domenica 30 ottobre 2016

Borges trafugato per le indagini di Ponzetti

Il Messaggero, sezione Macro, pag. 22
30 ottobre 2016

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

«La libertà è 'na cosa preziosa, ma la gente c'ha paura d'esse' libera. Ar massimo, nella maggior parte dei casi, preferisce accontentasse de padroni bboni. Ma nun succede quasi mai». Si può cominciare da qui a leggere la nuova indagine del commissario colto, bonario e spiritoso Ottavio Ponzetti, creato da Giovanni Ricciardi. Nelle pagine de Gli occhi di Borges (Fazi editore, 238 pagine, 16 euro) c'è e s'indaga la nostra smania illusoria di controllare il futuro, di governare la propria vita cercando di distinguere segnali premonitori, che finisce per consegnare la nostra libertà nelle mani di qualcuno.

Nel 1969 Jorge Luis Borges disse a proposito di Fervore di Buenos Aires, la cui prima edizione risale al 1923 e segnò il suo debutto, che prefigurava «tutto quel che avrei fatto in seguito». Perché la pubblicazione del 1923 è quasi introvabile? «Allora Borges era molto giovane, e tornava pieno di idee nuove da un lungo soggiorno in Europa con la famiglia – spiega un interlocutore di Ponzetti – . Il padre gli finanziò la pubblicazione di questa raccolta poetica, che secondo me è anche la più bella che abbia mai composto. Ma se ne stamparono solo trecento copie, che in gran parte Borges regalò frettolosamente, perché doveva tornare presto in Europa a causa della grave malattia agli occhi di cui soffriva il padre, che si curava da un famoso medico svizzero».

Ricciardi costruisce il giallo intorno al trafugamento dalla Biblioteca Nazionale di Buenos Aires della copia autentica dell'opera per conto di un ignoto e ricchissimo collezionista italiano. Questa settima indagine si collega alla quarta, Portami a ballare, nella quale il commissario e l'ispettore Iannotta si dedicano alla risoluzione di un caso dopo il rinvenimento a Roma, Porta Latina, del cadavere di un misterioso ghostwriter, Andrea Perfetti. Ora Ponzetti si trova in Argentina, dove le autorità giudiziarie locali gli chiedono di mettere una dubbia parola fine a una vicenda complessa: «Perfetti non è solo un ghostwriter, è un trasformista. E lei lo ha intuito perfettamente. Qui in Argentina è riuscito a non farsi notare quasi per niente, scomparendo praticamente nel nulla». Lo scrittore, insegnante, romano di San Giovanni, affronta il tema del doppio, dell'identità che sfugge. La crisi dell'identità in un intreccio che sa mantenere alta l'attenzione e conduce in un luogo di Ricciardi, il quartiere Esquilino. Ogni certezza acquisita di pagina in pagina appare fragile.

Il titolo, Gli occhi di Borges, si riferisce a una celebre rubrica di oroscopi, tenuta da un famoso astrologo su un'importante rivista italiana, e anche qui nulla è quel che sembra. Ricciardi, che sa quel che racconta, coglie l'occasione per presentare le insidie dell'avvicinamento degli adolescenti al mondo del lavoro, previsto dalla scuola. Una giovane liceale, Vanessa, che vive con la madre Anita in un elegante appartamento proprio all'Esquilino, ottiene la possibilità di fare uno stage presso la redazione della rivista. Da quel momento però la sua vita cambia. La ragazza si chiude in sé stessa, preda di fobie e di un mutismo assoluto, fino a non voler più uscire di casa. La madre, alle prese con un matrimonio in frantumi e nuove relazioni al tempo di Facebook, non sa più a chi rivolgersi. Tocca a Ponzetti, sempre ricco di umanità, di ritorno nella Capitale, e Iannotta, che da tradizione parla solo romanesco, riannodare i fili delle due vicende, che in fondo rivalutano la bistrattata figura paterna.

venerdì 28 ottobre 2016

Jonah Lomu, l'uragano nero


di Gabriele Santoro

All’inizio del 1989 l’uragano nero, quando varcò per la prima volta la soglia dell’ufficio di Chris Grinter, non era altro che un tredicenne, uno dei tanti ragazzini di strada dal sobborgo Greenlane, nella parte sud di Auckland, la città più popolosa della Nuova Zelanda. «Forse era fisicamente un po’ più grande dei suoi coetanei, ma la sua futura magnificenza e abilità atletica non apparivano ovvie», ha raccontato l’allenatore del Wesley College. In cinque anni poi Jonah Lomu ha colto di sorpresa il mondo, ha cambiato il gioco con la palla ovale, inscrivendo al vento l’immortalità di chi fin da bambino custodisce almeno due sogni: giocare un mondiale, e vincerlo.


Nel 1995 Nelson Mandela tentava di ridisegnare le linee di confine e infrangere le convenzioni anche nel rugby, tenendo però insieme il Sudafrica. E c’era una Coppa del mondo per mostrare la reificazione dell’idea di un paese oltre la lacerazione dell’apartheid. Fuori dalla Nuova Zelanda in pochi avevano potuto intuire la strapotenza di Lomu, che inanellava record di velocità e quindicenne si laureava campione nazionale, fino a bruciare i tempi di contatto con gli All Blacks.

Marco Pastonesi, giornalista e scrittore, non ha mai nascosto la propria predilezione per i gregari. «Pantani non era uno dei miei. Nessun campione, nessun capitano, nessun vincitore né vincente né vittorioso è uno dei miei», ha ammesso nel prologo della biografia onesta Pantani era un dio. Ora con L’Uragano nero. Vita, morte e mete di un All black (66thand2nd,185 pagine, 18 euro) torna a misurarsi con un uomo dall’esistenza più larga della vita. E lo fa col suo stile, quello dei talenti che hanno l’urgenza narrativa della provincia e se ne nutrono. Raccontando Lomu, sì, si può finire dentro all’Istituto penale minorile Cesare Beccaria a Milano, dove il rugby grazie all’Asr Milano significa redenzione.

Pastonesi, seguendo i passi dell’anima del campione scomparso, ci guida in tanti altrove del rugby che «è l’unico sport ad aver mutuato il nome dalla città dove è nato come un urgente bisogno di identità, terra, radici. Vissuto come una religione fra credi e credenze, riti e rituali, culti e comandamenti. (…) Non è una disciplina semplice: presuppone strategie e gerarchie, impone tattiche, stabilisce limiti, custodisce storie, detiene perfino segreti indispensabili per incanalare la forza fisica ed esaltare le intuizioni mentali».

Un italiano, Vittorio Munari, cacciatore di talenti per il Petrarca Padova, rimase subito abbagliato dal giovanissimo Lomu. Era bello come Cassius Clay all’Olimpiade di Roma nel Sessanta: centodiciotto chili senza un’oncia di grasso, sempre pronto, seppure di carattere riservato. Il rugby l’aveva conosciuto solo sulla strada, dove mitigava il dolore di una famiglia segnata dalla violenza paterna. Col padre, Semisi, pescatore e poi meccanico, stravolto dall’abuso di alcol, si ritroverà dopo 17 anni solo a poche settimane dalla morte di quest’ultimo. Lui e la madre, Hepi, erano originari di una delle 169 isole dell’arcipelago di Tonga, emigrati poi in Nuova Zelanda. Non c’è stato nulla di facile nell’esistenza di Siona Tali Jonah, nato il 12 maggio 1975, neppure il parto. Affidato alla sorella della madre, Longo, e al marito, Moses, l’infanzia assomiglia a una fuga dal mondo a Tonga nell’arcipelago di Ha’apai, nell’isola di Lifuka, nel villaggio di Holopeka: un luogo magico, primitivo dove il rapporto con la natura non è mediato. Non c’era neanche la scuola.

A sette anni rientrò a casa, e di quella libertà non vi fu più traccia. C’era il rumore silenzioso della violenza domestica, col padre che ubriaco si accaniva sui figli e sulla moglie nel degrado di South Auckland. Alcolismo e violenza marchiano il sottoproletariato maori. Lomu apre la propria autobiografia (Jonah – My story, 2013) posando lo sguardo sulla rabbia per quegli anni, sul giorno in cui ormai quindicenne disse basta e fermò a mani nude il padre.

Pastonesi ci ricorda che il rugby è forza, non violenza, aggressività, non cattiveria. Potenza non prepotenza. E questo sport, in cui la geometria e le strategie si piegano spesso al rimbalzo anarchico dell’ovale, tirò fuori dai guai l’adolescente Lomu, invischiato in pessime compagnie: «Senza il rugby sarei finito morto o in galera». Hepi lo iscrisse al Wesley College, che dal 1884 ha accolto ed educato studenti fondamentali per la storia del rugby negli All Blacks.

«La meta è sempre considerata il risultato di un’azione di squadra, e il merito è sempre diviso per quindici finché non appare Lomu», scrive l’autore. Nessuno era in grado di abbinare quella velocità a quella stazza. Ai campionati studenteschi il ragazzone vinceva tutte le gare di velocità, dominando in realtà anche nelle altre discipline, dal salto triplo al getto del peso. Chris incanalò la sua rabbia, lo fece sfogare comprandogli un sacco per boxare. Lomu copriva la distanza dei 100 metri in 10”89. Riformulerà poi i fondamenti del ruolo di tre quarti ala con la corsa da figlio del vento e le acrobazie. E soprattutto sfondava: distruggeva i placcaggi.

Nell’esordio scolastico in prima squadra debuttò nel pacchetto di mischia da terza ala, ruolo in cui si gode di maggiore libertà, che esaltava la sua velocità ed esprimeva la sua energia. Sono trenta le mete segnate in 17 partite al Wesley College, che sorge in una splendida area verde, di cui divenne capitano e rappresentante. Nel 1991 disputò il primo match internazionale con la selezione Under 17 della Nuova Zelanda. Tre anni più tardi salutò le certezze del College, trovando squadra nei Counties Manukau e lavoro nella Auckland Savings Bank.

Laurie Main, l’allenatore degli All Blacks, si accorse del suo talento proprio con quella maglia e lo scatto fu breve: «Nel 1994 sapevamo che Jonah non era ancora pronto per quel livello di rugby, ma le nostre aspettative erano realistiche. C’era un potenziale straordinario in quel ragazzo per realizzare qualcosa di spettacolare, di inatteso nella Coppa del mondo del 1995». L’ultima domenica del mese di giugno 1994 a Christchurch, Lomu a 19 anni e 45 giorni, il più giovane debuttante in un test match, divenne l’All Black numero 941 nella sfida Nuova Zelanda-Francia. La prima partita ufficiale, di quelli che poi risponderanno al soprannome All Blacks, è stata disputata al Newton Park di Wellington contro il Wellington XV, giovedì 22 maggio 1884, vinta 9-0. Centotré anni dopo la squadra in nero si è aggiudicata la prima edizione della Coppa del mondo.

Pastonesi riporta un passaggio interessante dal libro Quello strano rimbalzo di Peter Freeman: «In nessun altro paese dell’ex impero britannico il rugby ha legato in maniera tanto profonda due popoli, quello dei colonizzatori e quello dei colonizzati. Laggiù nella terra più distante di tutte è accaduto qualcosa di speciale e di unico: è nata una relazione». Il rugby è un elemento culturale inscindibile dalla nazione neozelandese, sono cresciute insieme. Domina i mezzi di informazione: «In Nuova Zelanda il rugby è tutto: religione, mito, leggenda». Il primo rugby club neozelandese a Wellington fu fondato l’anno precedente, 1870, alla prima partita internazionale di rugby della storia, Scozia- Inghilterra.

Lomu era un ragazzone di indole riservata. Timido agli esordi, discreto davanti ai campioni affermati della selezione nazionale. Nel 1995, convocato solo al terzo raduno degli All Blacks in vista della terza edizione del Mondiale, compì il salto in prima squadra dopo l’infortunio dell’amico Eric Rush, vittima di uno stiramento muscolare. E sovvertì le gerarchie.

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martedì 25 ottobre 2016

Paul Beatty conquista The Man Booker Prize con "Lo schiavista"

Il Messaggero, sezione Macro, pag. 22
9 ottobre 2016

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

Paul Beatty, classe 1962, radici losangeline, con Lo schiavista (Fazi Editore, 369 pagine, 18.50 euro, traduzione ottima di Silvia Castoldi), appena entrato nella short list del Man Booker Prize dopo aver vinto il National Book Critics Circle Award 2015, guarda al proprio paese, gli pone molte domande e lo dissacra, mettendolo allo specchio, senza coltivare la pretesa di ricevere risposte esaurienti. Che cos'è il post racial? Al tramonto silenzioso della presidenza Obama, qual è l'esito della scelta di far passare sotto traccia la questione razziale? Beatty l'affronta col coraggio della satira, che è anche mezzo per impastare le mani nel dolore, interrogando, stuzzicando una storia che ammira, quella del Movimento per i diritti civili, e il tempo presente.

Il prologo è così denso da sembrare un romanzo nel romanzo nel quale percepiamo le urgenze dell'autore. Il narratore, il venduto (The Sellout, il titolo originale dell'opera), nell'incipit potente si fa carico del pregiudizio storicizzato: «So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente». Me, soprannominato Bonbon, ci porta davanti alla Corte Suprema col caso 09-2606: lui contro gli Stati Uniti d'America. Il giudice nero è costernato: perché ai giorni nostri un afroamericano viola i principi possedendo uno schiavo e sostiene che la segregazione riunisca le persone di una comunità in crisi di identità?

L'imputato è originario di Dickens, un ghetto nella periferia sud di Los Angeles a immagine e somiglianza della reale Compton. Rinnega l'educazione impartita dal padre, sociologo controverso, ucciso da un proiettile sparato da un poliziotto, così simile alla feroce banalità delle dinamiche riportate dalla cronaca. A qualche anno di distanza dal delitto il sobborgo scompare dalle mappe. Me vede crollare il proprio mondo, ma non è solo. Anche il vecchio Hominy Jenkins, reazionario razziale sui generis, l'ultimo sopravvissuto delle Simpatiche Canaglie, necessita di trovare un appiglio nel naufragio dell'identità: che cosa vuol dire essere nero? E si offre come schiavo.

Segregare la scuola, il trasporto pubblico, perché la segregazione razziale avrebbe costituito la chiave per riportare in vita Dickens. Beatty ci costringe a fare i conti col fallimento dell'utopia, con la contraddizione insita nell'integrazione. E più intimamente con l'assenza e la morte. Lo schiavista è un modo onesto di tornare dentro a una casa scomoda, soprattutto davanti all'insegna la legge è uguale per tutti.

Beatty non si considera uno scrittore satirico, e definisce a ragione l'etichetta come un limite per il romanzo. Dopo aver spalancato le porte col prologo, lo scrittore alza freneticamente il ritmo e si fatica quasi a stargli dietro, non fosse per la qualità della scrittura che mescola sapientemente i registri linguistici. Col potere della fantasia e dell'umorismo si emancipa dai lacci della classica denuncia sociale, andando ben più in profondità negli aspetti più violenti e assurdi del proprio paese.




sabato 22 ottobre 2016

Virginia Marchesini scrive ad Anna dentro al suo romanzo postumo

Il Messaggero, sezione Macro, pag. 23
22 ottobre 2016

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

Anna Marchesini si dedicava alla scrittura con la cura propria dell'artigiano. Cesellava le pagine dei quaderni, che si usano a scuola, per scrivere i suoi libri. Prima in brutta, una minuta tormentata da cancellature e riscritture, poi in bella copia. La calligrafia appare morbida, elegante, intellegibile. Ne abbiamo testimonianza nei segni e disegni della prima pagina del quaderno di bella, dove incise l'incipit del suo ultimo romanzo È arrivato l'arrotino (162 pagine, 15 euro), che Rizzoli pubblica postumo. L'attrice, scomparsa lo scorso 30 luglio a novembre avrebbe compiuto 63 anni, ha lavorato sul testo fino a due settimane dalla morte.

«Mamma, ricordati che le cose belle sono nella vita semplice e nelle piccole e grandi sconfitte, quelle piccole vittorie che tu o noi ci prendevamo erano vittorie contro un mondo assurdo e banale che stava sempre a vedere le apparenze e mai il dettaglio o la sostanza delle cose. Mamma, mi manchi e sarai sempre nei miei pensieri più intimi», ha scritto la figlia ventitreenne Virginia Marchesini nella prefazione. È arrivato l'arrotino non è l'occasione per indugiare sul dolore, sulla malattia che ha segnato il tramonto di un talento generoso, eclettico, ma per immergersi nella sua capacità descrittiva, nel suo ritmo, nell'ironia che sa mischiare malinconia e felicità.


In una poesia, scritta negli anni Ottanta, Marchesini dice: «La Mano paziente della notte - / il cielo ora scopre le sue stelle, che ha custodito a lievitare. Svelato l'incanto, / quest'ora di miracolo invoglia a essere grandi anche nel dolore». E leggendo le pagine che compongono l'ultimo sforzo dell'autrice, la prima cosa spontanea è immaginarla con una delle sue espressioni mimiche, che hanno conquistato tutti sul palcoscenico e in televisione, mentre declama la voce stentorea che spesso risveglia la vita nei quartieri: «Donne! È arrivato l'arrotino! Arrota coltelli forbici forbicine forbici da seta coltelli da prosciutto. Donne, è arrivato l'arrotino e l'ombrellaio. Aggiustiamo gli ombrelli, ripariamo cucine a gasse: abbiamo tutti i pezzi di ricambio per le cucine a gasse. Se avete perdite di gasse noi le aggiustiamo se la vostra cucina fa fumo noi togliamo il fumo dalla vostra cucina a gasse».

La figura dell'arrotino tiene insieme le due storie che si intrecciano nel testo. Marchesini tratteggia due donne, due vicende vicine e lontane: una creatura che sta per venire al mondo e un'orfana che del mondo conosce solo l'indifferenza. Un prima e un poi legati a doppio filo dalla stessa presenza: il passaggio dell'arrotino. Colpisce in particolar modo la seconda storia, il personaggio di Maddalena: «Orfana la chiamavano a scuola con malcelato disprezzo come fosse stata una colpa»; «esisteva per sé stessa anche se questo non aveva alcuna importanza». Marchesini ci restituisce con la profondità del suo sguardo, che conosciamo, il tentativo di trovare la bellezza laddove nessuno si sarebbe immaginato ci fosse, nelle cose più usuali, nella vita profonda delle “nature morte”.

È arrivato l'arrotino è arricchita da una terza parte. È una raccolta di poesie inedite, tratte da Fiori di Fitolacca, che risalgono a un periodo compreso tra la fine degli anni Sessanta e la fine degli anni Ottanta. A proposito della solitudine Marchesini scrive: «La mia solitudine si sta così sublimando che quando raggiungerò la perfezione: compiacimento più partigiano di sé, forse non mi lascerà più scampo e non potrò che matrimoniarmi alla più esotica e ambigua operazione».


Nella lettera che Virginia Marchesini ha rivolto alla madre, la definisce una poetessa, e si sa che non ne nascono molti, vanno preservati. La mattatrice del Trio con Tullio Solenghi e Massimo Lopez, la Signorina Carlo, la sessuologa Merope Generosa fuor di scena diceva in versi sul mistero dell'esserci e quel che comporta: «Credo che tutto ciò che di assoluto, e di sovrumano ha la vita, è una breve concessione della Morte». E di licenze Marchesini ne ha donate molte con quell'urgenza che Virginia condensa in parole significative: «Qualche volta era il destino a rovinarti le cose pure e semplici della vita, ma tu avevi il tuo solito modo di sdrammatizzare tutto anche per telefono e di ridere degli incidenti della vita e di ridere, ridere ancora di tutto, e anche piangere. Quando dovevi stare bene ti mettevi a truccarti e a pettinarti e a vestirti con il tuo solito vestito anni Cinquanta a palloncino rosa a strisce nere che comprammo insieme, ti mettevi il profumo alla rosa, rimmel nero, coprispalle rosa abbinato al vestito, scarpe di colori diversi o stivaletti neri con il tacchetto, il tuo solito rossetto marrone e il tuo lucidalabbra, ti mettevi accanto alle persone e ridevi o scambiavi un abbraccio con loro».

È cosa nota la generosità che Anna riservava ai giovani che coltivano la passione per la recitazione. Aveva insegnato all'Accademia d'Arte Drammatica Silvio d'Amico, andando fiera del suo sogno di gioventù: aveva dovuto tentare l'ammissione tre volte prima di realizzarlo. «Il senso della tua vita era quello di onorare i giovani e di istruirli e di «educarli all’arte » di andare da soli e in autonomia come me, anche se non ti ascoltavo, e tu mi rimproveravi per questo e io ti davo i baci dopo gli schiaffi», sottolinea Virginia, unendo la terra col cielo, quel che se ne va e quel che resta. 

mercoledì 19 ottobre 2016

L'arte del racconto secondo Philip Ó Ceallaigh


di Gabriele Santoro

Philip Ó Ceallaigh sostiene di essersi trasferito a Bucarest perché voleva scrivere racconti. Nel 2000 all’età di trentadue anni si è sistemato dove è scomodo stare. Era primavera e viveva in periferia in un monolocale al decimo piano di una palazzina d’epoca comunista: «Non era esattamente un ghetto, ma nemmeno un quartiere alla moda». Costava poco e poté comprarlo, ma non aveva i soldi per riparare il soffitto. La pioggia penetrava nell’appartamento, a causa dell’umidità crescevano funghi sulla parete («erano multicolori, li avrei dovuti fotografare», dice).


Bucarest era in stato di decomposizione, dal comunismo al salto nel vuoto del libero mercato degli anni Novanta. E quel soffitto ne restituiva l’immagine: tutto crollava e nessuno sapeva come rattoppare. Dentro a quell’appartamento Ó Ceallaigh forse si è salvato la vita. Come i vicini di casa, prostitute che profumavano l’ascensore, giovani che più dei pensionati assomigliavano a relitti alla deriva, cercava la via di fuga all’assenza di senso: «Mi sembrava che perlomeno metà degli inquilini stesse impazzendo, confinati dalla povertà nelle loro stanze mentre il mondo di fuori collassava – ha scritto – . Ero il migliore scrittore irlandese non ancora pubblicato e delle volte, da ubriaco, mi gloriavo di questa follia sbracato nel buio da qualche parte».

Appunti da un bordello turco (Racconti, 343 pagine, 16 euro) – Notes from a Turkish Whorehouse, Penguin – è stato l’esordio di Ó Ceallaigh e ha celebrato il decimo compleanno con la traduzione in italiano a cura di Stefano Friani. Quando si decanta la scomparsa del lavoro, tacendo l’incapacità di raccontarlo, lo scrittore riesce a illuminare il sommerso, i pessimi lavori del working class hero contemporaneo. Nella penna asciutta di Ó Ceallaigh c’è amore per la periferia, per i diseredati che sanno a loro modo affrontare l’isolamento e lo sradicamento. I narratori, spesso uno scrittore vagabondo, sanno quel che pretendono di rappresentare.

Ó Ceallaigh, irlandese classe 1968, usa in modo fluente sei lingue. Ha vissuto in Spagna, Russia, Kosovo, Stati Uniti, Georgia ed Egitto reinventandosi in mille mestieri per mantenersi. Nel 2006 con Appunti da un bordello turco ha vinto il Rooney Prize. Ora ha appena finito un libro, che è un saggio, di prossima uscita per Penguin, sulla persecuzione degli ebrei nell’est europeo, l’olocausto e il comunismo esaminando i temi attraverso le vite e gli scritti di diversi scrittori ebrei dell’area – Isaac Babel, Vasily Grossman e Mihail Sebastian.

Il titolo della raccolta non tragga in inganno: la maggior parte delle storie contenute nei diciannove racconti è ambientata in Romania: «Scrivevo della vita nel mio palazzo da dieci piani, che era la stessa vita degli altri palazzi da dieci piani, la stessa vita di gran parte della città. Scrivevo della esilarante assenza di speranza di tutte queste vite, ammassate assieme, ognuna di loro alla ricerca di un senso».

Ó Ceallaigh, le succede di riguardare Appunti da un bordello turco?
«Non l’ho riletto recentemente. Negli ultimi cinque anni non ho scritto molta fiction, è come se fossi uscito da quella zona. Quel che più ricordo è la stagione della vita nella quale l’ho scritto, le giornate, le nottate e le persone. Rammento la stanza dove ero seduto e il vissuto da cui provengono le storie. La mia memoria riguarda soprattutto il sentimento durante la scrittura, col mio stato d’animo d’oggi non saprei cosa ne sarebbe di queste storie. Le traduzioni consentono di incontrare nuovi lettori. Discutiamo e comincio a ricordare, mi riavvicino alle storie come l’ultimo estraneo. Dovrei rileggerle e potrebbe sembrarmi strano, potrei sentirmi come Donald Trump, sfidato su quello che disse o combinò. Potrei difendermi assicurando che in dieci anni sono cambiato, che in fondo il libro è uno scherzo da stanzetta. Perdonatemi».

Che cosa è cambiato dopo la pubblicazione?
«Sono diventato uno scrittore, nel senso che tutti potevano chiamarmi così. Non ha fatto la differenza sul modo di scrivere, ma sul livello di confidenza nel dire alle persone che cosa fossi. Fino a quel momento assomigliava a un segreto sporco. Ho speso tutto il mio tempo portando avanti questa attività, che è invisibile al resto del mondo e quasi pretende il porgere le scuse per il fatto di riversare tutto il tempo e le energie in qualcosa da cui le persone non possono trarre nessun guadagno immediato. Col trascorrere degli anni è una condizione psicologica scomoda. Devi sempre confrontarti con i giudizi delle persone. Si vive in un mondo per individui, che pratica l’arte del giudizio sul successo. Lo devi ignorare. Un giorno velocemente e inaspettatamente sei trasformato in qualcosa che la gente vede come un successo. Scrivono che ti ammirano, chiedono come si fa. Tutto ciò ti rende sufficientemente cinico sul fatto che la gente si accontenta della superficie di quello che si definisce successo».

Lei come reagisce?
«Riconosco la situazione. Non arrivi a scrivere qualcosa che ti impegna per cinque o sei anni senza acquisire un certo grado di indifferenza ai giudizi. Lo scrivere mi è sempre sembrato l’unica compensazione per tutta la merda che ho affrontato».

Un irlandese giramondo come lei, in che modo è finito al decimo piano di un appartamento diroccato alla periferia di Bucarest?
«La mia vita è stata cambiare lavoro e città ogni sei mesi, non avendo alcuna stabilità e confrontandomi costantemente con nuove situazioni di insicurezza materiale. Mi sentivo un disadattato come tutte le persone della mia età che non possono accettare di trovare alcun senso in una carriera o in quella che è considerata una vita normale. E la scrittura rispondeva a ciò. Era un tentativo di trovare un centro, un sentiero, in fondo un’attività che avesse un valore per me. Le parole sono state la mia gravità perché null’altro funzionava. Disperdevo molta energia vivendo in quella maniera, spostandomi in modo incessante. Per scrivere ho avvertito il bisogno di stabilirmi, e l’ho fatto. Ero un fallimento che viveva in quartiere e in un paese a loro volta fallimentari. Intenso, a suo modo. Tutto ciò che potevo fare era scrivere».

L’operazione è riuscita, ma soprattutto ha trovato una definizione di periferia.
«Sì, credo di aver risposto nel libro: “Se ti vuoi fare un’idea di come se la passa una città, pensò, devi andare a vedere i suoi margini. Il centro ti dirà che va tutto bene. La periferia ti dirà il resto”».

Quante ore al giorno dedica alla scrittura?
«Il minor tempo possibile, ma non è una questione temporale. Si tratta dell’esperienza di essere assorbiti. Il tempo che mi serve per entrare dentro alla scrittura è variabile. Trascorro anche quattro ore davanti al computer senza fare nulla prima di cominciare. Una volta entrato proseguo fino a quando c’è il battito. Quando lo sento il resto della giornata è spensierato, felice».

E la lettura?
«Negli ultimi cinque anni ho letto soprattutto non fiction con una matita in mano per le ricerche destinate al libro appena consegnato al mio editore, Penguin. In questi periodi viene meno il gusto puro della lettura, il piacere di perdersi. Vorrei mettere un punto a questa fase e riprendere a leggere come ero abituato, una forma di esplorazione».

È stato difficile trovare una casa editrice che pubblicasse i racconti?
«L’ho cercata per alcuni anni. Spesso mi dicevano di non essere interessati alla short story. Poi vivevo in un paese non mio ed era difficile che qualcuno leggesse. Questo ebbe un aspetto positivo: mi emancipai dalle attese fino a quando non mi ha trovato un’agente. Lesse alcune storie che avevo scritto e mi chiese se ne avessi altre. Ho risposto offrendo direttamente il libro già pronto. E tutto poi è proceduto in modo spedito».

Perché il racconto?
«È accaduto, non è stata una scelta. Non ho alcuna motivazione personale per scrivere quel che i lettori vogliono di più, i romanzi. Probabilmente perché non mi riescono. Troppo spesso il romanzo è una convenzione editoriale che deforma le storie. Se fosse data più attenzione alla forma, alla struttura si pubblicherebbero meno romanzi e storie migliori».

Come ha celebrato la prima pubblicazione?
«Un giornale pubblicò per la prima volta una mia storia, poi per due anni niente e allora ho fermato quel momento. Successivamente ho vinto un premio per giovani scrittori. Lo ricordo bene, perché era sponsorizzato dal Brandy».

Le chiedo qualcosa sul testo che dà il titolo alla raccolta. Scrivere vuol dire lottare?
«Be’ sì, quel racconto si avvicina allo sforzo, alla lotta per scrivere in circostanze difficili. C’è un cameriere che lavora nel bordello, la sua figura si ispira a un ragazzo conosciuto realmente in Turchia proprio in quell’ambiente. Lui mi si avvicina, iniziamo a parlare, mi dice che è uno scrittore, osservava l’ambiente in cui lavorava, le ragazze e ne scriveva. Non ho mai letto quello che ha scritto, il suo inglese era limitato, ma ricordo di avergli detto: “Questa è la maniera di scrivere, proprio il cosa e come puoi farlo”. La mia situazione tutt’altro che confortevole era simile, lottavo sempre materialmente. Sono andato a vivere in un paese molto povero, quando appariva disintegrato, e l’ho scelto come terra della scrittura. So che è quasi una prospettiva anti letteraria. Molta letteratura si scrive in comfort zone ed è una cosa differente. Non quello che vivevo all’epoca e il libro lo riflette».

In che modo è riuscito a raccontare così bene la storia di un amore che finisce?
«Qualcuno pensa che sia abbastanza realistico. Come percepiamo i segnali che descrivono quel che sembra accadere quando un amore sparisce? Retrospettivamente cerchi di analizzare le esperienze, di rintracciare le ragioni per le quali le cose avvengono e alla fine trovi una giustificazione. Per le creature che siamo cerchiamo sempre di spiegare, ma veramente per le esperienze fondamentali non c’è spiegazione. Davvero non possediamo spiegazioni. Forse è la cosa più difficile con la quale fare i conti. Il fatto di non comprendere poiché il dolore per le cose successe è spesso un’apparenza. L’odore, la puzza è il segnale divertente che ho intercettato per la fine di un amore. Sembra avere contemporaneamente una componente fisica e una emozionale. Non possiamo mantenere alcun controllo nella reazione di piacere o meno all’odore dell’altro. È il segno peculiare».

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mercoledì 12 ottobre 2016

Vera e Franca viva per sempre

http://www.minimaetmoralia.it/wp/vera-e-franca/

di Gabriele Santoro

La voce di Vera Vigevani, milanese classe 1928, è dolce, decisa e squillante come se fosse animata dalla gioventù coraggiosa di sua figlia, Franca Jarach. Nel 1939 Vera fu costretta dalle leggi razziali ad abbandonare insieme ai genitori l’Italia destinazione Argentina: «Ho compiuto undici anni sulla nave – racconta – . Ero una bambina, ma quelle cose non si dimenticano come quando mi hanno cacciata da scuola in quanto ebrea. È stata la prima ingiustizia che ho conosciuto nella mia vita. Poco più piccola mio padre, che mi aveva spiegato cosa volesse dire fare l’avvocato, mi portò davanti alla facciata del tribunale cittadino e mi parlò della giustizia. Ho sempre creduto fosse una cosa meravigliosa».

Vera, donna colta e determinata che ha lavorato per quarant’anni nella redazione cultura dell’Ansa a Buenos Aires, personifica il Novecento con i suoi drammi e l’esigenza di testimoniare. Sua figlia Franca, vittima della dittatura civico militare argentina, scomparve a diciott’anni il 25 giugno 1976 e di lei non si seppe più nulla fino a pochi anni fa, quando una donna, Marta Alvarez, sopravvissuta al campo di concentramento dell’Escuela de Mecanica de la Armada, le ha raccontato tutto grazie alle ricerche straordinarie delle squadre di antropologi forensi argentini. Franca aveva aderito alla sinistra peronista, che poi si oppose alla dittatura: studentessa dell’ultimo anno delle secondarie, si iscrisse alla Unión de Estudiantes Secundarios (Ues); in seguito dopo la maturità conseguita volle provare il mestiere di grafica e militò nella Juventud Trabajadora Peronista (Jtp).

Franca Jarach

Alvarez era incinta quando fu arrestata e, come accadde ad altre detenute, il figlio nacque durante la prigionia. Ma fu affidato, tre mesi dopo il parto, alla nonna, mentre nella maggior parte dei casi i bambini vennero strappati alle rispettive famiglie. All’Esma visse tutto l’orrore del Salone delle feste del Casino de Oficiales (la casa degli ufficiali), trasformato nel quartier generale dei militari che in quello stesso edificio vivevano e torturavano. «Verso Marta Alvarez nutro una grande riconoscenza, perché grazie a lei ho scoperto il destino di mia figlia – dice Vera –. Non c’è niente di peggio del non sapere nulla. La maggior parte delle famiglie dei desaparecidos ancora non sanno. Dopo molti anni è stata brava, ha cominciato ad andare dagli antropologi forensi e prosegue a collaborare. A un certo punto ho potuto prendere contatto con lei attraverso gli antropologi e dunque mi ha raccontato la verità. Mia figlia è durata meno di un mese nella prigione dell’Esma, vittima poi dei voli della morte».

A Vera Vigevani, che appartiene al movimento delle Madres de Plaza de Mayo fin dai primi mesi della sua fondazione e ha successivamente aderito alla Linea Fundadora, piace definirsi una militante della memoria. E anche in Italia ha svolto questo prezioso lavoro di ricostruzione storica sulla sorte del nonno Ettore Camerino che restò in Italia, fu deportato e morì ad Auschwitz.

È notizia di pochi giorni fa il ritrovamento del centoventunesimo figlio di desaparecidos, Maximiliano, che dopo quarant’anni ha potuto abbracciare la famiglia biologica, a casa della sorella della madre, Alba Lanzillotto, da sempre impegnata nell’associazione delle Madres de Plaza de Mayo. Alla conferenza stampa ha partecipato il fratello Ramiro Menna, che era stato affidato a un’altra sorella, Quela. Ana Maria fu arrestata all’ottavo mese di gravidanza insieme al compagno Domenico Mena, emigrato alla tenerissima età di cinque anni da Chieti. Mena, guevarista, soprannominato el Gringo, è stato uno dei fondatori dell’Esercito rivoluzionario del popolo decimato dopo il golpe del ’76. In seguito a una probabile delazione finì arrestato insieme a tutto il vertice dell’organizzazione e deportato nel campo di concentramento dentro alla base militare Campo de Mayo, situata vicino al luogo del fermo.

Lo scorso lunedì la Commissione Nazionale per l’identità (Conadi) ha comunicato all’interessato gli esiti dei test genetici ai quali aveva accettato di sottoporsi tre mesi fa, donando un campione del proprio sangue al Banco Nacional de Datos Genéticos, dopo essere stato avvicinato. I dubbi e l’indagine si sono mossi dal certificato di nascita falso, vergato dalla dottoressa Juana Franicevich, la cui firma era già apparsa in altri due casi di ritrovamenti. Lui ha mandato un messaggio WhatsApp alla zia ritrovata, rompendo il ghiaccio, e ha già avuto un confronto difficile con i genitori che si professavano come i suoi naturali. «La sua vita è stata investita da una bufera, perché mai aveva sospettato di essere figlio di desaparecidos. A me, nel giro di quattro giorni, si è rivelato ciò che ho cercato per quarant’anni», ha dichiarato Alba.

È una storia tutta da scrivere come centinaia di altre e, come sottolinea Vigevani, il tempo stringe.

Il murale con Franca, al suo fianco Vera Vigevani

Vera, in che modo si può essere madre di una ragazza desaparecida?
«L’immaginazione è utile a tante cose. Nella mia vita serve ad avere un confronto di idee, di pensieri con Franca. Penso a quello che lei avrebbe detto, alle decisioni che avrebbe assunto in determinate situazioni. È una specie di dialogo immaginario. Conoscendola a fondo posso stabilire uno scambio che in realtà è con me stessa. Non è facile capirlo, però questo esiste in tante situazioni della vita. Ho sempre lavorato nella stanza di Franca, è l’ambito dove spesso ho svolto le mie giornate, dove sono cresciuta, ho imparato e cercato di dare qualcosa agli altri. Nella stanza c’è una fotografia di Franca, scattata dal suo secondo fidanzato poco prima del sequestro, meno male che ne ha avuti. Ha un sorriso dolce che la rappresenta. Non puoi colmare l’assenza, ma di fatto sono una madre. Con le Madres de Plaza de Mayo abbiamo vissuto la realtà di una maternità ampliata, collettiva. C’è stata una crescita particolare insieme alle altre madri con quello che con l’andare degli anni è accaduto a noi stesse. Prima abbiamo cercato di salvare i nostri figli, poi siamo diventate, e questo ci ha portato ai giorni nostri, una specie di forza morale, etica dentro alla società e al paese».

La passione per la politica e l’impegno sociale le furono trasmesse dalla famiglia o erano inevitabili nell’Argentina degli Anni Settanta?
«Franca, nipotina di avvocati, ha ereditato dalla famiglia il senso della giustizia. Ha ascoltato fin da piccola le storie di persecuzione che avevano già segnato la nostra vicenda familiare. Lei, figlia unica, bravissima, sveglia, piena di attenzione ha condiviso molto della mia vita insieme al padre Jorge Jarach: le nostre passioni per il cinema, il teatro, la letteratura e la montagna. Buona parte di quel che Franca era e desiderava diventare, dare al prossimo, alla società argentina derivava dal contesto familiare. Per il resto fu tutto merito del suo impegno e delle circostanze di quella gioventù animata dall’ideale di giustizia sociale e dunque dalla necessità dell’eguaglianza».

A che cosa sognava di dedicarsi?
«Lei in particolare, avendo finito la scuola secondaria, aveva scelto di formarsi nel corso che chiameremmo di Scienze dell’educazione. Considerava l’impegno scolastico alla base della trasformazione della società. Non poté cominciare gli studi».

Lei conserva le pagelle di Franca. C’è una curiosità: aveva dieci in tutte le materie, mentre l’unica voce insufficiente risultava la condotta. Perché?
«La sua scuola, il Colegio Nacional de Buenos Aires, è particolare, dipende dall’università che nella sua storia è stata molto politicizzata. A Roma potremmo paragonarla con il Liceo Tasso da dove sono usciti scienziati, politici. A partire dai tredici anni, l’età in cui è entrata al Colegio, ha partecipato alla vita politica della scuola, fu subito eletta delegata della sua classe al Centro degli studenti. Tutti hanno sentito l’influenza della gioventù impegnata su scala mondiale. La scuola secondaria argentina ha la tradizione dei Centri degli studenti che ne caratterizzano la vita interna, in quegli anni più che mai. In Argentina, quando si insediò la dittatura civico militare, tutto ciò si trasformò in una specie di militanza. Lei aveva una coscienza molto critica, priva di fanatismi, quello che auspico nei ragazzi lo possedeva in forma naturale. È stata presa di mira dalle autorità, dunque in condotta era mala, cattiva in virtù del suo impegno. I dirigenti scolastici ormai erano appartenenti, espressione del clima che condusse alla dittatura. Oltre cento studenti del Colegio finirono desaparecidos. Oggi nella scuola c’è un murale che ritrae Franca. Il disegno è collocato tra due premi Nobel e il presidente Pellegrini ex studenti. Sarà il suo Colegio per sempre».

Dove si diplomò Franca?
«Quando cominciarono le repressioni anche nella scuola mantenne i propri impegni, prese parte per esempio a una occupazione della scuola per difendere il suo Preside allontanato e a un’assemblea proibita in quell’epoca. Quindici ragazzi tra cui mia figlia di conseguenza furono espulsi in pieno regime militare e poi riammessi per iniziativa dei genitori. Lei non volle tornare in quel clima di repressione e dette come privatista i suoi esami in un’altra scuola».

Qual è il ricordo delle prime ore dalla sparizione?
«Sono stati momenti di grandissima paura. Dal 25 giugno 1976 tutte le nostre iniziative furono rapidissime. C’erano il desiderio di salvarla e la viscerale necessità di sapere. Le paure erano sempre più crescenti, perché si cominciava a capire cosa stesse accadendo alle persone sequestrate. Eravamo terrorizzati mio marito, io e i tanti amici che erano con noi. Poco prima avevamo proposto a Franca di trasferirsi in Italia per un periodo. Purtroppo tutto questo non è successo. La sentimmo per l’ultima volta al telefono, quindici giorni dopo la scomparsa. La fecero chiamare dalla cabina appositamente costruita dentro all’Escuela de Mecanica de la Armada e registrammo la conversazione. Sul momento fu un sollievo. Vent’anni dopo ho saputo che Franca era durata meno di un mese all’Esma. A luglio entrarono centinaia di prigionieri in quel luogo, e avevano bisogno di spazio. Mio marito è morto nel 1991 senza avere notizia certa sulla sorte della figlia. Con i voli della morte la dittatura civico militare ha sperato di cancellare non solo le persone ma le storie, che non ci fosse maniera di sapere nulla. Non hanno ottenuto il risultato che desideravano. C’è un gesto emblematico che amiamo fare: posare fiori nel Rio de la Plata ripetendo la frase: Trentamil companeros desaparecidos presente ahora y siempre».

Corrisponde al vero che nessuna Ambasciata europea riuscì a trarre in salvo i propri connazionali rapiti?
«Posso dire con certezza che c’è stato un paese, la Svezia, che si è impegnato fortissimamente seppure fosse un solo caso di sparizione, una ragazza diciassettenne che si chiamava Dagmar Hagelin. Il padre si è mosso, il paese l’ha sostenuto insieme alla rappresentanza diplomatica ma purtroppo era già morta. Però hanno cercato di farlo. Tutte le Ambasciate avrebbero dovuto muoversi e disubbidire. Con l’ambasciatore Enrico Carrara, quella italiana è stata connivente e complice».

Bernardino Osio, primo consigliere dell’ambasciata italiana a Buenos Aires dal marzo 1975 al marzo 1978, ha raccontato del senso di impotenza, dell’assenza di risposte da parte delle autorità argentine alla richiesta di notizie dopo le denunce di sparizione. Aggiungendo: «A differenza del Cile il governo italiano non si è mai commosso eccessivamente di quanto succedeva in Argentina, il primo passo ufficiale risale solo al 1979».
«Traduco la risposta in termini presenti e al futuro, perché il nostro impegno come organismi per la tutela dei diritti umani è sempre stato contrassegnato da tre mete: sapere la verità, avere la giustizia e conservare la memoria. Io ne ho una quarta Nunca mas il silenzio. Se vogliamo che non tornino ad accadere queste storie mai più il silenzio che abbiamo patito noi, ma non solo. Ancora oggi la stampa, la diplomazia, i paesi e i rispettivi governi mantengono silenzi colpevoli mentre si consumano le tragedie, dando corso ai propri interessi e non alla solidarietà. Questo Nunca mas vuol dire non essere mai indifferenti, soprattutto se con la conoscenza della storia si intravedono sintomi di ripetizione dei fatti. Muoversi in tempo perché dai prolegomeni non si giunga alla realizzazione delle persecuzioni e dei genocidi».

Quale effetto ebbe il vostro incontro con il Presidente Sandro Pertini?
«Pertini è stato per noi un balsamo, perché ha esternato la propria indignazione. Questa era la sua parola, indignato per quanto stava accadendo in Argentina. Prima, allo stesso tempo e dopo per anni abbiamo avuto il silenzio dell’ambasciata però ci sono anche i giusti, quelli che salvano vite mettendo a rischio la propria».

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venerdì 7 ottobre 2016

Croci, strisce o mezzelune, le bandiere fanno storia

Il Venerdì di Repubblica, numero 1490, sezione Cultura pag. 102,

7 ottobre 2016

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

«È con queste bazzecole che si guidano gli uomini», sosteneva Napoleone Bonaparte. Il legame fra vita, politica, guerra e pezzi di tessuto al vento è inestricabile dall'alba della società umana. Quel che più stupisce nel compendio La stoffa delle nazioni (Odoya, 320 pagine, 22 euro), denso per informazioni, illustrazioni e intenso per il ritmo narrativo, è la radice stilistica concettuale spesso unitaria nella diversità delle geometrie e dei colori che caratterizzano l'evoluzione delle bandiere. Bruno Cianci, storico e giornalista di stanza a Istanbul, ricostruisce soprattutto il rapporto tra i drappi di tipo moderno e lo sviluppo del concetto complesso ed eterogeneo di Stato-nazione.

La scoperta del continente americano e il primo viaggio attorno all'Africa di Vasco da Gama diedero un impulso forte con il dispiegamento delle bandiere sulle navi transoceaniche. Dei 193 stati sovrani rappresentati alle Nazioni Unite cinque bandiere derivano da disegni di origine medievale, mentre il 73% ha visto la luce dal Ventesimo secolo in avanti e il rosso è il colore più diffuso.

Il libro ci pone subito una contraddizione: il più antico e noto vessillo nazionale, la senyera catalana, è ancora senza uno Stato. Il Penó de la Conquesta, reliquia lunga circa due metri, è l'esemplare giunto ai giorni nostri dal Duecento. La senyera, composta di nove strisce gialle e rosse alternate, nacque dallo scudo aragonese ed è il simbolo della Catalogna. Il panno, che continua a incarnare l'anelito indipendentista e i valori culturali di una comunità, ha ispirato decine di drappi a livello locale e in Europa come le bandiere dei regni di Sicilia (con due aquile sveve nere), Napoli e Sardegna.

All'Onu 24 bandiere esibiscono una croce, la più antica è il Dannebrog. La leggenda narra che sia caduto dal cielo per infondere coraggio ai crociati danesi nel XIII secolo. La prima codificazione dell'uso della bandiera della Danimarca è datata 1625. La storia del Dannebrog è l'esempio di scuola di quanto un drappo possa trasformarsi in un bene espressivo che trascende la materia. Come la senyera ha attraversato i secoli, diventando, oltre che un culto, un modello efficace per decine di altre insegne con lo schema della croce nordica in tutta l'Europa del Nord.

Il capitolo più complesso è dedicato alla mezzaluna. È considerata sinonimo dell'Islam, sebbene non sia di origine musulmana, dopo che i turchi ne hanno fatto l'emblema delle proprie forze armate di terra e mare ai tempi del sultanato di Selim III. Dall'Africa colpisce la bandiera del Burkina Faso voluta dal presidente Sankara: campeggia una stella gialla a simboleggiare le ricchezze minerarie del paese.

Cianci tocca poi tre snodi fondamentali della storia della vessillologia moderna: l'Union Jack britannica che unì le croci di San Giorgio e Sant'Andrea, immutata dal 1801 e ispiratrice dell'Ikurrina basca; la Stars and Stripes statunitense con la leggenda della tessitrice Betsy e la vicenda tormentata del tricolore francese dal quale discende quello italiano dal 1946 disadorno dello stemma di Casa Savoia. Il viaggio approda nelle Province Unite dei Paesi Bassi, dove ha sventolato la prima bandiera nazionale di stampo moderno. Oggi sessanta Stati presentano le tre strisce orizzontali sovrapposte di colore diverso introdotte dagli olandesi nel XVI secolo.

giovedì 6 ottobre 2016

Lo schiavista di Paul Beatty cerca l'America post razziale

http://www.minimaetmoralia.it/wp/lo-schiavista-paul-beatty/

di Gabriele Santoro

«È illegale gridare “al fuoco” in un cinema pieno di gente, giusto?».
«Sì».
«Be’, io ho sussurrato “razzismo” in un mondo post razziale».


Paul Beatty, classe 1962, radici losangeline, con Lo schiavista (Fazi Editore, 369 pagine, 18.50 euro, traduzione ottima di Silvia Castoldi), appena entrato nella short list del Man Booker Prize dopo aver vinto il National Book Critics Circle Award 2015, guarda al proprio paese, gli pone molte domande e lo dissacra, mettendolo allo specchio, senza coltivare la pretesa di ricevere risposte esaurienti.
Che cos’è il post racial e la sua genesi è databile? Al tramonto silenzioso della presidenza Obama, qual è l’esito della scelta di far passare sotto traccia la questione razziale? Beatty l’affronta col coraggio della satira, che è anche mezzo per impastare le mani nel dolore, interrogando, stuzzicando una storia che ammira, quella del Movimento per i diritti civili, e il tempo presente:

«(…) Il capo degli zombie (Martin Luther King Jr., ndc) sembra sfinito a forza di venir resuscitato ogni volta che qualcuno vuole ribadire la propria idea su ciò che i neri dovrebbero o non dovrebbero fare, possono o non possono avere. Non sa di essere in onda, e confessa sottovoce che se solo avesse assaggiato quell’intruglio non dolcificato, fatto passare per tè freddo ai banconi delle tavole calde negli Stati segregazionisti del Sud, avrebbe sciolto l’intero movimento per i diritti civili. Prima dei boicottaggi, dei pestaggi e degli omicidi. Posa sul podio una lattina di Diet Coke. “Le cose vanno molto meglio con la Coca-Cola”».

Il prologo è così denso da sembrare un romanzo nel romanzo nel quale percepiamo le urgenze dell’autore, che dieci anni fa ha curato l’edizione di Hokum: An Anthology of African American Humor, misurandosi col genere anche nei libri precedenti. Questo è il suo quarto romanzo, il secondo pubblicato in Italia, oltre a due raccolte di poesie.


Il narratore, il venduto (The Sellout, il titolo originale dell’opera), nell’incipit potente si fa carico del pregiudizio storicizzato: «So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente». Anche l’incipit di Slumberland (Fazi, 2010) lasciava subito il segno: «Noi neri siamo diventati mediocri e banali come il resto della specie». Me, soprannominato Bonbon, ci porta davanti alla Corte Suprema col caso 09-2606: lui contro gli Stati Uniti d’America. Ci dice che ha parcheggiato l’auto in divieto di sosta su Constitution Avenue, ha le mani ammanettate dietro la schiena ed è seduto su una sedia dall’imbottitura spessa che, come il suo paese, non è per nulla comoda a dispetto dell’apparenza. Il giudice nero è costernato: perché ai giorni nostri un afroamericano viola i principi possedendo uno schiavo e sostiene che la segregazione riunisca le persone di una comunità in crisi di identità?

L’imputato è originario di Dickens, un ghetto nella periferia sud di Los Angeles a immagine e somiglianza della reale Compton, ed è cresciuto in una fattoria dentro a un quartiere degradato. Rinnega l’educazione impartita dal padre, sociologo controverso, l’uomo che sussurrava ai negri, dopo aver trascorso l’infanzia da soggetto per una serie di suoi studi psicologici pionieristici sulla razza. Un proiettile sparato da un poliziotto, così simile alla feroce banalità delle dinamiche riportate dalla cronaca, uccide il padre che non lascia alcuna ricca eredità. Lui vuole portare via a mani nude il corpo dalla scena del delitto, quale gesto estremo di umanità, gli altri pensano alle foto denuncia col martire. Qui costruisce un dialogo immaginario col padre progressista afroamericano che l’ammonisce. Deve fare attenzione: «(…) Solo perché il razzismo è morto, non significa che non sparino più ai negri a vista».

A qualche anno di distanza il sobborgo scompare dalle mappe: «Quelle che un tempo erano graziose enclave operaie hanno conosciuto il dilagare delle tette finte, delle percentuali di laureati e dei tassi di criminalità truccati, dei trapianti di alberi e capelli, della lipo e della cholosuzione». Il boom immobiliare d’inizio secolo gonfiato dalla speculazione e la gentrification hanno cancellato Dickens. Me vede crollare il proprio mondo, ma non è solo. Il vecchio Hominy Jenkins, reazionario razziale sui generis, l’ultimo sopravvissuto delle Simpatiche Canaglie e abitante più famoso di Dickens, necessita di trovare un appiglio nel naufragio dell’identità: che cosa vuol dire essere nero? E si offre come schiavo. Hominy non vedeva l’ora di cedere il posto sull’autobus al bianco. In fondo, che cosa è cambiato dalle frustate alle perquisizioni senza motivo apparente?

Con una vagonata di vernice spray bianca e una macchina traccialinee ridisegnano il confine dell’identità sparita. Segregare la scuola, il trasporto pubblico, perché la segregazione razziale avrebbe costituito la chiave per riportare in vita Dickens: «L’apartheid aveva unito i sudafricani: per quale motivo non avrebbe potuto ottenere lo stesso effetto su di noi?». Dopotutto la scuola era già segregata dalla classe sociale, dal livello di preparazione individuale. Che cos’è Dickens: «Un flashback post nero, post razziale, post soul, se vogliamo, verso un’epoca di idealizzata ignoranza nera».

Beatty, che ha studiato scrittura creativa al Brooklyn College e psicologia alla Boston University, ci costringe a fare i conti col fallimento dell’utopia, con la contraddizione insita nell’integrazione. E più intimamente con l’assenza e la morte. Lo schiavista è un modo onesto di tornare dentro a una casa scomoda, soprattutto davanti all’insegna la legge è uguale per tutti: «Molti hanno combattuto e sono morti nel tentativo di ottenere quella uguaglianza di fronte alla legge sbandierata così allegramente all’esterno di questo edificio: ma, innocente o colpevole, nessun imputato arriva fino a quel grado di giudizio». In effetti l’esito del processo non è tra le priorità dell’autore.

Lo scrittore, acclamato dalla critica d’oltreoceano come uno degli autori più ambiziosi e originali, indaga il senso di colpa, se poi è davvero tale, che deriva ed è scavato nella coscienza dalla sottomissione. Me fuma marijuana nelle aule del giudizio e danza tra colpevolezza e innocenza. È sotto processo, rischia la galera e per la prima volta in vita sua non si sente colpevole: «L’onnipresente senso di colpa, nero come la torta di mele del fast food e il basket giocato in prigione, è finalmente scomparso, e mi sembra quasi di essere bianco nel non avvertire più il peso della vergogna razziale».

Sostiene paradossalmente di emanciparsi dalla dissonanza cognitiva di essere nero e innocente. Contempla con reverenza il Lincoln Memorial e si domanda cosa direbbe e farebbe Abe l’onesto «scoprendo che l’Unione da lui salvata si è trasformata in una plutocrazia disfunzionale, che il popolo da lui liberato è diventato schiavo del rap e dei prestiti predatori, e che al giorno d’oggi le sue capacità sarebbero più adatte a un campo di basket che alla Casa Bianca?».

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