venerdì 23 settembre 2016

Se a Beirut i nemici recitano Sofocle

Il Venerdì di Repubblica, numero 1488, sezione Cultura pag. 101,

23 settembre 2016

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

«Cosa posso fare per te?», chiese Georges all'amico Samuel Akunis, ebreo sfuggito all'Olocausto e combattente greco contro la dittatura dei colonnelli. «Molto, puoi fare molto», rispose quest'ultimo dal letto di ospedale.

Il sogno di Sam risiedeva su trenta pagine di taccuino e Georges avrebbe dovuto realizzarlo. Correva l'anno 1982 e voleva cogliere di sorpresa la guerra, mettendo in scena l'Antigone di Jean Anouilh a Beirut che, tagliata fuori dal mondo, martirizzava sé stessa. Offrì un ruolo a ciascuno dei belligeranti. Antigone era la palestinese sunnita Imane, Ismene, Emone un druso dello Shuf, Creonte, re di Tebe e padre di Emone, un maronita, infine le guardie, tre fratelli sciiti. L'idea sublime consisteva nello spogliarli per qualche ora dalle appartenenze per ergersi col teatro in una notte di tregua senza bombe sul proscenio di un cinema, il Beaufort, ormai diroccato.

Georges è un orfano del Movimento del Sessantotto. Militante col cuore gonfio di delusione, regista teatrale, sorvegliante in un collegio parigino e studente di storia fuori corso considera il teatro la sua ultima resistenza a un mondo in disfacimento. E l'amicizia con Sam lo mantiene vivo.

La penna appassionata di Sorj Chalandon con La quarta parete (Keller, 285 pagine, 17.50 euro) non domanda perdono ai sogni, ma li affronta fino alle conseguenze estreme. L'ex corrispondente di Libération torna da romanziere sul fronte di guerra libanese, dove era stato, e attinge alla pagina destra dei propri taccuini giornalistici, quella riservata ai sentimenti. Un libro potente come l'appena ventenne Imane che ci porta nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila, dove a pochi giorni dalla rappresentazione teatrale l'umanità è ancora una volta morta senza risorgere. La giovane attrice era stanca di capire l'inconcepibile. Antigone è quella piccola magra che è seduta là in fondo, e che non dice niente, ma resiste col suo corpo e un pugno di terra fra le mani.

L'autore riapre ferite che hanno la misura dell'abisso, ed è interessante l'equilibrio trovato fra la realtà e quella narrativa. Chalandon è ancora una volta riuscito a rendere testimonianza puntuale un'urgenza privata. L'evoluzione del suo rapporto tra giornalismo e letteratura assomiglia a quella straordinaria di Jean Hatzfeld, che ci ha restituito quel che si poteva del genocidio ruandese.

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