giovedì 27 agosto 2015

Chiederò perdono ai sogni, un romanzo di padri e di figli


di Gabriele Santoro

– Verrà quel giorno, – disse il vecchio guardando Milton con troppa intensità.
– Certo che verrà, – rispose Milton e richiuse la bocca.
Ma il vecchio insisteva a fissarlo con un’avidità insoddisfatta, forse praticamente insaziabile.
– Certo che verrà, ripeté Milton.
– E allora, – disse il vecchio, – non ne perdonerete nemmeno uno, voglio sperare.
– Nemmeno uno, – disse Milton. – Siamo già intesi.
Una questione privata, Beppe Fenoglio

Quel giorno Jack era bello come la collera, sostenne Tyrone. Aveva gli occhi lucidi propri delle ultime volte. Le spalle larghe portavano il peso di una radice recisa. Jack disse al padre che non l’avrebbe più potuto chiamare figlio mio. Ora era un figlio di nessuno. «Era Tyrone Meehan, mio padre. Un cazzo di eroe, sì! A Belfast nessuno più pronuncia il tuo nome». Jack, ti voglio bene, ha ripetuto l’altro fino all’ultimo sguardo.

«I bambini arrivarono urlando, lanciando i sassi sui marciapiedi e spaccando le bottiglie contro il muro: “Arrivano i poliziotti! Entrano nel quartiere!”, gridò un piccoletto in maglia da calcio. Era sporco di fuliggine e sudore. Lo fermai. Stava tremando. “Mollalo veloce!” Guardò il mattone che teneva in mano e lo lasciò cadere. “Forza, di corsa!” Torna a casa da tuo padre!” “È in galera, mio padre!”, strillò il bambino correndo via». Correva l’anno 1969. Era quasi ferragosto nel quartiere nazionalista di Bogside a Derry, quando gli estremisti protestanti e la polizia nordirlandese, la Ruc, oggi PSNI, sferrarono un nuovo attacco: cinquecento case incendiate, millecinquecento persone sfollate, nove morti, il bilancio di tre giornate di battaglia.

Tyrone Meehan, già quarantaquattrenne, combattente di rilievo dell’Irish Republican Army e poi membro di spicco dello Sinn Féin, era dentro quell’ennesimo intreccio di rabbia, sangue e dolore. La gente del ghetto cattolico invocava la difesa dell’IRA, i volontari godevano del sostegno popolare. Quel giorno d’agosto sulle barricate Tyrone divenne un eroe, una medaglia luccicante sul petto. Cadde prigioniero del ricatto di una storia sbagliata, dei britannici, del suo esercito e della verità che della guerra è sempre la prima vittima. Lo ricorderanno come un traditore. Lui, non più capace di nutrirsi dell’odio, in fondo forse si limitò a chiedere perdono ai propri sogni.

«(…) Domenica ho avuto con me il bambino. Dice che quando sarà grande diventerà un volontario e ti tirerà fuori da quel posto orribile. Che Dio lo aiuti», scrisse la madre di Bobby Sands in una lettera giunta censurata al figlio, condannato nel 1977 a 14 anni di reclusione per possesso di armi da fuoco, detenuto e torturato nel campo di concentramento di Long Kesh.


Sorj Chalandon è riuscito a rendere testimonianza puntuale una questione privata, disegnando con precisione il quadro storico di un conflitto dalle proporzioni interiori ed esteriori enormi, che nel trentennio dagli anni Settanta agli albori del ventunesimo secolo ha fatto 3600 vittime e cinquantamila feriti, senza calcolare i danni psicologici. Chiederò perdono ai sogni (Keller, 286 pagine, 16.50 euro, traduzione di Silvia Turato) è un romanzo magnifico, struggente. È un romanzo di padri e di figli. Narra le necessità del rancore e del perdono impossibile. L’autore riapre ferite che hanno la misura dell’abisso, ed è interessante l’equilibrio trovato fra la realtà e quella narrativa.
Il protagonista della vicenda, il repubblicano Denis Donaldson, Tyrone Meehan per il lettore, dagli anni Ottanta confidente sotto scacco del controspionaggio britannico, l’MI5, e della polizia Special Branch focalizzata sull’Irlanda del Nord, è stato amico fraterno dello scrittore, a lungo corrispondente da Belfast per Libération. La scrittura non ha la pretesa di svelare le ragioni intime di un tradimento, seppure in qualche modo le raffiguri, mentre ha il coraggio di non arrendersi all’oblio, di interrogare i tormenti nella coscienza di una guerra considerata di liberazione.

Chalandon scrive con passione quel che sa di una vicenda, anche personalmente dolorosa, dall’epilogo violento dai contorni ancora oscuri. Due anni dopo l’esecuzione del traditore, Real Ira ha rivendicato l’omicidio punitivo, ma le indagini proseguono da nove anni. Sono oltre trecento le persone interrogate, novecento le lines of inquiry. Secondo gli inquirenti l’inchiesta è attiva ed è arrivata al quindicesimo supplemento d’indagine, che scadrà il due settembre. La famiglia ha accusato la Garda Síochána (la polizia della Repubblica d’Irlanda) per questo lento protrarsi. E ha messo all’indice la generale assenza della volontà politica di fare luce su quello che Gerry Adams, guida dell’ascesa dello Sinn Féin e del processo politico di allontanamento dalle sue originarie tendenze militariste, l’indomani del ritrovamento del cadavere, catalogò come un affare sporco, alludendo a un coinvolgimento dell’intelligence britannica. «Chi l’ha ucciso è contro il cambiamento. Condanniamo senza riserve il delitto. Ci dissociamo come chiunque supporti il processo di pace», dichiarò. Un caso che illustra molto dell’attuale situazione nordirlandese.

«(…) Dopo essermi compromesso, durante un periodo vulnerabile della mia vita», il combattente superò la linea di confine. A questa frase, pronunciata nella conferenza stampa del 2005 in cui ammise pubblicamente di essere stato una spia, Donaldson non ha aggiunto altro. Restano un mistero le circostanze in cui i servizi segreti lo reclutarono, per poi smascherarlo nel 2002 con un arresto spettacolare nell’ambito di un’operazione di polizia creativa, nota come Stormontgate. Secondo l’accusa Donaldson avrebbe guidato un presunto gruppo di spie della Provisional Irish Republican Army, che all’interno del parlamento di Stormont avrebbe raccolto una grande quantità di documenti e informazioni confidenziali. L’irruzione provocò un terremoto politico e un autentico spaesamento nello Sinn Féin e nei compagni con i quali aveva combattuto.

All’epoca Donaldson amministrava l’ufficio parlamentare del principale partito nazionalista nordirlandese. Negli anni Ottanta aveva diretto le relazioni internazionali del movimento dal Medio Oriente agli Stati Uniti, punto di contatto con l’influente comunità irlandese-americana. Viaggiava per l’Irlanda su mandato di Adams per valutare e selezionare una classe politica leale alla leadership dello Sinn Féin. Insomma era nel cuore delle attività politiche e al contempo una fonte preziosa per il nemico.

Donaldson ha affrontato la solitudine, come la morte. Attese la resa dei conti, l’appuntamento con i suoi assassini il 4 aprile 2006 nella casa del padre a Killybegs. Un luogo primordiale, privo di acqua corrente e luce elettrica, che proteggeva la memoria e lo guariva dalla guerra. Qui il giornalista gioca con i rimandi e salti temporali di un diario scritto da Donaldson nelle ultime settimane di vita, rinvenuto e secretato dalle autorità della Garda. Invano la famiglia, mediante i propri rappresentanti legali, chiede l’accesso al contenuto, a quelle righe che potrebbero spiegare qualcosa.

Tyrone lavò via la scritta catramata: TRADITORE. Il padre Patraig Meehan parlava la lingua gaelica, perché significava resistere. Lo rassicurava, perché in paradiso si parlava gaelico e anche là la pioggia sottile aveva il gusto del miele. «Quando cantava la nostra terra, tutti stavano a testa alta con gli occhi che si riempivano di lacrime. Ancor prima di essere cattivo, mio padre era un poeta irlandese». Non si era arreso allo smembramento dell’Irlanda, al Trattato del 1921 che sanciva la nascita dell’entità delle sei contee e alle armi deposte dall’Ira nel ’23. Un óglach dalla fierezza cristallina, un insubordinato, un refrattario nel nuovo Stato libero d’Irlanda. Pat morì con i sassi nelle tasche. Lasciò Tyrone orfano, non della sua lotta.

Fra i personaggi laterali del romanzo colpisce Tom Williams, diciott’anni senza infanzia. In lui Chalandon sembra aver voluto condensare i torti d’ottocento anni dell’ingerenza oppressiva britannica su un popolo che, ben prima del senso moderno di nazione, possedeva un’unità, un’identità culturale. Nelle membra dell’adolescente si vivificano l’espropriazione e l’accentramento delle terre operati da Enrico VIII, le parole d’imperio della figlia Elisabetta I che rese effettivo il controllo inglese: «Desideriamo che voi cerchiate di condurre quella barbara e rozza nazione alla civiltà con le buone maniere; tuttavia quando le circostanze lo impongano, dovete piegare con la forza coloro che non possono essere persuasi con la ragione»; la colonizzazione dell’Ulster, la provincia più compattamente gaelica e cattolica, con i capitali delle compagnie della City e i coloni inglesi, scozzesi; il genocidio e la deportazione attuati da Oliver Cromwell; la vetusta marcia Orangista, in scena ogni dodici di luglio, a celebrare la vittoria di Guglielmo III contro il deposto re cattolico Giacomo II nella battaglia del fiume Boyne nel luglio 1690, che sancì la conquista dell’Irlanda da parte dell’Inghilterra. Il volto scarnificato di Tom figurava la stessa miseria della Grande carestia.

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domenica 9 agosto 2015

Essere Michael Jordan


di Gabriele Santoro

«Quando dice che “spiccò” il volo intende dire che scappò, vero? Fuggì?»
«No, intendo dire che volò via. Oh, sono tutte sciocchezze, sa, ma secondo la storia non scappò. Volò via. Solomon sapeva volare. Sa, come un uccello. Un giorno in cui era nei campi prese, corse in cima alla collina, fece un paio di giri su se stesso e si librò nell’aria. Tornò là da dove veniva. Lassù c’è un grande masso con due cocuzzoli che domina la vallata: porta il suo nome».

Canto di Salomone, Toni Morrison

Quand’è che saltare diventa volare? Michael Jordan amava che gli ponessero questa domanda. Ha cercato la risposta a lungo, invano, donandoci la grazia e i brividi dell’illusione propria del volo umano. Walter Ioos, fotografo di Sports Illustrated, ha provato a catturare lo spazio di quel secondo in sospeso. A Chicago, durante la gara delle schiacciate dell’All-Star Game 1988, bastò un cenno complice. Ioos era insoddisfatto degli scatti in archivio dall’anno precedente. Lo avvicinò tre ore prima del decollo: «Vorrei conoscere in anticipo la direzione che prenderai». Volle ritrarre il disegno delle contrazioni del suo volto. «Certo, te la indicherà il mio dito indice sul ginocchio. Te ne ricorderai?», gli disse. Poi lo fece spostare leggermente a destra per la condivisione di una fotografia che vantava la pretesa dei segreti.

Il campo da basket è stato il rifugio della coscienza e dell’orizzonte di senso più alto di Jordan. S’innalzava dalla linea del tiro libero per disegnare con elegante supremazia atletica parabole mai osate. Non è una storia semplice. È una storia imperfetta, dunque viva. È una storia da ultimo tiro, che affonda le radici nell’ultimo decennio dell’Ottocento sulle sponde di un villaggio fluviale. Dalla schiavitù razzista alla costruzione di un impero sportivo, economico, che ha segnato in profondità la cultura popolare americana novecentesca.


Il giornalista e docente universitario Roland Lazenby, che da vent’anni scruta e interroga l’alfabeto del mito, restituisce la giusta misura di un’icona globale con il suggestivo, pregevole studio Michael Jordan, la vita (66thand2nd, 784 pagine, 23 euro, traduzione di Giulio Di Martino). L’autore non ha la presunzione della definitività. Esaudisce l’ambizione propria di una ricerca dettagliata, empatica, che non ha misteri da svelare. Questo libro, fondato su una bibliografia sostanziosa e moltissime interviste, non è un’intervista impossibile. Lazenby apre soprattutto uno squarcio interessante sulla formazione del campione, sull’adolescenza del più forte giocatore di pallacanestro di sempre. Non è la celebrazione di un supereroe.

In North Carolina il bisnonno Dawson sopravvisse alla selezione naturale di un mondo primordiale, in cui il padrone bianco credeva di poter continuare a praticare impunemente la sopraffazione. Le zattere assemblate da Dawson per il commercio del legname erano resistenti quanto il suo corpo e la sua anima. Imparò a leggere e a scrivere nello stanzone della “Scuola comune per gente di colore”, gettando il seme di una famiglia nuova. Michael, il bisnipote, lo ha ricordato spesso con commozione: «Era forte. Sì, lo era. Eccome». La fibra era la stessa. Phil Jackson, mente e guida dei Bulls sei volte campioni Nba, la sapeva lunga. Per Natale era solito regalare ai propri giocatori un libro. Non a caso il primo testo destinato a Jordan è stato Canto di Salomone di Toni Morrison. Milkman, il giovane protagonista, compie un viaggio alla conquista della propria identità, così ricca di spiritualità e sogni, che coincide con l’origine della storia afroamericana. Dalla piantagione lo schiavo Solomon aveva spezzato le catene, spiccando il volo verso la terra madre, l’Africa. Il “mito degli africani volanti”. Michael, a modo suo, ha risalito il corso del fiume. Anch’egli ha invertito la rotta della storia.

“Possano i padri alzarsi in volo. E i figli conoscere il proprio nome”.

Nel 1954 James Raymond Jordan e Deloris Peoples, ancora adolescenti, s’incontrarono a una partita di pallacanestro, dove si accese la scintilla. Cavalcarono l’onda dei movimenti per i diritti civili e il clima di una radicale trasformazione culturale. Il 17 febbraio 1963 Michael nacque, perdendo sangue dal naso, in una famiglia del ceto medio, che aveva già acquisito la solidità economica. Un nucleo, che assecondò l’ascesa del prodigio, per poi essere frantumato da sentimenti feroci, dalle denunce post datate di presunti abusi sessuali perpetrati dal padre sulla sorella Sis, da conflitti sulla gestione del patrimonio. Deloris, protettiva e determinatissima, ha avuto un ruolo strategico decisivo nel percorso del figlio minore. All’età di nove anni Michael, avviato al baseball, promise di rimediare alla sconfitta olimpica, in piena Guerra Fredda, degli Usa contro la Russia a Monaco ’72. Promise di impossessarsi della “zona” dell’ultimo tiro di Sergej Alexandrovic Belov. Due anni dopo James gli comprò la prima palla e allestì un campetto casalingo, teatro di interminabili uno contro uno con il fratello Larry, anch’egli cestista promettente.

Lazenby individua in questa competizione, e nella predilezione del padre per il primogenito, una delle fonti dell’inesauribile competitività e voglia di dominare di Michael. Nel cuore degli anni Settanta il ragazzino odiava i bianchi come sedimento di una rabbia e di un dolore antichi. Uno “sporco negro” di troppo provocò la reazione pagata con l’espulsione da scuola: «Mi consideravo un razzista. Mi volevo ribellare». Curò il rancore con l’amore per il gioco e la consapevolezza del talento. Il perdono è un’energia da coltivare lungo la propria strada, quanto la forza di amare. Love of the game, proprio così, fece chiamare una clausola al primo contratto professionistico. Lui, solo lui, avrebbe potuto rispettare la passione, giocando a pallacanestro ovunque. Al rischio di patire infortuni sarebbe potuto scendere in campo a sua discrezione.

L’attendibile cronista Lacy Banks sottolinea come neanche Muhammad Ali sprigionasse la medesima mostruosa quantità di energia di Jordan. Erano storie distanti con attenzioni diverse alla giustizia sociale e alla politica. Gelò chi gli propose di sostenere la candidatura del democratico afroamericano Harvey Gantt, in corsa per il seggio in Senato quale rappresentante del North Carolina: «Anche i repubblicani comprano scarpe. Non sono un politico». Trasversale in quanto libero dalle implicazioni politiche, interessato agli affari, alla carriera o indifferente alle cause sociali?

Non andò mai allo scontro frontale con le contraddizioni, le ipocrisie della società statunitense. Le fece esplodere nelle esultanze e riverenze di chi, magari il giorno successivo alla partita, riprendeva ad alimentare i propri razzismi quotidiani. Le fece implodere, appropriandosi del business della multinazionale che sull’intuizione del mercante visionario Sonny Vaccaro lo aveva reso un oggetto. Michael Jordan trascese la razza, come nessun altro atleta nero. Post racial per usare il termine del suo manager, deus ex machina, David Falk. L’estetica era rassicurante, il lessico mass-mediale ben educato, tanto da renderlo un’icona della cultura popolare di massa.

Accorgersi e valorizzare il talento è un esercizio necessario, che sfugge ai più. Le qualità, per quanto abbaglianti, spesso sfumano nell’indifferenza della moltitudine. Jordan ha ascoltato la propria fortuna: gli allenatori, o meglio i maestri, e i contesti di squadra che seppero decostruire l’egoismo del più forte, codificare per quanto possibile la sua indecifrabilità. «Il mio talento più grande era di essere pronto a imparare. Anche se pensavo che il coach si sbagliasse, provavo ad ascoltare e imparare».

Nell’autunno 1979 Pop Herring prese carta e penna per il suo liceale. Una lettera, un gesto inusuale, per attirare l’interesse di University of North Carolina su un ragazzo, che non aveva indossato ufficialmente la canotta della Laney High School, ma del quale aveva intuito l’attitudine. L’adolescente sognava Magic Johnson, mentre nella selezione della prima squadra venne tenuto fuori dai centimetri di Leroy Smith. Allora la disciplina ruotava intorno ai centri di gravità. Herring lo portava all’alba in palestra, prima della scuola. Spese il proprio impegno per la formazione di quella guardia dall’atletismo straripante, versatile, elegante, tremendamente efficace per gli equilibri difensivi. Lì scelse il numero 23, ma soprattutto apprese la matematica dei grandi incontri.
Herring creò le condizioni affinché Jordan partecipasse all’elitario camp estivo Five Star, una vetrina dove implementare la propria reputazione. Pensavano fosse acerbo, che sarebbe rimasto in panchina: «Saltava sopra alla gente e aveva quel tocco. Emergeva la sua natura competitiva», ricorda lo scout d’eccezione Tom Konchalski. Lì Michael capì che tutto era possibile.

Mike Krzyzewski intendeva inserirlo a qualsiasi costo nel suo mirabile progetto a Duke. Tuttavia il destino era North Carolina, che con l’assistente Bill Guthridge si era messa da tempo sulle sue tracce. Trovò una squadra pronta per vincere e un allenatore che non aveva vinto mai. «Se Michael non fosse stato allievo di Dean Smith non sarebbe diventato così bravo nel gioco di squadra», ricorda Tex Winter. C’era un sistema, un’alchimia, dove il talento si traduceva nella pietra angolare dell’altruismo. Mai più di ventiquattro tiri a serata nei tre anni a NC.

Jordan si adattò alla radicalità di Smith, consolidando il proprio bagaglio di fondamentali. Guadagnò lo spazio senza particolari timidezze. «Buttala dentro Michael!», mormorò alla matricola. Correva l’anno 1982 e Smith comprese che quella era la volta buona. Stavolta l’ultima curva non l’avrebbe tradito. Al Louisiana Superdome North Carolina e Georgetown diedero spettacolo. Si assegnava qualcosa di più del titolo Ncaa. Venne scritto l’incipit della rivoluzione. All’epilogo mancavano una manciata di secondi. Michael andò su con la lingua fuori, morbido il rilascio della palla e il fruscio della retina per la vittoria. Non aveva capito quell’ultimo schema, ma tant’è: «Era già tutto deciso. Dal momento in cui ho segnato quel tiro, qualsiasi altra cosa mi è piovuta tra le mani. Se quel tiro non fosse entrato, non credo che sarei arrivato dove mi trovo oggi».

Gli allenatori, i rispettivi assistenti, seppero trovare le parole, i gesti che valgono la fiducia nel compagno, perché la vittoria è anche una questione di solidarietà. «Michael, chi è libero?» Il serafico Jackson lo ripeté tre volte. Quella volta si era spazientito sul serio. In gara cinque, contro i Lakers di Magic Johnson, la posta in palio era grossa: il primo titolo Nba che aprì il varco all’epopea di Chicago. «Paxson!», rispose dopo un silenzio imbarazzato. «Bene. Allora dagli quella cazzo di palla». Dopo il time out piovvero assist per i cinque canestri decisivi di Paxson. Sette anni di sconfitte ai Bulls avevano composto un mosaico di significati, elaborato un linguaggio comune: «Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri. Ho perso quasi trecento partite. Ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto».

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martedì 14 luglio 2015

«La mafia non può esistere, dove la giustizia per tutti è conquista, è coscienza collettiva»


di Gabriele Santoro

Gerardo Chiaromonte era colpito dall'ossessione antimafia di La Torre. Dal consiglio comunale all'Assemblea regionale fino al parlamento nazionale, dove venne eletto nel 1972, fu la prerogativa del suo agire. L'antimafia, non quella delle parole e delle targhe commemorative, era l'unico metodo per schiudere un orizzonte di progresso al paese: senza una sconfitta complessiva della cultura mafiosa il resto è sforzo vano. Comprese, studiando, le evoluzioni del fenomeno: la mafia agricola, quella della città cementificata, il narcotraffico. La mafia dell'accumulazione capitalistica, resa sempre più potente dai ricavi del traffico della droga, ormai indicava i propri interlocutori istituzionali.

La Torre ammirava molto le qualità investigative e l'umanità del capo di una vera squadra mobile, che a Palermo di questo si occupò. Stimava l'acutezza delle analisi e delle indagini di Giorgio Boris Giuliano, che giungevano fin dentro alle banche. Giuliano, appassionato di pallacanestro, chiese di essere trasferito a Palermo, indignato dall'efferatezza della strage di Ciaculli. Specializzatosi all'Accademia dell'Fbi, a Quantico, aveva esperienza internazionale. Leggeva molto, anch'egli con il dono della curiosità. Mappò il territorio con i pedinamenti estenuanti dei suoi uomini sulla strada senza ausili tecnologici. Senza computer creò un vasto archivio, formidabile, per schedare le famiglie mafiose, risalire ad alleanze e ostilità. Giuliano si mise in testa di risolvere i casi Francese e De Mauro. Lo freddarono il 21 luglio 1979, dieci giorni dopo Giorgio Ambrosoli. Se terrorismo e mafia si scambiano le tecniche è una testimonianza lucida, che La Torre articolò sulle pagine di Rinascita il 16 novembre 1979.

«(...) Emerge in maniera impressionante una estensione e un salto di qualità sia nel terrorismo politico, sia nell'attività della criminalità organizzata. Non commetteremo l'errore di appiattire l'analisi dei vari fenomeni riconducendoli ad uno schema unico. La criminalità organizzata sta compiendo un salto di qualità molto preoccupante perché ormai comincia chiaramente a mutuare sistemi, metodi, e anche taluni obiettivi del terrorismo politico. Accade così che le modalità di un omicidio mafioso seguano quelle caratteristiche del terrorismo politico e viceversa».

Giuliano con le proprie intuizioni seppe configurare lo scenario delle cointeressenze che superavano i confini isolani. Le strade conducono a Sindona, oggetto di numerose denunce di La Torre, alla P2 e alla mafia siculo americana. La Torre vedeva nella presenza dell'anticomunista Sindona in Sicilia nell'estate del 1979, il momento di raccordo tra la mafia siciliana, il mondo economico-finanziario e la mafia americana: «È provato che Sindona si trovava a Palermo nei giorni in cui veniva organizzato e attuato l'assassinio di Cesare Terranova e pochi mesi dopo si verificava l'assassinio di Piersanti Mattarella. I gangster siculo americani, che hanno accompagnato Sindona in Sicilia, hanno affermato che essi dovevano compiere una missione politica di stampo anticomunista».

L'estate del '69 è segnata dall'ingresso di La Torre a Botteghe Oscure, chiamato a Roma alla Commissione meridionale come vice di Amendola. Il partito fornì una casa in Via Panisperna. A Pio piaceva la Capitale, seppure non fosse uomo da salotti o da cenacoli per intellettuali.

«(...) Qualcuno della direzione del partito un giorno mi disse: “È un uomo rozzo”. E io mi incazzai. E dovendo discutere dell'ammissione in sezione di uno che era operaio dissi: “Ammettiamolo, benché operaio”. Di Pio non ho capito la sua intelligenza. Io non l'avevo capito quell'uomo. L'ho stimato, apprezzato, ma non l'avevo capito. Un'occasione persa di cui pentirsi», dice Andrea Camilleri in un passo illuminante della prefazione del libro Chi ha ucciso Pio La Torre?

Alla sua morte nell'unico conto corrente erano depositate poche decine di migliaia di lire. Al costume pubblico corrispondeva quello privato. Così bloccò la possibile assunzione del figlio al Formez, Centro studi della Cassa del Mezzogiorno. Enrico Berlinguer, che nell'isola non aveva avamposti elettorali, lo volle nella segreteria con Napolitano, Chiaromonte, Minucci e Natta, apprezzandone la lungimiranza e la praticità. La Torre non era uomo da sconti. Lo estromisero dalla Direzione. Si era opposto al prestito miliardario del Banco Ambrosiano, che avrebbe dovuto salvare Paese Sera dal crack.

Pressò il partito quando sottostimava e declassava a fatto di periferia l'intelligenza della violenza mafiosa. Appartenne alla destra del partito, vicino a Giorgio Napolitano, ma non fu uomo condizionabile dalle correnti. Lo schema destra-sinistra nel suo caso non funziona. «Quando doveva gridare, gridava anche col capo, anche perché non aveva bisogno di adulare per potersi fare avanti, perché è andato avanti con la sua onestà, il suo coraggio, la sua asprezza anche», ricorda Girolamo Scaturro nel libro di interviste curato da Giovanni Burgio.

E si distinse dalla concezione paternalistica del fenomeno mafioso come frutto avvelenato della miseria. La Torre non si stancò mai di classificarlo quale un fenomeno di classi dirigenti, delle indicibili alleanze transnazionali col mondo della finanza e della politica: «La compenetrazione è avvenuta storicamente come risultato di un incontro, che è stato ricercato e voluto da tutte e due le parti (mafia e potere politico). I membri della mafia rappresentano una sezione niente affatto marginale delle classi dominanti, i cui interessi possono anche entrare in contraddizione, nello svolgimento dei fatti con aspetti dell'attività della mafia stessa». L'antimafia doveva dunque essere una questione economica, politica, sociale e culturale; un aspetto della più generale battaglia di risanamento democratico della società italiana.

Nel 1979 il Pci organizzò la prima conferenza sulla mafia. Un convegno importante al quale prese parte Rocco Chinnici. Il quadro legislativo antimafia palesava la propria inadeguatezza. La legge 31/5/1965 n. 565, che prevedeva il soggiorno obbligato dei criminali fuori dalle rispettive aree d'influenza, si rivelò controproducente, allargando il contagio mafioso. La legge 22/5/1975 n. 152, che all'articolo 22 ingiungeva la sospensione provvisoria dalla amministrazione di beni illecitamente accumulati, rimase inapplicata per la difficoltà di accertare le situazioni patrimoniali.

Alla fine di quell'anno tragico La Torre confidò all'amico giornalista Alfonso Madeo di avere in mente una legge, che rendesse reato la sola appartenenza a un'associazione a delinquere di stampo mafioso, consentisse indagini patrimoniali e l'obbligatoria confisca dei beni riconducibili agli illeciti perpetrati. Dagli atti di un convegno internazionale, svoltosi a Messina nell'ottobre 1981, le parole dello stesso Chinnici danno il senso del grave ritardo, dell'insufficienza dell'articolo 416:

«(...) Non ignoriamo le difficoltà che insorgono ogni qualvolta si tenta di dar vita al delitto di associazione di tipo mafioso, come nuova o diversa ipotesi delittuosa rispetto all'associazione per delinquere prevista dal codice; poiché, però, la mafia esiste come realtà criminosa e criminogena, non può il legislatore non prenderne atto e creare una nuova figura di reato. La mafia è una realtà assai complessa, una associazione sempre e comunque più pericolosa dell'associazione per delinquere prevista dall'art. 416. Associazione strapotente, destabilizzante, con campo di azione in tutto il territorio della Nazione con collegamenti all'estero, non vediamo come la stessa possa ancora oggi essere considerata alla stregua di una qualsiasi e comune associazione per delinquere. È difficile rendersi conto del perché di tale incongruenza.

L'insuccesso nella lotta contro le associazioni mafiose va ricercato nella inadeguatezza dello strumento legislativo. La mafia ha mutuato metodi propri del terrorismo di diversa matrice. Si deve stabilire che la mafia non solo è associazione per delinquere, ma associazione certamente più pericolosa e diversa da quella prevista dall'art. 416 CP e che pertanto, essendo di per sé per la sua sola esistenza un pericolo per la collettività, deve essere colpita con apposita norma sanzionatoria, anche indipendentemente dalla prova diretta che gli associati mafiosi abbiano specificatamente programmato crimini. La proposta che intendiamo formulare è di introdurre nella nostra legislazione penale la figura autonoma del reato di associazione mafiosa».

In quell'occasione Chinnici fece intravedere l'istituzione dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, che oggi ancora arranca. All'epoca immaginò che i beni confiscati non potessero essere venduti o affidati a privati professionisti, in qualche maniera influenzabili, ma gestiti per esempio dall'Avvocatura dello Stato.

Nel frattempo, il 31 marzo 1980, Pio La Torre aveva già depositato alla Camera insieme ad altri firmatari la proposta di legge numero 1581, Norme di prevenzione e repressione del fenomeno mafioso e costituzione di una commissione parlamentare permanente di vigilanza e controllo.
Quella che diverrà il primo serio strumento di lotta contro la mafia. Nell'esperienza di La Torre la separazione dei poteri statuali è stata sempre ben evidente, però i poteri distinti dovevano parlarsi. In nome di ciò costruì un dialogo produttivo con la magistratura più illuminata.

Per la stesura tecnica consultò due giovani magistrati della Procura di Palermo, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che si resero disponibili a fornire le proprie competenze al fine di redigere un progetto di legge efficace. Il legame nell'interesse generale con Chinnici fu stretto. Tante idee in comune (pool antimafia, banca dati, etc), urgenze, lo sgomento proprio dell'onestà e la solitudine. A Palermo La Torre lavorò con lui per migliorare la norma sul sequestro dei beni ai mafiosi e su quello che diverrà nel codice penale, sull'onda emotiva dell'omicidio di Dalla Chiesa, la fattispecie di reato riconosciuta e descritta dall'articolo 416 bis:

«(...) L'associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri».


Già la prima fase dell'impegno parlamentare di La Torre si era caratterizzata dalla vivace partecipazione ai lavori della Commissione Antimafia. Istituita nel 1962, e rimasta in carica per quattordici anni, partorì un rapporto finale deludente. Di quella inchiesta sopravvive una mole di documenti significativi e la Relazione di minoranza che, come evidenziato in precedenza, ripercorre i legami tra mafia e politica, in particolare nella Dc, e porta anche la firma del deputato Cesare Terranova.

«La mafia non può esistere dove la giustizia per tutti è conquista, è costume, è coscienza collettiva», sosteneva il magistrato che trascorse due legislature in Parlamento. Nella sua ottica per dare un apporto concreto alla lotta contro la mafia, era indispensabile ripristinare la fiducia nelle istituzioni, cominciando dall'allontanamento dai posti di potere di coloro che siano stati in qualche misura compromessi o invischiati con la mafia.

Uomo cordiale e colto, ottimo giocatore di bridge, che comunista non era. Alle elezioni del 7 maggio 1971, su invito di Emanuele Macaluso, si candidò e venne eletto come indipendente di sinistra nelle liste Pci. Un borghese intellettuale, in rivolta contro la concezione clientelare e mafiosesca del potere, alla quale non si rassegnava. In un'intervista all'Ora, sette mesi dopo l'elezione, esternò il disincanto romano: «(...) Il primo contatto con il Parlamento fu per me molto deludente. Avevo la sgradevole sensazione dell'inutilità. Un'impressione iniziale deludente che si prolunga sulla Commissione. Mi aspettavo un ritmo di lavoro piuttosto serrato, sollecito. Penso che questa commissione funziona da ben nove anni, ma non può dirsi che abbia se non in piccola parte corrisposto all'attesa dei cittadini. Si procede in modo dispersivo».

Venticinquenne, nell'aprile del 1946, era entrato in magistratura appena ritornato dalla guerra e dalla prigionia. Assegnato dal 1958 al Tribunale di Palermo presso l'ufficio dell'istruzione penale. Dal 1963 con lui un autista speciale, il maresciallo cosentino Lenin Mancuso: «(...) L'onestà in uno scambio comunicativo lo unì al giudice Terranova, suo grande amico e modello di operato sociale sempre per fini di giustizia. Per nostro padre il Giudice divenne presto un mito e lo colmò di un'ammirazione non comune», nel ricordo della famiglia Mancuso. Nel 1971 il trasferimento alla Procura della Repubblica a Marsala. Istruì con lavoro metodico i primi processi di mafia, dai “corleonesi” alla strage di Via Lazio, ricostruendone la struttura organica. Fece processare e condannare all'ergastolo Luciano Liggio, latitante fino al 1974, per associazione a delinquere e per l'assassinio di Michele Navarra. «Paura? No. Nella peggiore delle ipotesi mi possono ammazzare. Sì, lo so che Liggio ce l'ha con me. È una vecchia storia: risale al tempo in cui lo feci arrestare. Lui mi ritiene responsabile esclusivo della sua fine. E in effetti è così», dichiarò a Il Giornale di Sicilia.

Rifuggiva l'etichetta di eroe. Renato Guttuso riecheggiò l'amore del giudice per la vita, le sue passioni per Tamerlano e Gengis Khan, lo spirito eroico che metteva nelle azioni più piccole. In un'intervista a Diario, pochi giorni prima di essere ammazzato, Terranova preconizzò: «(...) La più grossa connotazione che io darei alla mafia oggi è quella degli appalti. L'appalto delle grandi opere pubbliche e quanto c'è dietro. L'argomento più interessante destinato a svilupparsi negli anni futuri». Lo uccisero il 25 settembre 1979, una volta lasciato il Parlamento, prima che potesse indossare ancora la toga all'Ufficio istruzione di Palermo. Si delineò come un vero e proprio omicidio preventivo, affinché non riversasse sulle indagini l'imponente documentazione e conoscenza sull'intreccio di collusioni maturata durante l'attività in Commissione.

«È certo comunque che si presenta ai nostri occhi un fenomeno nuovo che ha il carattere di una azione terroristica vera e propria e che porta lo stesso marchio in tutti e due i casi (Terranova e Giuliano). C'è poi un altro collegamento fra i due delitti, ed è rappresentato dal sempre saldo nesso fra mafia e potere politico. Nel caso di Boris Giuliano, il vicequestore stava indagando sulle incredibili fortune finanziarie di certi personaggi politici democristiani e sugli intrecci fra costoro e l'affare Sindona. (…) Qui intendo sottolineare che gli assassinii di Reina, Giuliano e Terranova hanno tutti e tre una matrice politica. Bisogna quindi cercare di individuare il gruppo politico mafioso che sta portando avanti quello che si configura come un vero e proprio disegno terroristico», La Torre a Il Mondo (26 ottobre 1979)

Berlinguer lo soprannominò un “siciliano all'estero”. La Torre da Roma non smise di seguire le vicende del partito a Palermo. Dopo l'impetuosa crescita, sancita dalla tornata elettorale del 1976 (dall'11% al 21% nell'isola), in Sicilia come nella Capitale si percepì la stanchezza dello slancio che aveva consentito al partito di ottenere il massimo storico. Dal '79, quando alle politiche nel capoluogo il Pci ottenne il 16,86% dei voti mentre la Dc toccò il 47,91%, all'81 il Pci registrò numerose flessioni.

Pio sentì l'urgenza di tornare sul campo nella sua terra all'apice della violenza terroristica mafiosa. «Ero anche consapevole del fatto che mio padre avesse valutato il rischio e lo avesse ritenuto accettabile, in nome dell'obiettivo che voleva raggiungere. Non considerava il suo un atto di eroismo, ma una scelta politica, rispondente alla sua natura, perché questo era il suo modo di dare un senso alla sua vita», scrive Franco. Pio volle solo la scorta politica del partito e si ritrovò Rosario Di Salvo, amico e militante coraggioso, che condivise il martirio.

venerdì 10 luglio 2015

«Palermo come Roma». Berlinguer, La Torre e il Compromesso storico


di Gabriele Santoro

In numerosi scritti e interviste, alcune delle quali selezionate da Franco nell'appendice del libro, La Torre offre la personale e composita valutazione della Democrazia cristiana. Nell'ambito del Seminario sulla Dc, tenutosi dal 7 all'11 maggio 1973, produsse uno sguardo d'insieme paradigmatico sui caratteri e sulle contraddizioni del partito che nel dopoguerra prese le redini del Paese. Ventidue pagine dattiloscritte che anticiparono di qualche mese le conseguenze politiche italiane del golpe cileno, che decretò la fine del governo di Unidad Popular del presidente Salvador Allende, e i tre articoli di Enrico Berlinguer pubblicati su Rinascita fra il 28 settembre e il 12 ottobre 1973. L'analisi di La Torre precorreva la dinamica del Compromesso storico, che in Sicilia si attuò prima che a Roma.

Già nel 1972 l'insediamento in segreteria regionale di Achille Occhetto inaugurò una nuova fase, che possiamo recuperare nei ragionamenti di La Torre. Nell'articolo Le sinistre di fronte alla crisi del Sud (Rinascita, 29 settembre 1972) diagnosticò il malessere, cavalcato dalla destra missina (alle Regionali del 13 giugno 1971 schizzò dal 6.55% al 16.33%; la Dc scese dal 40% al 33%), del sistema prosperato sulla discriminazione anticomunista e sulla dissennata spesa pubblica, la crisi dell'edilizia che aveva finanziato il blocco sociale e politico democristiano. Individuò nei piani regionali di sviluppo il terreno di aggregazione di un vasto schieramento di forze sociali disponibili a uno sbocco democratico dell'impasse italiana.

Evocativa una fotografia del 1974, che ritrae Berlinguer a fianco di La Torre, il quale sembra sussurrargli qualcosa. La scattarono durante la Conferenza economica per lo sviluppo della Sicilia, in previsione del “Progetto Sicilia”, che divenne la base programmatica a sostegno della politica delle larghe intese. Il preludio a maggioranze di governo che comprendessero il Pci. Nel dicembre 1974 durante i lavori di preparazione del XIV Congresso del Pci, La Torre nel dibattito sulla relazione di Berlinguer:

«(...) In questa situazione anche di fronte al traguardo delle elezioni regionali è necessario che il partito faccia uno sforzo per corrispondere sempre più concretamente al suo ruolo di portavoce degli interessi generali del paese. È anche così che daremo un contributo decisivo anche alla formazione di nuovi schieramenti di maggioranza all'interno della Dc che, battendo posizioni integraliste e antioperaie, permettano l'ulteriore sviluppo del processo unitario e quell'incontro fra le grandi componenti delle masse popolari italiane che abbiamo definito Compromesso storico».

Il Pci voleva distinguersi di fronte a vasti strati delle popolazioni meridionali come forza responsabile, come partito di governo. Il Pci spinse per l'unità delle forze autonomiste, che aveva l'obiettivo di superare il difficile momento a livello nazionale (nel '75 il Pil segnò - 2.1% e l'inflazione volò all'11%) e nella vita della Regione, mediante l'interlocuzione con la Dc. Una strategia che pagò con l'inversione di tendenza del 1975 e il balzo in avanti elettorale del 1976. In Sicilia l'attenzione democristiana per la proposta comunista si materializzò nel 1974 con la segreteria di Rosario Nicoletti, leader di una minoranza che guardava a sinistra, oltre il Psi. Due accordi legislativi segnarono l'avvicinamento: il «Piano regionale di interventi per il periodo 1975-1980» e il «Programma di fine legislatura», approvato il 20 novembre del 1975.

Piersanti Mattarella, che nel 1971 aveva assunto la carica di assessore al bilancio, ricoperta poi per sette anni, era elemento proattivo nell'intento di affermare una nuova linea politica meridionalistica, che non poteva prescindere da una Democrazia cristiana diversa. Tre le priorità: smantellare il metodo dell'intervento speciale; attuare il decentramento delle funzioni regionali agli enti locali; salvare il partito dal degrado (congressi illegali, tesseramento falso, atti di sopruso continui) documentato dal Libro bianco del 17 novembre 1970, firmato tra gli altri da Reina, Nicoletti e inviato a Roma. «Rivolta contro Gioia nella Dc, si chiede alla Direzione di sciogliere gli organi locali», titolò L'Ora. Sulla questione comunista seguì in modo organico l'orma del proprio maestro, Aldo Moro, accogliendo la richiesta di ascolto delle istanze del Pci e si accostò alle posizioni di Nicoletti. La Torre ne La questione comunista e la Sicilia (L'Ora, 20 settembre 1974) sottolineò la preparazione, l'intelligenza e le aperture di Mattarella, nonché gli ostacoli:

«(...) Per uscire dalla crisi data la sua estrema gravità e profondità si impone una energica azione di risanamento e di vita nazionale. Tutti ormai riconoscono (ecco un punto acquisito nel dibattito) che a tale azione di risanamento e rinnovamento debbono contribuire tutte le forze che si riconoscono nel patto costituzionale. L'onorevole Mattarella per esempio è d'accordo fino a questo punto. Il dissenso nasce quando si tratta di precisare cosa si intende per contribuire e sui modi di contribuire. Ma noi non intendiamo affatto appiattire la dialettica facendo sparire i confini tra maggioranza e opposizione. Proponiamo di dare vita a una nuova più ampia e rappresentativa maggioranza a cui certamente si contrapporrebbe un altro schieramento di opposizione, di destra».

A Palermo nel 1970 era cambiato qualcosa anche nella Chiesa con l'ascesa di Salvatore Pappalardo, nominato cardinale nel marzo del 1973, inequivocabile nella condanna senza appello della mafia e delle sue propaggini. Nella relazione del maggio '73 sopracitata, La Dc e il Mezzogiorno, La Torre fece notare la contraddizione primigenia di un partito che, pur richiamandosi all'ispirazione popolare contadina sturziana, difese il clientelismo e il trasformismo del blocco agrario. Anch'essa, come gli articoli di Berlinguer, va collocata nella gravità del contesto internazionale, delle ingerenze convergenti dei due blocchi, e nel quadro dell'eversione stragista interna. A distanza di pochi giorni, il 17 maggio 1973, si consumò la strage alla Questura di Milano. E già nel 1971 l'omicidio del magistrato Pietro Scaglione fu sintomo del disequilibrio del sistema e della stagione di delitti eccellenti a venire.

Nelle parole di La Torre intorno alla riforma agraria si concretizzò il ricatto da destra. Analizzò i flussi elettorali democristiani, che nel Mezzogiorno si rigonfiavano quando l'occhio strizzava a destra, verso gli interessi dei ceti possidenti. Nella sua lettura restò poco del programma avanzato di riforme con cui la Dc si era presentata all'Assemblea Costituente. La direzione degasperiana si limitò a farsi garante della restaurazione capitalistica sotto l'ombrello statunitense e degli interessi della borghesia. Un passaggio che coincide nell'argomentazione berlingueriana dell'autunno '73:

«(...) Sappiamo bene che la politica di rottura dell'unità delle forze popolari e antifasciste perseguita dai gruppi conservatori e reazionari interni e internazionali e dalla Democrazia cristiana – una politica che il paese ha pagato duramente – ha interrotto il processo di rinnovamento avviato dalla Resistenza. Essa non è però riuscita a chiuderlo. Un esteso e robusto tessuto unitario ha resistito nel paese e nelle coscienze a tutti i tentativi di lacerazione; e questo tessuto, negli ultimi anni, ha ripreso a svilupparsi, sul piano sociale e su quello politico, in forme nuove, certo, ma che hanno per protagoniste le stesse forze storiche che si erano unite nella Resistenza. Il compito nostro essenziale – ed è un compito che può essere assolto – è dunque quello di estendere il tessuto unitario, di raccogliere attorno a un programma di lotta per il risanamento e rinnovamento democratico dell'intera società e dello Stato la grande maggioranza del popolo, e di far corrispondere a questo programma e a questa maggioranza uno schieramento di forze politiche capace di realizzarlo. Solo questa linea e nessun'altra può isolare e sconfiggere i gruppi conservatori e reazionari, può dare alla democrazia solidità e forza invincibile».

Al tramonto dell'era De Gasperi il clientelismo degli apparati pubblici, foraggiato dalla politica dell'intervento straordinario per fronteggiare l'arretratezza meridionale, soppiantò l'influenza dei vecchi notabili. La Torre riepilogò i numeri spaventosi della colossale e improduttiva spesa pubblica, dissipata dagli strumenti (dalla Cassa del Mezzogiorno in giù) atti a determinare la progressiva compenetrazione della Dc con l'apparato dello Stato. Alla Dc lanciò una sfida costruttiva per uscire dalla crisi, identificando nella matrice popolare democristiana l'opportunità di un dialogo senza cedimenti su un terreno costituzionale e antifascista. Alla Dc, che pretendeva ancora di essere l'unica architrave della democrazia italiana, chiesero di rimediare alla negazione di quel processo di rinnovamento, che si sarebbe realizzato mediante l'incontro con le masse guidate dai comunisti e dai socialisti.

L'obiettivo era duplice: continuare a lavorare per mutare il rapporto di forza elettorale e al contempo condurre una battaglia politica per far prevalere certe posizioni dentro alla Dc. L'orizzonte di un La Torre guardingo non era un accordo di vertice, ma mettere insieme le basi popolari dei due partiti. Come gli riuscì poi a Comiso, un'alleanza trasversale avversa l'installazione dei 112 missili Cruise.

«(...) Dobbiamo operare perché all'interno della Dc si determinino schieramenti che tendano a isolare i gruppi collegati alle posizioni più retrive, per suscitare in quel partito una tensione antifascista. Noi diciamo che occorre determinare ed accelerare l'incontro, nel senso di partecipazione della componente comunista alla gestione del potere regionale nel Mezzogiorno, come esigenza vitale per la democrazia. Farsi carico della crisi e degli sbocchi a tutte le questioni aperte. Dichiariamo di volerlo fare con gli altri, con tutte le forze democratiche e antifasciste e perciò ricerchiamo l'intesa con la Dc. Per uscire dalla crisi crediamo che ci voglia la partecipazione delle forze democratiche della Dc. Occorre avere il convincimento che per portare avanti il processo di sviluppo della democrazia nel nostro Paese, per realizzare le trasformazioni sociali, per andare avanti sulla via italiana al socialismo, dobbiamo avere una grande componente cattolica e questa componente cattolica si traduce in forze decisive della Dc come partito politico», da La Dc e il Mezzogiorno.

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