muoversi qualcosa nell’altro. Non si ha la percezione di un obiettivo cantieristico chiaro. Sono impiegati pochi operai, forse due. Monitoriamo le condizioni di accoglienza anche dentro al centro, al fine di evitare promiscuità con gli adulti: difficilissimo farlo nelle condizioni in cui si presenta adesso il centro».

L’impegno complesso di salvataggio in mare aperto degli uomini e delle donne della Marina Militare, nell’ambito di Mare Nostrum (920 militari coinvolti, 11 navi, elicotteri, 9.3 milioni di euro il costo mensile, oltre 80mila persone tratte in salvo da inizio anno), fronteggia una richiesta pressante di partenze dalle coste libiche, derivante anche dalla scompaginazione mediorientale. Twitter è diventato il canale di comunicazione istituzionale principale, con la narrazione fotografica in diretta delle azioni d’intervento. In attesa di un impegno europeo, il governo, per voce del ministro della Difesa Pinotti, ne ha annunciato il rifinanziamento, nel quadro del ddl Assestamento 2014, con sessanta milioni di euro per la copertura delle spese. A bordo opera anche personale medico del Ministero della salute: 15mila visitati dal 21 giugno.

Il 18 luglio tra i 1278 migranti approdati a Lampedusa, sono stati identificati quarantaquattro minori non accompagnati già trasferiti dal Cspa in altre strutture. A esclusione dei tunisini (è in vigore con Tunisi un accordo bilaterale per il rimpatrio), restano tutti in ogni caso qui. Siria ed Eritrea (al 31 maggio erano già 1700 i bambini sbarcati, e sulla frontiera con l’Etiopia premono a migliaia) costituiscono i fronti principali: in fuga dalla guerra e dalla dittatura che prevede la coscrizione militare anche per i giovanissimi. Affrontano viaggi, attraverso Sudan e Libia, che possono durare anche due anni. Save the children, presente a Lampedusa dal 2008 con il protocollo Presidium, svolge un’importante azione di supporto tecnico delle autorità e di monitoraggio. Denuncia la cronica assenza di un sistema integrato specifico per i minori. Segue il percorso complesso degli adolescenti, alle prese con il secondo tempo del viaggio. Spiegano loro i diritti di cui godono, garantendo uno staff legale e la mediazione culturale per vederli rispettati. Prova a costruire una strada.

«Tempi e modalità del trasferimento dei minori dalla prima accoglienza sono più lunghi rispetto agli adulti – afferma Valastro -. Purtroppo non c’è una normativa chiara e specifica in grado di gestire la loro situazione: si applica per analogia quella dedicata ai minori italiani fuori dalla famiglia. I posti per loro vanno trovati nelle comunità ad hoc. Qui ne ha competenza l’ufficio minori della Questura di Agrigento, che non dispone neanche di un database per verificare le disponibilità alloggiativa. Ma si tratta di una carenza nazionale. Spesso il turnover in comunità si realizza, quando i minori si allontanano volontariamente». E poi che cosa accade? «I trafficanti tentano di entrare in contatto con loro, offrendogli il raggiungimento dell’obiettivo agognato – conclude -. E sono molto più veloci di noi con le nostre procedure burocratiche. Fino ad adesso ci hanno superato. Dovremmo dare piena attuazione a Dublino 3 e permettere a chi ha i requisiti di andare regolarmente in Germania o Svezia, come sovente richiedono. Al posto delle comunità, occorrerebbe promuovere il ricongiungimento con i parenti in altri paesi europei o l’affido familiare. Molti accusano psicologicamente il fallimento del progetto migratorio, ma a casa raccontano successi».

Al Santuario della Madonna di Porto Salvo è l’ora del tramonto. Il sole piomba sul mare, e Zakaria ha appena concluso di parlare a un gruppo di giovani di Amnesty International. Gli si avvicina Said, un ragazzino altissimo, dagli occhi grandi e sperduti: «Mi lasci il tuo numero di telefono? Ho la tua stessa storia, mi hai acceso una luce. Voglio farcela».

Dario Argento: «Quel talento di Giorgio Gaslini»

Il Messaggero, sezione Spettacoli pag. 27,
30 luglio 2014

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

Marcello Mastroianni spalancò le porte del cinema alla musica dell'eclettico Gaslini. Un incontro, l'ascolto di un disco regalato e il suggerimento dell'attore a Michelangelo Antonioni. Il regista era alla ricerca di un compositore per La notte, e rimase colpito da quella musica d'avanguardia. Dal successo dell'opera, Orso d'oro a Berlino e Nastro d'argento, cominciò una lunga storia: quarantadue colonne sonore all'attivo.

Tra i sodalizi del musicista milanese spicca quello con Dario Argento. «Non sapevo stesse male - dice Argento -. La sua morte è un colpo a ciel sereno e mi addolora. Anch'io fui conquistato dal primo ascolto. Sapeva inventare, e muoversi con agio su più fronti. Di solidissima formazione accademica, si aprì all'innovazione e alla diffusione della cultura musicale: voleva far arrivare a tutti la buona musica».

Come si è accesa la scintilla per il talento di Gaslini?
«Mi piaceva molto il suo modo di comporre. E allora mi sono avvicinato per conoscerlo. Ci siamo incontrati alcune volte a Roma. Ho assistito a un suo concerto; era generoso e impegnato, ne teneva tantissimi. Fu affascinante quella serata. Riusciva a coinvolgere i giovani, ed era molto amato da loro. Ricordo che apriva sempre con un'esecuzione intensa dell'Internazionale al pianoforte. Diventammo amici».

La versatilità del jazzista s'impose anche sul piccolo e grande schermo.
«Quando feci la serie di quattro film per la televisione La porta sul buio, gli chiesi e accettò di scrivermi la musica. Ottenemmo un risultato ottimo. Aveva un senso importante per la musica. Considerato jazzista, dimostrava un grande gusto per la classica. Coltivava moltissimi interessi».

Quale memoria conserva della vostra collaborazione cinematografica?
«Facemmo Le cinque giornate, dove adattò pezzi bellissimi di musica classica con l'orchestra della Scala che diresse. E poi si occupò di Profondo rosso, autore di quella famosa nenia cantata da una bambina, che ha seminato paura a intere generazioni. Sì, grande versatilità, e spirito di adattamento alle circostanze e ai vari tipi di musica. Possedeva anche l'estro dell'improvvisazione. Mi sorprese soprattutto con Le cinque giornate, quando realizzò, reinterpretandoli, un collage di grandi autori classici. Un lavoro stupendo».

Di lei diceva: «Fu un'impresa lavorare con lui, indiscutibilmente bravo e nevrotico».
«Io invece me lo ricordo bravissimo, e per niente nevrotico. Dedito al lavoro, capace di rifare molte volte lo stesso pezzo, se non andava bene. Ci furono dei contrasti all'epoca di Profondo rosso. Forse si riferiva a quel momento di nervosismo. Si ritirò un po' irritato, poi però si chiarirono le cose».


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venerdì 25 luglio 2014

Il viaggio di Riccardo Dalisi: design ultrapoverissimo a colori e le città da reinventare

Napoli – «La mattina guardo sempre per qualche minuto il mare. Poi, appena chiudo le finestre dello studio, immagino di riuscire a trattenere la bellezza di questa terra e l’anima antica di Napoli». Riccardo Dalisi si trova a proprio agio in mezzo a una miriade di oggetti, che emanano una luce inconfondibile. Prepara la tavolozza e i pennelli. L’irruenza della fantasia appare l’unico criterio ordinatore del suo luogo creativo, che dal Vomero ammira Capri. Superati gli ottanta anni, rimane un sognatore magnifico; un impagabile narratore di storie fiabesche che vivificano materia ultra poverissima.

«Ho scritto e fatto tanto, forse troppo - dice Dalisi, sorridendo -. A volte succede che mi senta stanco. Ma quando disegno o coloro, si scatena un mondo di energia, che ha nel cuore il proprio epicentro». La sua è una rivoluzione formale, estetica, sociale senza tempo; in grado di unire linguaggi artistici e varie modalità espressive. Ha messo, e continua a farlo, al centro dell’arte una periferia culturale dalle potenzialità inestimabili. Coerentemente radicale nell’amore per la vita, e nella concezione dell’architettura, del design, sottratti alla mera logica del funzionalismo e del profitto. Il prodotto è un pretesto per dare sostanza a un universo di significati. «La società ci chiede una nuova efficienza, nuovi progetti ecosostenibili – prosegue -. L’arte deve disvelare le questioni poste dalla contemporaneità e fornire risposte. Occorre ripensare i modi della produzione, scostandoci dal consumo usa e getta».

Gli errori restano il terreno più fertile dove seminare: «L’ossessione per l’imperfezione deriva da una cultura schiacciata sulla razionalità. Da professore scrissi Progettare senza pensare, gettando scandalo tra i miei colleghi. «Non dovete cominciare dal disegno, bensì dalle analisi, dalle verifiche, dagli esempi…», dicevano agli studenti. E rispondevo: «Insomma, quando sei stufo, devi dedicarti alla cosa più impegnativa? No, creare innanzitutto. Spostare l’attenzione dalla razionalità al sentire le cose, sperimentando senza inibizioni, con una visione concreta dei bisogni sociali e la necessaria ricerca teorica. Ero molto studioso, cercavo di applicare. Poi un giorno, disegnando, intuii quanto la mia libertà, che si irradia dal plesso solare, fosse altrove».

La poetica del design ultra poverissimo, ultima frontiera della tecnica povera che ha caratterizzato la produzione di Dalisi, accolta nei più prestigiosi spazi espositivi mondiali (dal MoMa alla Triennale di Milano; oggi sue mostre sono in corso in Cina, a Seul e alla collettiva Il design italiano oltre la crisi, autarchia e autoproduzione alla Triennale), manifesta una miniera di personaggi fantastici. L’artista ha coinvolto, quasi sfidando e al contempo traendo ispirazione, un “povero organizzato”, il questuante Gennaro Cozzuto. Gli ha affidato disegni di uccellini, lamierino, forbici e fil di ferro. Ed è sbocciato un talento. «Ho una dignità nuova!», esclama Gennaro.

S’impone la manualità, quale forza generatrice di valore aggiunto, che avversa l’omologazione. Si nega la ricchezza esteriore, per rispondere a una domanda di autenticità con la semplificazione delle linee e un ritorno alla figurazione. I materiali poveri (cartapesta, latta, legno abbandonato, rame, ferro grezzo) assumono una comunicatività dirompente. La materia, costantemente rivalutata, ha vita propria, una voce. Dalisi dedica poi particolare cura alla pittura degli oggetti.

Paradigmatico dell’avventura radicale del maestro designer, tra i fondatori nei Settanta del laboratorio di ricerca e condivisione Global Tools, è stato il rapporto con i numerosissimi committenti industriali. Capovolse la dinamica: loro correvano appresso alle sue ricerche sul campo, e innovazioni, nel segno di un’alleanza tra la sapienza artigianale dei vicoli di Napoli e l’alta tecnologia. Il libro La caffettiera e pulcinella restituisce bene l’intensità dell’impresa della progettazione della caffettiera Alessi, che gli valse il Compasso d’oro. Ci affidiamo alle parole dell’imprenditore Alberto Alessi Anghini: «Non faceva molto per infondere sicurezza nell’establishment, anzi mise in crisi le certezze. Progettista così diverso da quelli abituali. Giunse a un risultato assoluto con una lunga e intensa dialettica tra mondo industriale e artigianale».

E ancora, Alessandro Mendini ricorda il principio dalisiano della Geometria generativa: «Un tentativo di controllare il gioco delle trasformazioni nello spazio, di registrarle in senso progressivo, di dirottarle, di tradurre le pressioni che vengono da altri tipi di processi in opportunità creative dello spazio; è la metodologia delle progettazioni interpersonali. L’interlocutore di questa progettualità molteplice è ora il bambino del sottoproletariato, ora il vecchio artigiano». Come quella figura mitica del lattoniere Don Vincenzo, che per timidezza mai volle conoscere Dalisi, ma che a distanza diede corpo ai prototipi della caffettiera napoletana.



Il viaggio di Dalisi è una ricerca antropologica, che costruisce legami, dà vita ai quartieri. Indica la rotta per l’emancipazione dal degrado e dall’inferno, al quale spesso finiamo per abituarci. La sua utopia si sostanzia nei ragazzi di Napoli salvati dalla strada. Gli occhi azzurri si velano di commozione, quando parla di loro. Ieri ai rioni Traiano e Sanità, oggi a Scampia e al carcere minorile di Nisida. «Negli anni Settanta portavo gli studenti di architettura fuori dalle aule a scoprire gli scugnizzi. Attraevamo tutto il quartiere con l’animazione. I bambini mi hanno spiegato la poesia e la libertà nella progettazione. Le regole derivano dalla poesia. Oggi, durante i laboratori, ai giovani reclusi di Nisida ripeto: “Prendete un pennello, non pulitelo mai, anche se i colori si mescolano, il gesto è decisivo: la vera ribellione alla realtà”». E ora, in cantiere, c’è l’elaborazione teorica dell’esperienza di arte terapia, da lui ispirata, nella ludoteca dell’ospedale Santissima Annunziata a Forcella.

lunedì 14 luglio 2014

Le luci di Pointe-Noire, l'Africa ritrovata di Alain Mabanckou


di Gabriele Santoro

Roma – Le luci di Pointe-Noire (66tha2nd, 246 pagine, traduzione di Federica Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco) è qualcosa di più di un reportage intimo sulla strada del ritorno a casa. Alain Mabanckou restituisce con leggerezza ed emozione tutta la complessità di una vita africana. Tornato dopo molti anni nella sua città natale, su invito dell’Institut Français per un ciclo di conferenze, si dedica alla scrittura di un libro che scava nelle memorie dell’infanzia congolese. 

Avvertiamo la solitudine e il senso di straniamento dell’anima migrante: «Sono una cicogna nera le cui peregrinazioni sono talmente lunghe che ormai superano la durata media della vita umana. Mi sforzo di trovare qualche buona ragione per amare questa città, pur così scomposta e deformata. E intanto lei, vecchia amante, fedele come il cane di Ulisse, mi tende le sue lunghe braccia stanche, mi mostra giorno dopo giorno le sue profonde ferite, come se potessi sanarle con la bacchetta magica».

Oggi docente di letteratura francofona a Ucla (Los Angeles), poeta e romanziere (tra gli altri Domani avrò vent’anni) mostra le radici di un’ispirazione che frantuma le frontiere: «Io non stacco gli occhi dalla baracca. Ci giro attorno e inciampo nelle pietre che stanno davanti alla porta d’ingresso. Sì, io dormivo lì dentro. Ma i miei sogni non erano angusti. Anzi, quando chiudevo gli occhi, il sonno mi regalava possenti ali da viaggiatore».

Mabanckou, apre il romanzo descrivendo il legame immortale con sua madre. Racconta il ritorno all’origine della vita con un omaggio indiretto alla dignità e al dinamismo della donna africana. Oggi quale ruolo ricopre nella società?
La società africana poggia sulle spalle delle donne. Sottovalutiamo spesso questo dato chiave. Della mia infanzia custodisco il ricordo vivido della presenza materna, dell’indipendenza di mia madre, delle sue inquietudini riguardo il mio futuro. Credo che l’Africa sia così mal governata anche perché non valorizziamo le preziosissime risorse femminili. E soprattutto concepiamo il potere ancora come un territorio riservato agli uomini.

Nel quaderno del viaggio a Pointe-Noire, in che modo rimescola l’universo di significati della sua infanzia con la trasformazione dei luoghi e il peso delle assenze?
Mi sono affidato all’amore per la poesia. Nella mia cultura la realtà non si scinde dal mito e dalle leggende. La mia infanzia si perpetua come un velo di mistero, c’è la magia, le credenze che ho conservato: ciò mi permette di scrivere oggi nella condizione di spaesamento intimamente connessa al ritorno. La nostalgia è un elemento centrale del libro; ho cercato di trasformarla in creatività.

Lei sembra consentirci di entrare nel processo creativo che scaturisce dalla riscoperta delle radici.
In effetti questa opera mi ha permesso di riscoprire le mie radici. Non è un processo semplice, poiché occorre saper separare l’emozione dalla vera creazione che richiede la giusta distanza. Ho compiuto l’impresa?

Quale tipo di influenza mantiene la tradizione orale? Ci trasporta anche nel lato fantastico e magico della vita in Africa.
La tradizione orale mi ha donato il senso del ritmo, la maniera di raccontare letterariamente le mie storie. Ma è limitativo e fuorviante ridurre il patrimonio culturale del continente all’oralità. A lungo, a torto, è stata considerata come una forma di esotismo, una pura curiosità. In realtà è l’anima del popolo, della letteratura popolare. Cerco sempre di non disperderla nel mio spirito. Faccio letteratura perché vengo dal popolo, dalle strade congolesi dove tutto è letteratura.

Che cosa significa essere figlio unico, come lei, negli equilibri sociali e familiari africani?
È una situazione delicata, quando l’unità di misura della ricchezza di una famiglia corrisponde al numero di figli. Ne ho sofferto, prendendone coscienza e facendo ricorso all’immaginario nel quale ricostruire un nucleo familiare.

L’incontro con la reggia di sua madre, nient’altro che una baracca, è estremamente evocativo. Lei non è uno scrittore a causa dell’emigrazione. In quello spazio minimo, la sua immaginazione appariva aver già trovato diritto d’asilo.
Rendere un luogo piccolo un regno sconfinato è stato uno stimolo creativo straordinario. Da bambino percepivo immensa la mia casupola. Tornato, a distanza di ventitré anni, mi si presentava minuscola. Nei miei libri ho sempre sognato grandi spazi liberi; l’emigrazione mi ha restituito la giusta misura delle cose.

Qualifica come anarchica l’urbanizzazione di Pointe-Noire, capitale economica del Congo-Brazzaville. Entro il 2030, 730 milioni di africani vivranno in città (oggi sono circa la metà). Ciò rappresenta una delle nuove sfide per il continente. 
Sì, l’urbanizzazione è in piena deflagrazione. Quando arrivi a Lagos, Kinshasa o Johannesburg comprendi quanto la città abbia creato delle culture, che ormai vanno prese in considerazione. Ho avuto la fortuna di vivere bene sia nel villaggio sia nell’agglomerato urbano. Ciò mi aiuta a differenziare le cose. In città si gioca la sfida cosmopolita. Si sta affermando una lingua urbana, che ben ritroviamo negli autori africani della nuova generazione.

Nel romanzo svela la passione per il cinema italiano. Ma oggi quel luogo mistico della sala Rex non c’è più a Pointe-Noire.
Amiamo il vostro cinema. Allora però non sapevamo neanche da dove provenissero le pellicole. Andavamo in sala, dicendoci che avremmo viaggiato in Europa. Oggi sono triste, perché moltissimi giovani non godranno di questo piacere. Stanno sparendo i cinema in Congo, con le chiese pentecostali a occupare il loro posto!

Le cronache giornalistiche ci restituiscono ormai quasi quotidianamente il dramma dei migranti che non sopravvivono al viaggio. Che cosa raffigura ancora questa Europa indifferente?
Tuttora affascina gli africani, quale terra promessa di benessere e felicità. Per questa ragione assistiamo al dramma della diaspora di cui è vittima un’altra generazione promettente. Senza governo, la situazione rischia di aggravarsi. Non dimentichiamo che se i giovani africani mettono a repentaglio la propria esistenza, è anche per l’incessante depredazione delle ricchezze del continente, messa in atto dai grandi potentati economici sovranazionali.

La facciata del suo vecchio liceo manifesta tutta la contraddittorietà del periodo post coloniale. La questione dell’identità, anche linguistica, è sempre d’attualità. Come d’altra parte lo sono i conflitti etnici e d’interesse geopolitico, la fragilità culturale delle entità statuali, la corruzione, l’influenza di vecchi e nuovi colonizzatori.
Le tracce della colonizzazione sono ben riconoscibili dagli edifici, dai nomi delle strade. È la nostra storia, e non vorrei che fosse banalmente rimossa. Richiede invece comprensione e analisi, al fine di cogliere come le vecchie potenze coloniali siano tuttora presenti nel continente. Lottiamo affinché il patrimonio linguistico africano sia valorizzato. E che la storia dell’Africa sia scritta e studiata dagli africani. Un processo fondamentale frenato anche dall’interno. È deplorevole l’attitudine delle classi dirigenti africane a comportarsi da monarchi, dittatori, instaurando regimi fondati sulla corruzione.

Esistono davvero modelli di società e sviluppo economico importabili? 
Scordiamoci d’imporre dall’alto un modello all’Africa. Abbiamo perso molti eroi, per la paura di tornare all’essenziale: società libere e autonome. Sankara, Lumumba Nkrumah, mantengono la forza dirompente dell’esempio. L’Africa ha bisogno di riappropriarsi della conoscenza delle proprie radici e della trasparenza nella gestione economica.

L’elezione di Barack Obama aveva suscitato speranze anche nella terra del padre. Tuttavia la relazione è rimasta molto fredda e labile il segno politico.
Obama è un americano, non africano come l’hanno sognato per errore molti africani, che credevano che questo presidente avrebbe aggiustato i guasti dell’Africa. È finito il tempo di valutare le relazioni tra esseri umani nella prospettiva del colore della pelle. Tocca ai presidenti africani rendere felici i rispettivi popoli. Obama non è che un presidente americano, come tutti quelli che l’hanno preceduto.

A Pointe-Noire ha ritrovato la gioia, gli sprazzi di luce che i bambini sanno scovare anche in mezzo alle più aspre difficoltà. 
L’accumulazione delle ricchezze non garantisce libertà e indipendenza. Eravamo bambini felici con il poco a disposizione. L’unico consiglio che mi sento di dispensare ai giovani africani: la felicità è in Africa, bisogna ricercarla e riconquistarla là.