lunedì 12 novembre 2018

Il viaggio di Ian Manook da Ulan Bator al Mato Grosso

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 23

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

Patrick Manoukian, classe 1949, viaggiatore instancabile, è un figlio della diaspora armena in Francia. Cresciuto a Meudon, sobborgo a sudovest di Parigi, in una famiglia operaia è stato uno scrittore prolifico fin dall'adolescenza, ma non aveva pubblicato nulla fino al 2013, quando la casa editrice Albin Michel ha puntato sul noir dall'ambientazione inusuale, la vastità della Mongolia, con protagonista l'incorruttibile commissario Yeruldelgger.

Già il primo volume di questa trilogia conquistò i lettori francesi: duecentomila copie vendute, insignito di tutti i premi letterari dedicati al giallo e tradotto in dieci lingue. In Italia è approdato con l'editore Fazi, che dopo aver portato in libreria l'ultimo capitolo della serie, La morte nomade, propone l'opera più recente dell'autore, il noir Mato Grosso (286 pagine, 17 euro, traduzione di Maurizio Ferrara).

Manook, dopo aver mostrato un universo che poco conosciamo, la Mongolia sospesa tra le tradizioni ancestrali dei nomadi della steppa selvaggia e la modernità violenta della capitale Ulan Bator, fa viaggiare il lettore in Brasile.

Manook, chi è Jacques Haret, il protagonista del nuovo romanzo?
«È uno scrittore parigino, che come me ha vissuto nel Mato Grosso quarant'anni fa. Nel suo Romanzo brasiliano Haret confessa un crimine, che avrebbe commesso durante quel viaggio. La confessione non è un atto di coraggio, poiché il reato è ormai prescritto. Quando viene invitato in Brasile a presentare il romanzo in un circolo letterario è lusingato e fiero di lui. In realtà l'invito è una trappola tesa da un uomo la cui vita è stata distrutta dalla pubblicazione. E per mostrare la potenza distruttiva del libro per i personaggi a cui lo scrittore si è ispirato, l'uomo forza Haret a leggere il testo ad alta voce per un'intera notte sotto la minaccia di una pistola».

Quali sono le differenze rispetto a Yeruldelgger?
«In Mato Grosso c'è una riflessione sulla scrittura e sulla responsabilità del romanziere nei confronti delle vite a cui si è ispirato per costruire quelle dei suoi personaggi. Haret non è un poliziotto e l'impostazione del romanzo non ricalca la trilogia. Non è dunque un grande romanzo d'avventura come Yeruldelgger, ma è una storia nella storia. A differenza di Yeruldelgger in Mato Grosso nessuno appare come un eroe a tutto tondo. Il confine tra il bene e il male non è così definito. In questo romanzo la violenza si concretizza nelle parole che uccidono».

Il cuore centrale dell'opera resta una riflessione sul rapporto tra l'uomo e la natura, ma soprattutto sulla violenza.
«Il filo rosso dei miei romanzi in Mongolia come nel Mato Grosso, ma anche in Islanda, è che la natura domini l'uomo, che quando è saggio vive in armonia con essa senza sfidarla. L'uomo da solo è nulla dinanzi alla natura, in gruppo può distruggerla con un ancestrale bisogno di affermarsi. Si sprofonda nella violenza negando o cancellando culture e tradizioni millenarie inseparabili dall'ambiente naturale».

Che cosa unisce universi così distanti come la Mongolia e l'Amazzonia? 
«Le unisce la cultura indigena per cui occorre lasciare l'accampamento in una condizione che permetterà al prossimo di stabilirsi e di viverci. La Mongolia sembra un paese indistruttibile ed eterno come la foresta amazzonica. In realtà, nei prossimi venti anni potrebbe sparire economicamente, politicamente e fisicamente. Possiede le miniere d'oro e di rame fra le più grandi al mondo, la manodopera al costo più basso ed esemplifica il cinismo delle entità economiche sovranazionali che governano la globalizzazione. Da oltre un secolo le potenze straniere saccheggiano le sue risorse senza offrire nulla in cambio. Tra trent'anni la Mongolia si ritroverà senza più la resa delle risorse naturali, con il paesaggio distrutto a causa di un modello di sfruttamento che con l'inquinamento metterà in pericolo il turismo e l'allevamento. Sono gli stessi rischi che corre il polmone verde del pianeta».

Nel 2007 lei ha scoperto insieme a sua figlia la Mongolia per verificare il lavoro dell'associazione per l'adozione a distanza che sostenete. Mato Grosso invece è un'altra storia.
«Sì, negli anni della mia gioventù è stato la conclusione di un viaggio iniziatico durato 27 mesi.
Avevo 25 anni. Ho vissuto con una cartucciera sul torace e una colt appesa alla cintura, fotografando o cacciando caimani, anaconde, puma e mangiando piranha al bivacco della sera. All'alba degli anni Settanta ho trascorso oltre un anno nello stato brasiliano, in particolare nel Pantanal. È una giungla, che durante la stagione delle piogge diventa una delle più grandi paludi esistenti al mondo. All'epoca ci fu una delle peggiori inondazioni del Mato Grosso e impiegai 21 giorni per attraversare il Pantanal in piroga senza mettere quasi mai il piede a terra». 

Che cosa rappresenta il Pantanal? La sua descrizione è parte fondamentale del romanzo.
«Il libro è un omaggio alla cultura del viaggio e alla scrittura. Il Pantanal è una regione magica, acquatica e luminosa con una fauna e una flora fra le più ricche dell'Amazzonia e una rilevante presenza di ciò che resta delle culture dei nativi americani. Lévi-Strauss soggiornò e studiò nel Mato Grosso per redigere Tristi Tropici».

Perché il libro si apre con le parole di Stefan Zweig?
«La citazione parla della luce e delle ombre, l'una senza l'altra non esisterebbero. È il senso del romanzo. Ognuno crede nella propria verità, illuminando gli argomenti che l'altro pretende di tenere nell'oscurità. Haret confessa un amore impetuoso, violento, fanatico per una donna che si è abbandonata a lui. Santana, il suo contraltare, lo definisce invece semplicemente uno stupro. Chi ha ragione? Tocca al lettore costruirsi un'idea, non prendo nessuna posizione».

E Zweig?
«Amo la sua scrittura e ammiro il coraggio con cui si è rassegnato ad abbandonare questo mondo per non vederlo soccombere all'orrore. L'ambientazione dell'incontro a porte chiuse tra Haret e Santana a Petrópolis, dove Zweig insieme alla sua compagna ha scelto di andarsene, non è casuale».

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